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In Rete troppa libertà senza responsabilità

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(E. Baj, Apocalisse, 1978)

La rete metafora della conoscenza, la rete metafora dell’appartenenza, la rete metafora dell’organizzazione: è curioso che non venga mai in mente la rete come metafora della trappola. Eppure nelle reti, da sempre, si rimane anche intrappolati.  I giovani che condividono storie su Instagram – il social più in voga fra i “millennials” – non se ne avvedono, ma la trappola scatta comunque: tu racconti una storia, pubblichi una fotografia, condividi un pettegolezzo, e da quel momento quel brano di vita non ti appartiene più. Hai voglia a cancellarlo, da qualche parte rimane. Qualcuno l’ha salvato, qualcun altro ha fatto lo screenshot, qualcun altro ancora l’ha inoltrato: nulla di ciò che è stato pubblicato scomparirà. Nel Vangelo di Luca, quando Gesù parla della fine dei tempi, e dei segni grandiosi del cielo che la precederanno, per rassicurare i discepoli dice proprio così: se saprete perseverare nella fede, nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. L’apocalisse è dunque quel tempo in cui tutto sarà restituito così com’è stato. L’“una volta” che diviene “per sempre”. Ora quel tempo è venuto, e l’apocalisse si compie sul web: nulla di ciò che viene caricato in rete, infatti, sarà più perduto.

Solo che non è la saggezza e la bontà di un dio a gestire questa enorme massa di dati personali: è, più spesso, la cattiveria o semplicemente l’incoscienza degli utenti, che non si fa più alcuno scrupolo di usarli per divertirsi o per denigrare, per spettegolare o per deridere. Né c’è più alcuna vera privacy. I giovanissimi abituati alle pratiche del social networking trovano del tutto naturale confessare segreti (veri o falsi, non importa) in rete. Ma un conto è affidarli a una parola confidenziale, un altro è mettere quella stessa parola in una chat. La prima vola via, la seconda resta. Resta, e rimbalza e scappa. Resta, e si moltiplica: altro miracolo della rete. E, badate, non resta una sciocchezza qualunque; resta invece lo scatto più pruriginoso, la maldicenza più insinuante, l’insulto più offensivo. E soprattutto rimane affidato alla rete un ruolo da sempre cruciale in ogni modello di socievolezza, che è quello della costituzione dei gruppi primari e delle relazioni informali in cui si formano innanzitutto le nostre identità. Si formano, o si distruggono. Senza che “quelli che c’erano prima” – genitori, educatori, insegnanti, insomma: adulti – ne sappiano più nulla, o quasi.

C’è tuttavia un’aria di ineluttabilità intorno al mondo della comunicazione online. Come se qualunque accorgimento tecnologico fosse vano, e qualunque intervento normativo fosse sbagliato. Ma è falsa sia la l’una cosa che l’altra. E si tratta di falsità interessate, perché i gestori degli spazi online sui quali ciascuno di noi pubblica di tutto e di più traggono profitto dai grandi numeri della rete: da ogni clic, da ogni like, da ogni informazione personale che riversiamo sui social. Traggono profitto: profilano potenziali clienti e vendono spazi pubblicitari. Più sanno di noi, meglio ci bersagliano con le loro proposte commerciali. Più tempo trascorriamo con loro, più sono loro a gestire il nostro tempo.

Ora, nonostante il riferimento all’apocalisse, non è un tono apocalittico quello che vorrei assumere. Vorrei solo che si mettesse da parte un po’ di retorica sulle straordinarie opportunità della rete (ci sono tutte) o sugli spazi di libertà che la rete assicura (pure quelli ci sono, e sono importanti, anzi ormai irrinunciabili). Ma opportunità e libertà devono fare il paio con responsabilità. Non è possibile che un quotidiano abbia mille motivi di rispondere del proprio operato dinanzi alla legge e le piattaforme pochi, o nessuno. Né può essere – per rimanere al caso delle storie di Instagram, o di Snapchat – che basti il loro automatico cancellarsi nel giro di 24 ore a regalare una sorta di extraterritorialità morale e giuridica. Quella roba rimane, altro che se rimane. E prima o poi qualcuno la mette nuovamente in giro. Ma ritenere che l’unico responsabile di una diceria sia il ragazzino che sparla con l’amico è fare dell’ipocrisia. Significa non interrogarsi sul modo in cui quella diceria diviene, a volte, una valanga, in grado di schiacciare e far morire di vergogna qualcun altro, come purtroppo è già accaduto.

