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L’alleanza e le pulsioni populiste

È stato detto che il populismo esprime, sia pure in modo distorto, un’esigenza di partecipazione che i meccanismi istituzionali della democrazia rappresentativa non riesce più a soddisfare. Può darsi sia così. Ma in tal caso credo sia giusto prendere un po’ di fiato e poi obiettare con il più classico degli: “embé?”. Visto che per i populisti i ragionamenti sono sempre troppo intellettuali, troppo sofisticati, troppo pieni di distinzioni e parole difficili, immagino che la mia obiezione sarà apprezzata. Ma posso comunque provare ad articolarla meglio.

E cioè: nelle pulsioni populiste che percorrono le società contemporanee (non solo l’Italia) ci sarà pure del buono, anche se si esprime in modi decisamente meno buoni. Si tratterà pure di forme inedite di cittadinanza attiva, che, trovando ostruiti (oppure inutilizzabili) i canali tradizionali di espressione della volontà politica, assumono modalità diverse, più immediate e meno paludate. Resta vero tuttavia che regole e istituzioni del gioco democratico sono essenziali e dobbiamo averne cura. Perciò direi: grazie per la precisazione sociologicamente corretta, nessuno demonizzi nessuno, ma lasciateci ancora compiere lo sforzo di mettere la politica nelle forme richieste da una democrazia parlamentare, con il senso delle istituzioni e dello Stato che ciò richiede, con il profilo di una forza di governo consapevole di impegni e responsabilità nazionali e internazionali, e, da ultimo, con la consapevolezza di dover costruire un futuro possibile per questo Paese. Pigiare ossessivamente il pedale della contrapposizione fra partiti. Istituzioni, professionisti della politica, élites, caste e via denigrando da una parte e, dall’altra, il popolo o la gente di cui i movimenti populisti sarebbero diretta e genuina manifestazione, non è accettabile. Tanto meno lo è quando a rendersene protagonisti sono politici con ultradecennale esperienza alle spalle. Ma tant’è.

Lo schema di Bersani, ad ogni modo, discende da questo ragionamento. Che non è l’unico possibile, ma è quello proposto dal Pd. Il patto tra progressisti e moderati si inserisce infatti in questa delimitazione del campo di gioco, che ha una precisa linea di demarcazione nel rifiuto degli argomenti populisti contro l’Euro, contro le tasse, contro gli immigrati, contro il finanziamento pubblico ai partiti, contro i parassiti del pubblico impiego e, a detta del suocero di Grillo (se capisco), pure contro i sionisti cattivi.

Naturalmente, ci sarà sempre un populista come il comico genovese che traccerà una divisione diversa: fra il Palazzo e i cittadini, fra i partiti incistati nelle istituzioni e movimenti al fianco dei cittadini tartassati, ma sarà, per l’appunto, la rappresentazione di un populista che lucra su questo schema.

E oramai Di Pietro deve decidere se intende adottarlo oppure no. Se infatti si torna a discutere di alleanze non è per l’inguaribile deriva politicista dei partiti, ma per i pencolamenti dell’IdV, che non ha ancora chiaro se deve inseguire Grillo e gridare più forte di lui, o se accetta invece la proposta politica del Pd. E, cosa curiosa, sembra non averlo chiaro neppure Vendola. Il quale ovviamente ha tutte le ragioni di chiedere di discutere con il centrosinistra di contenuti e programmi, ma deve pure mostrare qualche preoccupazione per l’agibilità dello spazio politico in cui quei programmi dovranno essere realizzati.

Vendola tituba, Di Pietro si spolmona, il tutto perché Bersani sembra avere occhi solo per Casini. Ma non mi pare che le cose stiano così. Stanno anzi al contrario: invece di avere occhi per il proprio posizionamento presso l’elettorato, preoccupati del crescente consenso dei grillini, bisogna che la strana coppia scommetta su una nuova stagione della democrazia italiana e sulla ricostruzione civile del paese, piuttosto che sulla maniera in cui approfittare della fine poco gloriosa della seconda Repubblica. Lascino a Grillo e a suo suocero il compito di fare di tutte l’erbe un fascio. Alla fine, si scoprirà che i più legati al passato, al berlusconismo e all’Italietta sono proprio i nuovissimi populisti: urlatori quando si parla di quel che è stato, privi di voce quando si tratta del futuro.

L’Unità, 1° luglio 2012

La Grande Scorciatoia

Quando, nell’agosto del 2005, Mario Monti rilasciò a La Stampa l’intervista alla quale ha voluto riferirsi due giorni fa, concedendone un’altra allo stesso giornale, si sollevò un dibattito ampio e animato intorno all’ipotesi formulata con grande precisione dall’ex commissario europeo: “non  un partito di centro ma un’operazione di centro, nel senso che richiede il convergere di sforzi da destra e da sinistra ed è indispensabile non solo alla sopravvivenza del mercato ma della stessa democrazia”.

Come adesso, così anche allora mancava circa un anno alle elezioni; anche allora, il centrodestra non aveva dato prova di buon governo. Monti però dava un giudizio non lusinghiero non solo sul governo Berlusconi, ma anche sull’opposizione. A suo giudizio, né il centrodestra né il centrosinistra avrebbero potuto realizzare quelle “riforme liberali” di cui il paese aveva impellente bisogno.

Il centrodestra perse le elezioni, il centrosinistra le vinse di un’incollatura e franò poi al governo: le tanto attese riforme non furono fatte, coi risultati che sappiamo (aggravati da un nuovo ciclo berlusconiano, l’ultimo e certo il peggiore). In continuità con il giudizio di allora, il Monti di ora attribuisce dunque all’attuale esperienza di governo il valore di primo passo in direzione dell’“operazione di centro” già prospettata nel 2005.

Monti riprese nuovamente la parola una settimana dopo, sul Corriere, per rispondere alle critiche. Gli fu facile lasciar cadere le obiezioni fondate sulla debolezza delle forze politiche di centro, e più chiara si fece l’idea che l’operazione somigliava piuttosto a una grande coalizione che a un grande centro. Il punto stava per lui nel fatto che, sotto il profilo del governo dell’economia, i due poli erano più vicini fra loro di quanto non lo fossero al loro interno. Quanto ciò fosse vero allora e sia vero oggi è difficile a dirsi. Sensibile poi all’argomento di quanti gli avevano fatto osservare che una grande coalizione avrebbe cancellato “l’unico progresso istituzionale fatto dall’Italia dopo gli scandali degli anni Novanta” (Sergio Romano), cioè l’alternanza fra i due poli, rispose che considerava anche lui il bipolarismo un passo avanti, e tuttavia non poteva non notare che tutti i difensori dell’assetto bipolare riconoscevano la necessità di miglioramenti così sostanziali, che, in assenza, il sistema politico si presentava piuttosto come “una grande frittata che non funziona” (Giovanni Sartori).

