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Il moralismo come offerta

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Nasce una nuova forza politica, Liberi e Eguali, e prende definitivamente corpo e figura quello spirito che ha aleggiato per tutto il corso della seconda Repubblica sopra le diverse formazioni che nel campo del centro-sinistra si sono succedute dal 1994 ad oggi: la sinistra morale, che trova immediatamente il suo leader nel Presidente del Senato Pietro Grasso.

Se si arriva alla manifestazione di ieri seguendo il ritmo della cronaca, si è costretti a raccontare la lenta diaspora del Pd, poi il rimescolamento di carte in quella che una volta era Sinistra e Libertà di Nichi Vendola (e che ora si chiama Sinistra italiana ed è guidata da Fratoianni), poi la fragorosa scissione di Bersani e D’Alema, che persa la guerra con Renzi dentro il Pd danno vita a Mdp, infine la ricomposizione di questi pezzi sparsi della sinistra in un’unica lista, in vista delle prossime elezioni. Tutto questo conta, ovviamente, ma visto troppo da vicino porta in primo piano solo i dissapori personali, le schermaglie tattiche (accentuate dalla nuova cornice proporzionale in cui si svolgeranno le elezioni), e anche una comprensibile esigenza di sopravvivenza di quella parte di ceto politico che Renzi ha costretto a traslocare fuori del Pd.

Ma se si prende sufficiente distanza dal puro e semplice srotolarsi dei fatti, e si giudica in una prospettiva storica, si vede subito qual è il fattore comune che consente a questa nuova formazione di nascere: la pregiudiziale morale, o forse meglio: moralistica, che un tempo galvanizzava le più ampie coalizioni di centro-sinistra, a titolo di suo indispensabile complemento ideologico, e che ora si materializza e rapprende definitivamente in questa sinistra residuale, che in essa trova la sua ultima risorsa identitaria.

Che cos’altro, d’altronde, poteva permettere a Grasso di diventare in un battibaleno, neanche il tempo di lasciare il partito democratico, il leader naturale di Liberi e Eguali? Grasso è persona rispettate da tutti per il suo passato di magistrato: prima giudice nel maxiprocesso a Cosa Nostra, intentato da Giovanni Falcone, poi alla guida della Procura di Palermo, quindi a capo della Procura nazionale antimafia. Il Presidente del Senato ha detto ieri che non si farà forte del suo passato; sta di fatto, però, che la prima ragione che Roberto Speranza ha declinato, per sentirsi dalla parte giusta è stata il filo rosso – così ha detto – che arriva dagli attentati di Falcone e Borsellino fino a qui, fino a ieri.

D’altra parte, se uno analizza il discorso d’investitura tenuto ieri da Grasso, non vi trova il materialismo storico e l’analisi di classe – e questo si capisce –, ma nemmeno una sferzante critica del neoliberismo, o una piattaforma economica alla Mélenchon o alla Corbyn. Certo, seguirà il programma, ma è abbastanza evidente che l’unico ombrello sotto il quale la sinistra può oggi riunirsi, chiamandosi ovviamente fuori dalle responsabilità di governo che pure ha assunto in questi anni, è quello morale.

È l’ombrello più ampio che sia stato tenuto aperto dalla sinistra durante la seconda Repubblica. Sotto di esso, i tentativi di offrire una risposta di governo non sono mancati: con l’Ulivo, con l’Unione, con il Pd. Con risultati alterni e variamente giudicati. Ma quale di essi potrebbe oggi essere rivendicato da Liberi e Eguali, se l’esigenza è quella di marcare una forte discontinuità rispetto al passato? Quale eredità può essere reclamata, se si tratta di battersi per reintrodurre l’articolo 18? E quale schema politico può essere adottato, se non quello che consiste nell’alzare una barriera contro ogni possibile accordo con la destra. Certo, una simile posizione rende possibile solo dare i propri voti ai Cinque Stelle, ma chi si permetterebbe mai di considerarlo un inciucio? Invece, qualunque ipotesi di grande coalizione, o anche solo di accordo al centro, viene presentata come un cedimento morale: vai poi a capire come lo si governerà, questo Paese, dopo il voto. Ebbene, non è in questi termini che ha sempre funzionato l’antiberlusconismo? E non è di nuovo quel motivo che viene riproposto, per rappresentare il Pd come il partito traditore (copyright Pippo Civati) degli ideali della sinistra?

In realtà, la sinistra storica – quella che reggeva un pezzo dell’arco costituzionale della prima Repubblica – non era banalmente la sinistra dei grandi ideali, ma quella che stava dentro un campo internazionale di forze, che aveva robusti referenti sociali e che provava, in breve, a conquistare le casematte del potere, per dirla con il suo nume tutelare, Antonio Gramsci. Tutto questo non vive ormai più da tempo. Ma se viene abbandonato l’altro orizzonte che la sinistra ha provato faticosamente a darsi dopo l’89 – quello cioè di accreditarsi come partito convintamente riformista e di governo – è evidente che non rimane altro se non la nobile testimonianza dei propri ideali. E, per quello, chi meglio di Pietro Grasso, di un’icona morale, arricchita dal prestigio dell’istituzione?

Ora: magari ha ragione D’Alema, Liberi e Eguali può davvero raggiungere la doppia cifra (anche se i sondaggi la stimano attualmente meno della metà). Ma se anche andasse come D’Alema si augura, è improbabile che quella nata ieri sia davvero la sinistra del futuro. Ha piuttosto tutte le carte in regola per rappresentare l’ultima lampada in cui il genio moraleggiante della sinistra è tenuto racchiuso e sotto conserva, nella speranza che strofinandola con energia possa tornare a soffiare con forza.

