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L’insostenibile trincea dei diversamente avversari

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C’è dell’ironia involontaria nella scelta del nome che i comitati riuniti a Roma da Massimo D’Alema si sono dati. Nome nuovo e simbolo nuovo: conSenso. L’ironia non sta tanto nel doppio significato della parola, scritta con la maiuscola in mezzo, quanto nell’ambizione: di quale consenso si parla? Del consenso di una formazione che, alla sinistra del partito democratico, dovrebbe raccogliere tutto il malcontento manifestatosi già a dicembre, con il No al referendum costituzionale. Raccoglierlo tutto non è un’impresa facile, perché alla sinistra del Pd si fa fatica a contare il numero di formazioni, forze e partiti che a vario titolo hanno la medesima aspirazione. L’elettore medio non lo sa, ma esiste ancora, da quelle parti, l’eredità comunista di Rifondazione; forse ne ha perso la memoria, ma ci sono ancora formazioni e associazioni verdi e ambientaliste. C’è Possibile, il movimento di Pippo Civati. C’è Sinistra italiana, anche se rischia di dividersi irreparabilmente nel corso del suo primo congresso. C’è Pisapia, che vuol fare una cosa tutta nuova. E sicuramente ci sono altre sigle, di cui non è facile serbare il ricordo. Poi, nel Pd, ci sono Cuperlo, Rossi, Emiliano, Speranza, Bersani: tutti avversari di Renzi ma, manco a dirlo, diversamente avversari.

Nulla di nuovo, in verità: il minoritarismo è una vecchia malattia della sinistra italiana. Proprio perciò, si potrebbe dire, questa volta l’ex Presidente del Consiglio sta facendo la cosa giusta, proponendo un’ipotesi di ricomposizione di un’area che, dopo la scoppola rimediata da Renzi al referendum, avrebbe davanti a sé una prospettiva politica chiara e larga.

In realtà, è vero esattamente il contrario. Quel che non si capisce è infatti perché la sinistra-sinistra dovrebbe trovare in Massimo D’Alema il suo campione. Dopo averlo per anni rappresentato come l’uomo dell’inciucio con Berlusconi, della Bicamerale, del patto della crostata, della Lega costola della sinistra e di Mediaset risorsa del Paese – per non dire della guerra nell’ex Jugoslavia, o della riforma del mercato del lavoro (che non comincia con il Jobs act, ma con i governi dell’Ulivo) – tutti quelli che sono usciti da sinistra prima dal Pds, poi dai Ds, poi dal Pd, trovando D’Alema ogni volta alla propria destra, ora dovrebbero invece affidare a lui le chance di rinascita della sinistra quella vera, quella tradita dal Pd di Renzi.

C’è dell’ironia involontaria, perché il consenso di cui si tratta non è quello che D’Alema e i suoi vogliono riconquistare, ma solo quello che vogliono erodere al Pd. D’Alema non vuole aggiungere, vuole sottrarre. Lo scenario neo-proporzionalista disegnato dalla decisione della Consulta glielo consente. Si può discutere se vi sia uno spazio politico per la formazione che D’Alema si prepara a far nascere; è indiscutibile che, con la nuova legge, vi sia uno spazio parlamentare. Piccolo, ma in uno scenario frammentato non insignificante. Perciò non c’è bisogno di particolari doti divinatorie: se, come è probabile, non si troverà un accordo sul Mattarellum proposto dal Pd e si rimarrà dentro coordinate di tipo proporzionale, si può star certi che conSenso nascerà.

Si dice: la storia della sinistra italiana è punteggiata di divisioni, da Livorno a Palazzo Barberini fino alle lacerazioni post-comuniste della seconda Repubblica. È vero, ma fratture e scissioni hanno avuto un senso diverso, a seconda della prospettiva politica in cui si inscrivevano: in un primo senso, si è trattato dell’integrazione nelle strutture dello Stato democratico e, quindi, dell’ingresso nell’area di governo; in un secondo senso, si è trattato di una chiave del tutto opposta, di rifiuto di qualunque compromesso con le regole della democrazia borghese. In un ultimo senso, si è trattato invece di un mero riflesso identitario, di una chiusura idiosincratica e difensiva rispetto a cambiamenti mal digeriti è mai accettati. In quest’ultimo senso Renzi è stato vissuto da D’Alema fin dal primo giorno in cui il sindaco di Firenze ha lanciato la sua opa sul Pd. Un estraneo, un usurpatore, un pericolo per la ragione sociale della ditta.

