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Come non ripetere gli errori e tornare a parlare alla città

Magritte time Transfixed 1938

R. Magritte, Time transfixed (1938)

Il bello comincia adesso, ora che ci sono i nomi dei candidati alla segreteria provinciale del partito democratico napoletano: Nicola Oddati, Massimo Costa, Tommaso Ederoclite. Il primo è sostenuto dall’area ex Ds, compreso il governatore De Luca; il secondo dall’area ex Margherita; il terzo dal Comitato Trenta, di quelli che hanno provato a non intrupparsi né con gli uni né con gli altri. Sarà congresso vero, con vinti e vincitori: le soluzioni unitarie sono naufragate, le mediazioni saltate, e da ultimo pure i comitati di saggi sono rimasti un pio desiderio. (Ma quando mai un partito è stato messo in mano a un comitato di saggi?).

Il bello comincia adesso, perché la vita interna del partito democratico napoletano non è stata, negli ultimi anni, un fulgido esempio di fair play politico. Il timore che anche questa volta il meccanismo si inceppi da qualche parte, e il congresso finisca per ricorsi e commissariamenti, è forte. Ma è pur vero che non si esce da uno stato di minorità politica se non per le vie politiche. E il congresso rimane la via maestra. I democratici hanno buon gioco a dire che sono ormai l’unico partito a celebrarli, a queste latitudini: hanno ragione. Resta però che di una celebrazione deve trattarsi, e non di una zuffa condotta senza esclusione di colpi. Altrimenti la scelta congressuale si rivelerà un micidiale boomerang per il partito.

Il bello comincia adesso anche perché è inedito se non il profilo dei fronti che si contrappongono, almeno uno dei protagonisti. Si deve certo cominciare col dire che da una parte stanno i Casillo e i Topo e le Armato, e dall’altra i Cozzolino e i Marciano e le Valente, democristiani gli uni e diessini gli altri, e tutti di lungo corso, ma la partita politica vede in campo un altro attore, non proprio l’ultimo della compagnia: Vincenzo De Luca, che finora non si era mai fatto tanto accosto al partito napoletano. Questa volta è andata diversamente: prima ha suggerito ipotesi unitarie, poi ha provato a favorirle, cercando la convergenza su un nome da lui stesso proposto; infine ha sostenuto la scelta di Oddati, che tra tutti i nomi circolati tra gli ex ds è sicuramente l’uomo a lui più vicino, oltre che quello di maggior peso. Tanto attivismo si spiega solo in un modo: De Luca non vuol subire il condizionamento crescente del partito napoletano, che rischia di mettere un’ipoteca sul futuro del governo regionale, non tanto in questa legislatura quanto nella prossima. Non fare la battaglia significa già perderla, lasciando il Pd in mano ai suoi avversari interni. E De Luca lo sa: per quanto non abbia mai lesinato le critiche al suo partito, ne ha sempre voluto mantenere ferreamente il controllo, nella sua Salerno. Forse non gli è servito molto per vincere le elezioni, ma gli è sicuramente utile per non avere sassi nelle scarpe. E che Napoli possa diventare per lui non un sasso, ma un macigno, se non prova a entrarci dentro, beh: quello è sicuro.

Il bello comincia adesso perché i numeri non sono così netti, da assicurare a tavolino la vittoria all’uno o all’altro. Ancora una volta c’è il rischio che gli organi di garanzia avranno parecchio lavoro da fare. A bocce ferme, gli ex della Margherita sono convinti di avere in mano la maggioranza del partito, ma si tratta di un margine esiguo, ed è possibile che alla fine si riveli essenziale la scelta della minoranza orlandiana. Che al momento sembra stare con Casillo e Topo, ma che ha sicuramente, in diversi suoi esponenti, maggiori affinità culturali, oltre che un retroterra comune di provenienza, con Nicola Oddati. Qualcosa, dunque, potrebbe spostarsi.