Se i social sono oggi (come effettivamente sono, ancor più dei quotidiani) parte importante dello spazio pubblico, della formazione di opinione e dunque anche della salute complessiva di una società, non può esservi a disciplinarli un’unica regola, che ciascuno risponde per sé. Perché in tutti gli altri luoghi pubblici, aperti al pubblico o destinati al pubblico, vigono delle regole che impongono una certa manutenzione di quegli spazi, e qualche controllo sul loro corretto utilizzo. Finché le cose vanno più o meno lisce, funestate solo ogni tanto da qualche triste caso di cronaca, quasi non si avverte, peraltro, il paradosso di un luogo pubblico, ormai indispensabile allo stesso funzionamento della democrazia, tenuto in mani tutte private. Ma quando qualcosa non dovesse più andare per il verso giusto, che si fa? Di nuovo, non è una domanda apocalittica, se non altro perché c’è già adesso un pezzo che sta andando storto: a compromettere – come sta accadendo – la distinzione fra pubblico e privato si compromette, infatti, la democrazia. E allora domando di nuovo: che si fa?

(Il Mattino, 5 settembre 2017)

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La tv senza pensiero non può guardare al futuro

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Le dimissioni di Campo Dall’Orto – ormai nelle cose, al di là degli aspetti formali – sono solo l’ultimo atto di una crisi che risale indietro nel tempo. Crisi aperta, a inizio d’anno, dalla rinuncia del direttore editoriale per l’offerta informativa, Carlo Verdelli, e culminata, a inizio settimana, con la bocciatura del piano editoriale presentato dal direttore generale al consiglio di amministrazione. Trattandosi della principale azienda culturale del Paese, il bilancio di questi anni andrebbe fatto non solo in termini di numeri – di ascolti, di bilanci, di dipendenti – ma anche in termini di pensiero. Parola impegnativa e ingombrante, che tuttavia qualche volta occorre mobilitare per dare un senso a vicende che altrimenti rimbalzano tra la dichiarazione del sindacato e quella del consigliere, tra la presa di posizione del politico e quella del giornalista: punti di vista tutti rispettabilissimi, ma che di solito si spendono soltanto in attesa delle nuove nomine, del nuovo palinsesto, del nuovo programma, per poi tornare tutti al punto di partenza.

Già, ma qual è il punto di partenza? Il tweet di Matteo Renzi che nel 2012, quando ancora non era nemmeno segretario del Pd, diceva «via i partiti dalla Rai»? Diciamo la verità: da qualunque cosa si sarebbe scritto allora, e si scrivesse oggi, che i partiti devono chiamarsi fuori, si sarebbero sollevate, e ancora si solleverebbero, ondate oceaniche di consenso. Ma se davvero si vuole tirare via i partiti – cioè la politica, finché si sta agli articoli della Costituzione – l’unica cosa da farsi, in coerenza con un simile grido di battaglia, sarebbe puramente e semplicemente la privatizzazione dell’azienda. Il mercato taglierebbe tutto quello che la politica non riesce a tagliare, e gli italiani non pagherebbero più il canone. È una soluzione. Ma l’Italia si priverebbe della principale infrastruttura tecnologica con la quale competere nell’arena globale dei media. In piena rivoluzione digitale, mentre nuovi connubi nascono dall’incrocio fra telefonia, internet e televisione, mentre mutano forme, strutture e modelli di formazione dell’opinione pubblica – che alla democrazia è necessaria come ai pesci l’acqua – l’Italia farebbe la scelta di lasciare libero il campo ai competitor privati stranieri in un settore assolutamente strategico per la produzione e la distribuzione dei contenuti e cioè, lo si sappia o no, per la stessa formazione di una comune “mentalità”.

Certo, mantenere una tv pubblica non può voler dire spartirsi posti in consiglio di amministrazione e proseguire pigramente con i talk show del mattino e della sera (condotti da giornalisti-artisti o artisti-giornalisti: poco cambia). L’errore di Renzi, se c’è stato, è stato quello di aver creduto che bastasse affidarsi alla cultura manageriale di un solido professionista per rimettere in sesto i conti della Rai e farla ripartire. Siccome era difficile smuovere il pachiderma aziendale, siccome la forza di inerzia delle cose è la più straordinaria resistenza al cambiamento che si incontra in qualunque settore della vita pubblica, ma in Rai di più, Renzi deve aver pensato che bisognava affidarsi ad un manager accreditato, di comprovata esperienza nel settore, dotarlo dei più ampi poteri e stare poi a guardare, perché ne sarebbe venuto tutto il resto.