ConSenso nasce infatti non tra coloro che hanno votato No, non tra coloro che vogliono abbattere il capitalismo, non tra quelli che vogliono ritornare all’articolo 18 e neppure tra quelli che vogliono la democrazia diretta è nuove forme di partecipazione: nasce tra quelli che non vogliono Renzi. In conciliaboli privati , D’Alema del resto non lo nasconde: non è una questione programmatica, non può esserlo per chi ha discusso con Berlusconi di semipresidenzialismo, per chi vantava, quando era al governo, rigore nei conti e avanzi primari come neanche la Destra storica di Quintino Sella, di chi, infine, ha litigato aspramente con la Cgil di Cofferati. Non è una questione programmatica, è una questione politica in senso esistenziale, è una frattura incomponibile fra amici e nemici. In una fase storica profondamente segnata dal risentimento, che nasca un piccolo soggetto politico da una spinta di questo genere non può sorprendere. Che a farlo nascere sia l’ultimo erede del partito comunista di Togliatti e Berlinguer sorprende un po’ di più. Che infine non si veda, o si faccia finta di non vedere che torti e ragioni contano assai poco, perché il partito del risentimento non potrà mai essere conSenso, ma solo i Cinquestelle, ecco: questa è cosa che sorprende molto, molto di più.

(Il Mattino, 29 gennaio 2017)

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Emiliano e Dema l’ultima alleanza contro Renzi

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Il gioco dell’oca della sinistra ha dunque avuto inizio un’altra volta. La prima regola per partecipare è ovviamente possedere la pedina da muovere sul tabellone della politica italiana. Che in un gioco competitivo, in cui si vince o si perde, la sinistra si presenti con una sola pedina, questo in verità non è mai accaduto, negli ultimi cento anni. Così, lungi dall’esserci la sola pedina del Pd, c’è, per cominciare, la pedina D’Alema, poi la pedina Bersani, quindi la pedina Cuperlo, infine la pedina Speranza: ciascuna si muove con una propria velocità. A volte un passo avanti, a volte due indietro. A volte fermi per un turno o due. Cuperlo dialoga, D’Alema stoppa; Speranza si sforza di essere possibilista, Bersani rimane piuttosto pessimista. D’Alema stoppa di nuovo. E tutti tornano alla casella di partenza.

Poi ci sono le altre pedine, quelle manovrate da chi sta fuori dal Pd: la pedina Sinistra italiana (a sua volta rappresentata da due sottopedine: da quelli che provengono da Sel e vanno verso il Pd, tipo il sindaco di Cagliari, Zedda, e da quelli che provengono dal Pd e vorrebbero tenersene il più distante possibile, tipo Fassina o D’Attorre), la logora pedina comunista (o post-, o ex-, o ri-: tipo Ferrero, o Bertinotti), la pedina che in ossequio a una vecchia idea potremmo chiamare della sinistra indipendente, formata dagli intellettuali di area, tipo Rodotà o Zagrebelski. Fino a non molto tempo fa, inoltre, sullo stesso tabellone giocavano per alcuni anche i grillini; ma ormai, dopo il connubio della sindaca Raggi con la destra romana, è molto più difficile farne una costola della sinistra. Da ultimo, però, c’è l’importante pedina che potremmo definire civil-rivoluzionaria, in omaggio alla vecchia, naufragata idea del Pm Ingroia (presente al raduno di D’Alema e Quagliariello), ma anche al profilo dei suoi due vistosi portabandiera: Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, e Michele Emiliano, governatore della Puglia. Loro stanno a cavalcioni: uno fuori e l’altro dentro il Pd, ma entrambi passionali e pugnaci, e soprattutto entrambi determinatissimi a mettere la loro esperienza amministrativa a disposizione. Di cosa? Di un nuovo soggetto politico, di una rinnovata partecipazione dal basso, di una nuova e più democratica maniera di fare politica, di una riapertura di dialogo a sinistra, della costruzione di un’alternativa, della ridefinizione, infine, del concetto stesso di sinistra. A disposizione di tutto questo, e del loro personale futuro politico, naturalmente.

Perché il conto è presto fatto: se l’esposizione dei partecipanti al gioco prende metà articolo, qualche problema c’è. C’è un problema portato dal protagonismo di alcuni dei personaggi elencati, ma c’è anche, in realtà, un problema legato a certe idee radicate. Anzitutto la vocazione per l’opposizione, in quanto luogo dove è più facile custodire intatta la propria identità e purezza; in secondo luogo, un modello di democrazia che definire consensualista è fargli un complimento ingiustificato. Bastava ascoltare Zagrebelsky, la sera del confronto con Renzi, dire che vede con un brivido di paura un governo che duri cinque anni (cioè che duri il tempo dettato dalla fisiologia costituzionale attuale, quella che il professore strenuamente difende), per convincersi che non di costruire un consenso ampio intorno alla decisione si tratta, ma di indebolire puramente e semplicemente il momento della decisione. Per lasciarla, evidentemente, in mani più miti e più sapienti: la decisione è infatti la chiave dell’esercizio del potere, ma a Zagrebelski e a certa dottrina non basta che sia un potere democratico, legittimato dal voto; preferisce, piuttosto, che a prendere la decisione siano gli ottimati del sapere (costituzionale, s’intende).

