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Quando Marx criticava i censori dell’arricchimento

E se, dopo aver capito che la ricetta reaganiana non poteva funzionare a lungo, e che non è vero affatto che lo Stato rappresenta il problema piuttosto che la soluzione – se non altro perché allo Stato qualcuno ha chiesto di salvare con migliaia di miliardi di dollari il sistema bancario americano – se ora che la crisi ha investito i debiti sovrani degli Stati europei dovessimo chiederci se non occorra essere solo un po’ più radicali, e domandare anche, a proposito del capitalismo, se anch’esso non sia il problema, invece che la soluzione? Troppi «se», qualcuno penserà. Ma davvero sarebbe un bel guaio se così fosse, perché di risorse intellettuali per misurarsi con un simile problema non ce ne sono molte, in circolazione. Non si vorrà mica tirare in ballo un’altra volta Marx? Certo lui qualche parolina l’ha detta, provando per esempio a sostenere che le crisi non sono soltanto eventi più o meno accidentali, ma fasi strutturali del funzionamento dell’economia capitalistica. Come si fa però a riprendere un’analisi del genere, se persino il termine, “capitalismo”, è pressoché scomparso dal dibattito pubblico? In verità, la parola sta di nuovo facendo capolino, e il solo fatto che la si torni ad usare (senza peraltro avere la scostumatezza di Marx, che parlava addirittura di “capitalisti”, incitando così all’odio di classe) indica perlomeno che il problema c’è: la fede nelle virtù taumaturgiche del mercato si è indebolita; indebolita è pure la convinzione che il mercato rappresenti sempre il miglior sistema di allocazione delle risorse; fragilissima è ormai la presunzione che alla politica spetti solo il compito di correggere asimmetrie e distorsioni del mercato.

Certo, non possiamo farne solo un affare di parole. Forse, però, tornare ad usare la parola «capitalismo» aiuta a individuare nodi strutturali, quelli che non vengono meno solo per il fatto che non li si nomina più. Marx era ad esempio convinto che la crisi si manifesta sì sui mercati finanziari, e anzi le bolle speculative la ingigantiscono oltre misura, ma comincia da un’altra parte, nella sfera della produzione: è lì che bisogna andare a guardare. Siccome però il fenomeno della sovrapproduzione, che lui poneva all’origine della crisi, raccoglie le abbondanti ironie degli economisti mainstream, figuriamoci se proponiamo di tornare alle sue descrizioni del ciclo economico (con tanto di inevitabile crollo finale). Però, di grazia, quando Marx spiega che è futile oltre che irresponsabile prendersela con l’avidità dei banchieri e l’egoismo degli speculatori, quando avvisa che non è buttandola sul piano della morale che si individuano le cause e si indicano le vie d’uscita, non sarà il caso di rimpiangere un pensiero critico altrettanto robusto? Così, se il Presidente del Consiglio vola a Londra per riconquistare la fiducia dei mercati, ci si può chiedere se è di economia che stiamo parlando, o non piuttosto di psicologia? Sentite allora Marx, quando ad esempio se la prende con la stampa: «Ora non ci chiederemo se i giornalisti inglesi, che per un decennio hanno diffuso la dottrina secondo cui l’epoca della crisi commerciali si era definitivamente chiusa con l’introduzione del libero commercio, abbiano ora il diritto di trasformarsi improvvisamente da servili panegiristi a censori romani dell’arricchimento moderno». Che dire? A parte il fatto che oggi il problema non ce l’abbiamo solo con i giornalisti inglesi, e che di decenni di panegirici ne abbiamo vissuti più d’uno, ma non avremmo bisogno di penne almeno altrettanto libere e sfrontate? Perché di questo anzitutto si tratta: se il capitalismo crollerà, non ce lo manderà certo a dire, ma intanto si può auspicare un po’ più di libertà intellettuale, di intelligenza critica, di anticonformismo nel dibattito delle idee?