Il resto non è venuto. E non perché Campo Dall’Orto non avesse idee giuste e brillanti, e neppure perché in Consiglio di Amministrazione sedevano invece le bieche forze della conservazione. È la visione di insieme che è mancata: il pensiero di quel che all’Italia serve, prima ancora di quello che serve all’azienda. Se infatti la Rai è un’azienda pubblica, è proprio perché ha senso mettere la questione nei termini più generali, nei termini cioè del contributo che il principale produttore nazionale di immagini, narrazioni e «luoghi comuni» può dare alla vita sociale e civile del Paese. Se manca quel contributo, e manca la volontà politica di rivendicarlo, allora manca l’essenziale. Manca la spinta. E finisce prima o poi che non si trovano più ragioni vere per distinguersi dalla tv commerciale, non si capisce più perché non accodarsi o perfino alimentare il populismo imperante, e non si trovano più nemmeno i motivi per accettare le sfide professionali di ridisegnare, possibilmente senza confonderli, gli spazi dell’informazione e dell’intrattenimento. E mentre si sventola la carta dell’innovazione, si finisce in realtà per invecchiare dietro i vecchi vizi e le vecchie abitudini di mamma Rai, che tutto trangugia, tutto digerisce, tutto fagocita e (eventualmente) espelle.

Credo di aver usato tre parole soprattutto, e di averle usate insieme. Sono tecnologia, cultura, politica. Quelli che pensano che basti pigiare il pedale sull’innovazione tecnologica per fare nuova la Rai non sanno cosa pensano. Quelli che credono all’opposto che l’ora della cultura scocchi solo quando si tengono alati discorsi, rinunciando alla popolarità dei nuovi linguaggi e dei nuovi media: anche loro non sanno cosa pensano. E quelli che invece credono che tutti i guai vengono dalla politica, anziché pensare, si limitano a ripetere i peggiori pensieri altrui, lasciando la Rai, senza neppure accorgersene, in balia di tutte le resistenze e le camarille interne all’azienda.

Tecnica cultura e politica sono in realtà i vertici di una stessa figura, quella che da duemilacinquecento anni chiamiamo democrazia. Tocca fare la fatica di metterli insieme, se quella figura deve avere ancora un senso.

(Il Mattino, 27 maggio 2017)

La tentazione di abolire i Parlamenti

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La critica – radicale, definitiva, inappellabile – che Michelle Houellebecq rivolge, sul Corriere della Sera, all’indirizzo della democrazia rappresentativa richiede, per essere discussa seriamente, un passo indietro. Di quasi tremila anni.

Houellebecq parla alla vigilia delle elezioni presidenziali in Francia – alla vigilia delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, istitutivi del primo nucleo di comunità europea – e non si limita a prendere le distanze dall’offerta politica del suo Paese («mi asterrò con particolare entusiasmo»), ma, nel formularla, vi mette il carico da novanta, esprimendo un rifiuto completo e senza sfumature delle istituzioni parlamentari come tali, dell’idea che democrazia possa ancora voler dire rappresentanza – oggi, in un tempo in cui la tecnologia sembra rendere possibile l’utopia della democrazia diretta. Questo è il suo primo argomento. Il secondo è invece che non è vero, se mai lo è stato, che il popolo è ignorante, e che dunque non può prendere direttamente decisioni politiche che richiedono particolari competenze. Il terzo infine è che solo il popolo è legittimato a decidere, e nessun’altra istanza è più democratica di quella che al popolo rimette le decisioni su ogni e ciascuna materia su cui occorra deliberare.

Nessuno di questi tre argomenti contiene – bisogna pur dirlo, con tutto il rispetto per il più famoso scrittore francese vivente – una critica particolarmente originale della democrazia moderna. Che non ricorre affatto all’escamotage della rappresentanza solo perché non si riesce a sentir tutti su ogni argomento. Che non si dota di organismi parlamentari solo per togliere la parola al popolo, di cui non si fida. E che infine non costruisce percorsi di legittimazione costituzionale solamente per limitare in chiave oligarchica l’esercizio del potere politico. Per tutto questo, si potrebbe rinviare Houellebecq a qualche buon manuale di diritto costituzionale, per regolare le questioni su ciascuno di questi punti, e intanto domandargli chi diavolo sceglierà – quale Staff, quale Garante, quale Blog – gli argomenti da sottoporre a referendum popolare, e chi governerà nel frattempo, tra un referendum popolare e l’altro.

Così replicando, si mancherebbe l’essenziale. Da quando i moderni hanno costruito la libertà politica grazie all’invenzione dei parlamenti, eletti con voto libero, universale e segreto, al fianco degli istituti democratici è subito spuntata, infatti, la critica dei fautori della democrazia diretta: niente di nuovo sotto il sole. Prima di essere una piattaforma dei grillini, Rousseau era effettivamente un filosofo di questa fatta.