Ora, il gioco dell’oca della sinistra ha un traguardo, il 4 dicembre, fissato dal referendum sulla riforma costituzionale, cioè da Renzi. Ma i partecipanti non corrono, a ben vedere, per far vincere il no in odio a Renzi, ma perché, se vince il no, il tabellone non cambierà, e le pedine potranno rimanere tutte lì: nello stesso, sparso ordine in cui sono abituate a muoversi. Così si giocano, in realtà, due partite. In una, gioca il partito democratico nella sua larga maggioranza. E Renzi, che punta davvero a riporre il vecchio tabellone nella scatola del passato: dal punto di vista dei costumi politici, infatti, ancor prima che dal punto di vista dell’ordinamento della Repubblica e dell’assetto istituzionale, il referendum rappresenta indubbiamente un cambiamento profondo. Un’altra scacchiera. E nuove regole di gioco. Nell’altra, si gioca invece per posizionarsi nello scenario che seguirà all’appuntamento elettorale, qualora dovesse vincere il no.

In quest’altra partita, De Magistris ed Emiliano stanno forse qualche casella più avanti. Riescono infatti a intercettare quell’animus populista, quello spirito anti-casta, quella polemica nei confronti del ceto politico (di cui pure fanno parte, inevitabilmente) che gode oggi di un ampio favore, e che obiettivamente i D’Alema, i Cuperlo o i Bersani faticherebbero a rappresentare. La riforma non li spazzerà via (non spazzerà via nessuno), ma è chiaro che se vincesse il no, i due eroi della sinistra popolare non solo resterebbero in campo ma darebbero ulteriore fiato alla loro ottima e abbondante retorica (e qualche chance in più alle loro legittime ambizioni di recitare su un palcoscenico nazionale).   Che poi una vittoria del no significhi davvero per la sinistra avere qualche opportunità in più e non pescare invece la carta imprevisti, lasciando il tabellone in mano ai Grillo e ai Salvini, questo è più difficile a credersi.

(Il Mattino, 15 ottobre 2016)

La sfida nel Pd e il declino del riformismo

unexpected_meeting_palette_knife_by_leonid_afremovLe prime giornate d’autunno, le prime piogge, i primi freddi, sono il clima più indicato per quei quesiti esistenziali che nei momenti di crisi, o di passaggio, inevitabilmente affiorano. Ma se i dubbi riguardano le scelte politiche, allora non è nelle condizioni atmosferiche che bisogna cercare la ragione per cui compaiono. La Direzione del partito democratico si è conclusa con un voto unanime, ma la minoranza di Bersani, Cuperlo e Speranza ha scelto di non votare: le distanze, dunque, permangono. E il paradosso è che esse riguardano meno, molto meno il merito della riforma costituzionale, che l’Italicum, la legge elettorale. I prossimi giorni e le prossime settimane, comunque, ci diranno se l’iniziativa avviata da Renzi per «togliere l’alibi» alla minoranza interna, sortirà qualche effetto.

Ma se si solleva un po’ lo sguardo da questa partita molto tattica, fatta di mosse e contromosse, di frenate e aperture, di reciproci logoramenti e reciproche diffidenze, si vedrà, in un orizzonte più largo, non il cielo grigio di Roma e le prime foglie gialle, ma lo stato della sinistra riformista in Europa. Uno stato che definire di crisi è usare un tenero eufemismo. In Gran Bretagna, Corbyn sembra rinchiuso in una ridotta sempre più angusta, tanto che spunta di nuovo il nome di Tony Blair come ciambella di salvataggio per un partito sempre più lontano da un profilo di governo. In Francia Hollande è ancora in sella, ma il cavallo socialista pare giunto a fine corsa, e si avvicina l’eventualità di un ballottaggio per le presidenziali in cui la sinistra dovrà ingoiare l’amaro boccone di votare una destra presentabile e repubblicana, pur di fermare l’avanzata del lepenismo. In Germania la Merkel è in difficoltà, ma ad incalzarla  non sono i socialdemocratici. I quali sono da tempo entrati in una logica rassegnata, da «second best»: ipotizzare che possano andare oltre la partnership di minoranza in una grande coalizione è, al momento, complicato. In Spagna, infine, i socialisti sono in una profonda crisi di leadership, ben lontani dal costruire, da posizioni di forza, un orizzonte egemonico. Il resto d’Europa conferma, anzi aggrava questo quadro.

