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Il merito torna a scuola e non trova docenti

ImmagineLe stime parlano di circa ventimila posti nella scuola, su poco più di sessantamila messi a concorso, che non saranno assegnati. Non ci sono i candidati, nel senso che quelli che c’erano sono stati bocciati. La scuola intanto cambia: si investe sulle nuove tecnologie didattiche, torna il maestro unico prevalente, è introdotta la nuova prova scritta nazionale Invalsi nell’esame di terza media, si riorganizzano gli indirizzi di studio dei nuovi licei, si potenzia l’insegnamento delle lingue straniere, si ridefiniscono i percorsi didattici degli istituti tecnici e professionali. E si assumono nuovi docenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Si fa dunque il concorso, si mettono a bando 63.712 posti e si svolgono le prove. Ma sorpresa! In larga parte, le prove non vengono superate, e così bisognerà ancora una volta ricorrere agli iscritti alle graduatorie ad esaurimento e conferire incarichi annuali.

Ma perché così tanti bocciati? Il dato è così anomalo, o forse semplicemente inatteso, da spingere molti a formulare ipotesi le più varie che ne diano conto: le tracce assegnate sono forse troppo difficili, troppo complesse, troppo complicate? Il tempo a disposizione dei candidati è troppo poco? I percorsi di abilitazione seguiti dai candidati ammessi a concorso si sono rivelati inadeguati? Fra i commissari d’esame e i candidati sussistono forse abissi di incomunicabilità? L’italianista Claudio Giunta, ad esempio, su «Il Sole 24 ore», ha passato in rassegna le otto domande della prova d’italiano. Le ha giudicate «estremamente complesse», tali da richiedere «risposte ben argomentate» (come si può pensare, tuttavia, di insegnare italiano nelle scuole senza essere in grado di produrre risposte ben argomentate?). Il fatto è che però per le otto risposte della prova (e le altre risposte chiuse) i candidati avevano a disposizione solo due ore e mezza: troppo poco. E così Giunta ha concluso: «escluderei che una prova del genere, nel tempo assegnato, possa essere svolta decentemente da parte di chicchessia, anche del migliore studioso di letteratura italiana».

Può darsi che sia effettivamente così, e che quel che è successo con la prova d’italiano sia successo anche in altre materie (io comunque ho dato uno sguardo alle domande della prova in filosofia, e non mi sono parse insormontabili), ma lo stesso Giunta mette in premessa qualche considerazione più generale: sui molti che vorrebbero insegnare e che piuttosto dovrebbero ancora imparare; sulle lacune nella preparazione che dipenderebbero non già dagli studi universitari ma dal poco o nulla che si è fatto prima, alle medie e al liceo; sulla scarsa attrattività che l’insegnamento esercita sui più bravi e più brillanti, specie nelle discipline scientifiche.

Insomma: qualcos’altro forse c’è. Qualcosa che non riguarda solo le modalità di svolgimento delle prove concorsuali, ma più in generale il posto della scuola nella società. Sempre meno centrale, sempre più marginale, sempre meno qualificante. Claudio Giunta ha limitato la sua considerazione all’ambito scientifico, ma il problema si pone anche nelle altre materie, con la sola differenza che in quei casi mancano alternative all’insegnamento altrettanto robuste di quelle che si aprono a un laureato in discipline scientifiche. Ma il problema è lo stesso: i più bravi sono sempre meno interessati a insegnare. Per più di un motivo: perché gli stipendi sono bassi, e chi è bravo non è entusiasta all’idea di impiegare la propria bravura per avere in cambio un salario modesto. E perché la bravura (cioè il merito, le competenze) non ricevono veri riconoscimenti, né di ordine simbolico né più prosaicamente materiali.

Diciamolo allora in una parola: c’è stato un generale disinteresse, in tutti questi anni, a portare in cattedra quelli bravi. Il solo fatto che si sia attesa quasi una generazione per ripartire con i concorsi la dice lunga sull’importanza assegnata alla selezione di una buona classe docente. Se non fai i concorsi, procedi inevitabilmente per toppe e rammendi, e mandi avanti un po’ tutti: quelli che studiano e magari continuano pure a fare attività di ricerca (ci sono), ma anche quelli che vanno solo a caccia di punti e supplenze, indipendentemente dall’impegno didattico profuso, da progetti formativi o da specifiche attitudine professionali (ci sono, e sono di più).

Con il concorso il ministro Giannini ha provato a far ripartire il motore della scuola, ingolfato da una pessima manutenzione. Anzi: dall’assenza di qualunque intervento per tanti, troppi anni. E si è visto cosa è accaduto in tutto questo tempo: che un’intera leva di aspiranti docenti è arrivata all’appuntamento del tutto impreparata, forse persino sorpresa all’idea che dovesse prepararsi. Forse, quelli che il concorso non lo volevano affatto, e puntavano solo a una qualche forma di ope legis, avevano presentito una disfatta simile. Ma avessero avuto ragione non l’avrebbero evitata: l’avrebbero solo trasferita nelle aule. Piuttosto, alla luce dei risultati che stanno emergendo in questi giorni, è evidente che la riforma scolastica è appena cominciata, e non potrà dirsi riuscita se non riporterà la scuola al centro della vita pubblica e sociale del Paese, e se non si troverà il modo di portare in cattedra un buon numero di quelli bravi.

