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Omelie noiose, preti a lezione di marketing

brigitte niedermair, the last supper 2005 copia

Prima lettura, salmo responsoriale, seconda lettura, Vangelo. Poi tutti seduti, e microfono al prete: c’è l’omelia. E quando si arriva all’omelia, i fedeli si mettono comodi, si aggiustano sopra la panca, tirano su col fazzoletto oppure si voltano verso il fondo della Chiesa per dare un’occhiata agli ultimi arrivati, e si dispongono pazientemente ad ascoltare. Ci vuole pazienza, in effetti, e non solo perché immancabilmente la predica verrà lunga, ma perché il più delle volte il prete l’omelia non la sa fare. Certo, se sono fortunati, se cioè il prete ha seguito un corso di introduzione all’omiletica cristiana, ai fedeli riuniti può andar bene. Ma è raro. Il più delle volte sono lontani ricordi di seminario, e di tutta la straordinaria tradizione della retorica cristiana – passata dai primi Padri della Chiesa ai grandi predicatori medievali, dalla riforma cattolica del Seicento ai nuovi ordini religiosi fino alle pastorali morali e sociali degli ultimi due secoli – di tutto questo deposito immenso di parole è rimasto davvero pochino. E quel che è rimasto sembra a volte inservibile.

Così l’Ufficio liturgico nazionale, in collaborazione con quello Catechistico e con l’Ufficio per le Comunicazioni sociali, ha deciso di avviare una roba che ha chiamato «ProgettOmelia». Un progetto che a spiegarlo in parole povere suona così: i preti devono imparare nuovamente a fare le omelie, cercando possibilmente di farle meno noiose., meno verbose, meno stantie. Ma se a spiegare il progetto è il suo coordinatore, don Paolo Tomais, docente di liturgia alla Facoltà teologica di Torino e direttore dell’Ufficio liturgico dell’arcidiocesi subalpina, allora ecco di cosa si tratta: «Una delle sfide è come fare tesoro di alcune delle intuizioni del public speeching, del parlare in pubblico, proprie della comunicazione più orientata al marketing – commenta don Tomatis – senza assumerne l’idea di fondo, cioè ricercare un’efficacia da venditori d’asta».

Avete letto bene: don Tomatis mette insieme, uno dopo l’altro, il public speeching e il marketing, mentre sta parlando della parola del prete dopo la lettura del Vangelo «che cancella i nostri peccati», e la cosa – ammettiamolo – fa sobbalzare un poco. Suona moderno, molto moderno, aggiornato e innovativo: ma si sobbalza lo stesso. Ovviamente don Tomatis sa bene, e precisa subito, che non si tratta di vendere un prodotto: non si tratta di convincere il cliente o di fedelizzare il consumatore. Ma fa lo stesso impressione che vi siano tecniche moderne di comunicazione che i predicatori cristiani, quelli che dai pulpiti delle nostre Chiese hanno predicato per secoli, debbono imparare alla scuola dei pubblicitari. Così va il mondo.

Così va da un centinaio di anni almeno, a dar retta a Marc Fumaroli, critico d’arte tra i più illustri di Francia, uomo coltissimo e magnificamente reazionario, il quale non si capacità di quale straordinaria catastrofe si sia prodotto nel secolo scorso, a proposito di retorica e di un’intera tradizione di immagini, finita improvvisamente al macero. Se si vuole una data, Fumaroli ve la dà: è il 1913, l’anno in cui Marcel Duchamp sbarca a New York, e lì, all’Armory Show, sulla Lexington Avenue, vi espone, tra le reazioni sconcertate del pubblico, il suo «Nudo che scende le scale», mezzo futurista e mezzo cubista. È l’inizio di quella rivoluzione modernista di cui Fumaroli denuncia anzitutto il carattere furiosamente iconoclasta. Tutti i luoghi comuni della tradizione fatti fuori: uno per uno. In poco tempo, ondata avanguardista dopo ondata avanguardista, della iconografia classica e cristiana non resta quasi nulla. Il risultato, dopo qualche decennio di surrealismo, concettualismo, minimalismo, art brut, arte informale e arte povera è la prepotente affermazione dell’arte come marketing. È, insomma, Andy Warhol, l’icona della pop art, che dichiara serafico: «Far soldi è un’arte, e fare buoni affari è la miglior forma d’arte!». Siamo, cioè, all’artista che va a scuola di marketing, e ora – evidentemente – al parroco come suo diligente compagno di banco.