Ma al di là delle problematiche congiunture elettorali, è sul piano culturale che è sempre più difficile capire in che cosa i socialisti europei si differenzino dalle formazioni moderate o conservatrici. In che cosa l’agenda sui temi fiscali, del welfare, dell’immigrazione, della sicurezza, della stessa costruzione politica dell’Unione permetta di tirare un discrimine chiaro e netto.Di che cosa parlano, quali bisogni individuano come prioritari, quali domande sociali, quali interessi e anche quali ideali. Tutti i partiti che aderiscono al gruppo socialista del Parlamento europeo si definiscono progressisti, ma che cosa questa etichetta significhi è perlomeno dubbio: progressista è chi vuole una più stretta unione politica, o chi difende il welfare nazionale? Forse progressista è chi vuole politiche inclusive verso i migranti, e più ampi diritti di cittadinanza, ma allora perché tra i socialisti europei ci sono pure quelli dei muri e dei respingimenti? E l’euro: è stato o no un progresso? Lo si può dire forte e chiaro (e lo si può dire con la stessa forza e chiarezza a Roma, Atene e Berlino)? La  globalizzazione, l’internazionalizzazione dei mercati, le nuove tecnologie: fattori di progresso o seminatrici di paure?

La verità è che, come molti osservatori hanno notato, le linee di faglia lungo le quali si struttura il confronto politico si spostano, ed oggi la linea principale è saldamento presidiata dalle formazioni populiste. Che parlano oggi la lingua a tutti comune: la casta, i costi della politica, la corruzione e l’onestà. A questi temi si aggiungono quelli che articolano i timori di questo inizio di millennio, su cui la destra sembra avere più argomenti: lo straniero, il musulmano, la crisi ecologica, il terrorismo. Qual è invece il lessico della sinistra? Difficile trovare le parole. C’è chi considera questo spostamento di campo – di linguaggi, di emozioni, di convinzioni – un effetto della lenta, ma inesorabile consumazione ideologica dei partiti tradizionali, e chi invece capovolge il rapporto, e ritiene che sia l’emergere di nuove istanze, di nuove soggettività, di nuovi scenari globali ad accompagnare le diverse declinazioni del socialismo europeo verso la porta di uscita della storia. Che sia in un modo o nell’altro, il risultato sotto gli occhi è un pesante ingolfamento della tradizione riformista, che non riesce da tempo a indicare un futuro possibile verso il quale orientare le cuori e le menti di quella specie di umanità – oggi un po’ più rara di ieri – che rimane l’umanità europea.

Certo è ingeneroso usare questo metro lungo per giudicare l’esito della Direzione del Pd, il cui orizzonte era disegnato molto più ravvicinatamente dall’appuntamento di dicembre. Ma se la partita interna si accontenterà di rappresentarsi come la sfida tra quelli che hanno i voti, e spregiudicatamente comandano, e quelli che conservano il senso della sinistra, e molto si dolgono, allora si farà sempre più probabile che il destino del partito democratico si unisca, prima o poi, a quello dei partiti fratelli.

(Il Mattino, 12 ottobre 2016)

Matteo e l’impresa dell’aria nuova

Aria di Parigi

Fermarsi e riflettere, come chiede Ganni Cuperlo, o andare avanti? Nella Direzione di ieri, Matteo Renzi non ha mostrato di avere molti dubbi: andare avanti. Andare fino in fondo. E pazienza se Cuperlo e la minoranza del Pd mettono il muso, e pensano che in questo modo il segretario condurrà la sinistra italiana verso una sconfitta storica. Cosa del resto vorrebbe dire fermarsi? Si sono sentite tre cose. In primo luogo, fermarsi significa rinunciare al doppio incarico, e quindi andare al congresso del partito democratico con un ticket, cioè con due nomi: uno per il governo e l’altro per il partito. Come se le cose avessero mai funzionato, al tempo in cui Prodi era al governo e una volta D’Alema e l’altra Veltroni, dal partito, già gli preparavano il funerale. In secondo luogo, fermarsi vuol dire accogliere la proposta della minoranza di lasciare tutti liberi di aderire ai comitati del sì oppure del no al referendum costituzionale del prossimo autunno. Come se il partito non dovesse avere una linea riconoscibile, condivisa, unitaria, e non avesse anche un minimo dovere di coerenza – anzi di intellegibilità – rispetto al percorso di riforme avviato. Chi capirebbe un partito che ha metà della sua classe dirigente per il sì, e l’altra metà per il no, sulla questione centrale su cui – c’è poco da girarci intorno – può cadere non solo il governo ma l’intera legislatura? Ma la minoranza, imperterrita, ieri chiedeva «piena cittadinanza» per chi voterà no (e farà pure campagna). In terzo e ultimo luogo, la legge elettorale. Su questo, la minoranza batte da tempo, ma ieri anche Franceschini – cioè uno degli azionisti di riferimento della maggioranza del partito – si è schierato apertamente per la modifica dell’Italicum e l’introduzione del premio di coalizione in luogo del premio alla lista. Il ragionamento svolto dal ministro della Cultura è stato il seguente: dobbiamo battere i populismi che da Trump in America a Nigel Farage nel Regno Unito rappresentano la sfida principale. Battere i populismi significa includere, ampliare lo schieramento delle forze che sostengono il peso del governo. Ora, il premio di coalizione serve proprio a questo, e consente di allargarsi sia a sinistra che al centro. Inoltre, serve alla destra per ricompattarsi un po’, per mettere insieme pezzi che altrimenti non riuscirebbero a sommarsi.