Il bello, e il difficile, comincia adesso, va detto infine pure questo, perché se per tre quarti un congresso è già deciso al momento del tesseramento, c’è almeno un ultimo quarto che si gioca fuori, tra i cittadini e con le parti della società a cui si vuol tornare a parlare. Dopo le primarie annullate, i ricorsi e i commissariamenti, i lanciafiamme mai usati, e il minimo storico toccato alle ultime elezioni comunali, o il partito democratico riprende a macinare iniziative, a costruire un progetto politico vero, a attirare nuove energie intellettuali, a recuperare credibilità tra i giovani, oppure non c’è candidato né governatore che tenga. E questo sarebbe un errore imperdonabile, in una fase in cui il clima politico comincia a cambiare, e la stella di De Magistris non manda più una luce pura e senza sbavature sull’orizzonte del lungomare liberato. Né tra i molti che, anzi, si affannano a capire da che parte bisogna voltarsi per rimettere in sesto la città.

(Il Mattino, 14 ottobre 2017)

Pd, i giochi di potere di un partito smarrito

Donald Judd Untitled 1980

D. Judd, Untitled (1980)

Cosa conviene fare ai democratici, di qui al congresso provinciale: consumare le prossime settimane in un gioco di posizionamenti fra i vari maggiorenti, in cerca di accordi sui diversi livelli di governo del partito – la segreteria provinciale a me, la segreteria regionale a te, i capolista in città a me, i capolista in provincia a te, e così via – oppure spenderle nella ricerca di una linea politica e di un profilo definito? Provate a chiedere in giro che cos’è il partito democratico a Napoli. Gli elementi di riconoscibilità in città sono pochi o nulli: le posizioni all’interno delle istituzioni rappresentano l’unico prova dell’esistenza in vita del partito democratico.

Eppure la materia per fare politica c’è, in abbondanza. Nei suoi anni a Palazzo San Giacomo, il sindaco De Magistris ha cucinato una pietanza nuova, un cibo che ai napoletani è piaciuto per ben due volte, e ora il Pd deve decidere se era davvero una roba commestibile, o se invece conteneva ingredienti adulterati. In quel piatto c’è abbondanza di retorica di una sinistra antagonista e altermondialista, appelli ad un’interpretazione radicale della tradizione democratico-costituzionale, forti iniezioni di una certa napoletanità (quella che culmina nel gigantesco corno scaramantico sul Lungomare «liberato»), esaltazione dello spontaneismo delle culture giovanili, lotta tonitruante alla corruzione come bandiera ideologica, mista però a insofferenza per la fredda razionalità legal-burocratica. Poi c’è la più prosaica attività della giunta arancione, le serissime difficoltà finanziarie in cui versa il Comune, le opere pubbliche al ralenti, la situazione drammatica dei trasporti pubblici, e insomma un’attività amministrativa su cui pure il Pd deve esprimere un giudizio privo di ambiguità. E quale migliore occasione di un congresso del partito?

Ma questa occasione, l’ennesima, il Pd rischia di gettarla al vento. Un po’ perché incombono le elezioni politiche, e il controllo del partito è un pezzo essenziale nella partita per le prossime candidature, un po’ perché non sa nemmeno da dove cominciare. E quando non si sa da dove cominciare, si comincia (e spesso si finisce) col “fare le tessere”. Tutto il resto viene messo tra parentesi.

Intendiamoci: la politica ha le sue necessità, ed è ingenuo pensare che si possa contare solo sui buoni argomenti, sulla forza della persuasione e sullo slancio ideale. Ma è proprio uno sguardo realista e disincantato sulla condizione del partito democratico a Napoli che suggerirebbe di riprendere daccapo il filo della politica. Un partito che conta solo sulle risorse clientelari e le pratiche di sotto governo è destinato a perdere. Non ha capacità di mobilitazione, non ha credibilità, non è in grado di sviluppare un’autonoma progettualità. Non serve a nulla: soltanto a se stesso, alla propria sopravvivenza sempre più residuale.