Ma l’essenziale – cioè il vento populista che gonfia le vele di Houellebecq – non lo si coglie senza tornare indietro, di tremila anni. A Omero, al secondo canto di quel primo, immenso monumento della cultura europea e occidentale, che è l’Iliade. Sono i versi in cui, dinanzi ai capi achei riuniti, prende la parola Tersite, l’unico soldato semplice a cui Omero presti una voce distinta in tutto il poema. Dunque: parla Tersite, ed è un atto d’accusa spietato, condito di ingiurie e improperi, contro i capi achei che hanno portato i loro uomini sotto le mura di Troia per una guerra di cui solo loro, i capi, si ingrasseranno spartendosi il bottino. Parla Tersite, e inveisce contro il duce supremo, Agamennone, mosso solo da sete di oro e di giovani donne da conquistare. Parla Tersite – il gaglioffo Tersite, brutto e deforme, calvo e con la gobba – e non ha tutti i torti, perché quando mai c’è stata una guerra al mondo, a cui non si sia stati spinti per brama di potere, di gloria o di ricchezza? Non ha tutti i torti Tersiet, ma uno, fondamentale, lo ha: non sa che sta parlando non solo contro Agamennone e gli altri capi achei, ma anche contro l’Iliade e l’epica stessa. Non lo può sapere, perché lui sta proprio dentro l’Iliade, è dentro la narrazione delle guerra troiana, essendo di quella epopea soltanto un personaggio. Lo sa però Omero, che dopo avergli lasciato libero sfogo per qualche verso lo fa percuotere e zittire dal glorioso Ulisse. E ci consegna l’unica difesa possibile del senso umano della storia dal tersitismo, il primo nome che ha preso il populismo nella storia occidentale.

Se la ragione è di Tersite, e di Tersite soltanto, non ci sarà infatti più nessuna guerra di Troia, ma anche nessun valore, nessuna causa, nessun canto, nessun senso delle vicende umane diverso dal riso, dallo sberleffo e dallo scherno. Non ci saranno eroi nel tempo degli eroi, ma nemmeno poeti nel tempo della poesia, e uomini di Stato nel tempo degli Stati. Tersite non racconta; deride. Ha ragione, ma non ha tutta la ragione; vede il basso e se ne compiace persino, con la sua sguaiataggine, ma così non riconosce nessuna possibile altezza per la figura umana.

Houellebecq dirà allora: cosa però c’è di più democratico di Tersite? Dobbiamo stare con gli uomini del popolo o con la casta dei tronfi capi achei? Ma questa domanda è frutto di un equivoco, frutto dell’idea che democratico sia solo lo scurrile e il plebeo, e dunque solo il movimento che abbassa e degrada, e non anche il movimento che sale verso l’alto, che forma e trasforma anche il vile ed anche il plebeo. Democrazia è questa seconda cosa qua: è la costruzione di un popolo sovrano, non la distruzione di ogni possibile sovranità.

Nella sua lunga conversazione, Houellebecq dice ancora un’altra cosa importante, sull’assenza di una cultura europea: ci sono solo culture locali, e poi una «cultura globale anglosassone.» C’è del vero, in questa affermazione, che meriterebbe un lungo discorso. Ma intanto: quella di Agamennone, Tersite e Ulisse non è una storia che appartenga a una cultura locale, e nemmeno alla cultura globale anglosassone. Se Europa fosse anche solo il luogo in cui queste storie si continuano a leggere, studiare e raccontare non sarebbe piccola cosa. Come non lo sarebbe costruire un quadro istituzionale europee che, certo, non risolvesse i suoi problemi picchiando con lo scettro i Tersite che provano a prendere la parola, ma neppure lasciando che lo scettro cada dalla mano di Ulisse e da ogni mano. Perché, quando cade, qualcuno che lo raccoglie nuovamente c’è, e di solito non è un Tersite, ma qualcuno che lo stringe molto più forte di prima.

(Il Mattino, 25 marzo 2017)

 

La sinistra al tempo di Trump

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«Fare il congresso come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grillismo». Già, ma qual è l’alternativa? Perché le prossimi settimane si consumeranno in una lunga guerra sulle date, le scadenze, il regolamento, il tesseramento, la legge elettorali, il voto, ma poi un’alternativa a quel Cerbero a tre teste che ha preso forma «là fuori», come ha detto Renzi ieri, alla Direzione nazionale, bisognerà pure che il partito democratico la trovi.

Trumpismo vuol dire almeno due cose: nazionalismo economico e fine dell’età dei diritti. Dagli anni Novanta in poi, le sinistre riformiste sono state invece quasi tutte internazionaliste in economia e progressiste in tema di diritti civili. In particolare in Italia questo impasto ha sicuramente aiutato la sinistra, dopo l’89, a venir via dalla tradizione del comunismo nazionale. Così, l’antica contrarietà nei confronti del sistema monetario europeo – che è stato il principale veicolo di integrazione su scala continentale – si è capovolta, negli anni Novanta, nella più ferma determinazione a entrare invece nella moneta unica. E la prudenza con la quale il partito comunista seguiva i radicali nelle battaglie sui temi del divorzio e dell’aborto è invece divenuta, negli anni Novanta, la determinazione a dare al paese una legge sulle unioni civili e il divorzio breve, che sono indubbiamente frutto dell’ultima stagione di governo del Pd.

