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Se il verdetto dei circoli è un plebiscito

città che sale

È un buon risultato: prima ancora che per i candidati, per il partito democratico nel suo insieme. Che è arrivato a questo primo tempo delle primarie dopo avere messo in fila la sonora sconfitta nel referendum sulle riforme costituzionali, la caduta del governo Renzi, la scissione del gruppo di dalemian-bersaniani, infine l’apertura della fase congressuale con le dimissioni del segretario nazionale: non proprio un percorso trionfale. Dopo il quale, però, l’organizzazione del partito conta nelle urne dei circoli democratici circa duecentomila voti, una cifra che in questo momento nessun altro partito è in grado di raggiungere in Italia, e che non sfigura accanto alle precedenti consultazioni del Pd. Questo è il primo elemento di cui occorre tenere conto. Gran parte delle ragioni polemiche sollevate nelle scorse settimane dagli «scissionisti» riguardava proprio il dato della partecipazione, lo stato del partito e la sua contendibilità: il risultato di questa prima fase, con il voto degli iscritti, mette la sordina a tutto ciò. Non che il Pd goda di buonissima salute, ma l’ampiezza del confronto democratico che si è svolta in questi giorni è fuori discussione (ogni paragone con i numeri delle comunarie grilline lo conferma ad abundantiam). Ed è ragionevole attendersi anche dalla seconda e decisiva fase – cioè dalle primarie del 30 aprile, aperte oltre che agli iscritti ai simpatizzanti e agli elettori del partito democratico – un numero forse inferiore a quello delle precedenti tornate, ma comunque robusto, e in grado quindi di offrire al vincitore una legittimazione piena.

Che è quella di cui anzitutto Matteo Renzi aveva ed ha bisogno, dopo il brusco stop del referendum. Per ora il voto gli dà ragione, perché sfiorare il 70% significa avere con sé, dentro il partito, una maggioranza molto larga, ben più larga di quella che raccolse nel 2013, quando prese, tra gli iscritti, il 45% circa, contro il 39% di Cuperlo. L’altra volta c’erano due candidature alternative, Pippo Civati (che raggiunse il 10%) e Gianni Pittella (che si fermò poco sopra il 5%), mentre questa volta c’era il solo Emiliano, che sembra aver superato la soglia del 5%, il che gli consentirà di partecipare comunque al voto del 30 aprile.

Questi essendo i numeri, il contesto in cui si svolgono queste primarie rimane assai diverso. Nel 2013 spirava nell’opinione pubblica un vento molto forte a favore di Renzi. Cuperlo era infatti il candidato di quelli che avevano «non vinto» alle elezioni politiche, cioè di Bersani e D’Alema: era a tutti evidente che il Pd doveva ripartire da un’altra parte, e che era scoccata dunque l’ora di Renzi. Il voto dell’8 dicembre lo confermò: Renzi prese oltre il 67% e Cuperlo crollò al 18%.

Stavolta lo sconfitto – non alle politiche, ma al referendum – è Renzi, ed è ancora da vedere quanta parte dell’elettorato del Pd è tuttora convinta di affidare a lui la ripartenza. Il voto di ieri dice però che, intanto, il partito lo segue. E partendo dalle percentuali di ieri è difficile ipotizzare il ribaltone a fine aprile. Che cioè Orlando, col 25% tra gli iscritti, riesca nel voto finale a scavalcare Renzi. Sarebbe un gran paradosso, dal momento che Orlando ha insistito sui limiti del progetto culturale e del profilo ideologico del partito, più che su correzioni da imprimere all’attività di governo; era quindi naturale che la sua proposta trovasse ascolto anzitutto tra gli iscritti. Sul suo risultato, tuttavia, ha sicuramente inciso la scissione: dal Pd sono usciti infatti quasi solo cuperliani. Del resto, fino all’ultimo Orlando aveva messo a disposizione la sua candidatura con l’obiettivo di tenere unito il Pd: quell’obiettivo è stato mancato, ma Orlando lo ha riproposto anche nella sua campagna elettorale, fino a mettere la sua mozione sotto l’insegna del verbo «unire».