(Il Mattino, 4 dicembre 2017)

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La commedia degli equivoci

Menecmi

Non è certo la prima volta che la sinistra chiede ai suoi elettori di armarsi di santa pazienza. Questa volta tocca loro farlo per i risultati deludenti del voto siciliano, ma ancor più per il dibattito che ne sta sortendo.

Che non è in grado di chiarire quale sia il punto di capitone, quello intorno al quale si annoda tutto il resto: si tratta di Renzi, o delle politiche adottate dal Pd in questa legislatura? Si tratta della leadership, o del jobs act? Per un pezzo della sinistra – quella, grosso modo, che fa capo a Sinistra italiana di Fratoianni e ai nuovi eroi della società civile, i Falcone e i Montanari – il problema sono le politiche, e Renzi solo in quanto è stato lo strumento più efficace della loro attuazione. In questa chiave, fra Gentiloni e Renzi non c’è tutta questa differenza. E in verità differenza sostanziale non c’è nemmeno rispetto al precedente governo Letta, se non per questioni di stile e di energia politica. Che differenza vi può mai essere, poi, sempre dal punto di vista di questa sinistra più radicale, col Pd di Bersani che sosteneva lealmente il governo Monti, insieme a Forza Italia? Nessuna vera differenza. E a riprova: mentre Bersani celebra il Presidente Grasso come un dio, Tomaso Montanari ha già scritto una lettera aperta per dire rispettosissimamente che per lui Grasso (come ieri Pisapia) non può affatto rappresentare il mutamento di politiche di cui vi sarebbe bisogno.

Le cose stanno invece tutt’al contrario per i fuoriusciti di Mdp: per loro il problema è Matteo Renzi, e solo subordinatamente le politiche. Se non la vogliono mettere troppo sul personale diranno che è il nefando giglio magico, ovvero un certo modo di gestire il potere, oppure la concezione renziana del partito e della democrazia, o semplicemente il suo essere troppo divisivo. Ma insomma: è lui. Le politiche di questi anni c’entrano solo strumentalmente: hanno votato persino il pareggio di bilancio in Costituzione (quasi una bestemmia, per la sinistra radicale), hanno ingoiato ogni specie di rospo finché sostenevano responabilmente il governo: quale altro anfibio non deglutirebbero, una volta che si fossero sbarazzati di Renzi?

Queste cose le sanno tutti, dentro il Pd e fuori il Pd. Le sanno gli avversari interni, che, preoccupati o sollevati che siano, spingono Renzi verso il passo indietro, e le sanno quelli di fuori, che però non hanno alcun interesse a sciogliere tutte queste ambiguità.

E neppure hanno interesse a vedere quello che davvero è successo in Sicilia, dove il Pd non ha preso un solo voto in più rispetto al 2012, mentre ha subito una emorragia di voti che cinque anni fa erano venuti dal centro (dalle parti dell’Udc, non proprio una formazione di sinistra), e dove Mdp non ha aggiunto un solo voto a quelli raccolti da Fava nelle passate elezioni, quando Mdp non esisteva. Che è come dire che non esiste neanche adesso, se non come indice di un problema, certo non di una soluzione.

La soluzione, però, non ce l’ha nemmeno Matteo Renzi. Perché da un lato è perfettamente consapevole che dalla sconfitta al referendum ad oggi ha perso il suo appeal verso l’elettorato che lo aveva portato su, fino al 40% delle europee – un elettorato che solo una fervida fantasia potrebbe connotare come di sinistra, in una qualunque accezione ideologicamente significativa del termine –, ma che si trova, volente o nolente, invischiato in un logorante dibattito sul destino del campo democratico, che in realtà si fa sempre meno distinguibile, agli occhi dell’opinione pubblica, da un dibattito sul destino dei suoi gruppi dirigenti. E questa, c’è poco da fare, è una maniera sicura per avvitarsi su se stessi, e lasciare che le uniche proposte politiche credibilmente offerte al Paese siano quella del centrodestra (i cui problemi interni appaiono oggi in via di soluzione) e quella dei Cinquestelle (che per definizione problemi interni non ne hanno).

La discussione in corso a sinistra finisce così con l’essere una commedia degli equivoci: però voluti, per nulla involontari. Ci si mette in cerca del nome giusto per riunire finalmente il centrosinistra, e si fa finta che l’esigenza del partito democratico di allargare il campo, di costruire una coalizione di forze che restituisca al Pd un profilo innovatore, aperto, vincente, sia la medesima di esigenza di chi vuole semplicemente togliere di mezzo Renzi. Si cerca di produrre la necessaria discontinuità, il che di nuovo significa sacrificare Renzi, e si finge di credere che in questo modo i voti della sinistra radicale si potranno facilmente sommare a quelli del Pd. Il tutto avendo a disposizione soll quattro mesi, il tempo che ci separa dalle elezioni. Come se il centrosinistra non l’avesse già provata questa strada, nel 2001, quando a un passo dal voto cambiò cavallo e scelse Rutelli al posto di Giuliano Amato. Coi risultati che sappiamo.

Ma più di un cambiamento del genere il Pd non è in grado di proporlo, al punto in cui è. Non potendo restar fermo, è possibile che cercherà di qui in avanti tra le formule che consentano di salvare capra e cavoli: distinguendo fra premiership e leadership; fra segretario del partito e presidente del Consiglio; fra leader del partito e leader della coalizione. Come se davvero questo si aspettassero gli italiani, per portare il centrosinistra al 40%, o almeno Mdp a una percentuale di voti significativa. E poi non dite che non occorra molta, moltissima pazienza.