Fa bene don Tomatis? Fa bene (credo). Noi abbiamo orecchie e occhi pieni di un mondo molto diverso da quello che veniva illustrato sui muri delle chiese di una volta. Abbiamo abitudini di consumo culturale molto più ricche e varie di quelle che avevano i nostri genitori e nonni. Abbiamo soglie di attenzioni diverse, fraseologie diverse nella testa, e pure prossemiche diverse. Non tenerne conto, è rimanere al di qua della soglia del mondo contemporaneo. Se scompaiono le cattedre di retorica e stilistica al loro posto fioriscono gli insegnamenti di tecniche di comunicazione, anche la Chiesa deve tenerne conto. E siccome la forza dello Spirito è grande quanto la sua estrinsecazione (lo diceva Hegel, uno che ne capiva), bisogna che lo Spirito si estrinsechi per bene, altrimenti perde tutta la sua forza. Però accendiamo una spia. O almeno l’accenda don Tomatis. In fondo a questa strada c’è pure l’idea che bisogna dare al pubblico quel che il pubblico vuole, per piacergli. E siccome tutta la retorica cristiana si fondava sulla follia della Croce, che è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, qualche segno di contraddizione, di difficile digestione, occorrerà pure che rimanga nella parola di questi parroci del terzo millennio. O no?

(il Mattino, 21 maggio 2016)

L’addio che vale una domanda: che cos’è la fede?

Il significato di un gesto non si colloca mai soltanto nel campo delle intenzioni di chi lo compie. Ciò è tanto più vero, quanto più quel gesto è iscritto in una trama ampia di connessioni storiche, simboliche, istituzionali che lo trascendono, che lo sostengono ed a cui si sostiene. Per questo, tutte le analisi delle dimissioni annunciate da Benedetto XVI, le quali si soffermano sulle poche parole pronunciate in latino per congetture sul peso avuto dalle condizioni di salute, oppure sullo stato d’animo del Pontefice, o anche soltanto sulle circostanze più o meno contingenti che possono aver spinto l’uomo a compiere un gesto così clamoroso, possono tutte dare risalto al profilo psicologico oppure a più robuste dinamiche ecclesiali, e possono mantenere anche una doverosa forma di discrezione e rispetto per la figura di Joseph Ratzinger, ma riescono insufficienti, inadeguate per principio.

Di più: l’inadeguatezza è nelle cose stesse, poiché il significato del passo compiuto non sta in nulla di ciò che sia già accaduto, ma dipende in misura decisiva da quel che accadrà o potrà accadere. E non nelle prossime settimane, ma nei prossimi anni, nei decenni futuri. L’interpretazione di ogni gesto, e tanto più di un gesto così rilevante, è rimessa sempre al futuro. Per questo, non sono di particolare aiuto né i (rarissimi) precedenti storici, né i polverosi rimandi al diritto canonico: che la possibilità delle dimissioni sia perfettamente iscritta nella legge della Chiesa, infatti, non spiega nulla. E per la verità non sono sufficienti neppure le spiegazioni che cercano retroscena negli anni del Pontificato, oppure evidenziano difficoltà e resistenze incontrate dentro la Curia romana, o infine enfatizzano gli scandali, la «sporcizia della Chiesa». Non perché questi elementi non possono essere stati tenuti presenti, ma perché l’area di significato al quale appartiene il gesto di Benedetto XVI non è ancora tracciata: solo la storia (per i credenti: la Provvidenza) si preoccuperà di farlo. La storia, infatti, la fanno certamente gli uomini, come diceva Vico, ma con altrettanta certezza non sono semplicemente le loro intenzioni a farla (Vico sapeva anche questo).