Ora però il confronto si sposta nel Paese. È ragionevole attendersi un calo complessivo dei votanti, rispetto al 2013, e in fondo se ne può offrire già l’interpretazione. Se il voto andasse come il risultato di ieri lascia prevedere – con una vittoria di Renzi, limata nelle percentuali rispetto al 2013 soprattutto dal lato della affluenza – vorrebbe dire che c’è sicuramente una quota di consenso che il Pd deve recuperare, rispetto almeno ai picchi raggiunti tra le primarie e le europee del 2014, ma che non è affatto erosa la forte identificazione tra Matteo Renzi e il partito democratico. Questo, peraltro, sembra essere un dato strutturale, che la retorica sulla partecipazione spesso nasconde: l’elettorato che vota alle primarie è meno interessato alla dialettica interna e più coinvolto dalla sfida per la leadership. È in questi termini, peraltro, che prende vita la competizione. Non come una discussione sul modo di essere di sinistra, ma come una discussione sul modo in cui la sinistra può vincere le elezioni politiche. Renzi insiste nel dare questo preciso significato al voto, all’opposto di Orlando che ha finora tenuto a distinguere la sua candidatura alla segreteria dalla sfida per la premiership. Ma può passare questo messaggio, ora che il voto si allarga a una più ampia platea di votanti, non solo iscritti? Lo stesso Emiliano non proverà a giocarsi la sua partita mettendosi tutti i panni possibili, meno quelli del segretario di partito? Il suo risultato non dipenderà da quanta parte della società meridionale si vorrà togliere lo sfizio di esprimersi con un voto di sfiducia più o meno verso tutti quelli che somigliano a figure di partito (il che è un altro gran paradosso, trattandosi, come si diceva, della scelta del segretario)?

Se è così, se la posta in palio rimane la candidatura a Palazzo Chigi, allora sarà il senso degli elettori democratici per la leadership a decidere la partita.

Con un ultimo numero da tenere a mente. Del 40% che ha votato sì allo scorso referendum del 4 dicembre s’è detto giustamente che non era formato solo da elettori del Pd. Ma dentro quel voto di elettori ce ne sono probabilmente abbastanza per vincere, comunque, il congresso.

Il Mattino, 3 aprile 2017)

Sinistra senza voce di fronte alle urla della nuova destra

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Come quello che dice: capotavola è dove mi siedo io, così nel Pd (ma anche fuori del Pd) non sono pochi quelli che dicono che sinistra è là dove si trovano loro. Così l’ha messa Renzi ieri, e almeno su questo bisogna dargli ragione: non c’è persona di sinistra, da Marx in giù, che non abbia pensato almeno una volta che di sinistra sono solo le cose che dice lui.

Ma la giornata di ieri, e i fatti di questi settimane, raccontano tutt’altra cosa. Mentre il partito democratico avviava il suo percorso congressuale, con le dimissioni di Renzi, Nicola Fratoianni veniva eletto segretario della neonata formazione di Sinistra italiana. Di sinistre ce ne sarebbero, anzi ce ne sono dunque due, ufficialmente parlando. Però non basta. Perché in mezzo a quelle due ce ne sono già altre tre o quattro, se pure dai contorni ancora ufficiosi: c’è “Possibile”, il movimento di Pippo Civati; c’è il campo progressista di Giuliano Pisapia, in via di costituzione; c’è il drappello di Sinistra e Libertà, guidato da Arturo Scotto, che ha lasciato Sinistra italiana ancor prima che tenesse il congresso; e c’è la neonata associazione “Consenso” di D’Alema, che vorrebbe tanto fagocitare tutte le altre. E infine c’è la minoranza che uscirà dal Pd, in tutto o in parte, ma che non si sa ancora se farà un’altra cosa, diversa da tutte le altre, oppure si unirà a questa o quell’altra formazione già esistente.

In questa situazione, sarebbe facile fare dell’ironia, se la rappresentazione che la sinistra offre in questa fase non esprimesse un dramma vero, una difficoltà reale nell’affrontare uno dei frangenti più difficili della sua storia. Come un film già visto: la destra ritorna infatti prepotente, con parole d’ordine e identità ben riconoscibili, da Trump alla Le Pen, e la sinistra per tutta risposta si divide. Manca solo l’accusa di socialfascismo, perché il remake del Novecento sia completo.

Ieri Veltroni ha detto che il Pd è nato da una fusione, non da una scissione. È stata cioè una singolare eccezione. Perché nella sua storia la sinistra ha offerto molti più esempi di divisione che non di unione. Certo, li ha offerti su un terreno ogni volta diverso, perché le vicende storiche non si ripetono mai uguali, ma con almeno un motivo comune, rintracciabile nella presunzione di possedere una qualche ragione autentica, che la compromissione col potere, oppure con il governo, o con la modernità, o ancora, in termini politici, con il centro e i moderati ogni volta, rischierebbe di disperdere e consumare.

Non c’è altro modo di spiegare come i tre alfieri della minoranza, Rossi Speranza ed Emiliano, abbiano potuto ritrovarsi sotto la bandiera della rivoluzione socialista. Nessuno di loro può presentarsi infatti come un rivoluzionario di professione. Nessuno di loro ha trascorsi massimalisti. Nessuno di loro appartiene alla sinistra antagonista e anticapitalista. Però tutti e tre imputano al partito democratico di Matteo Renzi di aver smarrito le ragioni vere della sinistra, quelle che ne preservano l’autentica sostanza.

