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Le alleanze e il ritorno dei riti DC

guttuso

Per la gioia e la fortuna dei retroscenisti la direzione del partito democratico questa volta non è andata in diretta streaming. Ma c’è poco da immaginare gustosi retroscena, o da inventarsi virgolettati non confermati e non smentiti, come usa fare: la sostanza dello scontro politico è chiarissima. Ci sono da una parte le voci che chiedono a Renzi di aprire a una coalizione elettorale, perché se va da solo il Pd perde, e dall’altra c’è il Segretario, che respinge la richiesta. Sul primo fronte si è schierato, oltre alla minoranza del ministro Orlando, Dario Franceschini; con Renzi, invece, stanno Matteo Orfini e Maurizio Martina, il presidente e il vicesegretario del partito.

Detta così, sembra che la Direzione di ieri si sia trovata dinanzi a una scelta come quelle che gravavano sui congressi e i consigli nazionali della Democrazia cristiana, in piena prima Repubblica, quando si trattava di varare nuove formule di governo, o di cercare equilibri politici più avanzati. In realtà, c’era ben altra sostanza nella decisione della DC, alla fine degli anni Cinquanta, di aprire alla sinistra socialista di Pietro Nenni, rispetto a quella che sarebbe richiesta al PD per cercare un’intesa elettorale nientedimeno che con… i fuoriusciti dal Pd  (raccolti provvisoriamente sotto le insegne più concilianti di Giuliano Pisapia).

Ma soprattutto c’è una differenza di fondo che passa inosservata quando si costruiscono simili narrazioni, fondate su improbabili paragoni storici: non solo Bersani e compagnia non sono minimamente paragonabili al partito socialista, ma anche il Partito Democratico è tutt’altra roba che non la Democrazia Cristiana. E non solo o non tanto perché l’uno sia più a sinistra dell’altra, ma perché sono completamente diversi i contesti politici e istituzionali. La DC apriva alla sua sinistra dentro un sistema bloccato, che non prevedeva formule di governo che non fossero imperniate sulla sua centralità. Non c’erano alternative, insomma. Tutt’altra è la situazione attuale: dalle urne può uscire di tutto, tanto una prevalenza del centrosinistra quanto una prevalenza del centrodestra, tanto il PD primo partito quanto i Cinquestelle primo partito. Può accadere che il blocco populista prevalga, quanto che prevalgano le forze riformiste, e i moderati di centrodestra possono inclinare da una parte o dall’altra.

A uno scenario così incerto, si aggiunge l’indisponibilità di Berlusconi e Grillo a scrivere una legge elettorale che premi le coalizioni: per l’uno non c’è motivo di consegnare a Salvini la leadership politica e ideologica del centrodestra, e per l’altro non c’è facilità di costruire alleanze dopo cinque anni spesi a rivendicare la loro estraneità assoluta da qualunque logica di coalizione. Non si capisce dunque perché Renzi e il Pd dovrebbero invece legarsi le mani, mentre Berlusconi e Grillo tengono libere le loro.

E non si capisce neppure dove si vada a parare con la preoccupazione che Franceschini ha con tanta insistenza manifestato: da soli si perde. Non è che si perde da soli, è che in un sistema proporzionale tutti vanno da soli dinanzi agli elettori, con la propria proposta politica e programmatica. Sarebbe dunque il caso che il Pd si attrezzasse a costruirla, e ieri, in effetti, Renzi ha aperto a una conferenza sul programma, rivendicando anzi di averla proposta ancor prima che Orlando ne facesse il motivo della sua candidatura alla segreteria. Ma anche in questo caso: non si capisce come un partito che ha governato per l’intera legislatura possa mettere da parte i risultati della sua esperienza di governo, e non invece chiedere su di essi il giudizio degli elettori. Così, non si capisce neppure come il Pd possa, inseguendo il mito ulivista della coalizione, sventolare credibilmente il vessillo della «discontinuità radicale» col passato invocata a Santi Apostoli da Pisapia e Bersani. Senza dire che pure questo paragone storico non fa al caso del Pd: se mai c’è stata infatti una coalizione smandruppata, questa è stata l’Unione guidata nel 2006 dal secondo Prodi, con cui si è malinconicamente chiusa, fra non pochi risentimenti e qualche rancore, la stagione dell’Ulivo.

Quindi? Quindi torniamo al confronto in Direzione, e al vero motivo di questo agitarsi intorno alle alleanze. Che è uno solo, ed è tutto strumentale, e poco o nulla a che vedere con la vagheggiata coalizione. La quale coalizione, poi, se anche si facesse, sarebbe, con tutta probabilità, ancora al di sotto del 50,1% necessario a conquistare la maggioranza. E dunque di cosa si tratta, se non di mettere il bastone fra le ruote a Renzi, di logorarne la leadership, di denunciarne l’insufficienza, di farsi anche sparare addosso da quei potenziali alleati di sinistra che un accordo con Renzi non lo troverebbero mai, e così di costruire con un po’ di quel che è dentro e un po’ di quel che è fuori del Pd il dopo-Renzi? Ma è dal 5 dicembre, dal giorno dopo la bocciatura del referendum istituzionale che va avanti questo tentativo: perseguito vuoi uscendo dal partito (Bersani), vuoi sfidando Renzi apertamente al Congresso (Orlando), vuoi infine dopo le amministrative, con i pesanti distinguo di Franceschini.