Dove dunque guardare? Il gesto di Benedetto XVI, come ogni atto di portata storico-universale, si situa in un tempo del tutto particolare: non appartiene infatti al contesto presente, neppure ora che si sta compiendo sotto i nostri occhi; non è confitto in nessuna vicenda che si sia già consumata e con cui si possano già fare i conti. Appartiene invece a quella dimensione affatto particolare che è il futuro anteriore: è solo quel che «sarà stato», quando sarà riguardato dal futuro al quale appartiene, e in cui getta, con un inaudito carico di inquietudini, la storia stessa della Chiesa di Roma.

Non è, questo, solo un modo per lavarsene le mani, e rimandare al futuro lavoro degli storici la comprensione delle cause (e degli effetti, importanti almeno quanto le cause, e così difficili da determinare ora). Al contrario: è invece il modo per dargli il significato più teso di una domanda, rivolta alla Chiesa dal cuore stesso della Chiesa. Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty diceva che il mondo, il mondo tutto intero e ogni ente nel mondo, esiste allo stato interrogativo. Joseph Ratzinger ha portato lo stato interrogativo nella vita della Chiesa. Che il Papa, che il Vicario di Cristo lasci la sede petrina, non può non significare che va di nuovo domandato, con inaudita radicalità, che cosa significhi essere cristiani oggi. E, domanda non meno conturbante, che cosa significhi esserlo nella Chiesa e per la Chiesa. Se il Papa ha giudicato che le sue forze non fossero più sufficienti a portare il peso del magistero papale, ciò non vuol forse dire che ogni cristiano, e la Chiesa intera, deve nuovamente domandarsi come portare quel peso, che cosa significa la presenza della Chiesa nel mondo, essere pellegrini nella storia, essere non al passo coi tempi ma segno dei tempi?

In una simile domanda c’è tutto il senso insieme teologico ed esistenziale dell’essere cristiani: non c’è dunque nulla di straordinariamente moderno, come provano a dire scioccamente quanti intendono l’istituto delle dimissioni sul piede delle consuetudini giuridiche degli Stati contemporanei. Ma non c’è neppure nulla di tradizionale, se non altro per l’eccezionalità del caso. Il fatto è che tradizione e modernità, continuità e discontinuità sono convocate insieme dal gesto di Papa Benedetto XVI, e rimangono drammaticamente indecise, aperte tuttora alle possibilità della storia e, per i credenti, all’attesa fiduciosa e alla speranza.

(in versione ridotta, questo articolo è apparso su Il Mattino di oggi)

Asti

Domani, convegno e tavola rotonda su "Confessioni cristiane, etica pubblica condivisa e democrazia":

Programma dei lavori
Mattinata di studio
Sala Pastrone, Teatro Alfieri Ore 10
Sessione di lavoro
Introduce:
Massimo Fiorio (deputato PD)
Confessioni cristiane e democrazia
Modera: Sergio Carletto (CESPEC/ Cuneo)
Gianni Genre (pastore, già moderatore della Tavola Valdese), La Riforma nel Novecento: democrazia ed etica pubblica
Giovanni Filoramo (Università di Torino), Dalla “potestas indirecta in temporalibus” alla religione civile: il cattolicesimo contemporaneo e la democrazia.
Coffee break
Adriano Roccucci (Università di Roma III), L’ortodossia orientale e il rapporto con la democrazia in Russia e nella CSI