E così siamo, io credo, al punto. Non però allo stesso punto di allora. Non solo perché si è realizzata una delle condizioni che agli occhi degli osservatori impediva il realizzarsi dell’operazione, cioè l’uscita di scena di Berlusconi (e da ultimo pure di Bossi), ma perché nelle stesse parole del Monti di allora stava la consapevolezza che la grande coalizione era un’ipotesi subordinata rispetto alla prima urgenza, cioè un sistema politico da riformare. Il che era tanto più vero in quanto, nelle parole di Monti, ad essere minacciata non era solo la sopravvivenza del mercato, ma della stessa democrazia.

Quel che allora accadde, grazie alla sciagurata introduzione del Porcellum, fu in realtà studiato apposta non per riformare il sistema politico, ma per incepparlo ulteriormente – cosa che in effetti non mancò di accadere con la striminzita vittoria dell’Unione. Ex contrario, sappiamo cosa ci occorre innanzitutto oggi: far ripartire la politica. E dunque: il superamento del Porcellum e la riforma istituzionale, meglio ancora se accompagnata dall’attuazione dell’art. 49 della Costituzione (quello che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).

Tanto più che sono ancora le parole di Monti (questa volta dell’ultimo Monti) a richiamare implicitamente la necessità che si delineino chiare visioni politiche alternative, non offuscate da supposte neutralizzazioni tecniche. Monti mantiene infatti la caratterizzazione dell’attuale esperienza di governo come tecnica, distinguendola da una “nuova fase di governi politici”. A questa distinzione si deve certo obiettare che tutti i governi sono politici, nella misura in cui ricevono in Parlamento il sostegno delle forze politiche, ma è evidente che la più forte ragione per mantenerla da parte del Presidente del Consiglio è non la competenza professorale sua e degli altri ministri (in fondo, anche Prodi era un professore universitario, anche se non bocconiano), bensì l’esigenza di mettere il governo al riparo della cattiva fama di cui godono i partiti. Segno che, di nuovo, è da lì che bisogna ripartire, se non si vuole assecondare definitivamente un clima e una piega, che, complici gli ultimi eventi, non promette nulla di buono. Non tanto o non solo per i mercati, che peraltro sono forti abbastanza per far sentire le loro ragioni, quanto per la tenuta della democrazia, le cui ragioni, dopo tutto, tocca ancora ai partiti far valere.

L’Unità, 6 aprile 2012

La politica decorativa

Politica e malaffare, giustizia e corruzione: le prime pagine dei giornali tornano a ingrossarsi di inchieste giudiziarie, di scandali e avvisi di garanzia, indagini e sospetti (un po’ meno sentenze). Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno torna la rappresentazione dell’Italia corrotta, e, come ai tempi di Tangentopoli, siamo tutti quotidianamente in attesa dei «prossimi sviluppi». La nuova narrazione di cui l’Italia a detta di molti avrebbe bisogno rischia di essere ancora una storia trita e ritrita.

È vero: a giudicare da certe stime internazionali, non si tratta solo di una rappresentazione. Non è dunque il caso di sottovalutare il fenomeno. Poiché però sue tracce si trovano anche nella Bibbia, in Esiodo e in Dante, non sarà inutile porsi qualche domanda: un po’ per storicizzare, un po’ per capire. E fare così un passo oltre la sacrosanta indignazione.

La domanda che vorremmo fare è la seguente: i fenomeni corruttivi, le malversazioni,  gli abusi di potere e le ruberie sono la causa della disaffezione dei cittadini e della crisi della democrazia, oppure la crisi della democrazia è non si dirà la causa, ma almeno una delle cause della corruzione dilagante? Non chiediamo se viene prima l’uovo o la gallina. Un conto è pensare che le istituzioni democratiche sono deboli per l’assalto di un esercito di cavallette voraci; un altro è pensare che la debolezza dei sistemi democratici dipende invece da processi economici e finanziari che li tengono sotto tiro e li svuotano della loro sostanza. Nel primo caso, ciò di cui si ha bisogno è un’opera di disinfestazione ; nel secondo, di una cura ricostituente. Magari poi occorrono l’una e l’altra cosa, ma è bene sapere da dove cominciare.

Ora, non sono poche le analisi che negli ultimi trent’anni in forme e modi diversi ci mettono dinanzi a una diagnosi tutt’altro che rassicurante sullo stato di salute della democrazia. Di promesse non mantenute, di crisi, di disagio, di dedemocratizzazione, di postdemocrazia si parla da un bel po’. Ma il punto è che tutte queste disamine, pur molto diverse tra loro, non cominciano affatto dagli appetiti di una classe politica autoreferenziale e corrotta, ma da cose come la globalizzazione, il peso delle nuove potenze emergenti come la Cina o il Brasile, la finanziarizzazione dell’economia, la rivoluzione tecnologica nel mondo dei media, e così via. È più ragionevole ipotizzare allora che lo scadimento della vita politica sia conseguenza di simili processi, piuttosto che di malefatte e ruberie (che pure ci sono, e che non vanno affatto sminuite nella loro gravità). E che se la politica viene percepita come distante o scollata dalla realtà, ciò dipende dal fatto che i politici si fanno gli affari loro, ma ancora di più dipende dal fatto che non hanno più gli strumenti per fare gli affari di tutti.

C’è dell’altro. Quanto maggiore è la disaffezione, tanto più si fa strada un’idea dei compiti della politica in termini di risposte a domande, idea che la priva della dimensione fondamentale dentro la quale la politica democratica si è andata costruendo nel corso del ‘900. Questa dimensione legittimante si può indicare nei termini della costruzione di una cultura storico-nazionale. Quando questa cultura è viva e innerva la politica, è essa ad assegnare anzitutto i compiti: non per paternalismo, ma per senso di appartenenza. Quando invece viene meno, alla politica rimane ben poco da fare per elevarsi sopra la mera rappresentanza degli interessi. I quali, di conseguenza, si restringono sempre di più, fino a coincidere con quelli della classe politica medesima.