Pure questa riflessione si infrange in realtà contro un «come se» grosso come una casa. Franceschini parlava infatti come se le coalizioni avessero finora dimostrato di reggerlo davvero, il peso del governo, e non fossero invece sistematicamente finite in pezzi. E questo sia a sinistra che a destra, essendo state vittime di coalizioni confuse e litigiose tanto Prodi quanto Berlusconi.

Insomma, le proposte ascoltate ieri sono state da Renzi rispedite al mittente. Oppure ai loro luoghi propri. Volete un partito diverso? Proponete modifiche statutarie. Volete un altro segretario? C’è il congresso che lo elegge. Ma lui, Renzi, fintanto che manterrà la leadership, andrà avanti lungo la linea tracciata. Personalizzazione o non personalizzazione. Populismo o non populismo.

Piani B, del resto, non ce ne sono. La legge elettorale e riforma costituzionale non formeranno un combinato disposto, in termini strettamente giuridici, ma politicamente parlando sono ben legate l’una all’altra, in una sfida complessiva da cui dipende, per il segretario del Pd, la possibilità di uscire finalmente dal pantano di questi anni.

Renzi, per il resto, ha messo in chiaro di non essere affatto rimasto impressionato dal voto di giugno, che ha preferito leggere in chiave prevalentemente locale. In verità, tutti gli interpreti delle diverse anime del partito hanno finito col legare insieme voto amministrativo e Brexit, col risultato che la misura del confronto è divenuta da un lato quella generale, di come evitare di finire nel mirino dei vari populismi che rinfocolano in tutto il braciere europeo e si manifestano nelle urne italiane, come in quelle britanniche, o austriache, o spagnole. Dall’altro lato, quello particolare della lotta interna al partito e delle strategie di logoramento tentate per sbalzare dal sellino il premier. Su questo secondo versante, Renzi non ha ovviamente fatto la minima concessione, e anzi in replica ci è andato giù duro contro l’accusa di vivere dentro un talent show (o – che è lo stesso – di essersi chiuso nel proprio giglio magico), rivendicando con forza la propria attività di governo. Sul primo versante, invece, si è messo a ragionare: di questione sociale e periferie con Matteo Orfini Piero Fassino e Maurizio Martina; di sicurezza con Vincenzo De Luca, di scuola e investimenti con Graziano Del Rio e Anna Ascani. Sembravano discussioni vere, e forse lo erano. Ma nessuna di queste questioni porta con sé un referendum, sicché per Renzi la vera scommessa rimane quella di riuscire a spiegare ai cittadini che la ricostruzione del sistema istituzionale, affidata al voto di ottobre, non è una questione interna ai gruppi dirigenti del Paese, alla «casta», ma anzi il modo per far circolare aria nuova nelle stanze della politica italiana.

(Il Mattino, 5 luglio 2016)

 

Eccesso di legittima difesa

Bruno BrindisiL’attacco di Vincenzo De Luca a Rosi Bindi non è passato inosservato: non poteva. Le parole che ha usato sono andate oltre il segno. Per rinfacciare al Presidente della Commissione Antimafia «l’atto infame» – così lo ha definito – che la Bindi compì, diramando nell’immediata vigilia del voto regionale la lista degli impresentabili, e includendovi anche De Luca, il governatore campano non ha esitato a definire a sua volta la Bindi «impresentabile», infilando però la spregiativa aggiunta: «da tutti i punti di vista». E, come non bastasse, al giornalista che chiedeva cosa rimproverasse alla Bindi, De Luca ha risposto che le rimprovera nientemeno che di esistere. Decisamente troppo: le reazioni del mondo politico non si sono fatte attendere. D’altra parte, chi ha già avuto modo di confrontarsi con il linguaggio «netto deciso e forte» (sono gli eufemismi di Lilli Gruber, in trasmissione), non troverà molti motivi per meravigliarsi di una simile aggressione verbale. In cui De Luca incappa, al di là delle intenzioni esplicite dell’altra sera, per il solo fatto che ricorre spesso a espressioni assai colorite (altro eufemismo). Finché rimanevano confinate in una dimensione provinciale, potevano essere derubricate a folclore; ora che trovano un palcoscenico nazionale e provengono da una più alta carica, non più. Il personaggio inventato da Crozza, che lo imita ormai tutte le settimane, nasce così.