Intendiamoci: non mancano sicuramente motivi di più bassa lega per spiegare le manovre di questi giorni: i posti, le liste, la leadership. Ma resta il fatto che la coperta sotto la quale questo gioco si svolge è offerta da quel significante vuoto – si dice così – che viene riempito dall’interpretazione di volta in volta offerta di ciò che è veramente di sinistra.

Una parola-baule, insomma, dentro la quale ci si infilano cose molto diverse. E che però Renzi ieri non ha voluto lasciare alla minoranza, contestandone la pretesa di mantenerne il copyright. Di più: accusando i suoi avversari di conservare della sinistra solo la fraseologia, la prosopopea, i simboli del passato e le bandiere, senza però preoccuparsi minimamente di dargli forma compiutamente sul terreno concreto dell’azione di riforma.

Con i termini che ha impiegato – inclusione, attenzione alle periferie, diritti, terzo settore, ambiente – Renzi ha provato a sgranare il rosario di ciò che il Pd dovrà essere, o almeno di ciò che dovrà discutere, al congresso. Intanto però, ai nastri di partenza si può trovare, nel campionario delle idee della sinistra di oggi, tanto l’inno alla modernità, quanto la critica radicale della modernità; tanto l’europeismo più acceso quanto l’antieuropeismo più preoccupato; tanto il cambiamento della Costituzione quanto la sua tetragona difesa.

Secondo Bobbio, è uguaglianza il discrimine lungo il quale si costituisce l’identità della sinistra. Ma strumenti, politiche, istituzioni che debbono servire per contrastare le disuguaglianze non discendono univocamente da quella semplice idea. Basta vedere.

In primo luogo, le istituzioni. Renzi si è speso su una riforma della Costituzione che doveva dare al Paese istituzioni più semplici e meglio funzionanti. Per la minoranza che il 4 dicembre ha votato no, quelle riforme agevolavano una pericolosa deriva autoritaria: riducevano gli spazi di democrazia, compromettevano garanzie fondamentali. Erano parte di una cultura politica che privilegia il momento della decisione rispetto a quello della partecipazione. In altre parole: erano di destra. Stessa cosa l’Italicum: per Renzi, la nuova legge elettorale definiva finalmente i lineamenti di una democrazia decidente; per le minoranze, in combinato disposto con la riforma costituzionale, metteva in pericolo gli equilibri democratici del Paese.

In secondo luogo, le politiche. Il governo Renzi è intervenuto con leggi di riforma in diversi settori: nella pubblica amministrazione, nella scuola, nella giustizia, nel lavoro. Gli accenti che ha usato la minoranza in queste settimane di passione non hanno mai previsto una sola parola di difesa dell’attività di governo. Sbagliato il Jobs act, che nelle intenzioni del governo modernizza il mercato del lavoro, mentre per l’altra sinistra porta la macchia incancellabile di avere il gradimento di Confindustria e l’ostilità dei sindacati. Sbagliata la posizione sul referendum anti-trivelle: per la sinistra di governo bisognava contrastare ostilità preconcette, di carattere puramente ideologico, mentre per l’altra sinistra bisognava piuttosto contrastare i petrolieri, e magari il potere corruttivo dei loro denari. Sbagliata la riforma della scuola, che per il governo andava in direzione di una maggiore autonomia scolastica, e per gli oppositori invece mortificava irreparabilmente la figura docente. E ancora: sulla giustizia, la sinistra contiene fermenti garantisti e livori giustizialisti; sugli 80 euro, per gli uni sono stati la più grande operazione di redistribuzione fatta in questi anni; per altri sono stati poco più di una mancetta – come i bonus ai 18enni o ai docenti della scuola –, soldi che sarebbero stati meglio spesi in investimenti infrastrutturali.

Infine gli strumenti, cioè il partito. Renzi ha sicuramente assecondato una certa voga anti-politica. Di tagliare poltrone non ha mai rinunciato a parlare. Dell’abolizione del finanziamento pubblico ha fatto quasi un punto d’onore. Quanto però a valorizzare il partito come comunità, o come strumento di elaborazione intellettuale, non ha mai avuto molta voglia. Gli iscritti sono così calati: fisiologicamente per gli uni, patologicamente per gli altri. Il che si è tradotto in convinzioni di segno opposto anche in questa materia: sulla natura della leadership, sull’uso dei nuovi strumenti di comunicazione, sull’importanza del radicamento territoriale, sulle funzioni da assegnare alla dirigenza del partito.