Se le cose stanno così, si può provare a ribaltare, in maniera un po’ provocatoria,  i luoghi comuni in cui oggi immancabilmente si infila la discussione pubblica. Si dice: politica ed affari devono essere separati; i partiti non devono ricevere soldi pubblici; non devono nominare né dirigenti Rai né primari d’ospedale; devono star fuori da fondazioni bancarie e consigli di amministrazione. Tutto vero, tutto giusto. Ma domandiamoci ora non cosa la politica debba o non debba fare, ma «come», attraverso quali leve debba fare quel che deve fare. Non si tratta di posti, ma di politiche pubbliche e degli strumenti per realizzarle, buoni abbastanza da resistere a condizionamenti di altra natura. Ho il sospetto che senza di ciò alla politica rimarrà solo una funzione decorativa, oppure cerimoniale. Una politica da suppellettile. Naturalmente, nessuno si augura di finire sotto i ferri di un chirurgo che è in sala operatoria grazie a un tessera di partito piuttosto che per meriti scientifici. Ma bisogna fare attenzione anche alla possibilità che in sala operatoria non ci si arrivi proprio e che per togliere il raccomandato dall’ospedale qualcuno non pensi che si faccia prima a togliere direttamente l’ospedale.

Pensiamo allora tutto il male possibile dei partiti macchine di potere, come disse Berlinguer nella famosa intervista dell’81. C’era un aspetto di verità nella denuncia della questione morale, e una tensione etica, che è semplicemente irrinunciabile. Ma per scongiurare i partiti macchine di potere evitiamo per favore di ritrovarci con partiti finti, cioè impotenti, e dediti per questo al solo cabotaggio clientelare. Se no continueremo giustamente a dare loro addosso, ma i potenti, loro, continueranno a starsene indisturbati da un’altra parte.

L’Unità, 19 marzo 2012 (l’articolo riprende ad sensum la relazione tenuta a Perugia in occasione del seminario su Questione morale e crisi della democrazia, organizzato da Rose Rosse d’Europa e Lettere >Riformiste il giorno 16 marzo 2012)

La nuova Europa e le paure del Pd

(O anche: Idee e temi per l’Europa)

In cerca di conforto, ho aperto un libro, ma non dico subito quale per dare a tutti il medesimo sollievo. Vi ho trovato infatti la seguente affermazione: “La politica di una nazione non può essere condotta come un seminario di filosofia”. Siamo tutti d’accordo, credo; e la precisa consapevolezza che non è mai il momento di meri dibattiti accademici può aiutare particolarmente, in frangenti in cui le decisioni di un governo di professori devono maturare nel giro di pochi giorni, sotto la pressione dei mercati e il rischio concreto di fallimento: dell’Italia e dell’euro. Poi una seconda affermazione, nella stessa pagina: “Nel nostro paese il dibattito politico non raggiunge nemmeno il livello accettabile per una scuola superiore”. Seguono esempi; ma siccome non si parla dell’Italia, e siccome vale il vecchio adagio per cui un mal comune procura almeno mezzo gaudio, possiamo consolarci. E, soprattutto, collocarci: in mezzo tra il rigoroso convegno scientifico e l’arrabbiata assemblea studentesca.

È bene però sapere che un simile spazio non esaurisce affatto il dibattito pubblico. In termini politici si dirà: tanto il Pd quanto il Pdl avranno sempre, al loro lato, opinioni e forze che, dal punto di vista della loro collocazione, si situano alle estreme, e che proprio per questo possono coltivare irresponsabilmente tanto le teorizzazioni più astratte quanto gli atteggiamenti più protestatari. La fisiologia dei sistemi politici vorrebbe che il compito dei partiti maggiori fosse proprio quello di assorbire le spinte estremistiche. Mentre però nel corso della prima Repubblica la Dc e il Pci (i partiti-sistema) hanno svolto efficacemente questa funzione, non si può dire altrettanto dei loro succedanei durante la seconda Repubblica. Forse, la recente religione del maggioritario andrebbe giudicata anzitutto per la prova che ha dato su questo terreno.

Oggi si apre una fase nuova. Cosa ci sia a destra del governo Monti, con la rottura fra Pdl e Lega (e lo sbianchettamento del berlusconismo) si è fatto abbastanza chiaro, fra populismi, antieuropeismi e persino secessionismi che tornano ad esprimersi senza troppi infingimenti. Ma anche a sinistra c’è un vasto mondo di idee che la postura istituzionale del Pd relega inevitabilmente ai margini. O almeno: questo dovrebbe fare il Pd, senza paura, rivendicando con convinzione il proprio ruolo nazionale ed europeo. Facendone un punto di forza, non di debolezza. Non si agitano infatti alla sua sinistra bandiere improbabili come il diritto alla bancarotta o riti apotropaici come la maledizione dell’euro? La decrescita felice di cui si favoleggia nei collettivi di sinistra non è l’opposto speculare dell’austerità espansiva che si sono inventati fior di economisti a destra? Non c’è infine da evitare il rifiuto manicheo del dio malvagio della finanza, ma anche il rischio che, prima o poi, dopo il salario, spunti fuori la pensione come variabile indipendente?

Il fatto è che, dentro i vincoli dell’Unione, diverse idee di Europa sono possibili: non occorre affatto divincolarsi del tutto, per essere coerenti (e perdenti); si può invece elevare il dibattito pubblico all’altezza di quelle idee diverse. Messe le cose in questa prospettiva, posso quindi rivelare di quale libro si trattasse, all’inizio: de La democrazia possibile. L’autore è il filosofo liberal Ronald Dworkin, e il paese di cui si parla è l’America. È in America che Dworkin lamenta l’assenza di un dibattito pubblico degno di questo nome. Ed è in America che, per esempio, Dworkin non riesce a spiegare che una politica che abbia i titoli democratici in ordine è quella che si domanda: “che politica fiscale deve adottare un governo che intende riservare un uguale trattamento a tutti i suoi membri?”. Ed è sempre agli americani che Dworkin vorrebbe far capire che gli argomenti con i quali si sostiene che il reddito non ancora tassato è tutto di chi lo produce “mancano di coerenza”. Figuriamoci la coerenza: ci vuole troppa filosofia! Ma l’idea di Dworkin è che la distribuzione della ricchezza, come i diritti umani o il ruolo della religione nella sfera pubblica, sono temi che possono stare ben dentro il dibattito democratico, non solo nelle aule universitarie o nei collettivi studenteschi. Siccome alcuni di questi temi negli ultimi anni ne sono fuoriusciti, ad agitarli sembra ora che si pecchi di velleitarismo o di infantilismo.  Non è così. Ma siccome questi temi debbono rientrarvi, è bene separarli da quelli che, invece, ci terrebbero fuori dall’Europa.