(Il Mattino, 8 novembre 2017)

I democratici nell’era proporzionale

The Beached Margin 1937 by Edward Wadsworth 1889-1949

E.  Wadsworth, The Beached Margin (1937)

Fra i grandi vecchi che intervennero ad Orvieto nel 2006, nel seminario di studi che precedette la nascita del partito democratico, prese la parola anche Alfredo Reichlin. Cominciò da lontano, dal movimento operaio, dal quale provenivano quelli come lui, e parlò del disagio del cattolicesimo democratico che confluiva nel nuovo partito con il timore che l’egemonia sarebbe rimasta saldamente nelle mani degli ex comunisti, ma anche del malessere della sinistra, che temeva dal canto suo di stingersi in un nuovo contenitore non ancorato saldamente nella tradizione del socialismo europeo. Poi però accorciò le distanze, guardando ai compiti ai quali il nuovo partito era chiamato – crisi della democrazia, diritti di cittadinanza, ricostruzione della politica, europeismo – ed aggiunse: «l’identità di un grande partito non è l’ideologia, ma la sua funzione storica reale». Parole sante, a dar retta alle quali la si finirebbe in un sol colpo di chiedersi quanto è di sinistra, o di centrosinistra, il partito democratico, a dieci anni dalla sua fondazione.

Quel che davvero conta non sono i richiami identitari, tantomeno le medianiche evocazioni dello spirito originario, ma quale funzione in concreto il Pd abbia esercitato, e quale funzione pensi ancora di esercitare. Certo, il contesto è cambiato: la democrazia competitiva nella quale il nascente partito democratico doveva inserirsi non c’è più. Non c’è il maggioritario, ma una legge che, faute de mieux, rimette in campo le coalizioni, o qualcosa che prova a rassomigliarci. La partita a due, centrosinistra versus centrodestra, è diventata una partita a tre, o a quattro: maledettamente più complicata. Così che la crisi della democrazia, di cui ragionavano ad Orvieto i partecipanti al seminario, è ben lungi dall’essere alle nostre spalle. La partecipazione politica continua a calare, il virus populista si è grandemente diffuso, la risposta immaginata in termini di riforme costituzionali è naufragata: la salute complessiva del sistema politico, insomma, non è gran che migliorata. Quando dunque Renzi oggi dice che senza il Pd viene giù tutto, non usa solo un argomento da campagna elettorale, ma rivendica quella funzione nazionale di cui parlava Reichlin, e che ha portato i democratici ad occupare a lungo posizioni di governo. Caduto Berlusconi, il Pd ha sostenuto prima Monti, poi Letta, poi il governo del suo segretario Renzi, adesso Gentiloni. In nessuna di queste esperienze di governo il Pd ha governato da solo, o con i soli alleati di centrosinistra: non ve ne sono mai state le condizioni, ed è difficile anche che vi siano nel prossimo futuro.

Di tutte le riflessioni che il Pd è oggi chiamato a fare, questa è forse la più urgente: come si attrezza un partito nato con l’ambizione veltroniana della vocazione maggioritaria, dentro una congiuntura che quella vocazione ha abbondantemente smentito, ridimensionando anzi sempre di più le forze maggiori. Basta guardare al di là delle Api quel che succede alla socialdemocrazia tedesca, o al socialismo francese, per convincersene.

Quanto al suo profilo programmatico, il Pd ha sempre rivendicato il carattere di una forza progressista, riformista, europeista. Non sempre però è stato chiaro a tutti, dentro il Pd, di cosa riempire queste parole. Basti pensare che ad Orvieto era nientedimeno che D’Alema a chiedere «una nuova cultura politica che andasse oltre il vecchio schema socialdemocratico». Si voleva andare al di là, e si è ricaduti al di qua. Quella nuova cultura politica, che veniva identificata con la terza via, con il New Labour di Blair, o il Neue Mitte di Schroeder è proprio ciò che il D’Alema di oggi, quello che ha mollato il Pd da sinistra, mai prenderebbe ad esempio. Ma più che la contraddizione palese, o la credibilità dei suoi interpreti, conta politicamente il fatto che con questa giravolta è rispuntata quella sinistra identitaria, radicalizzata, che il Pd aveva cercato di riassorbire.

Certo, di mezzo c’è stata la grande crisi economica e finanziaria del 2008: il Pd ha avuto la sventura di nascere con il vento contro, mentre finiva la spinta euforica della globalizzazione, e la marea, ritirandosi, lasciava riaffiorare tutti i problemi rimasti aperti: le diseguaglianze crescenti, l’erosione delle classi medie, le precarietà diffuse, le insicurezze e le paure non governate. Ma, anche così, la funzione storica del Pd non è cambiata di molto, tra ancoraggio europeo e prospettive di riformismo sociale ed economico dentro una solida cultura di governo. Questo è, o dovrebbe essere, il Pd, una cosa riconoscibilmente diversa dalla destra nazionalista di Lega e Fratelli d’Italia, dal populismo giustizialista dei Cinquestelle, dal centrismo moderato di Forza Italia.

Nessuna mutazione genetica è dunque in corso. Altra storia è se, in questa fase, in cui il mondo sembra un’altra volta finire fuori dai cardini, sia abbastanza essere una forza tranquilla – come diceva il Mitterand che saliva per la prima volta all’Eliseo – o se invece non prevalgano passioni e umori più forti, al cui confronto il riformismo appare una pietanza scipita. Le elezioni non sono lontane, e fra poco questo interrogativo verrà sciolto dalle urne.

