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Il Paradiso (tu vivrai)

Roberto De Mattei si fa interprete, su Il Foglio, del pensiero di Benedetto XVI. Il punto è uno solo: i guai che provoca il rimettere tutto alla libertà della coscienza. Quel che sarebbe per l’ennesima volta da notare, è il modo in cui si argomenta in difesa della verità: siccome per la via del soggettivismo moderno (e relativismo e nichilismo, eccetera eccetera) non si salva nulla di ciò a cui tengo, allora il soggettivismo è erroneo. Anche a voler mettere al posto di "ciò a cui tengo" qualcosa di più solido e meno idiosincratico, resta che in tutte queste difese dell’oggettivismo nella morale (e non solo nella morale) ciò su cui l’argomento si regge è semplicemente l’indesiderabilità delle conseguenze. Un modo abbastanza comodo di argomentare.

Ma (lascio perdere quel che la filosofia contemporanea avrebbe da dire su queste superstizioni del soggettivismo e dell’oggettivismo) neppure questo modo è seguito veramente sino in fondo. Tra queste conseguenze, Roberto De Mattei mette infatti la seguente:
"I cattolici che rifiutano l’assioma extra ecclesiam nulla salus sono convinti che la ‘buona fede’ salva. Ma allora, assomigliano a quel teologo, conosciuto dal giovane professor Ratzinger, secondo cui persino i membri delle SS naziste sarebbero in Paradiso perché portarono a compimento le loro atrocità con assoluta certezza di coscienza".

Qualunque cosa pensasse il giovane professor Ratzinger, la mia idea è che se proprio devo trovare un posto per l’idea di Paradiso, se proprio mi deve tornare comoda, direi che è quel qualcosa in cui persino i membri delle SS naziste possono trovar posto. Non vedo a cos’altro potrebbe servirmi l’idea del Paradiso, e forse è vero: metterla in un modo o nel’altro è la misura oggettiva della coscienza dell’uno o dell’altro: di ciò su cui essa è fondata.

(Il Paradiso)

Il diritto di seppellire – Roberto De Mattei

Roberto De Mattei è uno storico, ed è stato a lungo Presidente dell’Associazione Lepanto. Roberto De Mattei è stato anche professore associato di Storia moderna nell’Università di Cassino. Roberto De Mattei è stato mio collega di Dipartimento. Dico al passato, perché credo sia stato trasferito.
Ma il suo nome è avvolto per me dal mistero, perché non credo di averlo mai visto nelle riunioni del Dipartimento. A volte ho pensato che potesse essere una buona idea appostarsi nei pressi dell’aula dove teneva i suoi corsi, per riuscire infine a vedere com’era fisicamente costituito un presidente di un’associazione come l’Associazione Lepanto. Sono stato sfortunato: ho sempre e solo incrociato un suo assistente, mai lui di persona. Forse usciva dalla finestra, forse si confondeva abilmente tra gli studenti: non so.

Roberto de Mattei ha spiegato al Foglio che parlare di testamento biologico ed eutanasia è per la Chiesa un segno di debolezza: "Mi spiego. Se parlo della fine della vita, dell’eutanasia, della morte cerebrale, non parlo di questioni che dividono i credenti dai non credenti, ma che semmai dividono le persone di retta ragione dagli irragionevoli. Credere che Eluana fosse una persona viva e non morta da diciassette anni, e che sia morta soltanto dopo che le sono stati tolti acqua e cibo, è un dato oggettivo di ragione. Dire questo non può dividere cattolici e non cattolici"
Roberto De Mattei ha ragione: dire che Eluana era morta diciassette anni fa non divide cattolici e non cattolici: divide Roberto De Mattei dal resto del mondo, nel senso che solo lui può sostenere che questo fosse il discrimine nella discussione su Eluana Englaro. Solo lui può credere che Beppino Englaro si stesse battendo per il diritto di seppellirre sua figlia, essendo lei già morta da diciassette anni.

Nota bibliografica 1: "Lepanto combatte il relativismo culturale e il "progressismo", sia in campo politico che morale e religioso, in quanto fattori di un processo di secolarizzazione e scristianizzazione che sembra preparare una prossima persecuzione della Chiesa. Queste offensive sono promosse soprattutto dalle forze socialiste e libertarie e vengono di fatto favorite dai mass-media".
Nota bibliografica 2: Sulla finis vitae De Mattei ha chiesto che "venga messa indiscussione questa nozione di morte cerebrale" che risponde più ad un approccio utilitarista determinato dalla pressione di coloro che praticano trapianti piuttosto che un atteggiamento precauzionistico". "Nessuno può dimostrare che la morte cerebrale determini la separazione dell’anima dal corpo e dunque la morte reale dell’individuo" ha continuato De Mattei. C’è un altà probabilità che quel corpo cerebralmente leso conservi ancora un’anima". Giusto! Ben detto! In dubio pro vita! Propongo vivamente che la nuova legge sul testamento biologico adotti il criterio proposto da De Mattei. Scriva il Parlamento che c’è morte reale quando l’anima si separa dal corpo. Niente timidezze, niente debolezze, per favore.