Il Mattino, 12 dicembre 2011

Ma nell’agorà virtuale il nostro sguardo è orientato in anticipo

Mostrare il cadavere sulla pubblica piazza. Un telefono cellulare riprende, il video viene riversato in rete: poco tempo dopo, persino pochi minuti dopo tutto il mondo può vedere il volto di Gheddafi ricoperto di sangue, l’esecuzione sommaria, i ribelli esultanti. Tutto il mondo vede la stessa scena. Un tempo bisognava recarsi in piazza per assistere all’esecuzione capitale: la piazza era il luogo convenuto in cui ci si radunava per simili spettacoli; oggi invece è la rete il luogo della visibilità pubblica, in cui tutti gli occhi convergono.

Secondo il racconto ‘fantastico’ di Vico, fu Eracle, mitico eroe fondatore di città, ad aprire la prima radura nel folto del bosco, a domare la “gran selva antica della terra” e a creare il primo spazio di visibilità per l’uomo: l’ambiente aperto in cui gli uomini, dapprima sparsi e dispersi, poterono raccogliersi insieme. Le fiere furono sconfitte, la natura ridotta a cultura, ma una vita associata non sarebbe sorta se gli uomini non avessero potuto riunirsi e vedersi in un luogo comune.

Quel luogo è oggi, per molti, il web. Si scende ancora in piazza, tra i grattacieli di Zuccotti Park o dinanzi alla vasta facciata della basilica di San Giovanni, ma non c’è manifestazione che non sia preceduta dalla diffusione in rete della notizia: è infatti in rete, sui social network o nei forum, che si raccolgono le adesioni, si lanciano campagne e parole d’ordine, si moltiplica l’eco dell’evento.

Che ne è però della vista, anzi della visibilità? Se in piazza ci si va infatti anche solo per vedersi, come cambiano le cose quando la piazza diviene virtuale? Come si modifica l’esperienza del vedere, e quali conseguenze ne discendono per la vita pubblica?

Sono domande che di solito non ci facciamo, e che non sappiamo bene nemmeno come prendere. Se il vedere è la cosa più semplice del mondo – basta tirar su le palpebre – cosa vorrà dire che esso si modifica? In realtà, anche se vedere è un’attività naturale dell’occhio, i modi di vedere sono molti, e richiedono abitudini, e un’educazione dello sguardo che risente dei cambiamenti circostanti.

Orbene, c’è un modo di vedere che è sempre meno praticato. È quel guardarsi intorno, senza un preciso oggetto di mira, che si esercita proprio in luoghi pubblici come la piazza. Gli inglesi dicono: «to take a look», noi «dare uno sguardo»; loro prendono, noi, più generosi, diamo. Ma in entrambi i casi si tratta di un’esperienza che si fa per strada, e in special modo in uno spazio grande e sgombro (questo significa piazza, dal latino platea) in cui lo sguardo può muoversi liberamente, senza essere conquistati da nulla in particolare.

Per dare ancora un simile sguardo, non è necessario solo che ci sia spazio: occorre anche nutrire la disponibilità ad annoiarsi, come quando gettiamo uno sguardo oltre il finestrino, viaggiando in treno,  o lasciamo che esso si perda all’orizzonte, in un’ora di tempo libero. Ma nell’uno e nell’altro caso, e in tutti i casi analoghi, siamo ormai sedotti da una serie di apparecchi che, al primo buco di attenzione, esigono immediatamente di essere tenuti in vista. Non hai nulla da fare? Accendi lo smartphone, collegati, chatta! Nel punto in cui prima non c’era nulla, e dove proprio perciò poteva succedere qualcosa, ora c’è almeno un tablet e una connessione: c’è un sms, un video, un file da scaricare o da condividere.

Orbene, Cass Sunstein ne ha fatto addirittura una minaccia per lo spazio pubblico. Che è quel luogo in cui si sta insieme senza che si sia deciso preliminarmente cosa vedere o cosa fare: la piazza, appunto. Nell’agorà virtuale della rete, questo, però, non accade più alla stessa maniera. Succede infatti che la nostra navigazione on line sia sempre più orientata  in anticipo: il motore di ricerca completa le parole prima che le digitiamo, il portale ci viene incontro con suggerimenti d’acquisto mirati, i gruppi si formano secondo opinioni e interessi sin troppo omogenei. Al punto che la minaccia sarebbe rappresentata non tanto dalla crescente uniformità delle opinioni, ma dalla loro segmentazione e polarizzazione per cui il noto si concatena al noto, e l’uguale e il diverso non si incontrano mai. In breve: non l’uniformazione ma la disgregazione, la costruzione di un mondo di nicchie, in cui la quantità di esperienze preselezionate e individualizzate supera di gran lunga le poche volte in cui non abbiamo idea di quel che vedremo o faremo, e accettiamo di mescolarci in pubblico per confrontarci con quel che non ci aspetta. L’equivalente di una passeggiata senza cuffie nelle orecchie, di un viaggio in treno senza pc, di una serata in piazza a chiacchierare con chi ci sta. Siccome però sono proprio questi spazi vuoti a favorire l’annodarsi del legame sociale – anzitutto nelle forme banali della chiacchiera, del luogo comune o della curiosità – quel che sarebbe in pericolo quando non ci si guarda più intorno sono niente di meno che i fondamenti pubblici della vita democratica. Non siamo infatti più esposti a quel che capita, ma solo a quel che ci capta e, così, ci cattura.

Forse la prognosi può essere meno infausta, ma non è vero che la captazione della nostra attenzione è, da circa un secolo, la base non della vita pubblica, ma della pubblicità? Se perciò anche i partiti politici prendono a strutturarsi, e non solo sul web, sempre più in termini pubblicitari, non dovremo ammettere, purtroppo, che qualche motivo di preoccupazione c’è? Ma ora: chi va in piazza a dirlo?

Il lavoro fra mercato e democrazia

Vi siate o no iscritti alla Summer School di Italianieuropei (Il lavoro tra mercato e democrazia) che si svolge dal 4 al 6 giugno a Capaccio-Paestum, sul sito trovate un bel po’ di testi da leggere con profitto. Sotto la voce Questioni, trovate i testi introduttivi alle diverse sessioni di lavoro. Sotto la voce Testi, trovate invece alcuni brevi testi proposti dai relatori, e insieme anche alcuni testi discussi dal gruppo Filosofia e Politica della Fondazione, in preparazione della Scuola.