(Il Mattino, 15 ottobre 2017)

La sindrome dei fratelli coltelli

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P. Picasso, Primi passi (1943)

È finita come non poteva non finire: a sinistra del partito democratico non c’è una formazione, ce ne sono (almeno) due. Una lavora per costruire un nuovo Ulivo, un centrosinistra allargato, un campo progressista: qualcosa – la si chiami come si vuole – che non sta politicamente in piedi senza il partito democratico; l’altra lavora invece per costruire un’alternativa di sinistra alla maggioranza che ha governato in questa legislatura: un’alternativa al Pd, dunque, che viene accusato di essere solo nominalmente un partito di centrosinistra. L’atto di maggior rilievo politico di questa fine di legislatura è la legge di stabilità: i parlamentari di Mdp vicini a Bersani e D’Alema non lo condividono; i parlamentari vicini a Pisapia invece sì. La spaccatura non potrebbe essere più fragorosa. Si può imbellettare come si vuole questa conclusione, si possono usare perifrasi e circonlocuzioni, ma il dato politico è questo: a sinistra gli uni non ne vogliono sapere di Renzi e del Pd, gli altri invece provano a lavorarci assieme. I primi considerano sbagliato cercare un terreno di intesa, almeno in questa fase e fino alle prossime elezioni; i secondi, invece, provano a fare esattamente questo, in vista di una possibile alleanza.

Chi volesse capire com’è possibile che a pochi mesi dalla nascita della nuova formazione politica – anzi: ancor prima di ritrovarsi in un unico partito – bersaniani e pisapiani si separino su un atto così importante come la nota al documento di economia e finanza (necessaria alla presentazione della legge di stabilità), non ha bisogno – io credo – di scomodare la storia lunghissima di divisioni, scissioni e lacerazioni che attraversa tutta la storia della sinistra. Che non è tutta uguale, peraltro: un conto è la scissione di Livorno fra socialisti e comunisti, nei primi decenni del Novecento; un altro la spaccatura dentro Rifondazione comunista, negli anni Novanta. Una cosa sono Gramsci o Bordiga; un’altra Bertinotti o Turigliatto. Se proprio si vogliono fare paragoni, questa vicenda somiglia al triste epilogo della stagione ulivista, o, più in generale, a tutto quello che è accaduto a sinistra dall’89 in poi: da una parte la spinta maggioritaria a costruire un partito che superasse antichi steccati ideologici e si proponesse come forza di governo; dall’altra i contraccolpi identitari, e minoritari, che producevano micropartitini a iosa, o si riducevano ad essere scialuppe di salvataggio per personale politico in disuso.

C’entra la storia, la coazione a ripetere sempre gli stessi errori? C’entri o no, sicuramente ha contato di più la valutazione su come presentarsi alle prossime elezioni. Questione cruciale per i fuoriusciti del Pd, che si rendono conto di non poter giustificare la propria esistenza in vita se non proponendosi come alternativi alla formazione dalla quale hanno preso in maniera così dirompente le distanze. Pisapia, Bersani e gli altri (pochi, in verità) non hanno fatto solo una battaglia di minoranza all’interno del Pd, hanno ritenuto che non ci fossero le condizioni minime per restare dentro un partito che giudicavano snaturato rispetto alle motivazioni originarie: con quale coerenza potrebbero ora pensare di fare un tratto di strada insieme? Più prosaicamente ancora: come possono rendersi visibili all’opinione pubblica, e appetibili a sinistra, senza rompere col Pd? Dunque: niente Pd, almeno finché c’è Renzi. Un problema di coerenza però ce l’hanno comunque, perché questa sinistra dura e pura è la stessa che votava con Forza Italia prima il governo Monti e poi il governo Letta. L’onorevole Speranza, che non ce la fa a votare la nota al Def perché giudica insoddisfacente le risposte sul lavoro o sul sociale del ministro Padoan, è lo stesso che faceva il capogruppo alla Camera con Letta a Palazzo Chigi e Saccomanni (non proprio un comunista) al Tesoro. E Filippo Bubbico, che oggi si dimette da viceministro dell’Interno, era viceministro già allora, in quel governo Letta che, al posto di Minniti, aveva Angelino Alfano (anche lui: non proprio un marxista-leninista). D’Alema soleva dire: il capotavola è dove sono seduto io. Di fatto, è come se ora provasse a dire, insieme a Bersani e ai suoi: la sinistra è dove ci siamo noi. Solo che, a furia di fare la guerra agli altri, quel “noi” si è molto rattrappito: è rimasto il capotavola, ma un tavolo comune non c’è più.

Tutte queste circonvoluzioni ruotano in realtà attorno a un punto, anzi a un nome: Matteo Renzi. C’è poco da fare: gliel’hanno giurata. Dopodiché è vero che in politica non contano (solo) le motivazioni personali. Ma per il modo in cui Mdp è nata non c’è altra traiettoria da intraprendere che non si prolunghi in una linea di fuga dal Pd.

Pisapia invece non ha bisogno di prendere cappello. Per lui, anzi, si è sempre trattato di aggiungere, non di sostituire. Nel giudizio dell’ex sindaco di Milano il Pd rimane tuttora una forza di centrosinistra: se non è sufficiente, si costruirà un campo più largo, per riorientare le politiche del governo. Ma non si butterà tutto a mare. Mdp è interessata solo alla pars destruens; Pisapia sta provando a fare la pars costruens: le due cose, evidentemente, non riescono a stare insieme.