Che però ieri, dopo aver ribadito le sue critiche, ed essersi attirato una durissima replica da parte di Renzi nelle conclusioni, ha disciplinatamente votato sì alla relazione del Segretario. E questa onesta dissimulazione sì, merita qualche storico paragone con i vecchi consigli nazionali della Democrazia Cristiana.

(Il Mattino, 7 luglio 2017)

Matteo e l’impresa dell’aria nuova

Aria di Parigi

Fermarsi e riflettere, come chiede Ganni Cuperlo, o andare avanti? Nella Direzione di ieri, Matteo Renzi non ha mostrato di avere molti dubbi: andare avanti. Andare fino in fondo. E pazienza se Cuperlo e la minoranza del Pd mettono il muso, e pensano che in questo modo il segretario condurrà la sinistra italiana verso una sconfitta storica. Cosa del resto vorrebbe dire fermarsi? Si sono sentite tre cose. In primo luogo, fermarsi significa rinunciare al doppio incarico, e quindi andare al congresso del partito democratico con un ticket, cioè con due nomi: uno per il governo e l’altro per il partito. Come se le cose avessero mai funzionato, al tempo in cui Prodi era al governo e una volta D’Alema e l’altra Veltroni, dal partito, già gli preparavano il funerale. In secondo luogo, fermarsi vuol dire accogliere la proposta della minoranza di lasciare tutti liberi di aderire ai comitati del sì oppure del no al referendum costituzionale del prossimo autunno. Come se il partito non dovesse avere una linea riconoscibile, condivisa, unitaria, e non avesse anche un minimo dovere di coerenza – anzi di intellegibilità – rispetto al percorso di riforme avviato. Chi capirebbe un partito che ha metà della sua classe dirigente per il sì, e l’altra metà per il no, sulla questione centrale su cui – c’è poco da girarci intorno – può cadere non solo il governo ma l’intera legislatura? Ma la minoranza, imperterrita, ieri chiedeva «piena cittadinanza» per chi voterà no (e farà pure campagna). In terzo e ultimo luogo, la legge elettorale. Su questo, la minoranza batte da tempo, ma ieri anche Franceschini – cioè uno degli azionisti di riferimento della maggioranza del partito – si è schierato apertamente per la modifica dell’Italicum e l’introduzione del premio di coalizione in luogo del premio alla lista. Il ragionamento svolto dal ministro della Cultura è stato il seguente: dobbiamo battere i populismi che da Trump in America a Nigel Farage nel Regno Unito rappresentano la sfida principale. Battere i populismi significa includere, ampliare lo schieramento delle forze che sostengono il peso del governo. Ora, il premio di coalizione serve proprio a questo, e consente di allargarsi sia a sinistra che al centro. Inoltre, serve alla destra per ricompattarsi un po’, per mettere insieme pezzi che altrimenti non riuscirebbero a sommarsi.

Pure questa riflessione si infrange in realtà contro un «come se» grosso come una casa. Franceschini parlava infatti come se le coalizioni avessero finora dimostrato di reggerlo davvero, il peso del governo, e non fossero invece sistematicamente finite in pezzi. E questo sia a sinistra che a destra, essendo state vittime di coalizioni confuse e litigiose tanto Prodi quanto Berlusconi.

Insomma, le proposte ascoltate ieri sono state da Renzi rispedite al mittente. Oppure ai loro luoghi propri. Volete un partito diverso? Proponete modifiche statutarie. Volete un altro segretario? C’è il congresso che lo elegge. Ma lui, Renzi, fintanto che manterrà la leadership, andrà avanti lungo la linea tracciata. Personalizzazione o non personalizzazione. Populismo o non populismo.

Piani B, del resto, non ce ne sono. La legge elettorale e riforma costituzionale non formeranno un combinato disposto, in termini strettamente giuridici, ma politicamente parlando sono ben legate l’una all’altra, in una sfida complessiva da cui dipende, per il segretario del Pd, la possibilità di uscire finalmente dal pantano di questi anni.

Renzi, per il resto, ha messo in chiaro di non essere affatto rimasto impressionato dal voto di giugno, che ha preferito leggere in chiave prevalentemente locale. In verità, tutti gli interpreti delle diverse anime del partito hanno finito col legare insieme voto amministrativo e Brexit, col risultato che la misura del confronto è divenuta da un lato quella generale, di come evitare di finire nel mirino dei vari populismi che rinfocolano in tutto il braciere europeo e si manifestano nelle urne italiane, come in quelle britanniche, o austriache, o spagnole. Dall’altro lato, quello particolare della lotta interna al partito e delle strategie di logoramento tentate per sbalzare dal sellino il premier. Su questo secondo versante, Renzi non ha ovviamente fatto la minima concessione, e anzi in replica ci è andato giù duro contro l’accusa di vivere dentro un talent show (o – che è lo stesso – di essersi chiuso nel proprio giglio magico), rivendicando con forza la propria attività di governo. Sul primo versante, invece, si è messo a ragionare: di questione sociale e periferie con Matteo Orfini Piero Fassino e Maurizio Martina; di sicurezza con Vincenzo De Luca, di scuola e investimenti con Graziano Del Rio e Anna Ascani. Sembravano discussioni vere, e forse lo erano. Ma nessuna di queste questioni porta con sé un referendum, sicché per Renzi la vera scommessa rimane quella di riuscire a spiegare ai cittadini che la ricostruzione del sistema istituzionale, affidata al voto di ottobre, non è una questione interna ai gruppi dirigenti del Paese, alla «casta», ma anzi il modo per far circolare aria nuova nelle stanze della politica italiana.

(Il Mattino, 5 luglio 2016)