Un cambio, come si vede, assai netto. Ma ieri il Pd è stato percorso dal dubbio, che di sicuro lo accompagnerà a lungo, che quel cambio non andava nella giusta direzione, ma era parte di un moto alternato il quale, raggiunto il punto massimo di oscillazione della banda, dovrebbe procedere ora nel verso opposto.

Cosa c’è però nel verso opposto? Quale domanda è oggi prevalente: la domanda di nuovi diritti, o la domanda di sicurezza? Il partito democratico dovrebbe scommettere sulla capacità di tenere insieme i due corni del dilemma, ma trumpismo e lepenismo spingono perché si divarichino invece sempre di più. Ancora: apertura o chiusura? Democrazia significa passione per l’apertura, ma, per un contraccolpo che farebbe invidia a Hegel e alla sua logica dialettica, nel momento in cui massima è la possibilità di connessione globale fra uomini, merci, servizi, più forte si avverte il bisogno di richiudersi invece tra i propri simili, nel proprio orizzonte culturale, nazionale, etnico. La sfida ideologica e culturale è di amplissima portata.

E ancora: innovazione o protezione? Per vent’anni circa, la sinistra ha sposato la prima, portandosi fuori del recinto storico dei partiti socialisti e socialdemocratici del Novecento. La costellazione formata da Clinton, Blair, Schroeder doveva indicare, nel cielo dei valori della sinistra, il cammino. La Terza Via. E quel cammino era scandito dall’imperativo della modernizzazione, del dimagrimento dei compiti dello Stato, da parole come merito e flessibilità. Ieri queste parole non le ha usate quasi nessuno, e la preoccupazione maggiore è sembrata anzi quella di ricucire il rapporto con i tradizionali mondi di riferimento del centro sinistra: la scuola, la pubblica amministrazione, i sindacati e il mondo del lavoro.

Più Stato nell’economia; spesa sociale fuori dal patto di stabilità; piano per il lavoro straordinario. Certo il cambio di vocabolario, nella discussione interna, ieri si è avvertito. Come però si riempiono queste parole è ancora terreno di ricerca e di confronto: non facile, in mezzo a posizionamenti e tatticismi di varia natura. Al primo posto sembra essere l’esigenza di ridisegnare i contorni di uno Stato assicurativo di tipo nuovo, che si orienti non sui vincitori della globalizzazione ma sui vinti, su quelli che in questi anni sono rimasti indietro.

A loro si sono rivolti i fautori della Brexit, a loro è arrivato forte e chiaro il messaggio di Trump, e a loro rischia di arrivare anche, alle prossime presidenziali francesi, la parola altrettanto vigorosa di Marine Le Pen. Ma se le destre offrono un’interpretazione del bisogno di protezione in chiave nazionalista, di ripiegamento identitario, qual è la chiave che la sinistra è in grado di usare? Quali sono i contenitori collettivi entro cui stringere nuove reti di solidarietà, di cittadinanza, di prossimità? Finora i democratici si sono sentiti cittadini del mondo, o almeno dell’Europa. Sono stati quelli che viaggiavano con il progetto Erasmus, e solidarizzavano con i migranti. Quelli che difendevano lo «ius soli», ma pure la «lex mercatoria» che ha accompagnato l’estendersi globale dell’economia e della finanza. Ma domani?

Renzi si trova veramente su un crinale. Non solo perché, annunciando il congresso, ha chiuso la fase apertasi con la vittoria alle primarie del 2013 e deve ora ricostruire la stessa infrastruttura culturale del partito. Ma perché questo passaggio è iscritto in un mutamento epocale. Da Obama a Trump: è come il mondo è cambiato in poco meno di un decennio. Che corrisponde quasi esattamente all’arco di vita temporale del partito democratico. Il che dà l’idea che, ben oltre le schermaglie della direzione – congresso o non congresso, elezioni o non elezioni – la sfida è davvero di quelle che fan tremar le vene e i polsi.

(Il Mattino, 14 febbraio 2017)

La grande democrazia in affanno

cattura4Era più facile avere certezze sul dopo voto, che non sul voto stesso. Sul voto, fino all’ultimo, non si è potuto dir molto, se non che: gli exit poll danno in lieve vantaggio Hillary Clinton, come nei pronostici della vigilia; l’affluenza alle urne è stata alta e fin da subito si sono viste file ai seggi, come non accadeva da tempo. Soprattutto, il Paese è spaccato a metà: cosa, questa, che è accentuata dalla distanza politica e ideologica tra i due candidati: l’outsider Trump che ha sbaragliato soprattutto il partito repubblicano, da una parte; la democratica Clinton che non appassiona anzitutto i democratici dall’altro. L’una è stata più aperta e rassicurante, convincente soprattutto fra le donne e le minoranze di neri e latinos, ma anche vicina ai grandi poteri economici e finanziari, promessa di continuità senza il brivido dell’avventura o la scommessa dirompente di un break. L’altro è stato dichiaratamente anti-establishment e sopra le righe, in rotta coi politici di Washington e con le élites, portavoce degli americani stufi e risentiti, impoveriti e spaventati.