Naturalmente tutto può essere. Persino che insieme ci rimangano, per mere ragioni di opportunità. Ma, politicamente parlando la storia di Mdp-Campo progressista è finita prima ancora di cominciare: si può già scommettere, anzi, che la sinistra che entrerà in Parlamento nella prossima legislatura uscirà, al suo termine, diversa da come vi è entrata, divisa e rimescolata ancora una volta. Com’è sempre stato, del resto, in tutte le legislature della Seconda Repubblica.

(Il Mattino, 4 ottobre 2017)

Pisapia e la leadership per procura

Liga

Ligabue, La vedova nera (1955)

Non si candida. Giuliano Pisapia non sarà nel prossimo Parlamento. Benché abbia poi precisato che con questo non intenda affatto ritirarsi dalla vita politica, benché abbia subito aggiunto  che fuori dal Parlamento sono anche il leader del centrosinistra, Matteo Renzi (che però si candiderà sicuramente), il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi (che però si candiderebbe, se solo potesse), e il leader del Cinquestelle, Beppe Grillo (che però del Parlamento ha mostrato negli anni di avere poca o nessuna considerazione, fin da quando lo paragonò a una scatoletta di tonno), nonostante abbia già portato a termine due mandati parlamentari e ritenga perciò che sia abbastanza  (ma vi sono regole più stupide di questa, specie quando la si applica pedissequamente?), nonostante tutto questo e ogni altra considerazione  Pisapia abbia voluto aggiungere, è una notizia che il leader del Campo non sarà nel prossimo Parlamento. Per la verità, stupisce anche che un uomo di grande sensibilità giuridica e istituzionale come Pisapia lasci intendere che si può far politica indifferentemente sia fuori che dentro il Parlamento, come se il Parlamento non fosse il cuore dello Stato, il centro della sovranità nazionale e il luogo della rappresentanza democratica: Stato, sovranità d rappresentanza non sono parole prive di peso, alle quali si possa rinunciare con leggerezza.

E in effetti è poco probabile che Pisapia abbia preso la sua decisione con leggerezza. Più probabile è che, dopo la manifestazione del 1° luglio, abbia meglio compreso gli ostacoli contro i quali rischia di cozzare il progetto di un vasto rassemblement delle forze di sinistra. Limiti politici e elettorali. C’è poco da fare, infatti: la legge con la quale andremo a votare sarà  una legge proporzionale. I partiti si presenteranno da soli e per contare qualcosa dopo il voto dovranno contarsi prima del voto: l’idea di Pisapia di costruire una coalizione unitaria si scontra  con la logica del sistema proporzionale. A ciò si aggiunga che il partner con il quale Pisapia ha cominciato a dialogare, l’Mdp di Bersani e D’Alema, ha tutta l’aria di non volerne sapere di fare insieme al Pd un sia pur piccolo tratto di strada. Anzi, quel poco che Pd e Mdp condividono, cioè il sostegno al governo Gentiloni, è molto probabile che verrà meno dopo l’estate. E allora, come si può immaginare che non si troveranno su sponde distinte e separate quelli che avranno votato la legge di stabilità del prossimo anno e quelli che avranno contro? Non è questione dell’indisponibilità di Matteo Renzi, e nemmeno di idiosincrasie personali: è la logica delle cose.

Pisapia ha provato a tessere una tela che richiedeva, per tenere il filo, di inserirsi in uno schema maggioritario. Non a caso, a tenergli bordone, in questa fase,  è stato Romano Prodi, il portabandiera dell’ulivismo. Ma questo schema è tramontato  dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre. Nel quale, è pure il caso di ricordarlo, l’ex sindaco di Milano ha coerentemente votato sì: diversamente, però, da tutti gli altri suoi attuali compagni di viaggio, che del famigerato combinato disposto fra la riforma costituzionale e l’Italicum rifiutavano tutto, sia il combinato che il disposto.

Chi lo ha capito, detto e teorizzato  per tempo è stato D’Alema, che infatti sta sostanzialmente dettando la linea: l’unico rassemblement che si può fare, con un occhio allo sbarramento elettorale (cioè all’unico correttivo della legge con effetti disproporzionali) è quello che chiama al tutti contro uno, leggi: al tutti contro Renzi.

 

Ma Pisapia aveva in testa un’altra cosa, una cosa in cui doveva esserci anche il Pd. Aveva in testa il maggioritario, non il minoritarismo identitario della sinistra più radicale. Se dunque ha detto “no grazie, non ci sto” è perché non aveva molta voglia di mettersi a fare il leader di Mdp per procura (la procura che gli hanno firmato Bersani e D’Alema, pronti a ritirarla il giorno dopo le elezioni: almeno questa Pisapia l’ha capita).

Non sorprende allora che solo dalle file del Pd, in queste ore, gli siano venuti molti attestati di solidarietà, molti inviti a correre insieme ai democratici, molti sorrisi e braccia tese, mentre invece dalla sua sinistra gli sono venuti soltanto gelidi commenti. È come se Pisapia, per generosità o forse per ingenuità,  si fosse accorto solo ora di avere sbagliato campo.

Campo, e tempo. O epoca. Il suo profilo somiglia infatti, anche in questo, a quello di Prodi: funziona se non è quello dell’uomo di partito, ma del papa straniero che mette d’accordo, o meglio, mette tregua fra i partner della coalizione. Papa di cui, ad onta di ogni precedente fallimento, larghi settori dell’opinione pubblica progressista – “Repubblica”, per intenderci – continuano ad essere in cerca.

Ma il tempo delle elezioni si avvicina, e non sembra per nulla il tempo delle tregue o degli armistizi. E nemmeno quello dei bronci o dei malumori. Se Pisapia non si candida, Mdp lo scarica, e bisogna vedere se il Pd se lo prende.