Pomeriggio Ore 15,30
Saluti delle autorità
Tavola Rotonda
Modera: Graziano Lingua (Università di Torino/ CESPEC)
Un’etica condivisa come fondamento della democrazia in Italia oggi?
Eugenio Mazzarella (deputato PD, Università di Napoli “Federico II”)
Ugo Perone (Università del Piemonte Orientale)
Giuseppe Menardi (senatore PDL)
Massimo Adinolfi (Università di Cassino/ Fondazione Italianieuropei)

Risposta al Papa (via Pera)

"Benedetto XVI non si è rivolto a noi tutti con la domanda: – Lei crede in Dio? – […] Benedetto XVI ha fatto una domanda in particolare a me, laico, cresciuto con un’educazione filosofica che faceva riferimento al liberalismo […], e la domanda che mi son sentito rivolgere è questa: ma come giustifichi tu laico, tu liberale, tu europeo, tu occidentale, come giustifichi tu i principi e i valori che consideri così fondamentali al punto di esserne orgoglioso? Qual è il terreno su cui tu laico e io credente ci possiamo incontrare per salvaguardare questi prinicipi e valori senza i quali tu e io riconosciamo che non ci potrebbe essere civiltà?" (Marcello Pera, dalla presentazione del suo ultimo libro, che si può ascoltare qui)

Ovviamente, Pera non è minimamente toccato dalla domanda: ma cos’è una giustificazione? Quand’è che tu ritieni giustificato un principio? com’è fatta la giustificazione di un principio? Sospetto perciò che, non ponendosi domande del genere, presti il fianco a chi consideri che sia giustificato solo quel che è assolutamente giustificato, e che è assolutamente giustificato solo ciò che è teologicamente giustificato. Che se invece il battesimo cristiano dell’Europa gli interessa solo in quanto giustificazione storico-culturale, io gli direi ben bene: hai idea di cosa sia la storia? Lui dice: "Togliete questo fondamento [il concetto di persona, che non c’è in altre culture, e che c’è nella tradizione ebraico-cristiana solo perché l’uomo è pensato a immagine e somiglianza di Dio, e perciò ha dignità ecc. ecc.] togliete questo nutrimento tipicamente cristiano a questi concetti e principi fondamentali, avremo anche tolto fondamento alle nostre carte costituzionali. Saremo allora in preda alle altrui civiltà, ecc. ecc.". C’è bisogno di mostrare esplicitamente il non sequitur? Siamo ancora a Socrate ed Eutifrone: posto pure che di un simile concetto di persona, bello e buono, non si può fare a meno senza far saltare tutta la civiltà europea, non se ne può fare a meno perché l’ha insegnato il cristianesimo (e magari il Papa, non il pastore valdese), o perché è bello e buono? Nel primo caso, non credo che a tal concetto gli si renda un bel servizio. (Come si vede, non sto discutendo qui quanto sia vero che senza il concetto di persona, che senza l’immagine e somiglianza, ecc. ecc.,, per quanto anche di questo ci sarebbe da discutere).

(Io poi al Papa, ove mai avesse rivolto a me la domanda, mi sarei contentato di rispondere, con tutto il rispetto: "se tu mi chiedi come io giustifico quei valori e principi senza i quali tu religioso ed io laico riconosciamo che non c’è civiltà (e posto che così sia), io rispondo semplicemente così, che se riconosciamo che senza quei valori e principi non c’è civiltà, la giustificazione è già bell’e trovata, e recita proprio così: che senza quei valori e principi non c’è civiltà. Che altra salvaguardia vuoi?".

Di fronte a un pensiero così

Lunghissimo articolo di Vito Mancuso, addirittura con escursioni di politica internazionale, che è però rapidamente riassumibile, grosso modo, così: Nietzsche è il padre spirituale del nostro tempo; per Nietzsche non c’è peggior nemico del cristianesimo; la teologia deve pensare all’altezza di Nietzsche, senza inganni e senza infingimenti; si fa questo quando si pensa che il mondo è forza, e nient’altro che forza, e che è vano pensare di chiamarsene fuori, anche se ciò non vuol dire soltanto rendersi ad essa.