Buona lettura.

L'errore dietro le due piazze

E così si va in piazza. Con motivazioni opposte, ma si va in piazza ugualmente. Sabato prossimo a Roma ci sarà la manifestazione dell’opposizione indetta in seguito alla decisione del governo di varare in tutta fretta un decreto interpretativo, per ovviare all’esclusione delle liste in Lazio e in Lombardia. Nel frattempo i giudici si sono celermente pronunciati, senza che quel decreto producesse sulle loro decisioni alcun effetto giuridico (ultimo, mirabile esempio di come non si debba legiferare in un paese serio). La settimana dopo, sempre di sabato, è la volta della maggioranza. Il Presidente del Consiglio ha detto che il PDL è da sempre abituato alla proposta, non alla protesta, e quindi si può stare tranquilli che la manifestazione sarà una grande manifestazione di proposta. E si vorrebbe ben vedere, viene fatto di pensare, visto che non si capisce contro che cosa potrebbe davvero protestare chi, sedendo al governo, ha utilizzato tutti gli strumenti disponibili (e controversi) per sanare i difetti – formali o sostanziali che fossero – della presentazione delle liste.
La cosa divertente (si fa per dire) è che tanto Bersani quanto Berlusconi hanno detto la stessa cosa: in piazza, assicurano entrambi, ci vanno con spirito propositivo e non protestatario. Eppure ognuno vede che le motivazioni reali, quelle sulla base delle quali saranno mobilitate decine di migliaia di persone, stanno invece in una protesta che appare per giunta abbastanza scomposta e mal riposta: nei confronti di un decreto che è già finito nei cassetti dei tribunali, da una parte; e, dall’altra, contro una sinistra “sovietica” – così dice Berlusconi, ma solo perché non ce la si può prendere, in pubblico, contro se stessi.
Passeranno anche queste manifestazioni: si spera senza troppi danni. Senza, per esempio, tirare in ballo il Presidente della Repubblica, al cui equilibrio l’Italia deve solo essere grata, e senza appesantire la piazza di insofferenza per le forme, la legalità, i poteri di controllo, in mancanza dei quali non c’è democrazia possibile.
Ma resta il fatto che la campagna elettorale è stata oscurata da questioni che in un paese normale non sarebbero neppure oggetto di confronto politico; e resta, soprattutto, che l’opera di discredito che la classe politica continua imperterrita a compiere non su altri ma su di sé, essa dimostra ogni giorno di volerla condurre autolesionisticamente fino in fondo.
E’ difficile dire quanto l’intera vicenda e l’eco delle manifestazioni peseranno nell’urna; è per fortuna probabile che tutto si svolgerà senza incidenti, pacificamente, in un clima che qualche commentatore potrà persino descrivere come allegro e colorato. Quel che però è certo è che difficilmente si potranno prendere quegli appuntamenti come segno della ferrea salute e della straordinaria vitalità della nostra democrazia. Tutt’al contrario: la piazza appare sempre più il luogo di una caricaturale difesa della democrazia da pericoli che, in realtà, esistono solo per spostare ogni volta l’attenzione dai problemi reali del Paese: dalla pesante situazione economica, dal ritardo nelle riforme, e da un’architettura istituzionale a cui si dovrebbe mettere mano in Parlamento, senza trascinarla nei tribunali e nelle corti. Non si discute, ovviamente, il diritto a manifestare, che è sacrosanto, ma le ragioni delle opposte mobilitazioni. Le quali restano poi nelle menti e nei cuori di chi manifesta, e formano l’identità di una parte politica molto più di tante belle piattaforme programmatiche.
Perché la democrazia, per la buona sorte di tutti, non è in pericolo: e però accade che i due schieramenti continuino a fare le loro mosse come se invece toccasse loro di difenderla, proprio mentre sferrano qualche colpo sgangherato e malaccorto. Parlano di ingiustizie e soprusi, mentre li commettono, oppure attaccano il Presidente della Repubblica, quando dovrebbero difenderlo.
E questo significa purtroppo che, in un caso del genere, fra i due litiganti, il terzo, cioè il Paese, non gode affatto.

Asti

Domani, convegno e tavola rotonda su "Confessioni cristiane, etica pubblica condivisa e democrazia":

Programma dei lavori
Mattinata di studio
Sala Pastrone, Teatro Alfieri Ore 10
Sessione di lavoro
Introduce:
Massimo Fiorio (deputato PD)
Confessioni cristiane e democrazia
Modera: Sergio Carletto (CESPEC/ Cuneo)
Gianni Genre (pastore, già moderatore della Tavola Valdese), La Riforma nel Novecento: democrazia ed etica pubblica
Giovanni Filoramo (Università di Torino), Dalla “potestas indirecta in temporalibus” alla religione civile: il cattolicesimo contemporaneo e la democrazia.
Coffee break
Adriano Roccucci (Università di Roma III), L’ortodossia orientale e il rapporto con la democrazia in Russia e nella CSI

Pomeriggio Ore 15,30
Saluti delle autorità
Tavola Rotonda
Modera: Graziano Lingua (Università di Torino/ CESPEC)
Un’etica condivisa come fondamento della democrazia in Italia oggi?
Eugenio Mazzarella (deputato PD, Università di Napoli “Federico II”)
Ugo Perone (Università del Piemonte Orientale)
Giuseppe Menardi (senatore PDL)
Massimo Adinolfi (Università di Cassino/ Fondazione Italianieuropei)

Hai voglia a recuperare

etica e politica

Democrazia, società partecipazione

Per chi muore dalla voglia di sapere cosa mai potrò aver detto lo scorso 6 febbraio, il link è questo