Dopo però che De Luca avrà porto le sue scuse, come ci auguriamo, non sarà inutile che faccia pure qualche riflessione meno estemporanea sull’incidente occorsogli. La scorsa settimana c’è stato il congresso dell’Associazione nazionale magistrati, e si è capito che questa non è più la stagione di uno scontro frontale fra politica e magistratura. Le riforme istituzionali: anche loro hanno fatto un tratto del cammino che dovrà portare all’approvazione definitiva del Parlamento, e presumibilmente al referendum del prossimo anno. Pure le polemiche nel Pd perdono forza, o almeno consistenza. In questo quadro, le parole di De Luca suonano davvero fuori posto: rinfocolano un conflitto fra le istituzioni su cui nessuno, proprio nessuno può seguire il governatore campano.

Ciò è tanto vero, che ad accorrere in difesa della Bindi non sono scesi solo Cuperlo o Miguel Gotor, uomini della minoranza Pd, ma anche un ministro di peso come Maria Elena Boschi. Certo, le parole di De Luca erano viziate da un tratto maschilista inaccettabile, così come è frutto di maleducazione istituzionale riferirsi al Presidente di un importante commissione del Parlamento chiamandola «signora Rosaria Bindi», con la stessa derisione, nello sminuire i titoli o nel cambiare i nomi, che usava Totò nello storpiarli. Ma di nuovo: non ne va solo di galateo istituzionale o di solidarietà femminile: si vuol anche dire a De Luca che le cose a Roma non vanno come a Salerno, e che il grugno che esibisce sporgendo in avanti la mascella può funzionare quando si domina incontrastati la scena politica locale, funziona meno quando si deve tenere un dialogo con il livello di governo nazionale, o con il Parlamento. Che invece De Luca continua a dipingere con disprezzo come la «casta», soffiando su umori antipolitici che prima o poi, a un uomo che è al potere da una trentina d’anni, è possibile che gli presentino il conto.

Ciò detto, è vero pure che, in realtà, De Luca ha parlato per fatto personale: non ci sta a passare per camorrista solo perché l’Antimafia lo definisce impresentabile a causa di una vicenda vecchia di quindici e passa anni, su cui ha rifiutato la prescrizione, o per una condanna in primo grado per abuso d’ufficio, «il più sfessato di tutti i reati» (anche in questo caso il copyright è suo, di De Luca: non di Crozza). Per questo, oltre che per complessione caratteriale, reagisce a muso duro, ribatte colpo su colpo, e forse dà pure qualche colpo in più. Il ragionamento politico che però ieri ha cercato di far passare, mentre veniva incalzato sull’applicazione della legge Severino, sulle sue sorti in caso di sospensione, sugli impresentabili nelle sue liste, merita di essere giudicato per quel che è: un ragionamento tutto politico. Per vincere in Campania il Pd da solo non basta. Dunque bisogna cercare accordo con segmenti di ceto politico moderato, che è quel che lui ha fatto. Le denunce vanno presentate all’autorità giudiziaria, e vanno circostanziate, ma stanno, devono stare su un altro piano. Le solleciti Saviano o chiunque altro: su questo De Luca ha ragione. Poi ci si può domandare se in questo modo, pagando questo prezzo politico, De Luca sarà in grado di produrre comunque la necessaria (e promessa) discontinuità degli atti di governo, ma questa è la materia su cui gli elettori giudicano e giudicheranno, più che la ragione di un veto pregiudiziale, o morale, nei confronti dell’esperienza amministrativa appena avviata.

E invece De Luca viene messo all’angolo, finisce sulla difensiva, è incalzato su un terreno sul quale lui rifiuta di stare. Perciò reagisce in malo modo. Lui, nato e cresciuto nel vecchio partito comunista, disposto forse a passare per un uomo di potere, ma non certo per un uomo di malaffare.