Non è dunque un atto di generosità che ci si aspetta dai vari De Luca, Casillo, Topo, Cozzolino, ma una presa di coscienza e, di conseguenza, una parola di chiarezza: dove si colloca il Pd? È un partito della sinistra riformista, sì o no? Se lo è, come può confondersi con il populismo cheguevarista di Luigi De Magistris? È il partito democratico il partito che governa a Roma con Gentiloni e a Palazzo Santa Lucia con De Luca? Se sì, come può mettere la sordina all’opposizione a Napoli e nell’area metropolitana? C’è forse una prospettiva politico-amministrativa per l’area metropolitana, che il Pd condivide con Dema e la sinistra radicale? A distanza di sei anni dal primo sventolìo della bandana sul palazzo comunale, la risposta a queste domande non può essere data distrattamente, quasi per sbaglio: deve diventare invece il cuore di una proposta alternativa di governo della città. Solo così il Pd può trovare un’eco nell’opinione pubblica, avvicinare una nuova generazione alla politica, raccogliere energie e intelligenze, recuperare un rapporto con la società, e forse persino fare qualche tessera in più.

Ma forse l’ostacolo principale, per un congresso fatto su grandi opzioni di linea politica e visioni dello sviluppo urbano, piuttosto che sugli organigrammi e gli inciuci, sta nella convinzione che, nell’età della politica personale, un partito vero non serve. Costituisce anzi un freno, un impaccio, una mediazione inutile che può ormai essere saltata. Il fatto è che però non viene affatto saltata; viene anzi mantenuta, sia pure solo fittiziamente, per risultare così il luogo della rappresentazione più deteriore e usurato della politica, fatto di accordi sottobanco, melina sui giornali e una babele di voci che si sovrappongono senza un disegno unitario. L’esito ultimo sappiamo però qual è: il populismo. Grillino a Roma, arancione a Napoli. Sta allora al Pd decidere se intende davvero sfidarlo, o accontentarsi di vivacchiare in cucina, mentre il capopopolo di turno continua a fare il suo show come se fosse a Masterchef.

(Il Mattino, 12 settembre 2017)

Un brutto film. Speriamo nei titoli di coda

via col vento

Non è il momento di fare previsioni sulle primarie: sarà il risultato a decidere chi ha vinto e chi ha perso, e non il confronto con le precedenti aspettative dell’uno, dell’altro o dell’opinione pubblica. Tolto il socialista Di Lello, che mantiene alla sfida il carattere di un confronto all’interno della coalizione di centrosinistra e non del solo Pd, sia il sindaco Vincenzo De Luca che l’europarlamentare Andrea Cozzolino puntano infatti alla vittoria. Così la sera di domenica, al di là di dichiarazioni di rito, di parole di circostanza, di ringraziamenti agli elettori, di risultati comunque «straordinari» (si dice sempre così), uno avrà vinto e l’altro, inevitabilmente, avrà perso. In attesa di sapere chi, riavvolgiamo il film, e diamo un ultimo sguardo ai principali fotogrammi che il partito democratico, sotto una confusa regia, ha mandato in onda fin qui.

Primo fotogramma: titoli di testa. Il Pd sbanca alle elezioni europee. Nella circoscrizione meridionale, Pina Picierno supera quota duecentomila preferenze. In Campania va oltre le centomila preferenze. Il rinnovamento, la nuova classe dirigente meridionale sembra aver trovato finalmente un punto di partenza. Di Pina Picierno candidata alla guida della Campania si comincia infatti a parlare subito. Ma altrettanto rapidamente si smetterà. Nonostante i voti consegnatigli a maggio, non c’è praticamente nessuno che la consideri forte abbastanza. O adatta per il ruolo. E così, prima ancora che il film abbia inizio, il Pd perde il candidato giovane-donna-renziano su cui sembrava voler puntare.

Secondo fotogramma: lo start. Il Pd campano dà avvio alla corsa. Quando lo fa, non c’è nessuno, ma proprio nessuno che pensi che si possa procedere in altra maniera. Le primarie sono il «mito fondativo» del Pd, e ogni novità, ogni nuova leadership – da Veltroni a Renzi, passando per lo stesso Bersani – si è forgiata così. D’altra parte, le strutture di partito regionale non offrivano (e non offrono ancora) sufficiente forza di legittimazione. Bisogna dunque rivolgersi agli elettori: le primarie s’hanno da fare. E devono essere aperte, per cercare nel rapporto con la società, non tra i signori delle tessere, il battesimo della rinascita. Questa, almeno, è la sceneggiatura. Ma gli attori reali interpreteranno un altro film.