(Il Mattino, 15 luglio 2017)

Sinistra senza voce di fronte alle urla della nuova destra

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Come quello che dice: capotavola è dove mi siedo io, così nel Pd (ma anche fuori del Pd) non sono pochi quelli che dicono che sinistra è là dove si trovano loro. Così l’ha messa Renzi ieri, e almeno su questo bisogna dargli ragione: non c’è persona di sinistra, da Marx in giù, che non abbia pensato almeno una volta che di sinistra sono solo le cose che dice lui.

Ma la giornata di ieri, e i fatti di questi settimane, raccontano tutt’altra cosa. Mentre il partito democratico avviava il suo percorso congressuale, con le dimissioni di Renzi, Nicola Fratoianni veniva eletto segretario della neonata formazione di Sinistra italiana. Di sinistre ce ne sarebbero, anzi ce ne sono dunque due, ufficialmente parlando. Però non basta. Perché in mezzo a quelle due ce ne sono già altre tre o quattro, se pure dai contorni ancora ufficiosi: c’è “Possibile”, il movimento di Pippo Civati; c’è il campo progressista di Giuliano Pisapia, in via di costituzione; c’è il drappello di Sinistra e Libertà, guidato da Arturo Scotto, che ha lasciato Sinistra italiana ancor prima che tenesse il congresso; e c’è la neonata associazione “Consenso” di D’Alema, che vorrebbe tanto fagocitare tutte le altre. E infine c’è la minoranza che uscirà dal Pd, in tutto o in parte, ma che non si sa ancora se farà un’altra cosa, diversa da tutte le altre, oppure si unirà a questa o quell’altra formazione già esistente.

In questa situazione, sarebbe facile fare dell’ironia, se la rappresentazione che la sinistra offre in questa fase non esprimesse un dramma vero, una difficoltà reale nell’affrontare uno dei frangenti più difficili della sua storia. Come un film già visto: la destra ritorna infatti prepotente, con parole d’ordine e identità ben riconoscibili, da Trump alla Le Pen, e la sinistra per tutta risposta si divide. Manca solo l’accusa di socialfascismo, perché il remake del Novecento sia completo.

Ieri Veltroni ha detto che il Pd è nato da una fusione, non da una scissione. È stata cioè una singolare eccezione. Perché nella sua storia la sinistra ha offerto molti più esempi di divisione che non di unione. Certo, li ha offerti su un terreno ogni volta diverso, perché le vicende storiche non si ripetono mai uguali, ma con almeno un motivo comune, rintracciabile nella presunzione di possedere una qualche ragione autentica, che la compromissione col potere, oppure con il governo, o con la modernità, o ancora, in termini politici, con il centro e i moderati ogni volta, rischierebbe di disperdere e consumare.

Non c’è altro modo di spiegare come i tre alfieri della minoranza, Rossi Speranza ed Emiliano, abbiano potuto ritrovarsi sotto la bandiera della rivoluzione socialista. Nessuno di loro può presentarsi infatti come un rivoluzionario di professione. Nessuno di loro ha trascorsi massimalisti. Nessuno di loro appartiene alla sinistra antagonista e anticapitalista. Però tutti e tre imputano al partito democratico di Matteo Renzi di aver smarrito le ragioni vere della sinistra, quelle che ne preservano l’autentica sostanza.

Intendiamoci: non mancano sicuramente motivi di più bassa lega per spiegare le manovre di questi giorni: i posti, le liste, la leadership. Ma resta il fatto che la coperta sotto la quale questo gioco si svolge è offerta da quel significante vuoto – si dice così – che viene riempito dall’interpretazione di volta in volta offerta di ciò che è veramente di sinistra.

Una parola-baule, insomma, dentro la quale ci si infilano cose molto diverse. E che però Renzi ieri non ha voluto lasciare alla minoranza, contestandone la pretesa di mantenerne il copyright. Di più: accusando i suoi avversari di conservare della sinistra solo la fraseologia, la prosopopea, i simboli del passato e le bandiere, senza però preoccuparsi minimamente di dargli forma compiutamente sul terreno concreto dell’azione di riforma.

Con i termini che ha impiegato – inclusione, attenzione alle periferie, diritti, terzo settore, ambiente – Renzi ha provato a sgranare il rosario di ciò che il Pd dovrà essere, o almeno di ciò che dovrà discutere, al congresso. Intanto però, ai nastri di partenza si può trovare, nel campionario delle idee della sinistra di oggi, tanto l’inno alla modernità, quanto la critica radicale della modernità; tanto l’europeismo più acceso quanto l’antieuropeismo più preoccupato; tanto il cambiamento della Costituzione quanto la sua tetragona difesa.

Secondo Bobbio, è uguaglianza il discrimine lungo il quale si costituisce l’identità della sinistra. Ma strumenti, politiche, istituzioni che debbono servire per contrastare le disuguaglianze non discendono univocamente da quella semplice idea. Basta vedere.

In primo luogo, le istituzioni. Renzi si è speso su una riforma della Costituzione che doveva dare al Paese istituzioni più semplici e meglio funzionanti. Per la minoranza che il 4 dicembre ha votato no, quelle riforme agevolavano una pericolosa deriva autoritaria: riducevano gli spazi di democrazia, compromettevano garanzie fondamentali. Erano parte di una cultura politica che privilegia il momento della decisione rispetto a quello della partecipazione. In altre parole: erano di destra. Stessa cosa l’Italicum: per Renzi, la nuova legge elettorale definiva finalmente i lineamenti di una democrazia decidente; per le minoranze, in combinato disposto con la riforma costituzionale, metteva in pericolo gli equilibri democratici del Paese.

