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Partiti e regole se la riforma resta a metà

298092103-acqua-minerale-frizzante-bicchiere-da-acqua-bottiglia-dell'acqua-anidride-carbonica.jpgLa notizia è: la norma che andava di traverso ai Cinque Stelle non c’è. In Commissione Affari Costituzionali, dove è arrivato il testo predisposto dal relatore, Matteo Richetti, del Pd, non c’è più l’obbligo, per i partiti politici, di dotarsi di uno statuto. Se ne parla da tempo e la materia è nota: si tratta dell’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che chiede ai partiti di concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale, ma lascia fare a ciascun partito come meglio crede, senza imporre controlli o richiedere garanzie.

Ma è dal giorno in cui l’Assemblea Costituente licenziò il testo, che si aspetta la legge sui partiti (si dice). In realtà non è così, perché per molti anni si è ritenuto al contrario che la libertà per i cittadini di associarsi politicamente in un partito dovesse piuttosto essere messa al riparo dalle intrusioni dei poteri pubblici: quindi, meglio non fare leggi. Negli ultimi anni tuttavia, non solo in Italia, lo sfarinamento dei partiti tradizionali e l’emergere di formazioni politiche costituite su linee di faglia inedite (etniche, territoriali o confessionali) ha riproposto il problema, aggravato nel nostro Paese da una profonda perdita di credibilità della politica. Alla legge si cerca dunque di affidare anche il compito di restituire un pezzetto di fiducia, recuperando ai partiti la fisionomia di un canale di partecipazione aperto e trasparente, non già quello – prevalente agli occhi dei cittadini – di uno spazio contrapposto alla società civile, riservato ad addetti ai lavori e cementato da vincoli di casta.

Ora però, dal testo presentato da Richetti è scomparso uno dei requisiti fondamentali sui quali si fondano le garanzie degli iscritti: la presenza di uno statuto, nel quale sia tracciata con chiarezza la forma democratica di organizzazione del partito. Al suo posto, per quelle forze che proprio non ne vogliono sapere, viene introdotta la più pallida figura della «dichiarazione di trasparenza», in cui devono essere previsti alcuni requisiti minimi: sede legale, legale rappresentante, organigramma, modalità di selezione dei candidati. È chiaro che se gli effetti saranno simili a una registrazione vera e propria, allora stiamo giocando con le parole; viceversa, stiamo giocando con la legge, stiamo cioè rinunciando a darle il carattere che deve avere.

Il fatto è che i Cinquestelle non vogliono lo statuto perché non vogliono dichiarare di essere un partito. Non vogliono cioè dichiarare di essere quello che la Costituzione prevede che siano i soggetti della politica democratico-parlamentare. Cambiando le parole, la contraddizione non la si scioglie: la si aggira.

E, per altro verso, si corre il rischio, per non avere grillini fintamente allarmati dall’autoritarismo della maggioranza, di non fare un deciso passo avanti verso quell’autonomia della politica che prevede la formazione di soggetti forti, autorevoli, fondati su regole chiare e trasparenti. Regole, soprattutto, azionabili dagli iscritti. Poiché toccherebbe a loro fare, o spingere i partiti a fare, quello che altrimenti è la magistratura – o meglio il circuito mediatico-giudiziario – a fare.

Ma parliamoci chiaro: cosa c’è che non va in un vincolo statutario liberamente adottato da un partito? Richiederlo, non significa certo pretendere da ciascun partito lo stesso modello di democraticità interna. E, a rigor di logica, per un soggetto che è titolare per legge di alcune pubbliche funzioni, e che dunque non è equiparabile ad una associazione non riconosciuta – dal momento che la legge riserva ai partiti e non a una qualunque associazione la possibilità di presentare liste e candidature nonché l’accesso alle forme indirette di finanziamento pubblico – a un soggetto così chiedere di darsi uno statuto tutto sembra meno che una richiesta eccessiva. Sembra, anzi, buon senso.

La proposta del relatore introduce però un altro requisito, di non piccola importanza. E cioè il diritto per gli iscritti di consultare l’elenco di tutti gli aderenti.