Terza inquadratura: la Fonderia. La ricordate? Un pezzo del Pd campano tiene a Napoli una simil-Leopolda, un incontro giovane-dinamico-aperto-mediatico per buttarsi alle spalle il passato e intercettare l’onda lunga del renzismo. Succede però che a strappare la scena e a rubare applausi siano non i giovani, non i brillanti organizzatori della kermesse, Nicodemo o la Picierno, ma De Luca da una parte e Bassolino dall’altra, leader con circa trenta (diconsi trenta) anni di esercizio di leadership per ciascuno. Insomma: il nuovo rischia subito di finire soffocato in culla. Naturalmente la partita non è già chiusa, ma per la verità non sembra neppure incominciare. Perché dalla Fonderia non viene fuori un candidato uno, che sia buono per le primarie, e in lizza scendono invece Vincenzo De Luca e Andrea Cozzolino. Raccolgono le firme e si presentano. Tutte le altre tribù del Pd, nel frattempo, storcono il naso e affilano i coltelli.

Terzo fotogramma: la lettera. La lettera la scrive Marco Di Lello, per chiedere al Pd, un minuto prima del via, primarie di coalizione. Forse la lettera ha un mandante romano, forse no: in ogni caso è il primo di quattro rinvii, e da quel momento in poi la storia delle primarie si allunga, si complica, si inceppa, si aggroviglia. Non è certo l’allargamento alle altre forze di coalizione il problema, ma la ricerca di una candidatura alternativa. Una candidatura, stavolta, non per le primarie, ma per non fare le primarie. La candidatura agognata viene proclamata retoricamente come «unitaria», senza forse avvedersi che in questo modo ci si candida a fare il rovescio di quello che si era cercato di fare con la Fonderia (il nuovo, la rottura, la discontinuità). E naturalmente la ricerca si fa subito lunga, faticosa, complessa. Viene condotta fra Napoli e Roma, in un gioco di sponda fra segreteria regionale e segreteria nazionale che funziona molto poco. Napoli spera che sia Roma a togliere le castagne dal fuoco, Roma spera che sia Napoli.

Una castagna però prende a scottare più di tutte: Vincenzo De Luca (quarto fotogramma: la condanna). Perché De Luca si becca, tra un rinvio delle primarie e l’altro, una condanna in primo grado che per effetto della legge Severino è una tagliola micidiale. Sarà pure candidabile ed eleggibile, se dovesse vincere, ma decadrà un minuto dopo l’elezione. Quale partito, pensi pure tutto il bene possibile di De Luca e tutto il male possibile della legge Severino, si può permettere di infilarsi in un casino simile? (E quale Regione, soprattutto?). Ma lo statuto del Pd – che di norme cervellotiche ne contiene più d’una, ivi compresa quella che fa ballare tutti, cioè la possibilità di indire-e-poi-annullare le primarie, con il consenso di due terzi della Direzione – lo statuto non dice nulla al proposito, e De Luca va avanti. Imperterrito. Secondo lo schema che gli è più familiare: da una parte il «circo equestre» del partito, dall’altra Lui (e la maiuscola la merita sia per la piccolezza altrui, che per altro).

Quinto fotogramma: «vai mo’». Nel frattempo, vanificato ogni altro tentativo, Gennaro Migliore, entrato di corsa nel Pd e già star della Fonderia, ha rotto gli indugi. Si è candidato a reti unificate, con un’intervista a tutti i giornali, dando o volendo dare l’impressione che, finalmente, lo sforzo unitario responsabile fino ad allora solo di ritardi, rinvii e polemiche, ha trovato compimento. Lui ci crede: ha il sospirato avallo di Roma, anche se Renzi preferisce non esporsi. In realtà, si vede subito che il nome non è unitario abbastanza da convincere gli altri candidati a farsi da parte. Più che l’unità, attorno a Migliore c’è il traccheggiamento. Né a lui riesce di spostare i due terzi della direzione regionale, per annullare la competizione. Così la confusione aumenta: Migliore decide di proseguire, convinto di portarsi dietro il partito, ma dietro, davanti o di lato, il partito non c’è. Tutto il film girato fin qui lo dimostra: il partito non c’è, anche se ci sono le correnti, cioè i pezzi che lo compongono e che più volentieri lo scompongono, secondo dinamiche personali e clientelari che di vincoli di partito ne conoscono ormai ben pochi. Migliore scende dunque in campo, mentre prosegue come prima, più di prima, la caccia al nome unitario.