Ora che la Clinton sembra aver vinto sul filo di lana (ma potremo dirlo veramente solo quando lo spoglio sarà concluso) si può riconoscere che la vittoria di Trump avrebbe provocato un terremoto, mentre quella di Hillary avrebbe l’effetto di rasserenare perlomeno i mercati e le cancellerie europee.

Anche se è finita, però, questa campagna elettorale ha lasciato il segno.

Sul sito della CNN, hanno provato a riassumerla con le parole più cliccate nel corso di questi mesi. Al primo posto sta la parola «trumpery», che non è solo un gioco di parola formato con il cognome del candidato più discusso della storia americana recente. «Trumpery» vuol dire infatti vistoso, appariscente, e non c’è dubbio che il miliardario americano non abbia fatto molto per passare inosservato. Ma non è solo questo; a colpire è la somiglianza che la corsa presidenziale ha avuto con il genere di trasmissioni televisive – popolari anche da noi – in cui non contano bravura, competenza o professionalità, quanto piuttosto capacità di far colpo, disinvoltura nell’infrangere i codici comunicativi standard, forza per imporsi anzitutto con la propria stessa presenza.

Lo choc, insomma. Perché però l’America avrebbe avuto bisogno di uno choc? E perché Trump, comunque sia andata a finire, ha potuto proporsi come un probabile vincitore della corsa alla Casa Bianca? Probabile, «presumptive», è del resto la seconda parola della lista, quella che il tycoon ha cominciato a proporre in maniera martellante subito dopo che Ted Cruz ha abbandonato le primarie, lasciando il campo libero a «The Donald».

La risposta è forse nell’affanno in cui versano i sistemi democratici, di là e di qua dell’Atlantico. Sembrano infatti presi in questa alternativa: o si tengono dentro la carreggiata del buon senso, del ragionevole, del prevedibile (che in America voleva dire Clinton), ma allora non accendono speranze e producono disaffezione; oppure suscitano sentimenti vivaci, passioni contrastanti (che in America voleva dire Trump), ma allora pagano questa vitalità con sgrammaticature e strappi rispetto al tessuto di diritti e di civiltà costruito in una lunga storia secolare.

Un assaggio della tensione con cui questa vigilia è stata vissuta è stato il primo ricorso che lo staff di Trump ha presentato ad urne ancora aperte, in Nevada, dinanzi alle file di elettori ispanici presenti nei seggi anche dopo l’orario di chiusura. Tutto regolare, secondo le autorità, ma per Trump è il segnale di una mobilitazione delle minoranze che potrebbe decidere il risultato finale.

Ora però non mancano i motivi di preoccupazione. Se avremo una prima donna Presidente degli Stati Uniti d’America non è detto che non avremo comunque un Congresso a maggioranza repubblicana. È chiaro comunque che un’elezione ottenuta di misura, in maniera poco convincente e tra molte perplessità – non ultime quelle sollevate dallo scandalo delle email in cui la Clinton è rimasta invischiata – non sarebbe il miglior viatico per il futuro inquilino della Casa Bianca.

E dopo le incognite che hanno gravato sul voto, verranno le incognite del dopo voto. Certo, l’enigma maggiore era Trump. Sulle politiche monetarie e fiscali, aveva tirato fuori solo la generica promessa di abbassare le tasse (un «must» dei conservatori), mentre in politica estera pesava l’inquietante amicizia con Putin. Ma se lo slogan del miliardario, di fare di nuovo l’America grande e rispettata nel mondo, ha avuto presa, è perché dall’altra parte non c’erano grandi risultati di politica estera da esibire. Dalle primavere arabe in poi, la guida di Obama è sembrata molto più riluttante e indecisa di quelle offerte dai Bush, o da Bill Clinton. E Hillary, che è stata Segretaria di Stato nel corso del primo mandato di Obama, non ha potuto non rappresentare anche su questo versante una poco convincente continuità.

Da qualunque parte le si guardi, dunque, queste elezioni non rappresentano per l’America un punto d’arrivo. Il Paese non sapeva se consegnarsi alla virilità spaccona di Trump, o alla femminilità poco accomodante della Clinton. Non sapeva se fermarsi o ripartire; se alzare la voce o provare ad ascoltare; se tendere la mano o serrare i pugni. Se credere o diffidare. Ora che la scelta è compiuta, se è la determinazione di Hillary Clinton ad essere stata infine coronata dal successo, come pare, saranno in molti a chiedersi comunque se davvero si è scelto per il meglio. Anche fra le fila dei suoi sostenitori: saranno di più quelli sollevati all’idea di non essere finiti nelle mani di un avventuriero, che non quelli sicuri di avere trovato la migliore erede di Barack Obama.