Conoscere nome e cognome di chi si è fatta la tessera è utile non solo per fraternizzare amichevolmente fra amici e compagni, ma perché rende un po’ più difficile la gestione per pacchetti di voti del parco iscritti, e riduce così la presa dei capi-bastone sulla vita del partito. Diciamo allora: la mancanza di una regolamentazione per legge ha finora consentito ai partiti di gestire in maniera largamente discrezionale tanto il rapporto esterno – con l’amministrazione e i poteri dello Stato – quanto quello interno con gli iscritti. Su questo secondo versante al momento c’è qualcosa in più, sul primo qualcosa in meno di quello che ci poteva essere.

Il bicchiere è mezzo pieno, ma forse lo si può ancora riempire un altro po’.

 

(Il Mattino, 4 maggio 2016)

Erri, l’assoluzione e le parole sbagliate

Acquisizione a schermo intero 20102015 153225.bmpLe parole pronunciate da Erri De Luca prima della sentenza meritano un commento, ed è una fortuna – anzi: una gran bella notizia – che lo scrittore napoletano sia stato assolto dall’accusa di istigazione al sabotaggio: la vicenda processuale finisce in un nulla di fatto, e rimane la possibilità di discutere delle parole. Poiché le parole sono importanti – come De Luca non manca di sottolineare – non sarà una discussione inutile.

De Luca ha detto ieri due cose: la prima è che c’è la Costituzione, la quale all’articolo 21 afferma il diritto alla libera manifestazione del pensiero. Persino a De Luca è tuttavia chiaro che oltre alla Costituzione c’è il codice penale, ma per lo scrittore l’articolo che lo doveva riguardare è di dubbia costituzionalità. Pure, egli non ha voluto che fosse dai suoi avvocati sollevato formalmente  il dubbio: la Costituzione – ha detto – «si difende al piano terra della società», l’eventuale ricorso avrebbe portato la discussione in una camera di consiglio in cui non si sarebbe sentita la voce del popolo. E sia.

La seconda cosa che ha poi detto concerne il verbo incriminato: sabotare. De Luca ha orogogliosamente ribadito il suo pensiero: la TAV va «intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell’aria e dell’acqua». E ha rivendicato la parola «nel suo significato più efficace e ampio», ricorrendo al quale ha ritenuto di avere tutto il diritto di esprimere il suo «sostegno verbale a un’azione simbolica». Qui però casca l’asino (cascava pure prima, ma qui casca di più).

Nonostante la puntigliosa difesa delle parole, De Luca, infatti, le cambia un po’. Un’astuzia che non gli fa onore. Nell’appassionata difesa non violenta di ieri, per la quale ha pensato bene di scomodare persino Mandela e Gandhi, ha infatti furbescamente derubricato il sabotaggio da lui appoggiato verbalmente ad «azione simbolica»: una cosuccia dimostrativa, insomma. In passato, De Luca ha fermamente sostenuto tutt’altro, che cioè quando è minacciata la nostra salute «qualunque forma di lotta» è lecita: mica solo la lotta simbolica. D’altra parte, il sabotaggio simbolico, condotto con azioni simboliche, magari da grandi uomini simbolici come lui, non avrebbe bisogno di accampare la legittima difesa, cosa che invece De Luca fa, come se si trattasse di opporre eroicamente violenza (di inermi cittadini) a violenza (dei poteri dello Stato). Bisognerà allora che De Luca dia una nuova intervista – siamo certi che le occasioni non gli mancheranno – in cui chiarire se il sabotaggio che sostiene verbalmente è un sabotaggio simbolico o un sabotaggio reale, o forse simbolico in tribunale e reale in Val di Susa.