In secondo luogo, le politiche. Il governo Renzi è intervenuto con leggi di riforma in diversi settori: nella pubblica amministrazione, nella scuola, nella giustizia, nel lavoro. Gli accenti che ha usato la minoranza in queste settimane di passione non hanno mai previsto una sola parola di difesa dell’attività di governo. Sbagliato il Jobs act, che nelle intenzioni del governo modernizza il mercato del lavoro, mentre per l’altra sinistra porta la macchia incancellabile di avere il gradimento di Confindustria e l’ostilità dei sindacati. Sbagliata la posizione sul referendum anti-trivelle: per la sinistra di governo bisognava contrastare ostilità preconcette, di carattere puramente ideologico, mentre per l’altra sinistra bisognava piuttosto contrastare i petrolieri, e magari il potere corruttivo dei loro denari. Sbagliata la riforma della scuola, che per il governo andava in direzione di una maggiore autonomia scolastica, e per gli oppositori invece mortificava irreparabilmente la figura docente. E ancora: sulla giustizia, la sinistra contiene fermenti garantisti e livori giustizialisti; sugli 80 euro, per gli uni sono stati la più grande operazione di redistribuzione fatta in questi anni; per altri sono stati poco più di una mancetta – come i bonus ai 18enni o ai docenti della scuola –, soldi che sarebbero stati meglio spesi in investimenti infrastrutturali.

Infine gli strumenti, cioè il partito. Renzi ha sicuramente assecondato una certa voga anti-politica. Di tagliare poltrone non ha mai rinunciato a parlare. Dell’abolizione del finanziamento pubblico ha fatto quasi un punto d’onore. Quanto però a valorizzare il partito come comunità, o come strumento di elaborazione intellettuale, non ha mai avuto molta voglia. Gli iscritti sono così calati: fisiologicamente per gli uni, patologicamente per gli altri. Il che si è tradotto in convinzioni di segno opposto anche in questa materia: sulla natura della leadership, sull’uso dei nuovi strumenti di comunicazione, sull’importanza del radicamento territoriale, sulle funzioni da assegnare alla dirigenza del partito.

Insomma, il partito democratico – e più in generale il frastagliato arcipelago della sinistra – ha dovuto in questi anni discutere praticamente su tutto, provando a fornire declinazioni diverse su ciascuno di quei temi. Ma nella stretta finale le distinzioni vengono meno, le differenziazioni sfumano, e rimane il significante da riempire sempre allo stesso modo: da un lato ci sono quelli che Renzi è un intruso (e un sopruso), dall’altro quelli che le anticaglie meglio mollarle una volta per tutte, la sinistra non può più essere quella.

E allora cos’è? È Zeman, ha detto una volta D’Alema e anche a lui, almeno su questo, bisogna dargli ragione: gioca bene ma prende tanti gol. A dire il vero, fa pure qualche autogol.

(Il Mattino, 20 febbraio 2017)

La veloce parabola di un’utopia

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C’è qualcosa che non è andato per il verso giusto, nel partito democratico, se Rossi Speranza ed Emiliano, tutti candidati della minoranza alla segreteria di un partito nel quale non è affatto detto che rimarranno, tengono oggi una manifestazione sotto la parola d’ordine della «rivoluzione socialista».

Non è la parola «socialista» fuori posto, dal momento che proprio il Pd ha completato quell’approdo nel socialismo europeo che non era riuscito né al Pds né ai Ds. Achille Occhetto, dopo l’89, ne aveva fatto anzi quasi un punto d’onore, di non lasciare la tradizione comunista per passare in quella socialista. E invece è andata così, e non poteva che andare in tal modo, perché l’unica famiglia politica europea in cui poteva riconoscersi il Pd, partito che doveva riunire tutte le tradizioni del riformismo italiano in un soggetto politico unitario, era il partito socialista.

Ma rivoluzione? Non era il Pd il risultato dell’avvicinamento della sinistra italiana all’area di governo? Da dove viene questa pulsione a rovesciare tutto il percorso compiuto finora dai democratici?  L’uso della parola indica in realtà l’esigenza di marcare la propria identità di sinistra dopo anni che vengono oggi, nel momento della rottura, avvertiti come anni di disorientamento, di smarrimento, di tradimento di storie ed ideali. Anni in cui la sinistra ha governato ma, evidentemente, senza più esser se stessa, almeno per i tre rivoluzionari. La parola «rivoluzione» viene usata allora nel suo significato astronomico: dopo un lungo giro, si torna alla casella di partenza. Che forse non sarà il ’21, oppure il ’45, ma non può essere neppure il 2007, l’anno in cui Veltroni vince le primarie e prende la guida del Pd. E, a dire il vero, non può essere nemmeno il ’96, quando nasce l’Ulivo di Prodi: che socialista non era ma democristiano di sinistra. La rivoluzione di Rossi Speranza ed Emiliano non ha una data assegnabile, ma addita un’origine mitica da qualche parte nel passato: pura e non contaminata dai compromessi accettati per andare al governo. L’euro, le riforme sul lavoro, quella delle pensioni, le liberalizzazioni, il pareggio di bilancio: è possibile che i tre abbiano di qui in avanti per tutti questi capitoli del ventennio trascorso solo parole di critica, per provare a coagularsi con tutto quello che si muove alla sinistra del Pd.