Dopo il primo Presidente nero, avremmo dunque il primo Presidente donna degli Stati Uniti d’America. Sarebbe un segno storico di progresso. Eppure, chi oggi non vede l’ora di esultare ha temuto fino a ieri un improvviso e inaspettato regresso. Se sarà stato evitato, non per questo non avrà gettato un’ombra lunga sul futuro dell’America, e della democrazia.

(Il Mattino, 9 novembre 2016)

Gli USA e le primarie dei populisti

2010-06_cartoon.jpgNell’aprile dello scorso anno, quando Hillary Clinton annunciò la sua candidatura alla Casa Bianca, si aprirono i giochi. Letteralmente. La SNAI lanciò le scommesse sulle presidenziali americane: Hillary Clinton stava a 2, Jeb Bush a 5. I favoriti erano loro. Bernie Sanders e Donald Trump non erano nemmeno quotati.

Alla vigilia del voto nello Iowa, con cui il rutilante circo delle primarie comincia a attraversare l’America, la situazione è molto diversa. Sono i due outsiders a tenere il banco nei rispettivi campi. Da una parte il socialista Sanders; dall’altra il miliardario Trump.

Le primarie, in America, sono una roba vera. E soprattutto una storia lunga molti mesi. Non si contano i candidati che, partiti con il vento in poppa, hanno dovuto ben presto ripiegare le ali e uscire di scena.

Evitiamo dunque di fare previsioni sulle sorprese che la politica americana ci riserverà nei prossimi mesi, e limitiamoci a guardare con occhi europei quello che sta accadendo.

Un paio di cose si fanno subito evidenti, nonostante le diversità di sistemi elettorali, politici e istituzionali. I favoriti della vigilia si prestavano ad essere descritti come espressione dell’establishment. Di più: una è moglie di un ex Presidente, l’altro è figlio e fratello di ex Presidenti, Hillary Clinton e Jeb Bush sono i rappresentanti delle due principali «case regnanti» degli ultimi trent’anni. L’una e l’altro possono inoltre contare sul sostegno delle rispettive macchine di partito.

I candidati che rubano loro la scena si lasciano invece rappresentare come candidati «radicali», «estremisti», «populisti». Il significato delle parole è abbastanza fluido perché un termine slitti sull’altro e mantenga contorni piuttosto vaghi. Populismo, in particolare, è una sorta di parola-baule, dentro cui ci finisce un po’ di tutto: e dunque sia le piazzate di Trump contro gli immigrati, sia le intemerate di Sanders contro i ricchi vengono catalogate sotto la voce populismo. Ma un filo comune denominatore c’è: è l’avversione contro quelli di Washington. Noi diremmo: contro il Palazzo, poco importa se a tuonare contro il Palazzo sia un miliardario che i palazzi li costruisce, oppure un politico navigato, con alle spalle una trentina d’anni di incarichi istituzionali.

Il fatto però che entrambi, almeno a giudicare dai sondaggi, abbiano fatto breccia nell’opinione pubblica indica chiaramente che l’affanno delle tradizioni politiche nazionali – la consunzione, quasi, del lessico politico-intellettuale del Novecento – non è un problema solo europeo. Qualche segnale, in fondo, era già venuto nel 2008, quando Barack Obama, primo afroamericano, sbaragliò il campo da outsiders, i favori del pronostico essendo anche quella volta di Hillary. Nell’altra metà del campo i repubblicani puntarono invece su un uomo di apparato, Mitt Romney, che evidentemente non suscitava gli entusiasmi di un elettorato già radicalizzatosi. E persero.

L’ondata populista che sta scuotendo l’Occidente – ecco un punto di differenza  – in America si riversa però dentro i partiti, mentre da noi – come in Grecia, o in Spagna – sceglie altre vie. Se l’ex sindaco di New York, Bloomberg, dovesse davvero candidarsi da indipendente, preoccupato dalle figure estreme che tengono il campo, il rovesciamento sarebbe completo: in Europa nascono nuove formazioni politiche anti-sistema; in America, sarebbe invece la risposta di sistema a doversi inventare una strada nuova.