Insomma, il partito democratico – e più in generale il frastagliato arcipelago della sinistra – ha dovuto in questi anni discutere praticamente su tutto, provando a fornire declinazioni diverse su ciascuno di quei temi. Ma nella stretta finale le distinzioni vengono meno, le differenziazioni sfumano, e rimane il significante da riempire sempre allo stesso modo: da un lato ci sono quelli che Renzi è un intruso (e un sopruso), dall’altro quelli che le anticaglie meglio mollarle una volta per tutte, la sinistra non può più essere quella.

E allora cos’è? È Zeman, ha detto una volta D’Alema e anche a lui, almeno su questo, bisogna dargli ragione: gioca bene ma prende tanti gol. A dire il vero, fa pure qualche autogol.

(Il Mattino, 20 febbraio 2017)

La veloce parabola di un’utopia

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C’è qualcosa che non è andato per il verso giusto, nel partito democratico, se Rossi Speranza ed Emiliano, tutti candidati della minoranza alla segreteria di un partito nel quale non è affatto detto che rimarranno, tengono oggi una manifestazione sotto la parola d’ordine della «rivoluzione socialista».

Non è la parola «socialista» fuori posto, dal momento che proprio il Pd ha completato quell’approdo nel socialismo europeo che non era riuscito né al Pds né ai Ds. Achille Occhetto, dopo l’89, ne aveva fatto anzi quasi un punto d’onore, di non lasciare la tradizione comunista per passare in quella socialista. E invece è andata così, e non poteva che andare in tal modo, perché l’unica famiglia politica europea in cui poteva riconoscersi il Pd, partito che doveva riunire tutte le tradizioni del riformismo italiano in un soggetto politico unitario, era il partito socialista.

Ma rivoluzione? Non era il Pd il risultato dell’avvicinamento della sinistra italiana all’area di governo? Da dove viene questa pulsione a rovesciare tutto il percorso compiuto finora dai democratici?  L’uso della parola indica in realtà l’esigenza di marcare la propria identità di sinistra dopo anni che vengono oggi, nel momento della rottura, avvertiti come anni di disorientamento, di smarrimento, di tradimento di storie ed ideali. Anni in cui la sinistra ha governato ma, evidentemente, senza più esser se stessa, almeno per i tre rivoluzionari. La parola «rivoluzione» viene usata allora nel suo significato astronomico: dopo un lungo giro, si torna alla casella di partenza. Che forse non sarà il ’21, oppure il ’45, ma non può essere neppure il 2007, l’anno in cui Veltroni vince le primarie e prende la guida del Pd. E, a dire il vero, non può essere nemmeno il ’96, quando nasce l’Ulivo di Prodi: che socialista non era ma democristiano di sinistra. La rivoluzione di Rossi Speranza ed Emiliano non ha una data assegnabile, ma addita un’origine mitica da qualche parte nel passato: pura e non contaminata dai compromessi accettati per andare al governo. L’euro, le riforme sul lavoro, quella delle pensioni, le liberalizzazioni, il pareggio di bilancio: è possibile che i tre abbiano di qui in avanti per tutti questi capitoli del ventennio trascorso solo parole di critica, per provare a coagularsi con tutto quello che si muove alla sinistra del Pd.

Questo balzo di tigre nel passato fa però sorgere il sospetto che avesse ragione D’Alema quando, a un anno dalla nascita del Pd, nel 2008, descriveva il Pd come un «amalgama mal riuscito». La sua motivazione ideologica più forte doveva stare nel superamento delle divisioni sociali, culturali e politiche che avevano dato forma alla prima Repubblica. In questi termini ne aveva parlato lo storico Roberto Gualtieri, oggi europarlamentare, nel seminario di Orvieto organizzato da Ds e Margherita nel 2006, proprio in vista della nascita del Pd. In quell’occasione il segretario dei Ds di allora, Piero Fassino, aveva sostenuto che era venuto meno il fattore che aveva enfatizzato le differenze tra le diverse culture riformiste italiane socialiste, liberaldemocratiche, cattoliche: il Muro, la divisione del mondo in due. Ma i fatti testimoniano un’altra cosa: se davvero Rossi Emiliano e Speranza compiranno, al grido di “rivoluzione”, il secondo passo fuori dal Pd – il primo avendolo già compiuto D’Alema, con il varo dell’associazione “Consenso” – e se pure il grosso dei bersaniani seguirà, si dovrà dire che la vera motivazione a stare sotto uno stesso tetto risiedeva in realtà nel contesto istituzionale: nell’impianto maggioritario della seconda Repubblica, tendenzialmente bipartitico, e nella personalizzazione della leadership politica. Si trattava insomma di un matrimonio di convenienza: per sfidare il centrodestra tenuto insieme da Berlusconi, ci voleva qualcosa di più di una coalizione fra forze eterogenee. La “macchina da guerra” di Occhetto, nel ’94, non era bastata, l’Ulivo si era rotto e l’Unione si era rivelata una confusa accozzaglia.