E fin qui. Poi però Mancuso dice pure che uno che ha portato Nietzsche nel cristianesimo è Bonhoeffer, e che il suo problema era vedere, certo, la forza, la forza anonima, ma per ritrovare dentro di essa (non di fronte, non fuori), la provvidenza personale, il tu. Scoprire quindi che la forza più grande è l’amore. "Di fronte a un pensiero così, Nietzsche non avrebbe accusato il cristianesimo di menzogna", scrive Mancuso. Ma davvero Nietzsche non avrebbe considerato menzognera la proposizione di Mancuso, che la più grande forza è l’amore (l’amore cristiano, I suppose)? Sicuro che questa conversione dell’esso in un tu non sarebbe accusata di menzogna sol perché il tu, anziché stare di fronte, sopra o al di là, sta proprio dentro le viscere della storia?

Temo proprio che ci sia poco da stare sicuri.

Resurrezione

"Si dice che la risurrezione costituisce la vittoria sulla morte. Ma in che senso? Qui da noi, su questa terra, la morte non è vinta, anzi. Di là, nel regno dell’eterno, Dio non aveva bisogno di vincerla, perché lì egli regna da sempre e per sempre, lì c’è solo lui e il suo regno". E dunque? "Il valore di quell’evento (in sé unico) è solo dimostrativo: è il segno della possibilità reale di una vita personale oltre la morte. Se però quel segno non fosse avvenuto, non cambierebbe nulla da un punto di vista ontologico e assiologico".

Vito Mancuso sulla Resurrezione di Gesù e la salvezza degli uomini. (Più tardi, se ho tempo, una noterella di commento).

Finalmente parliamo di sesso

Il Papa scrive un’enciclica sull’amore. Fioccano le anticipazioni. E i cattolici si preoccupano: qua ci ridono dietro! Benedetto XVI avrebbe detto: "Senza l’agape, vale a dire l’amore fondato nella fede e da essa plasmato, l’eros finisce per essere degradato a puro sesso". Voi capite, ci sono un sacco di posti al mondo dove si fa puro sesso: basta che non ci sia la fede! Ffdes si dedica alla dotta esegesi: e Platone? Papa mio, speriamo che questa non l’hai detta o scritta… Io ti seguo ovunque, ma questa è una sciocchezza sesquipedale! Interviene lo Straniero, che chiosa: ma l’agape è in più, e senza resta un meno. Non sai cosa ti perdi, insomma, a far l’amore con l’agape! (Qui bisognerebbe trovare qualcuno che ha fatto l’amore con l’agape e senza, e che possa confermare).

Però il papa ha ragione, sempre che quella frase là l’abbia detta: perché non si sa, però se ne parla). Se la fede non è un puro contenuto intellettuale, se informa ogni aspetto dell’esistenza, allora informa anche la vita sessuale. E siccome nessuno, nemmeno il Papa, si può più permettere di reprimere soltanto, senza promuovere, ecco che senza agape non so se mi spiego: non è vero amore.

E se voglio perdermi, invece? E se invece con l’agape mi perdo un sacco di cose che non è cristiano fare? Se prendessi piacere a fare proprio quel che non è corretto? Puro sesso, eh? Soltanto sesso, eh? Ma siete proprio così sicuri? Siete sicuri che non può esistere uomo al mondo che goda di più senza agape, e magari contro l’agape? Siete sicuri che quest’uomo si perda l’essenziale dell’amore vero? Siete sicuri che il piacere e il bene dell’agape vadano d’accordo? Siete sicuri che debbano andare d’accordo? Piaceri cattivi: niente, eh? Oppure siete irrefragabilmente sicuri che i piaceri cattivi sono sempre meno grandi dei piaceri buoni? Già: l’ha detto Platone.

Ma allora, cosa difendete: la fede, oppure soltanto una certa metafisica e una certa antropologia? Però scusate: non dico Freud, ma i romanzi li leggete?