L’unità, 19 gennaio 2012

Nel girone della (s)fiducia

Via mail, il consulente finanziario mi rassicura: il mio portofoglio titoli sta benissimo com’è. È perfettamente equilibrato. Quei segni negativi che finora non avevo mai visti: – 42%, -24%, -67% non devono preoccuparmi. Chi investe in borsa sa, d’altra parte, che ci sono momenti di euforia e momenti di depressione: non bisogna esaltarsi durante i primi, non bisogna abbattersi durante i secondi. Ci vogliono calma e sangue freddo. Niente panico. In effetti anch’io lo so, che ci sono alti e bassi e ci vogliono nervi saldi per affrontarli, ma è la prima volta che mi accorgo che parole e concetti tratti dall’ambito della psicologia vengono così largamente impiegati nella descrizione di comportamenti economico-finanziari: euforia, depressione, equilibrio, panico e soprattutto, ad aleggiare tutt’intorno a me, la fiducia. È colpa mia, naturalmente: gli studiosi parlano già da tempo di quella cosa abbastanza impalpabile che è il capitale sociale, ossia l’insieme delle relazioni umane e sociali, formali e informali, che influenzano l’andamento dell’economia, e anche uno studente del primo anno sa che l’intero sistema finanziario è basato sulla fiducia, e che di rapporti fiduciari ha bisogno la società nel suo insieme. D’accordo. Tutto vero. Ma un conto è saperlo, un conto è rendersi conto che da qualche giorno la fiducia di cui si parla è anche la fiducia che qualcuno sta chiedendo a me perché io me ne stia tranquillo e non venda i miei titoli, e magari, approfittando dei forti ribassi, mi metta pure a comprare altre azioni. Fiducia che mi viene chiesta però proprio mentre apprendo che, per esempio, il sistema di valutazione degli strumenti finanziari adottato dalle società di rating (quelle che mettono o tolgono le famose triple A, da cui dipende anche la qualità e quindi il costo del mio investimento) è purtroppo, almeno in parte, inaffidabile. Cioè, per ricapitolare solo uno degli aspetti della faccenda: sembra che non meritino troppa fiducia le agenzie che suggeriscono chi debba meritare fiducia e quanta. E il guaio è che forse non è solo colpa della cattiveria degli uomini o dell’avidità degli speculatori: fosse così, sarebbe più facile perlomeno circoscrivere il problema, e, probabilmente, trovare la soluzione. Si tratta invece di qualcosa di più strutturale, che ha a che vedere con il tipo di società in cui viviamo. Non è un caso che ad essa sia stata affibbiata l’etichetta di società del rischio (e più di recente, per non lasciar spiragli, società “mondiale” del rischio), e non è solo perché sono genericamente molti i rischi e i pericoli a cui siamo oggi esposti. E’ invece per una ben strana caratteristica dei sistemi sociali avanzati: l’incalcolabilità del rischio, e non già per ignoranza, ma al contrario proprio a causa del sapere che abbiamo di esso. La cosa può essere banalmente spiegata così: se, prendendo coscienza dei rischi che corro, ritiro i miei soldi dal mercato borsistico, lungi dal cautelarmi, finisco con l’aumentare il parapiglia generale e così contribuisco a ingigantire il problema, ampliando il senso di sfiducia che circola oggi su piazza. E’ un po’ come dire: certe strategie di prevenzione del rischio possono rivelarsi essere stesse rischiose (ogni riferimento agli impacci dei governi europei di questi giorni è puramente voluto). E’ facile, d’altronde, capire perché: in un clima di fiducia, si può far affidamento su di essa, calcolarla, misurarla, valutarla – il che non fa che aumentarla. Ma in un clima di generale sfiducia, far conto su di essa e regolarsi di conseguenza non può che amplificarla.
E allora che si fa? Se i due circoli, quello della fiducia e quello della sfiducia, sono dotati di potenti circuiti di retroalimentazione, per cui, una volta innescati, si sviluppano e potenziano da sé, come si passa dall’uno all’altro? Ci vuole forse qualcosa come un bootstrap, un tirarsi per il tirante dei propri stivali, come faceva il barone di Münchausen per venire fuori dalla palude? O ci vuole qualcuno come il soldato di Aristotele che, nell’esercito in rotta, a un certo punto, senza sapere bene perché, ha la ventura di fermare la propria fuga così che poco a poco anche gli altri si arrestano con lui, e l’esercito può di nuovo riordinare le sue file?
Può darsi. Se però, in attesa che il soldato si materializzi, ci volessero anche delle buone ragioni, non saprei trovarne di meglio di quelle che una volta furono indicate da Robert Kennedy: non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, disse. Però questa è davvero una buona ragione solo a condizione che uno spirito nazionale, e meglio ancora uno spirito europeo vi sia, e si sia disposti a investire su di esso nonostante gli indici azionari. Se questo spirito c’è, è davvero il momento di tirarlo fuori.