Questo balzo di tigre nel passato fa però sorgere il sospetto che avesse ragione D’Alema quando, a un anno dalla nascita del Pd, nel 2008, descriveva il Pd come un «amalgama mal riuscito». La sua motivazione ideologica più forte doveva stare nel superamento delle divisioni sociali, culturali e politiche che avevano dato forma alla prima Repubblica. In questi termini ne aveva parlato lo storico Roberto Gualtieri, oggi europarlamentare, nel seminario di Orvieto organizzato da Ds e Margherita nel 2006, proprio in vista della nascita del Pd. In quell’occasione il segretario dei Ds di allora, Piero Fassino, aveva sostenuto che era venuto meno il fattore che aveva enfatizzato le differenze tra le diverse culture riformiste italiane socialiste, liberaldemocratiche, cattoliche: il Muro, la divisione del mondo in due. Ma i fatti testimoniano un’altra cosa: se davvero Rossi Emiliano e Speranza compiranno, al grido di “rivoluzione”, il secondo passo fuori dal Pd – il primo avendolo già compiuto D’Alema, con il varo dell’associazione “Consenso” – e se pure il grosso dei bersaniani seguirà, si dovrà dire che la vera motivazione a stare sotto uno stesso tetto risiedeva in realtà nel contesto istituzionale: nell’impianto maggioritario della seconda Repubblica, tendenzialmente bipartitico, e nella personalizzazione della leadership politica. Si trattava insomma di un matrimonio di convenienza: per sfidare il centrodestra tenuto insieme da Berlusconi, ci voleva qualcosa di più di una coalizione fra forze eterogenee. La “macchina da guerra” di Occhetto, nel ’94, non era bastata, l’Ulivo si era rotto e l’Unione si era rivelata una confusa accozzaglia.

Ora però il contesto è mutato di nuovo: con la sconfitta di Renzi al referendum il sistema vira daccapo verso soluzioni di tipo proporzionale – senza premi di lista, senza collegi uninominali, senza correttivi di tipo maggioritario – e allora ognuno può tornare a vestire i panni che gli somigliano di più, senza neppure dover sopportare la fatica di essere minoranza.

Una tal fatica si è fatta negli anni sempre più insopportabile, e questa è un’altra, profonda trasformazione di sistema che ha inciso su giudizi e comportamenti. I partiti sono sempre di più come cozze attaccate allo scoglio dell’istituzione: non riescono a vivere di una vita propria, intorno ai circoli o alle sezioni. Non riescono ad essere un vero soggetto collettivo, una “comunità di destino”, con la conseguenza che prevedono sempre meno spazi di azione effettiva per le minoranze. Dove sono infatti le minoranze nei Cinquestelle, o in Forza Italia, o negli altri partitini che punteggiano il panorama politico? Il Pd, da questo punto di vista, costituiva non la regola ma l’eccezione. Per quanto prepotente si voglia ritenere il piglio di Renzi, anche in questo caso è una logica di sistema a prevalere, più che l’interpretazione personale che ne offrono i protagonisti.

E tuttavia: davvero non era possibile trovare nel Pd un denominatore comune? Che è quanto dire: davvero il Pd non ha più una «mission» davanti a sé? Quando al Lingotto di Torino, proprio là dove Renzi pare oggi intenzionato a tornare per rilanciare la sua corsa alla segreteria, Walter Veltroni tenne il suo primo discorso da segretario in pectore dei democratici, disse, fra le altre cose, che l’Europa stava andando a destra perché la sinistra in quegli anni era apparsa «imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa». Questa doveva essere il «focus imaginarius» del partito democratico. Ed esso era posto abbastanza lontano dalle origini perché alla guida del partito potessero succedersi, dopo Veltroni, un democristiano di lungo corso come Dario Franceschini, un pragmatico comunista emiliano come Pierluigi Bersani, un ex sindacalista socialista della CGIL come Guglielmo Epifani, infine un altro democristiano, come Matteo Renzi, che però non possiede nessuno dei tratti riconducibili alle storie della prima Repubblica. A guardarla così, questa vicenda appare tutto meno che monolitica, e il Pd la cosa più contendibile che ci sia stata sul mercato politico italiano in tutti questi anni.

Perché allora questa vicenda appare alla minoranza ormai priva di futuro? È una domanda che, come spesso capita, ha una risposta nobile e una meno nobile. La risposta nobile fa riferimento alla linea del partito, che deve essere addirittura rivoluzionata dopo anni di timidezze nei confronti delle politiche neoliberiste dominanti. Il baricentro del partito deve essere spostato più a sinistra e non può certo essere Renzi a farlo. Questa risposta coglie almeno in parte nel segno, anche se ha il difetto di trascurare che quasi tutti quelli che vogliono oggi cambiare drasticamente l’indirizzo politico e culturale del partito ne hanno condiviso la rotta, più o meno sempre la stessa nonostante il pendolo dei segretari. La risposta meno nobile fa invece il seguente ragionamento: posto pure che il congresso non consenta alla minoranza di contendere effettivamente la leadership di Renzi, quale probabilità ha il segretario di sopravvivere a una eventuale sconfitta elettorale? Nessuna. E allora perché non aspettare che si schianti, per poi ricominciare daccapo? C’è, d’altra parte, altro modo di ricominciare che non passi attraverso le urne? Non è stato così con Bersani (e prima con l’Unione, con l’Ulivo, con Occhetto?). Se questo ragionamento non passa, non sarà che la minoranza vuole garanzie sulle prossime liste che Renzi non è disposto a dare? Ma questa risposta è meno nobile, e in un momento così drammatico non dovrebbe nemmeno sfiorarci la mente.

(Il Mattino, 18 febbraio 2017)