(Il Mattino, 29 ottobre 2015)

Le domande che farei

Immagine3Nell’epoca della personalizzazione della politica, siccome si ritiene che quello che è da conoscere è anzitutto il profilo personale del futuro segretario – i suoi gusti, le sue abitudini, le sue idiosincrasie – le domande giuste potrebbero essere: con quale personaggio dei fumetti ti identifichi, qual è il tuo piatto preferito, ricordi l’ultima volta che hai pianto, a quale animale ritieni di assomigliare, dimmi l’ultimo film che hai visto al cinema.

Siccome però si tratta pur sempre dell’elezione del leader del principale partito politico italiano, forse non è del tutto sbagliato augurarsi che dal confronto televisivo di stasera venga qualche schiarita circa il futuro che Renzi, Cuperlo e Civati immaginano anzitutto per il partito che si candidano a guidare, poi per il governo che il Pd attualmente sostiene in Parlamento, infine per l’Italia e per l’Europa.

Anzitutto sul partito, dunque. Renzi è accusato di usarlo solo come trampolino per il governo, Cuperlo di immaginarlo solo come il luogo in cui coltivare un riflesso identitario, Civati di tenersene alla larga per infilzarlo sempre volentieri, e lucrare così sulla presa di distanza da esso. Chiunque vinca, da segretario eletto dovrà cambiare almeno un poco la posizione che tiene adesso, sicché gli si deve chiedere che partito vuole fare, con quale cultura politica, quali risorse, quale rapporto con iscritti ed eletti. Nella seconda Repubblica ha sempre vinto la discontinuità, la novità, a volte persino l’estraneità rispetto alla politica: c’è da andarne fieri? Hanno il coraggio di dirci dove invece intendono finalmente piantare la loro tenda e metter radici? Tutti e tre vogliono star dentro il socialismo europeo: chi di loro si incarica di spiegarlo a Fioroni e Castagnetti? E lo statuto: gli va bene così com’è, con le primarie le convenzioni e tutto il resto? Funziona, secondo loro?

Poi il governo. Tutti e tre mostrano, con accenti diversi e diverso senso di responsabilità, di voler marcare una differenza rispetto all’azione condotta fin qui da Enrico Letta. Ma, da segretari, lavorerebbero per ridurre quella differenza o per accrescerla? Questo governo, fortemente voluto da Napolitano, è nato per necessità e spirito di servizio. Ora che non c’è più Berlusconi, Dio ce ne scampi e liberi, ritengono di poterlo considerare finalmente il nostro governo, il governo dei democratici? Se no, com’è probabile, come pensano allora di farlo, un governo Pd, in questa o in un’altra legislatura? E in particolare: a quale legge elettorale pensano, e con quali forze politiche? Coi grillini mai? Con Casini ancora un altro poco? Con Alfano solo per questa volta?

Intanto però questo governo c’è, e si sforza pure di governare. Da quali punti programmatici dovrebbe secondo loro ripartire? Qual è il fronte su cui è più debole la sua azione, e più urgente un cambio di rotta?

Infine l’Italia. Forse non sarebbe inutile se provassero a raccontare la crisi, come loro immaginano che investa il paese. Perché non tutti i racconti sono uguali. Un conto è che comincino dal debito pubblico, un altro che insistano sulla debolezza della domanda, sui bassi salari e la forte diseguaglianza, un altro ancora è che lamentino scarsa competitività o troppa burocrazia. Il loro mantra è la modernizzazione, la giustizia sociale o la partecipazione dal basso? Siccome però in tutti i loro racconti si imbatteranno nell’Europa, dovranno anche farci capire come intendono smuovere la Merkel dalle ricette rigoriste che ha finora inflessibilmente propinate all’Unione, resistendo a ogni ipotesi di condivisione del debito, di bond europei, di correzione della bilancia dei pagamenti tedesca. Ecco: qual è la loro ipotesi, al riguardo?

Ma il pubblico di Sky Tv cerca davvero un simile terreno di discussione? Vuol sapere davvero quali parole vere siano finora uscite, ad esempio,sul Mezzogiorno, sulla scuola o sull’ambiente? È davvero in questi termini, di un confronto serrato sui programmi, che è impostata l’elezione del segretario? O sono altri gli elementi che si riveleranno decisivi stasera, quando i candidati saranno insieme in scena, a figura intera, e saranno osservati piuttosto nei loro gesti e nella loro mimica che non nelle loro parole o nei loro argomenti? Nel qual caso, siccome alla domanda sul pantheon personale come l’altra volta con Bersani così questa volta nessuno avrà dubbi, tra Kennedy e Togliatti solo il primo avrà una nomination, la domanda di chiusura potrebbe allora essere: quale strumento suonava Marilyn Monroe in A qualcuno piace caldo? Se poi l’uno o l’altro vorrà anche intonare il motivetto, di sicuro vincerà il confronto.