Sesto fotogramma (con flashback): il sogno proibito. Cioè Raffaele Cantone. Quasi una trama parallela. Perché il Presidente dell’anticorruzione, da poco insediatosi, non ci ha mai pensato, anche se in molti hanno pensato a lui: all’inizio di questa vicenda, tra un rinvio e l’altro, nelle ultime giornate: Ottenendo però sempre lo stesso risultato, un diniego. E in questo modo dimostrando che la costruzione di una classe dirigente non è ancora cominciata, se si va in cerca di supplenze, per quanto autorevoli. Alla stessa logica rispondeva il nome del ministro Orlando, o da ultimo quello di Nicolais. Al posto del lavoro dal basso, e di lunga lena, il jolly calato dall’alto, e fuori tempo massimo. Non poteva funzionare, e non ha funzionato.

Settimo e ultimo fotogramma: il gatto e la volpe. Cioè Paolucci e Vaccaro, i due esponenti del Pd che non si sono rassegnati alla sfida fra De Luca e Cozzolino e in questi giorni hanno rumorosamente sbattuto la porta, per i brogli e gli inquinamenti che a loro dire rischiano di alterare la competizione. Della loro società ci si può fidare, per dirla con la canzone di Bennato? Molto poco. In realtà, sono semplicemente rimasti tagliati fuori dagli accordi stretti nelle ultime ore dai candidati, dopo il ritiro di Migliore. Perché il Pd continua per lo più a funzionare così: attraverso accordi più o meno leonini e patti più o meno capestro. D’altronde queste primarie, così poco combattute in termini di programma e di idee, non hanno certo favorito fin qui l’auspicato ampliamento della platea elettorale. Se la narrazione delle primarie deve appassionare la società civile, bisogna che ci pensi qualcun altro a stendere lo script.

Sui titoli di coda forse ce ne si sta rendendo conto, e si comincia a pensare che sarebbe stato meglio girare un altro film. Ma tutto ora dipende dai dati della partecipazione e dal regolare andamento del voto. Se il Pd supera questa prova, pur avendo voluto in ogni modo evitarla, forse stavolta un punto di partenza ce l’ha davvero.

(Il mattino, 1 marzo 2015 – in versione integrale)

C’erano una volta i partiti

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In Liguria, Cofferati sbatte la porta e se ne va: dopo l’inascoltata denuncia di gravi irregolarità, proclamati i risultati e sancita la vittoria di Raffaella Paita, uno dei fondatori del Pd saluta tutti e lascia la politica. In Campania, invece, non c’è due senza tre: alta è infatti la probabilità che il partito democratico si risolva per il terzo rinvio delle primarie, o addirittura per l’annullamento, dopo la strombazzata disponibilità di Gennaro Migliore a parteciparvi. Anche perché la data già fissata, il primo febbraio, cade nel bel mezzo delle elezioni del presidente della Repubblica, e così c’è un ottimo motivo per infilarsi nuovamente nel tunnel di mortificazioni che il Pd campano ama infliggersi da quel dì.