Ora però il contesto è mutato di nuovo: con la sconfitta di Renzi al referendum il sistema vira daccapo verso soluzioni di tipo proporzionale – senza premi di lista, senza collegi uninominali, senza correttivi di tipo maggioritario – e allora ognuno può tornare a vestire i panni che gli somigliano di più, senza neppure dover sopportare la fatica di essere minoranza.

Una tal fatica si è fatta negli anni sempre più insopportabile, e questa è un’altra, profonda trasformazione di sistema che ha inciso su giudizi e comportamenti. I partiti sono sempre di più come cozze attaccate allo scoglio dell’istituzione: non riescono a vivere di una vita propria, intorno ai circoli o alle sezioni. Non riescono ad essere un vero soggetto collettivo, una “comunità di destino”, con la conseguenza che prevedono sempre meno spazi di azione effettiva per le minoranze. Dove sono infatti le minoranze nei Cinquestelle, o in Forza Italia, o negli altri partitini che punteggiano il panorama politico? Il Pd, da questo punto di vista, costituiva non la regola ma l’eccezione. Per quanto prepotente si voglia ritenere il piglio di Renzi, anche in questo caso è una logica di sistema a prevalere, più che l’interpretazione personale che ne offrono i protagonisti.

E tuttavia: davvero non era possibile trovare nel Pd un denominatore comune? Che è quanto dire: davvero il Pd non ha più una «mission» davanti a sé? Quando al Lingotto di Torino, proprio là dove Renzi pare oggi intenzionato a tornare per rilanciare la sua corsa alla segreteria, Walter Veltroni tenne il suo primo discorso da segretario in pectore dei democratici, disse, fra le altre cose, che l’Europa stava andando a destra perché la sinistra in quegli anni era apparsa «imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa». Questa doveva essere il «focus imaginarius» del partito democratico. Ed esso era posto abbastanza lontano dalle origini perché alla guida del partito potessero succedersi, dopo Veltroni, un democristiano di lungo corso come Dario Franceschini, un pragmatico comunista emiliano come Pierluigi Bersani, un ex sindacalista socialista della CGIL come Guglielmo Epifani, infine un altro democristiano, come Matteo Renzi, che però non possiede nessuno dei tratti riconducibili alle storie della prima Repubblica. A guardarla così, questa vicenda appare tutto meno che monolitica, e il Pd la cosa più contendibile che ci sia stata sul mercato politico italiano in tutti questi anni.

Perché allora questa vicenda appare alla minoranza ormai priva di futuro? È una domanda che, come spesso capita, ha una risposta nobile e una meno nobile. La risposta nobile fa riferimento alla linea del partito, che deve essere addirittura rivoluzionata dopo anni di timidezze nei confronti delle politiche neoliberiste dominanti. Il baricentro del partito deve essere spostato più a sinistra e non può certo essere Renzi a farlo. Questa risposta coglie almeno in parte nel segno, anche se ha il difetto di trascurare che quasi tutti quelli che vogliono oggi cambiare drasticamente l’indirizzo politico e culturale del partito ne hanno condiviso la rotta, più o meno sempre la stessa nonostante il pendolo dei segretari. La risposta meno nobile fa invece il seguente ragionamento: posto pure che il congresso non consenta alla minoranza di contendere effettivamente la leadership di Renzi, quale probabilità ha il segretario di sopravvivere a una eventuale sconfitta elettorale? Nessuna. E allora perché non aspettare che si schianti, per poi ricominciare daccapo? C’è, d’altra parte, altro modo di ricominciare che non passi attraverso le urne? Non è stato così con Bersani (e prima con l’Unione, con l’Ulivo, con Occhetto?). Se questo ragionamento non passa, non sarà che la minoranza vuole garanzie sulle prossime liste che Renzi non è disposto a dare? Ma questa risposta è meno nobile, e in un momento così drammatico non dovrebbe nemmeno sfiorarci la mente.

(Il Mattino, 18 febbraio 2017)

Se le regole non bastano

ImmagineNihil sub sole novi. Altro che novità, discontinuità, rottamazione: non c’è niente di nuovo sotto il sole. Un sistema definitivo per tenere imbroglioni e furbastri fuori dai partiti purtroppo non è stato ancora inventato, e si vede. In verità, il regolamento del Pd, che si accinge a celebrare il congresso, ha tutte le cose a posto: i garanti, gli organi di controllo, l’anagrafe degli iscritti, le procedure per i ricorsi e così via. Ma ovviamente non basta, se i candidati si combattono a colpi di pacchetti di tessere. La commissione nazionale per il congresso, con delibera n. 19 dello scorso 10 ottobre, ha fissato i requisiti per il tesseramento: l’iscrizione è individuale, sono esclusi dall’Anagrafe degli iscritti gli appartenenti ad altri movimenti politici, chi partecipa al voto sottoscrive una impegnativa dichiarazione di sostegno al partito democratico. Ma è come svuotare il mare con il secchiello: in omaggio ad una retorica irresistibile che chiede alle organizzazioni di partito, e solo a quelle, di scegliere i propri leader non solo tra i propri iscritti ma anche tra gli aderenti dell’ultimora, le primarie sono aperte ed esposte ad ogni vento. Ed anche, naturalmente, ad ogni colpo basso. Se ne sono avuti esempi, e ancora se ne avranno. A Napoli come nel resto del Paese.

