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Ultima chance per i partiti o è suicidio

La selva di proposte di riforma della legge elettorale somiglia sempre più ad un’altra famosa selva: quella del canto tredicesimo dell’Inferno. «Non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti», scriveva Dante, ed in effetti: trovatela voi una proposta di legge che non  sia «‘nvolta», involuta cioè, complessa e tortuosa come non mai. Soglie di sbarramento, premi al partito o alla coalizione fissati un po’ più su o un po’ più giù, e circoscrizioni e collegi e preferenze e turni unici o doppi turni: non si può dire che la materia non offra spine velenose ed aspri sterpi, tra i quali sembra proprio che non si riesca ad avanzare di un solo passo. E anche al cittadino italiano, che come il Poeta si è messo per un simile bosco, vien fatto di esclamare: «Io sentia d’ogne parte trarre guai». Non c’è nessuno, infatti, che non mandi alti lai per l’orribile Porcellum, anche se poi non si capisce, come nella selva dantesca, chi diavolo sia a lamentarsi, visto che passano gli anni e i mesi e il Porcellum è sempre lì, a farsi beffe dei propositi di riforma. «Cred’io ch’ei credette ch’io credesse», scrive allora l’Alighieri, e anche se non pensava al balletto di dichiarazioni e controdichiarazioni sulla materia elettorale, la cosa sembra che stia proprio così, fra l’uno e l’altro dei leader della strana maggioranza che si palleggiano le responsabilità, in un gioco sempre più incomprensibile (o forse fin troppo comprensibile) di tatticismi e convenienze, proprie ed altrui.

Eppure una cosa è certa: la riforma elettorale s’ha da fare. Dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’ultimo dei cittadini, è convinzione di tutti che non si possa andare al voto con l’attuale legge. Se i partiti non pensano di dover togliere dal tavolo l’argomento che questa legge rimette nelle mani di cinque o sei persone la scelta dell’intera rappresentanza nazionale, trasformando di fatto un organismo elettivo in un’assemblea di nominati, né prevede una soglia minima oltre la quale assegnare un premio in seggi, consentendo così a formazioni anche assai lontane dal 50% dei suffragi di diventare maggioranze parlamentari, vuol dire che non avvertono abbastanza il problema, che pure denunciano, di una perdita di credibilità della politica.

C’era un impegno a cambiare: va mantenuto. Ma si discute di date ed election day: il Pdl vuole accorpare voto regionale e voto nazionale, il Pd non intende accettare uno slittamento in avanti del voto regionale. Se però la soluzione fosse di anticipare il voto nazionale, potrebbero chiudersi definitivamente gli spazi per la riforma del Porcellum. Il Pdl otterrebbe di scongiurare il temuto effetto di trascinamento sulle politiche dio un voto regionale negativo. Il Pd otterrebbe di avvicinare il passaggio di consegne, nell’ipotesi, accreditata dai sondaggi, di una sua vittoria nelle urne. Ma l’Italia avrebbe ancora, per la terza legislatura consecutiva, una legge elettorale suina.

Ora, è vero che una legge elettorale non ha rango costituzionale, ma è difficile scindere il giudizio sul sistema politico – sulla sua moralità, sul suo prestigio, sulla sua funzione di rappresentanza, sulla capacità di determinare indirizzi istituzionali e di programma – dal giudizio sul sistema di voto. Lasciando le cose come stanno, non avremmo il primo provvedimento verso l’agognata terza Repubblica, ma l’ennesimo stallo in cui ci ha precipitati la seconda. E i partiti, invece di avviare il loro riscatto, procurerebbero ancora l’impressione di essere finanche disposti  a mandare a casa il governo Monti , pur di tutelare il loro proprio tornaconto. (E Grillo, nel frattempo, continuerebbe a ridersela alla grande).

Verrebbe voglia, in tale ipotesi, di continuare con la fosca similitudine dantesca. Perché la selva di cui parla Dante è la selva dei suicidi. E di suicidio politico c’è il rischio che si debba parlare. Nella Commedia, a coloro che si tolgono la vita viene inflitta la pena di vedere le spoglie mortali appese ai rami, senza che essi possano rientrare in possesso dei loro corpi. Continuando di questo passo, la tragedia è che delle istituzioni democratiche potrebbero non restare che morte spoglie. E la politica, ben lungi dal tornare in possesso della sua funzione, potrebbe essere costretta ad un ruolo sempre più marginale: se non nel Parlamento, certo presso la grande maggioranza dei cittadini.

(Il Mattino, 17 novembre 2012)

Aggiornamenti mancati

Spinto da un insano impulso (ma anche da qualcuno), ho guardato un po’ quel che si dice del referendum elettorale sul sito dedicato.  E’ in via di spegnersi la polemica sull’election day, cioè su abbinamento sì o abbinamento no fra referendum ed europee (ma anche uno splendido abbinamento quasi), e perciò è ora che capisca bene "che cosa succederebbe al sistema politico italiano se venisse approvato il referendum". Leggo (e approssimativamente commento, tra parentesi quadre]:

"L’approvazione del referendum produrrebbe un radicale rinnovamento dell’attuale sistema elettorale – e, attraverso quello, del sistema politico –" [questo è vero. Ma come sarebbe, il sistema elettorale e politico rinnovato? I refendari assicurano che sarebbe] "in grado di assicurare all’intero contesto politico più trasparenza [e perché? Guardate il parlamento italiano: c’è nulla che non sia oggi, elettoralmente e politicamente, trasparente? Non si capisce chi è maggioranza e chi è opposizione?], agli schieramenti più unità [Gli schieramenti attuali non sono sufficientemente uniti? Mettere tutti dentro un’unica lista assicura unità alla lista?], ai cittadini più opportunità di spendersi per far valere le proprie capacità e meriti [questa mi è del tutto incomprensibile]. L’eliminazione del frazionismo e dello sbriciolamento della rappresentanza, garantirebbero una ristrutturazione profonda del sistema dei partiti [all’anima!: L’unica cosa che si è ristrutturata sono proprio i partiti: sono nuovi di zecca, ed è difficile affermare che siano migliori dei precedenti]. I quali sono sempre più avvitati su se stessi e stentano ad operare qualsiasi ricambio [vorrei però capire in che modo questo referendum assicurarebbe il ricambio dentro i partiti: a me pare in nessun modo].
Selezionano le proprie classi dirigenti in base a criteri poco trasparenti che spesso non hanno nulla a che vedere con il merito, le capacità o la passione disinteressata [ho capito: questo non è un referendum: è una bacchetta magica!].
I partiti, inoltre non riescono a realizzare l’unità negli schieramenti, con una strisciante, continua guerra di posizione ed uno scontro di paralizzanti veti incrociati, all’interno delle coalizioni".

E’ inutile che continui: i referendari si sono dimenticati di aggiornare il loro sito, e parlano come se il sistema politico ed elettorale non fosse mutato dal 92′ ad oggi, e in particolare come se non si fosse votato nel 2008.