Il confronto con l’America è però istruttivo per un’altra ragione. Gli Stati Uniti sono un Paese in salute. Obama lascia un’economia in crescita. Qualche mese fa, l’economista James Galbraith spiegava il successo di Syriza o di Podemos, con le politiche di austerità adottate dall’Unione europea in piena recessione. Al contrario, aggiungeva, Obama ha praticato una strategia keynesiana, con imponenti iniezioni di denaro pubblico e programmi di sviluppo da miliardi di dollari. Ora, la spiegazione di Galbraith può darsi funzioni in economia, ma evidentemente non funziona in politica, visto che nonostante i successi della politica economica obamiana, democratici e repubblicani faticano ad esprimere candidati in linea con le tradizioni più moderate e centriste dei rispettivi partiti. L’elettorato sembra chiedere segnali di discontinuità, e persino gesti di rottura. Li chiede in America non meno che in Europa: il che vuol dire che ce la possiamo prendere con l’euro, con la crisi o con la Merkel finché vogliamo, ma un malessere più profondo sta forse cominciando a manifestarsi. Se così fosse, vorrebbe dire che in gioco non è solo il futuro di tradizioni e ceti politici, ma il destino stesso della democrazia.

(Il Mattino, 30 gennaio 2016)

Nel castello ideologico di Tronti non c’è posto per la democrazia

ImmagineUna condanna senza appello nei confronti dell’homo democraticus: l’ultimo libro di Tronti (Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, Il Saggiatore, pp. 316, € 20), costruito come una sorta di confessione intellettuale per frammenti, è un libro duramente polemico:  «nessun intimismo, nessun redire in se ipsum, nessun autobiografismo».

Al suo centro sta la convinzione che oggetto di critica debba essere oggi non il capitalismo, ma «la declinazione borghese della modernità». Se però quella borghese – con i diritti soggettivi, la democrazia rappresentativa, il mito del progresso e tutto il resto – è solo una «declinazione» della modernità, vuol dire che un’altra sua versione dev’essere possibile. Se così non fosse, la critica trontiana potrebbe senz’altro essere ascritta a un pensiero schiettamente reazionario («non mi piace l’età dell’illuminismo, e non vorrei ripeterla»). Che cosa però sarebbe moderno, una volta rimosse l’abusiva occupazione borghese della modernità, è impossibile dire: Tronti non offre alcun indizio. A meno che non si possa dir tale un unico, fugacissimo cenno alla «concrescita», diversa dalla più abusata «decrescita», felice o infelice che sia. Troppo poco, per distinguersi davvero.

Ma il cuore del problema non è qui: di economia, infatti, il libro non parla. Il cuore è nella «servitù volontaria» della maggioranza, farcita di un insopportabile buon senso democratico, che smussa ogni spigolo, scansa ogni contraddizione, evita ogni acredine. Così, la «grande politica» deve fuggire i luoghi in cui è regina l’opinione dei molti – la tv, i giornali, ma anche i parlamenti – per ritrovarsi nell’amicizia «stellare» di pochi spiriti liberi. Cioè nel pensiero, e gran parte del saggio trontiano è infatti dedicata ad abitare una sorta di castello intellettuale tetragono ai tempi moderni, costruito con una scrittura sempre categorica, lapidaria, battente, tra lunghe citazioni e brevi, folgoranti frasi dal sapore quasi aforistico. Dove si incontrano Hölderlin e Nietzsche, Walter Benjamin e Aby Warburg, il pensiero novecentesco della crisi e il profetismo biblico.

Tutti i frammenti raccolti stanno insieme sotto una libertà dello spirito che è opposizione al mondo. E che solo chi ha attraversato il Novecento da comunista può esperire veramente, secondo l’Autore. Che i comunisti siano recentemente costretti al tono apocalittico (Vattimo) o profetico (Tronti) dovrebbe parlare perciò contro il cattivo tempo presente, non contro di loro. Qui sta peraltro il punto di coerenza del libro: il comunismo non è riciclato ipocritamente come la brutta crisalide da cui doveva un giorno finalmente uscire la farfalla del pensiero democratico e progressista.

Cosa però ne viene, da una simile complessione di idee? Ad esempio: che ieri la Rivoluzione d’Ottobre somigliava a una rivoluzione conservatrice e, oggi, Obama rappresenta solo «un passo indietro». Che la civilizzazione borghese è stata «barbarie», e il presente è, oggi, un cupo «universo concentrazionario». Che tra il nobile slancio rivoluzionario russo di ieri e il volgare spirito pratico americano di oggi, «la libertà sta nel primo, non nel secondo».

In tanta radicalità di giudizio è impossibile ogni accomodamento pratico. Pure, Tronti lo trova: «si può fare, opportunamente, oggi, critica della democrazia politica, accettando, difendendo, sviluppando, riformando, i sistemi politici democratici».

Difficile però farsene convinti, entro le coordinate del saggio trontiano. Forse, per vincere, il comunismo avrebbe davvero dovuto produrre un uomo nuovo, come Tronti dice. Ci è riuscita invece la democrazia, la società dell’intrattenimento, il mercato dell’opinione. Ma politica non può essere scegliersi nel pensiero altri uomini rispetto agli uomini che abbiamo. Se non altro perché sono anche gli uomini che noi stessi siamo.

(Il Messaggero, 8 novembre 2015)