La risposta standard a questo tipo di preoccupazioni nel partito democratico è: noi almeno il congresso lo celebriamo. Noi almeno siamo un partito, non una formazione personale o padronale, non un movimento carismatico, non un raggruppamento estemporaneo. Perciò vigileremo, cercheremo di evitare ogni inquinamento, ma il percorso congressuale deciso resta il più democratico e inclusivo.

Sarà, ma non basta. Non si tratta infatti di regole e formalità da rispettare, ma di funzione e identità da recuperare: quello che i partiti hanno smarrito nel progressivo smottamento della seconda Repubblica, complici anche pessime leggi elettorali, e che stentano drammaticamente a ritrovare. Due anni fa Michael Moore dedicò un film al fascino esercitato sui migliori cervelli di un’intera generazione dalla ricerca di sempre più sofisticati algoritmi finanziari. Di recente, uno dei più grandi intellettuali viventi, George Steiner, ha posto la medesima questione: quale futuro stiamo disegnando, se le menti giovani più brillanti sono attratte non dalle istituzioni politiche di un paese, ma solo dalle sue architetture finanziarie. Di questo infatti si tratta: di come portare intelligenze nuove alla guida del Paese, di come formare una nuova classe dirigente. Non sarà naturalmente il congresso del Pd a invertire l’allarmante tendenza denunciata da Moore e Steiner. Ma se i partiti rinunciano al compito di selezionare funzionari e dirigenti all’altezza, se perdono ogni capacità di visione dedicandosi soltanto al rastrellamento di pacchetti di tessere, se rinunciano alle idee, se si mutano in agenzie di collocamento per aspiranti amministratori, se consentono i più spericolati gattopardismi e ripropongono i più impresentabili notabilati, allora i numeri gonfiati del tesseramento potranno anche essere combattuti a colpi di carte bollate, ma metteranno comunque piombo nel corpo del Pd. E a quello napoletano non basterà certo un quesito referendario per restituirgli il colpo d’ala.

(Il Mattino, 24 ottobre 2013)

I democratici separati in casa e divisi su tutto

ImmagineLa presa di distanza del Presidente del Consiglio dal documento di «blindatura» del governo preparato dal fedelissimo Francesco Boccia si può tradurre anche così: nel variopinto gioco dell’oca in cui il partito democratico è impegnato da diverse settimane, in vista del congresso, il presidente della commissione Bilancio, onorevole Francesco Boccia, deve tornare alla casella di partenza. La via da percorrere è ancora lunga, e, a quanto pare, disseminata di piccole trappole e sottilissimi tranelli (finché qualcuno non fa saltare per aria l’intero tabellone). Boccia ci ha provato, ma le perplessità hanno di gran lunga superato le adesioni, e così Letta ha tolto il documento dal tavolo.

Ma la chiave di lettura del florilegio di dichiarazioni che ha spinto ai margini del gioco l’iniziativa dello zelante Boccia va cercata in una parola del vocabolario psicanalitico: denegazione. Che è sì una negazione, ma è una negazione che afferma. La negazione serve anzi proprio per far affiorare nel dibattito pubblico il contenuto proibito, che altrimenti, senza la clausola negativa, non potrebbe essere affermato. Così, con  Napolitano nella veste del censore superegoico, sullo scacchiere del Pd trapelano le pulsioni non apertamente confessabili dei suoi protagonisti. Renzi vuole andare al governo, e non vuole più aspettare. Ma i renziani possono dirlo solo in forma «denegativa»: essi «non» vogliono la caduta di Letta. Grazie alla negazione, il contenuto libidico, però, tracima. Dopodiché a Renzi non è ancora venuto il tiro che manda a casa Letta e consente a lui di raggiungere l’obiettivo, ma è chiaro che ben difficilmente accetterà di saltare un turno. I renziani si muovono così, in vista del congresso, allo scopo di incrinare tutto quello che può cristallizzare la situazione politica per un paio di anni, fino all’obiettivo 2015, che rappresenta invece la meta indicata da Letta ufficialmente, fin dal suo insediamento.