Risposte

Provo a rispondere alle domande rivoltemi non più tardi del maggio scorso (sono celere con le risposte, come vedete) in questa ‘lettera aperta’ che seguiva le giornate della Scuola di Camerota, e un breve contributo apparso su 2/2008 di Italianieuropei.
Cerco di farlo il più brevemente possibile (tanto se ne riparlerà).
1. "Non condivido la liquidazione della razionalità liberaldemocratica a metafisica fra le tante". Neanch’io la condivido: e infatti non la sostengo. Dire che ci vuole una bella metafisica alle spalle della razionalità liberaldemocratica perché questa funzioni (una metafisica alla quale han lavorato in tanti, da Descartes in poi), non vuol dire che è una fra le tante possibile, e che tutte per me pari sono.
Ho poi molti dubbi sull’idea che il relativismo falsificazionista (che dopo tutto si riduce esso pure a un insieme di regole) non abbia bisogno per funzionare di qualcosa che non sta dentro quelle regole, e non mi riesce quindi di capire quale autonomia dal campo della metafisica possa vantare. Naturalmente bisogna intendersi sulle parole, per esempio sulla parola metafisica. Se è metafisica solo una roba che fa affermazioni su Dio, allora d’accordo: il falsificazionismo non ce l’ha. Ma se le distinzioni ricordate nella ‘lettera aperta’ (formale/materiale; essere/dover essere, ecc.) sono, come credo, distinzioni metafisiche, distinzioni in cui ne va cioè, come direbbe taluno, del senso d’essere dell’ente, allora non sono affatto d’accordo sull’autonomia di alcunché.
2. Se così stanno le cose, cade anche questa seconda obiezione: che io e Mario e voi tutti siamo infatti d’accordo su cosa sia e su come funzioni la razionalità procedurale rende sicuramente plausibile che sia questa proceduralità la migliore (non direi l’unica)  fonte di legittimazione delle regole. Ma appunto plausibile, in un determinato contesto in cui io e Mario condividiamo un sacco di cose, prima di convenire su ciò che è plausibile e ciò che non lo è. (E la cosa peraltro finirebbe là, e finisce effettivamente molto spesso, se non ci fossero però casi in cui questo convenire non basta più, o si restringe).
3. Qui chiedo: a quale senso di giustizia ti appelli, per porre la domanda che poni? La giustizia di Rawls, peraltro, non mi entusiasma affatto, e visto che scrivo dopo la giornata De Martino, domando banalmente: credi tu che sarebbe bastata ai contadini meridionali che De Martino incontrava "oltre Eboli"?

In regime di regime

Su Giornalettismo, Luigi Castaldi (Malvino) discute e critica l’articolo da me pubblicato su Il Mattino (Chi grida al regime che non c’è). Nell’articolo, io distinguo per semplicità due casi, quando il regime prende la strada maestra della soppressione delle libertà civili, e fa tutto quello che bisogna fare per sbarazzarsi anche solo di una parvenza di democrazia. Che non sia questo il caso, mi pare che dopo tutto lo pensi anche Malvino. Lui fa in verità l’esempio di una legge liberticida (il lodo Alfano), e immagino ritenga possa farne anche altri: io non entro nel merito, dico solo che vedo la differenza fra una legge liberticida del genere e le leggi liberticide del 1925. Il che non significa che la nostra democrazia goda di ottima salute (potrei aggiungere qualche argomento di rincalzo, ma per il momento evito: per brevità, e per venire al caso più interessante).
Che è il secondo, quello in cui il regime consente senza imbarazzi all’opposizione di opporsi più o meno verbalmente, essendo divenuta irrilevante ogni manifestazione di dissenso (e in particolare: essendo divenuto irrilevante lanciare il grido d’allarme). Curiosamente, Malvino argomenta per tre quarti del suo articolo come se io non avessi distinto il caso, per poi farla abbastanza facile quando arriva a quel che infine, secondo lui, io al riguardo "concederei". No, io non mi limito a concedere: distinguo espressamente questo caso dall’altro, e aggiungo pure che questo caso è ben più "raffinato" (intellettualmente parlando) dell’altro, perché tira in ballo lo svuotamento sostanziale degli istituti democratici, i quali rimangono formalmente in piedi, privi però di qualunque significato effettivo. A questo riguardo, Malvino manca tuttavia di citare il mio argomento principale (potrei quasi dire l’unico): che una roba del genere non si fa dalla sera alla mattina, non si fa in pochi mesi, non si fa dalle ultime elezioni ad oggi. Il riferimento alle ultime elezioni serve per prendere posizione sulla fase politica attuale, e per dire (implicitamente ma non troppo) che solo se si contesta almeno il carattere democratico delle ultime elezioni politiche generali si ha titolo per parlare di regime (e in tal caso per affermare che del regime è parte pure l’opposizione, che quella denuncia non ha elevato durante la campagna), non se ci si limita alla cronaca degli ultimi mesi. Che era precisamente il problema che io ponevo: se uno pensa che c’è il regime (in senso liberticida e antidemocratico), deve fare un’opposizione politica conseguente, e di sicuro non limitarsi a dire che c’è il regime. Altrimenti, è lecito pensare che gridare al regime è il modo per coprire l’insufficienza della propria azione politica (ma su questo punto, che era poi il mio punto, Malvino non mi pare si soffermi abbastanza).

C’è infine la questione del consenso. Io ho scritto, in buona sostanza, che se si afferma che il consenso è drogato, poi come si fa? Si sarebbe conseguenti, di nuovo, non partecipando alle elezioni. Si noti: io non ho detto che in democrazia non sia un problema capitale come si formi il consenso, e non capisco quindi perché Malvino consideri che per me la questione del conflitto di interessi sarebbe irrilevante (al massimo, aggiungerei – senza peraltro pretendere con ciò di sminuire il problema – che sulla formazione del consenso incidono anche altre cose, mica solo la tv). Ho detto solo che se l’espressione del consenso è drogata e inattendibile, allora si sia conseguenti, si denunci il carattere fittizio e ideologico degli istituti della democrazia formale, e si prendano altre vie. Quel che io penso è che per fortuna non siamo a questo punto (e non, per esempio, che il sistema radiotelevisivo non debba essere normato). Quel che più in generale io mi aspetto, è che se, pur lamentando tutte le insufficienze del caso, accetti il gioco democratico e competi elettoralmente, allora non sei molto credibile nel parlare – anzi: nel caratterizzare politicamente la tua opposizione come quella che denuncia il carattere antidemocratico del regime (e fittizio e illusorio delle elezioni). Ci vuole dell’altro, e troppo spesso si ha l’impressione che dell’altro non ci sia.