Ma il significato della parola che ha inteso usare è quello «più efficace ed ampio». La qual cosa deve significare: prendete il vocabolario, notate pure che una stessa parola ha accezioni diverse, alcune proprie altre meno proprie, e lasciate a me di prendere quello che più mi aggrada: quello ampio. Il che ci sta. Non però fino al punto di fare come Humpty Dumpty, quel bizzarro personaggio delle storie di Alice che cambiava i significati alle parole come gli pareva e piaceva. Neanche uno scrittore se lo può permettere. Nemmeno uno scrittore assurto a simbolo. I significati, infatti, sono pubblici, e lo stesso vocabolario (come la lingua) è un’istituzione sociale. E dunque: se capita che il codice chiami sabotaggio un certo tipo di azioni, e provi a darne una definizione stretta – proprio per sottrarre al capriccio l’incriminazione di una condotta – appellarsi ai significati più ampi e parlare di azioni simboliche quando si finisce sotto processo è un po’ ciurlare nel manico, si sia o no scrittori. Se De Luca sosteneva azioni simboliche, come oggi dice, chiedeva evidentemente ai sabotatori di non essere preso troppo alla lettera: solo che non aveva l’onestà intellettuale di dire la cosa così, con questa chiarezza. Lui ha buttato lì la parola sabotaggio, nel significato ampio, e pazienza se altri l’hanno intesa o la intendono in un’accezione più stretta. Lui dice oggi che se ne viene simboleggiando, e pazienza se altri lo prendono in parola. Questa sarà anche libertà di parola, ma somiglia anche ad un piccolo imbroglio.

Basta: De Luca andava assolto perché il fatto non sussiste, e perché non si fa una gran figura a inseguire in tribunale simili peripezie verbali. Ma la discussione sulle parole vale per smascherare le pose dello scrittore, che avrebbe benissimo potuto (e certo ancora potrebbe) mostrare tutta la sua solidarietà ai manifestanti della Val di Susa senza sentire conculcata la libertà di parola: sua e di nessun altro. E le tirate sulla Costituzione possono pure esserci risparmiate, tanto più che dell’articolo del codice penale che fa inorridire De Luca i giuristi discutono da gran tempo, senza aver bisogno di testimoni attempati che dimostrino quanto sia difficile inquadrare le condotte sotto la fattispecie in questione. E anche questa idea che le questioni costituzionali siano roba da legulei, che non c’entrano nulla col parlar franco di uno scrittore o con le pratiche di resistenza di un popolo, beh: suona come uno spaventoso passo indietro sul piano della civiltà giuridica, anche se forse piace agli inventori di simboli.

Insomma, dica De Luca quel che vuole, scandisca pure forte le sue parole contrarie, ma lasci perdere tutto il resto: la libertà la Costituzione e i poteri dello Stato, che stanno decisamente su un altro piano. Lo Stato, quello Stato violento che lui combatte, lo ha mandato assolto.

(Il Mattino, 20 ottobre 2015)

Dice il saggio

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Scrive ad esempio Ernst-Wolfgang Böckenförde: «Il potere costituente deve essere concepito anche come entità politica reale, che fonda la validità normativa della costituzione. Come tale, non può certo sussistere all’interno o sulla base della costituzione, ad esempio come un organo da essa creato, ma deve preesistere alla costituzione e ai pouvoirs constituées da essa delimitati e regolati. Proprio in questa pre- e sovraordinazione rispetto ai pouvoirs constituées vi è la peculiarità del potere costituente».

Ora, io non credo di aver portato, con le parole dell’eminente giurista tedesco, un esempio indovinato.

(L’Unità, 9 giugno 2013: continua qui)

La scorciatoia per il deserto referendario

Nel libro che Gore Vidal ha dedicato ai padri costituenti degli Stati Uniti d’America è riportato, sul finire, il malinconico ricordo di un mattino a casa di John Fitzgerald Kennedy. Tra una partita a backgammon e un sigaro, Jackie domanda all’amico scrittore come fu possibile che il secolo XVIII producesse geni del calibro di Franklin, Jefferson o Hamilton, mentre tra la gente potente e influente dell’epoca sua non vi erano che mediocrità. «Il tempo. Loro ne avevano di più», risponde Vidal. E Kennedy di rimando osserva che, effettivamente, più nessuno ha il tempo di rileggersi «tutti quei dibattiti sulla Costituzione».
Nel dibattito sulle riforme costituzionali che affligge l’Italia da un bel po’ di anni pare che sussistano entrambe le condizioni che definivano, agli occhi dei due amici, la mediocrità:

Il seguito lo trovate su Left Wing, dove trovate anche uno splendido articolo di Claudio Sardo, di segno un po’ diverso dal mio.