(L’Unità, 29 novembre 2013)

Democratici, la sfida si gioca sui contenuti

ImmagineLe percentuali decretano il successo di Renzi. Che in vista del voto aperto delle primarie dell’8 dicembre porta a casa il 46,7% dei consensi tra gli iscritti al partito. Ma Cuperlo va meglio del previsto, raccogliendo il 38,4%: quella che doveva essere una passeggiata trionfale per il sindaco di Firenze si sta rivelando invece una battaglia vera, il cui esito rimane aperto. Non tanto perché la distanza fra i due principali contendenti appaia colmabile – benché evidentemente lo sia, sul piano strettamente numerico – ma perché, sul piano politico, il successo di Renzi non sembra più avere lo smalto dei primi tempi. Nella sfida con Bersani, il profilo del sindaco rottamatore era inequivocabile: da outsider, lontano dalle oligarchie di partito, Renzi poteva incentrare con disinvoltura il suo messaggio sull’idea che bisognasse innanzitutto mandare a casa un intero ceto politico. E siccome significa qualcosa che da venti e più anni a questa parte – da Bossi a Berlusconi a Grillo, passando anche per la fiammata di Veltroni – tutti coloro che finora sono apparsi vincenti nell’agone politico hanno sempre premuto sul pedale del rinnovamento (e dell’altrui pensionamento), non fa meraviglia che anche Renzi abbia pensato bene di schiacciarlo con forza.  L’abilità comunicativa faceva il resto, e il vento dell’opinione pubblica gli gonfiava le vele.

Ma in quest’ultima campagna congressuale Renzi è entrato da favorito: la novità si è così un po’ appannata in un gioco di equilibri ed alleanze che ne hanno attutito almeno in parte il registro principale. Non solo, ma la necessità di tenere fin da subito in vista il nodo della «coabitazione» con il governo in carica si è tradotto in una miscela di tatticismo e spregiudicatezza, che ha accorciato le distanze del sindaco dal nefasto «teatrino della politica». In ogni caso, forse perché le vittorie brillanti non sono mai brillanti come quelle a sorpresa, sta il fatto che il risultato di ieri è molto meno dirompente di quanto forse ci si attendeva.

Né può trattarsi semplicemente del peso inerziale del vecchio apparato di partito, che mal digerisce la novità di Renzi. Innanzitutto perché è sbagliato definire voto di apparato il voto degli iscritti: comunque si pensi di cambiare i partiti, e qualunque pastrocchio venga combinato con il tesseramento dall’una o dall’altra parte, sarebbe bene mantenere questa misura di rispetto nei confronti degli aderenti a un’organizzazione politica. In secondo luogo, e sopratutto, perché nelle precedenti primarie i risultati nella platea più ampia dei simpatizzanti ed elettori si sono mantenuti allineati a quelli dei circoli, sicché non c’è da attendersi sfracelli dal voto dell’8 dicembre. Allo stato, i rapporti di forza dicono, e probabilmente ripeteranno nel voto finale, che l’area di consensi che si riconosce nella proposta in senso lato socialdemocratica di Cuperlo è vasta, nient’affatto residuale ma anzi consistente e in certe aree del paese ben radicata.

In fin dei conti, questo è il punto. Il voto per Cuperlo ha contorni ben riconoscibili: rileva poco se siano vecchi o nuovi, rileva invece se l’idea «tranquilla» di partito e di sinistra che Cuperlo propone – fatta di dignità del lavoro, di difesa del ruolo pubblico nell’economia, di diritti civili e sociali in primo piano, di un’idea del partito come comunità politica – sia premiata perché rassicurante per una larga fetta dell’elettorato. Il confronto ovviamente ne guadagnerebbe se dall’altra parte Renzi tenesse fermo un profilo liberal altrettanto ben delineato, senza accontentarsi della vittoria che la voglia di cambiamento gli consegna. La sua «rivoluzione radicale» non ha infatti ancora contorni precisi. Renzi sembra aver chiaro che ci sono sacche di conservatorismo da prosciugare, ma è molto meno chiaro quando si tratta di indicare dove si annidino. Basta vedere come si muove in queste ore sul tema della giustizia: in apertura della campagna elettorale aveva avuto parole inequivocabili sulla necessità di cambiare, ma nei confronti del ministro Cancellieri asseconda lo stesso clima e gli stessi umori che hanno finora frenato, piuttosto che aiutato, il cambiamento.

Forse, le doti di leadership e la capacità di rivoltare davvero la politica italiana Renzi le dimostrerà davvero il giorno in cui proverà ad andare anche contro vento, non solo a profittare della sua direzione.

(Il Mattino, 19 novembre 2013)