La democrazia americana

Da dove vengono fuori, i presidenti degli Stati Uniti d’America? L’ultimo di essi Barack Hussein Obama, viene da un padre keniota e da una madre emigrata dal Kansas alle Hawaii, e poi trasferitasi in Indonesia. Ma in realtà viene da più lontano ancora. Viene dalle stive di una baleniera, che sfidava il grande Oceano un secolo e mezzo fa circa, e di cui si racconta nel cap. 34 del «libro malvagio» di Hermann Melville, Moby Dick.
È mezzogiorno. Il capitano Achab scende in coperta. Solo dopo che si è spenta l’eco profonda dei suoi passi e tutto, di sotto, è silenzio, scende anche il primo ufficiale; poi è la volta del secondo, poi il terzo. Al tavolo, il pasto viene consumato secondo le regole del più inflessibile cerimoniale: prima viene servito il capitano; dopo di lui tocca al primo ufficiale; poi il secondo, poi il terzo. Così ogni volta, a ogni portata. Alla fine del pranzo avviene il contrario: prima lascia la cabina il terzo ufficiale; poi il secondo, poi il primo. Infine Achab, libero di sedere ancora a tavola o di far ritorno sul ponte. Solo a quel punto, la tovaglia di tela viene ripulita e tocca finalmente ai tre ramponieri.
E la scena muta.. Scrive Melville: «La completa, spensierata mancanza di remore, la disinvoltura e la democrazia fin eccessiva di quei compagni di grado inferiore, i ramponieri, era in strano contrasto con la soggezione a mala pena tollerabile e gli indicibili e invisibili dispotismi propri della mensa del capitano".
Eccola la democrazia americana, illustrata meglio di quanto non possano fare le poesie di Whitman o le analisi politiche di Tocqueville, le canzoni di Springsteen o i western di John Ford. Meglio anche dei discorsi del Presidente Lincoln, che appena eletto Obama ha voluto ricordare. Eccola sedersi a tavola e mangiare senza particolari etichette, dopo che la vecchia e aristocratica Europa – così come doveva apparire a un americano dell’800 – ha lasciato la cabina: una ciurma di uomini privi di soggezioni, schietti e spicci nei modi, liberi da vincoli artificiosi, insofferenti verso ogni forma di subordinazione, empirici e pragmatici, sicuri del fatto loro, aperti e fiduciosi in se stessi, che mangiano tanto rumorosamente quanto silenzioso era stato il pasto degli ufficiali.
Su quella ciurma una dignità democratica senza fine si irradia da Dio stesso, «il grande e solo Dio centro e circonferenza di ogni democrazia»: sono ancora parole di Melville, ma si potrebbero trovare nei discorsi di Obama, carichi come sono di uno senso religioso, che pure suona lontanissimo da ogni forma di bigottismo o di clericalismo di stampo europeo. In quelle parole si confondono concretezza e idealismo, in una mistura caratteristica della più americana di tutte le filosofie, il pragmatismo. Il suo fondatore, Peirce, gran filosofo ma pessimo inventore di parole, forgiò neologismi come agapismo e agapasticismo (da agape, l’amore cristiano), pur di insufflare uno spirito religioso nella storia, nella politica e nel cosmo intero.
Quelle parole, quei discorsi parlano di un’America «creata dalle genti di tutte le nazioni. Non puoi versare una sola goccia di sangue americano senza versare quello del mondo intero»: di nuovo è una citazione di Melville, e di nuovo sembra di risentire le parole con le quali Obama ha ringraziato gli americani, tutti: «vecchi e giovani, ricchi e poveri, democratici, repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, eterosessuali, disabili e non disabili». Ha ringraziato l’America, «il Paese dove tutto è possibile», e l’entusiasmo e la fiducia che il giovane Presidente nero è in grado di suscitare è tale, che nessuno avverte il senso potenzialmente minaccioso che, sotto altre longitudini, quelle stesse parole avrebbero.
Come del resto quelle di Melville: cosa vuol dire infatti che per versare una goccia di sangue americano occorre versare quelle del mondo intero? Non è per amore del paradosso che va notata la cosa, ma per misurare tuta la distanza che separa lo spirito americano da quello europeo, e che inutilmente i leader nostrani cercano di accorciare. Se un leader italiano dicesse che nel nostro paese tutto è possibile, noi non ne trarremmo affatto motivo di speranza; e se un leader tedesco dicesse che non si può versare sangue tedesco senza versare il sangue del mondo intero, nessuno dormirebbe sonni tranquilli.
Il fatto è che le democrazie europee non hanno la rude franchezza di una democrazia di ramponieri: non mostrano, senza snaturarsi come democrazie, un volto aggressivo o addirittura imperiale, come a volte è accaduto all’America, ma non riescono neppure a inventare nuove, storiche uguaglianze senza bagnarle nel sangue di una rivoluzione.
Nel suo libro, Melville fa dire alla voce narrante, Ismael, che una baleniera è stata il suo college di Yale o la sua Harvard; Barack Obama, che ad Harvard ha avuto una borsa, potrebbe ben dire, per converso, che quella è stata la sua baleniera, l’inizio del suo straordinario viaggio nella democrazia americana.. E che da lì è partito per conquistare non la Balena, ma, almeno, la Casa Bianca. Non è la nostra casa, ma non è poco.