(Il Mattino, 1 settembre 2016)

Se l’ascensore sociale sale in cattedra

indexDa qualunque parte lo si guardi, il concorso scolastico che prende inizio oggi rappresenta un punto di svolta nella storia della scuola italiana. A concorso vanno quasi 64.000 posti: nella scuola primaria e dell’infanzia, nella scuola secondaria, per insegnanti di sostegno. Era dai tempi del concorso del 2000 che non succedeva una cosa del genere. Luigi Einaudi non aveva affatto torto quando diceva che l’assetto ordinamentale non conta quanto il reclutamento docenti: se non investi sugli insegnanti, ogni disegno riformatore rimane infatti sulla carta. Certo, se l’età media di coloro che hanno presentato domanda supera i 38 anni, viene un po’ più difficile parlare di una nuova. fresca generazione di maestri e professori, ma il ritardo non può certo essere attribuito al governo in carica, bensì all’immobilismo degli anni passati, e anzi al progressivo disinvestimento nell’istruzione e nella formazione. In questa materia, il governo realizza dunque  una netta inversione di tendenza.

Questo non vuol dire che mancheranno le polemiche: le polemiche (e un’immancabile scia di ricorsi) nel mondo della scuola non mancano mai. E allora saranno le modalità delle prove, il riconoscimento dei titoli, la formazione delle commissioni, i tempi della procedura concorsuale. Sarà, soprattutto, la protesta dei precari, quelli che avrebbero voluto entrare ex lege sulla base degli anni di supplenza accumulati, e che invece sono costretti, al pari di tutti gli altri, a sottoporsi alla prova concorsuale. Vince però il merito, ed è anche giusto che sia così, se si guarda non solo alle pur legittime richieste sindacali, ma anche alle esigenze almeno altrettanto legittime della scuola e degli studenti.

E così Matteo Renzi segna oggi un punto. Su una materia, peraltro, sulla quale aveva investito fin dal suo insediamento. Il governo in questi due anni ci ha messo quattrini: non solo per il concorso, ma anche per l’edilizia scolastica, e per la formazione docenti (il bonus di 500 euro per l’aggiornamento). Al passaggio parlamentare della riforma, il coro delle proteste aveva prevalso: scuola gerarchica, scuola autoritaria, scuola di classe. Slogan un po’ stantii. In ogni caso, con le migliaia di assunzioni di questi mesi, e ora con il concorso, Renzi sta rovesciando la partita. Aveva cominciato con una buona dose di retorica, visitando le scuole elementari ogni settimana, accompagnato da imbarazzanti coretti giulivi di bambini in grembiule, preparati da maestre forse troppo zelanti. Ma poi la riforma è stata approvata, gli investimenti sono arrivati, e il concorso eccolo: si fa.

A gennaio Renzi aveva detto: «noi blairiani vogliamo education, education, education», cercando di dare ai provvedimenti del governo anche il tono di una scommessa politica, e di una rivoluzione culturale. È presto per dire se vi stia riuscendo, è abbastanza per dire che ci sta provando. Avrebbe potuto anche scomodare Antonio Gramsci e il suo elogio dello studio, per accontentare quella parte della sinistra a cui il nome di Blair fa venire l’orticaria, ma la sostanza non sarebbe cambiata: nel nostro Paese l’ascensore sociale non funziona, e la funzione della scuola rimane quella di mettere tutti i nostri ragazzi su un piede di parità.

La giornata di ieri è stata poi teatro di un’altra, importante decisione, su cui questo giornale si era lungamente speso: quella di tenere aperte le scuole di Napoli anche al pomeriggio, oltre l’orario scolastico, e anche durante il periodo estivo.  Ieri si è fatto un primo passo, e i primi milioni sono stati stanziarti per trasformare gli istituti scolastici in presidi di legalità, di civismo, di educazione alla cittadinanza. Le cronache di queste settimane ci hanno messo dinanzi ad una amarissima verità: l’età di quelli che sparano si è abbassata, e l’appartenenza familiare e sociale determina sin dall’adolescenza, entro determinati contesti, il destino criminale dei figli di camorra. Ripetere che forze dell’ordine e magistratura non bastano, che la sola repressione non basta è presso che inutile, se la scelta possibile in certi quartieri rimane una e una soltanto: quella della delinquenza organizzata. Perché i camorristi non se la passano male; perché il codice del rispetto e dell’onore legati alla violenza continua ad avere una presa molto forte; perché tutto passa di padre in figlio, in certe storie di camorra. Spezzare queste catene, economiche, sociali e valoriali, è possibile, ma per farlo c’è bisogno della scuola. Di docenti motivati e ben pagati, di istituti funzionanti e aperti al territorio.

Ieri è arrivato un primo segnale concreto. Se il concorso susciterà una nuova leva di docenti, con una sincera passione per le loro materie e la voglia di insegnarle ai più giovani, ne arriverà presto un altro, altrettanto importante.

(Il Mattino, 28 aprile 2016)