Altrove serpeggiano preoccupazioni dissimili, ma che possono essere sottoposte allo stesso trattamento analitico. Quando il più autorevole candidato alla segreteria del Pd, di provenienza diessina, Gianni Cuperlo, dichiara che, sia o no il Pd un partito di sinistra, quel che è certo è che senza sinistra un partito democratico non c’è e non ci può essere, indica un’altra linea di confronto: come si scomporranno e ricomporranno le tradizioni politiche e culturali che han dato vita al Pd? Sono definitivamente rinsecchite o hanno ancora linfa vitale? Buona domanda. Ma applicate ora la regoletta di prima, togliete il «non» e rileggete: le parole di Cuperlo danno forma a un’inquietudine inedita,  che cioè il Pd possa effettivamente avviarsi ad essere un partito senza più una traccia riconoscibile di sinistra. Il che sarebbe peraltro un paradosso, anzi il compimento del paradosso italiano (dopo l’anomalia berlusconiana, sulla destra dello schieramento): la costruzione di un bipolarismo che non si avvicini, ma anzi si allontani il più possibile dalla modalità del confronto politico europeo, che vede di regola confrontarsi partiti socialisti e partiti popolari. Eppure, dentro il corpo del partito democratico una pulsione del genere si avverte. E, come nel caso dell’ambizione di Renzi, così anche in questo caso di mezzo, volente o nolente, c’è il governo: chi infatti, soprattutto tra gli ex-margheritini del Pd, coltiva il desiderio di sbarazzarsi definitivamente di quel che resta della sinistra italiana, fa il tifo per un confronto Letta-Renzi per la leadership del partito che difficilmente lascerebbe immutato il quadro politico attuale.

Accanto alle due principali linee di frattura – quella che passa intorno alla selezione della leadership e quella che investe la cultura politica del partito democratico – altre microfratture rendono complicato lo spostamento delle pedine sullo scacchiere del Pd. A cominciare dall’araba fenice della riforma elettorale: che si faccia ognun lo dice, come far nessun lo sa. Ma è chiaro che, in qualunque direzione si vada, per semplici ritocchi o per organiche revisioni dell’attuale porcellum, una nuova legge elettorale disegnerà un nuovo scenario politico.

E non finisce qui. Perché nel Pd c’è ancora chi, nonostante il deludente esito elettorale (e la pessima figura nell’elezione del presidente della Repubblica), non vuol saltare un giro, e anzi volentieri ripeterebbe la partita di febbraio. E c’è chi, invece, vuole lanciare due volte i dadi: per prendersi in un colpo solo il partito ed il governo. Anche queste diverse ambizioni difficilmente saranno contenute entro gli attuali equilibri.

Per cui, da qualunque parte si guardi l’avvicinarsi del congresso democratico, non si può non registrare l’accumularsi di tensioni, e il governo come un muro di contenimento solcato da piccole crepe che minacciano di allargarsi. Forse, se la situazione non precipita, è perché nessuno ha ancora il coraggio, forza o anche solo la visione di quel che potrà esserci oltre quel muro.

(Il Mattino, 20 agosto 2013)

La tattica dei conti rinviati

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Con l’accordo su Guglielmo Epifani il partito democratico prova a fare un primo passo dopo la crisi in cui è precipitato all’indomani delle elezioni. L’Assemblea Nazionale di oggi dovrebbe infatti votare il nome sul quale le diverse componenti del Pd hanno faticosamente trovato un’intesa, anche se, visto lo stato di salute del Pd, non si può escludere che qualcos’altro accada durante i lavori dell’Assemblea.

Un primo passo, ma in quale direzione? Tutta la discussione che è seguita alle dimissioni di Bersani è stata infatti condotta in cerca di un nome che non comportasse immediatamente scelte nette, che il Pd, evidentemente, in questo momento non è in grado di sostenere. Si è pensato perciò che di qui al prossimo congresso bisognasse affidarsi non a un segretario a pieno mandato, ma ad una figura la meno divisiva possibile, meglio se debole e politicamente non ingombrante, meglio ancora se disponibile solo per questa fase di transizione verso il congresso, e indisponibile a proseguire oltre. Alla fine la scelta è caduta su Epifani, figura più che dignitosa, con una storia sindacale e politica importante; ma basta guardare ai nomi circolati nelle ore che hanno preceduto l’accordo per rendersi conto di quali siano state le preoccupazioni e i motivi che hanno ispirato la scelta. In cerca di un traghettatore, di un reggente, o di una qualunque cosa non somigliasse a un segretario politico, il Pd ha provato a  accordarsi su nomi come quelli di Roberto Speranza o di Enzo Amendola, che indicavano una continuità netta con la segreteria uscente, ma avevano il pregio di non essere esponenti di primissima fila. Speranza, in realtà, essendo già stato promosso a capogruppo alla Camera, aveva ogni buona ragione per non avventurarsi in un incarico a tempo, da consumarsi preferibilmente entro una scadenza ravvicinatissima: era il primo a non crederci, insomma, e a non volerlo. Amendola, segretario dimissionario del Pd campano che non ha certo brillato nel risultato elettorale, poteva essere tuttavia il prescelto per la sua funzione semi-istituzionale di coordinatore nazionale dei segretari regionali – una carica, peraltro, che solo l’ubriacatura ideologica federalista, che in questi anni ha tramortito l’Italia (non solo il Pd), può spiegare, ma che non ha lasciato tracce visibili nell’organizzazione di partito: nonostante questo, o forse proprio per questo, è stato per qualche ora fra i papabili. Anche perché nel frattempo cadevano le candidature di Vannino Chiti o di Anna Finocchiaro, nomi questi di maggiore peso e sicuramente meglio profilati. Ma per la singolare legge della proporzionalità inversa fra peso politico e opportunità che in questo momento di disorientamento il Pd ha creduto di applicare, non potevano fare al caso. Alla fine il pendolo si è fermato sul nome di Epifani. Qualcuno deve essersi reso conto che anche all’autolesionismo c’è un limite.