Ora, è vero che l’esperienza delle primarie è recente: il Pd vi si dedica da meno di dieci anni, che per una forza politica sono un tempo relativamente breve. Ma un caso come quello campano non si era ancora verificato: e dire che non ci sono stati terremoti, alluvioni o altri cataclismi. Che cosa allora impedisce al partito democratico di celebrare le primarie? Che cosa impedisce di osservare quel minimo rispetto che si deve al corpo elettorale, che consiste nello stabilire un appuntamento e, poi, nell’osservarlo? Dopo tutto, le primarie liguri sono state convalidate: non si può dire dunque che, agli occhi della direzione romana, disordini o manipolazioni non possano essere circoscritti in modo che non inficino il risultato finale. Né d’altra parte si capisce perché eventuali timori di brogli non abbiano allora impedito di indirle, visto che c’erano già precedenti. Cosa, allora? Vi è una sola risposta possibile: il profilo politico che il partito democratico campano assumerebbe dopo lo svolgimento delle primarie e la vittoria di uno dei due competitor più accreditati, De Luca o Cozzolino. È una preoccupazione legittima – da parte ovviamente dei loro avversari – se fosse però tenuta nel rispetto delle regole: per esempio attraverso la candidatura di un altro esponente politico che provasse a batterli. In effetti, con la discesa in campo di Migliore, pare che stia per accadere proprio questo: salvo che, per giungere a un tale esito, c’è stato bisogno di un paio di rinvii, forse tre, e di calpestare le decisioni fin qui prese. Che prevedevano un allargamento delle primarie a esponenti di altre forze politiche, e una raccolta di firme entro date stabilite. Ma ormai di stabilito non c’è più niente: c’è un processo politico al quale le labili regole del Pd campano si piegano volta per volta, per rendere possibile il difficile parto del nuovo, nuovo che sarebbe infine rappresentato da Gennaro Migliore.

Ma allora si faranno, queste benedette primarie? Non il primo febbraio ma magari due settimane dopo, non con le vecchie regole ma magari con regole nuove, non con i soli esponenti del Pd ma anche con l’apporto di altri (minuscoli) partiti, e non solo con i candidati della prima ora ma con candidati freschi, freschissimi, praticamente di giornata? Calma e gesso: non è affatto sicuro. Non si trova infatti un solo dirigente democratico disposto a giurarlo, nessuno per il quale basti l’argomento: sono previste, dunque si faranno. Lo stesso Migliore, mentre tende una mano agli altri contendenti, dichiarandosi pronto a entrare in lizza, usa l’altra per vestire i panni del candidato unitario, cioè del candidato che sta in campo per superare, non per partecipare alla contesa.

Migliore, bontà sua, si dichiara da sempre favorevole alle primarie, ma, aggiunge, «non se queste dissolvono i partiti». Ora, come facciano le primarie a dissolvere i partiti non è chiaro: è vero, ne cambiano la natura, riducendo il peso di iscritti, apparati, organismi dirigenti. Ma questo lo si sa dal 2007 (e doveva saperlo pure Cofferati, che lo scopre forse con qualche ritardo), cioè da quando il Pd è nato grazie alla liturgia delle primarie come suo «elemento fondativo». Quanto invece alla temuta dissoluzione, il sospetto è che ci si vada molto più vicini coi brogli, certo, ma pure con questo continuo stop and go, con questo sorta di «coitus interruptus» (e più volte interrotto), con questa incertezza che regna sovrana: con le primarie sì, ma solo fino ad avviso contrario; oppure primarie sì, ma solo se ci piacciono i candidati; o infine sì, ma solo se non c’è partita.

Nel corso della prima Repubblica, non si è data attuazione all’articolo 49 della Costituzione per il timore che, irrigidendo i partiti con norme, regolamenti e statuti e favorendo così, in caso di violazioni e ricorsi, le intrusioni della giustizia ordinaria, se ne sarebbe limitata fortemente l’autonomia. Una concezione tutta politica, tipica dei grandi partiti del Novecento e in particolare del partito comunista, che dall’opposizione aveva qualche timore in più. Ma quei partiti avevano collanti ben altrimenti potenti: in termini di ideologia, di disciplina, di partecipazione di massa. Tutto questo è scomparso, o quasi. L’articolo della Costituzione è rimasto inattuato, gli iscritti calano vistosamente: senza un minimo di certezza e legittimità delle procedure chiamarlo partito, francamente, è fargli un complimento.

(Il Mattino, 18 gennaio 2015)