Il cantiere aperto della laicità

Si parla, a ragione, di crisi della cultura laica. Ma nessuno, credente o non credente che sia, può trarne motivo di soddisfazione, almeno finché tiene alla laicità dello Stato. E se ad essa credenti e non credenti tengono, è perché è un valore; e così i laici in crisi, in attesa di tempi migliori, possono dire di averne, per loro fortuna, almeno uno (e fondamentale, perché posto a fondamento dello Stato). Ma in cosa consiste propriamente la crisi? Due sembrano le diagnosi prevalenti. La prima: la laicizzazione ha progressivamente eroso l’identità cristiana dell’Occidente. La crisi è una crisi di identità. La seconda: la ragione laica ha progressivamente perso fiducia nella capacità di orientare l’uomo. È così sfociata nel relativismo, nell’indifferentismo, nel nichilismo (queste parole non significano la stessa cosa, ma sempre più spesso si lascia credere che così sia). Le diagnosi prevalenti sono anche convergenti. Se infatti uno smarrisce la propria identità, smarrisce facilmente anche la fiducia nella possibilità di conoscere e perseguire il proprio bene. E viceversa: se uno non sa più quale sia il suo vero bene, è molto difficile che mantenga un forte senso di identità. In un modo o nell’altro, la cultura laica sembra incapace di dare risposte a domande ineludibili relative al senso dell’esistenza, tanto individuale quanto collettiva.
Che le domande di senso – le domande circa la natura e il destino dell’uomo, o sul valore della vita e il suo vero bene – riescano a un tempo irrisolte e però ineludibili, può essere considerato anche questa una manifestazione della crisi: a lungo la modernità ha creduto infatti o di poter dare a tali domande una risposta del tutto laica e immanente, oppure di poterle relegare in uno spazio strettamente individuale, in modo da eluderne l’impatto nella sfera pubblica. Ma le risposte non sono venute, né si possono più eludere le domande. Da questa crisi, dalla deludente assenza di risposte e dalla insistente persistenza delle domande, dovrebbe muovere il dialogo fra credenti e non credenti. Il quale avrebbe perciò quest’unica condizione, che «gli uni e gli altri credano che esista un bene umano e che questo bene umano possa essere conosciuto e perseguito» (F. D’Agostino, Avvenire, 5-6-2006). Non è una condizione di poco conto: se non altro, è molto più che non il mero rispetto del fondamentale diritto di libertà di ciascuno di dire la propria su qualunque argomento, diritto che dovrebbe essere sufficiente a garantire la laicità dello spazio pubblico e la sua agibilità per tutti, credenti e non. Tuttavia D’Agostino ha ragione ad alzare la posta in gioco. Non sono sicuro, ma suppongo che quando si parla di nuova laicità, di laicità sana o di laicità positiva si intenda fare rifermento proprio a questa condizione non meramente formale o procedurale, per la quale la costruzione di una «società bene ordinata» costituisce l’obiettivo verso il quale indirizzare l’impegno comune di laici e religiosi. Ha ragione nel dire cioè che in ciò consiste la provocazione della Chiesa alla cultura laica, la quale non può fare finta di nulla, e ha ragione pure quando respinge la rozza semplificazione con la quale a volte, da parte laica, si indulge a rappresentare la fede in termini strettamente fideistici, ossia irrazionali. La prima regola di ogni dialogo autentico consiste infatti nell’accettare il modo in cui la parte con cui si dialoga comprende se stessa. E nella tradizione cristiana, come Benedetto XVI ricorda sempre, Dio è (anche o anzitutto: la teologia è una roba complicata) logos, cioè appunto ragione, sebbene questa ragione non sia la mera razionalità strumentale della scienza e della tecnica moderna. Non è però sui significati di ragione che intendo soffermarmi in ultimo, quanto proprio sulla provocazione. Per rispondere alla quale devo chiedere a mia volta che si accetti il modo in cui la cultura laica autocomprende se stessa. E non è in termini piattamente relativistici, indifferentistici o nichilistici che lo fa, al suo meglio. Al suo meglio, la cultura laica può ben dire in cosa consista il «bene umano oggettivo», per usare l’espressione che D’Agostino predilige. Può dire che tale bene consiste nelle differenze tra i diversi piani di vita che gli uomini perseguono, e che queste differenze sono le stesse che apprezziamo nei mille contesti in cui amiamo la molteplicità delle esperienze, la varietà dei colori e dei sapori della vita di cui riempiamo le nostre esistenze. Non c’è intelligenza che non si arricchisca o non diventi adulta cercando da sé il modo di ordinare queste esperienze, invece di essere ordinata dall’alto. Solo che, per questo, ci vuole un po’ meno paura di perdere la propria identità, e un po’ più di fiducia nella capacità dell’uomo di esperire senza smarrirsi la ricchezza della vita. Se questa fiducia viene accordata, anche il dialogo tra credenti e non credenti sarà meno animato da riflessi identitari e più aperto alla comprensione reciproca. Sarà quel che deve essere in una democrazia.
 

Il ridicolo: una simpatica ritorsione

Approfitto del passaggio della prolusione di mons. Bagnasco riportato da Sandro Magister sul suo blog, Settimo Cielo. Lo riporto anch’io:

"Esprimere liberamente la propria fede, partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi, accettando sempre le decisioni prese dalla maggioranza: ecco ciò che non può mai essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato. Né in America né in Europa. La Chiesa non vuole imporre a nessuno una morale ‘religiosa’: infatti essa enuncia da sempre – insieme a principi tipicamente religiosi – i valori fondamentali che definiscono la persona, cuore della società. Proprio perché fondativi, essi sono di ordine naturale, radicati cioè nell’essere stesso dell’uomo, anche se il Vangelo li assume e rilancia illuminandoli di luce ulteriore e piena”.

Questa è o sarebbe secondo Magister la "replica all’accusa di lesa laicità scagliata da Massimo D’Alema contro la Chiesa". Ora vado sul sito di Radio Radicale, e ascolto la puntualizzazione di D’Alema, in risposta a una questione analoga posta da Charles Larmore:

"Non è in questione il riconoscimento dell’apporto positivo che la presenza dei cattolici nella vita pubblica ha dato e dà. E certamente sarebbe, oltre che sbagliato, illusorio pretendere di confinare la dimensione religiosa semplicemente nella sfera individuale e privata e, ripeto, in un paese come il nostro un dibattito di questo tipo non avrebbe neppure molto senso. Il problema è un po’ più complesso e riguarda…"

Se vorrà, Magister potrà trovare il seguito sul sito di Radioradicale: immagino infatti che non l’abbia finora ascoltato. Ed è perciò, per una simpatica ritorsione, che mi fermo qui. Ma mi fermo qui anche perché, se pure dopo queste parole D’Alema avesse detto che la Chiesa è l’Anticristo trionfante, e nonostante i titoli dei giornali sulla demoniaca tentazione del potere, ben difficilmente, lette queste parole, si potrebbe ritenere, come sembra ritenere il Bagnasco riportato da Magister, che la questione della lesa lacità stia nel potere o non potere i credenti esprimere liberamente la propria fede. La Chiesa enuncia, e nessuno contesta il diritto di alcuno di enunciare. Far finta che si contesti il fatto che la Chiesa enunci è, mi si permetta l’enunciazione, ridicolo.

(Però mi rendo conto che avrei fatto prima se vi avessi linkato subito lo splendido articolo di Francesco Cundari sulla tentazione demoniaca della filosofia).

P.S. Avrei bisogno peraltro, per comprendere bene le parole di mons. Bagnasco, che mi si spiegasse che cosa significa e cosa comporti "accettare sempre le decisioni prese dalla maggioranza". Io, infatti, sono un po’ meno democratico di mons. Bagnasco. Non è nella maggioranza come tale, infatti, che sta la garanzia del rispetto della libertà religiosa. Né sono sicuro, peraltro, che mons. Bagnasco manterrebbe il "sempre" anche quando le decisioni prese a maggioranza compromettessero "i valori fondamentali che definiscono la persona, cuore della società". Ma di questo, magari, un’altra volta