Epifani, cioè il capolista del Pd a Napoli, insieme a Enrico Letta: a giudicare dalle responsabilità alle quali sono chiamati, si direbbe che da queste parti il Pd sia andato benone! E invece non è così, ma il fatto è che questa decisione non consegue ad un’analisi del voto, men che meno da una discussione sulle strategie adottate e su quelle da adottare, ma solo dall’intenzione di rinviare tutto al congresso. Al momento, non è nemmeno chiaro quali decisioni l’Assemblea prenderà sui nodi rimasti aperti, cioè sui tempi e le modalità di svolgimento del congresso. Il tratto politico più evidente che si accompagna alla scelta di Epifani – salvo sorprese dell’ultima ora, o dell’ultimo militante del Pd che dei primi prende a fidarsi sempre meno – è la continuità con la precedente segreteria. E in effetti, nonostante il tourbillon di nomi circolati, da questa esigenza di continuità il Pd non si è mai discostato.

Sembra incredibile, ma è così. Il Pd di Bersani si è comportato – e scegliendo ancora la continuità si sta comportando – come quel corridore che, tagliato il traguardo, continua la corsa ancora per qualche metro, prima di fermarsi del tutto. Solo che, quando vince, quello è il tempo in cui piovono gli applausi del pubblico; ma piove ben altro quando invece ha «non vinto». Un’espressione, quella usata da Bersani, che con qualche cattiveria si potrebbe tradurre così: il Pd ha perso a sua insaputa.

E davvero ha proseguito poi, nelle settimane successive, nell’insaputa generale. Come se non sapesse che con Grillo non avrebbe potuto mai stringere accordi, Bersani lo ha perseguito per più di un mese. Come se non sapesse che, se una possibilità c’era di fare un accordo coi Cinque Stelle, passava per un suo passo indietro, ha invece chiesto per sé l’incarico. Come se non sapesse che nessuno avrebbe creduto a un accordo su Franco Marini che non si ripercuotesse sul governo, ha sostenuto che si poteva dialogare con Berlusconi sulla presidenza della Repubblica in uno spirito puramente istituzionale, salvo essere smentito da Marini medesimo, che in un’intervista ha dichiarato il contrario. Come se non sapesse che, a quel punto, ripiegare su Prodi avrebbe comportato una piroetta di 360º, che nessun partito può compiere come un sol uomo in poche ore, ci ha provato lo stesso, portando il Pd alla disfatta.

Come se non sapesse tutto questo, e come se non fosse urgente dotarsi di una piattaforma politica chiara – perché si può fare il governo anche con Belzebù, ed anzi lo si è fatto, ma dentro una strategia politica e non in stato di necessità, senza avere più il coraggio di rivendicare nulla – l’Assemblea è chiamata ad avallare una linea di continuità non per convinzione, ma per mancanza di alternative.

Così succede che le alternative si formano, ma fuori dall’Assemblea. Renzi, infatti, si tiene alla larga. E D’Alema sta a Barcellona, e non sa se arriverà, anche perché ormai, così dice, ha il «core business» all’estero. E se è vero quello che ha raccontato Peppino Caldarola, che D’Alema rinviò a gennaio la presentazione del suo ultimo libro per non fare ombra a Bersani nel duello con Renzi, forse si può dire che, oggi, le ombre tornano ad allungarsi: il rinvio è finito, e quello che dovrebbe essere un primo passo ha invece il sapore dell’ultimo, fatto inutilmente dopo la «non vittoria» sulla linea del traguardo.

Il Mattino, 11 maggio 2013