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Il progetto impossibile

morte-squartamento

Mezio Fufezio, chi era costui? Forse un lontanissimo progenitore di Giuliano Pisapia. La cui sorte (di Fufezio, non di Pisapia) è stata raccontata dallo storico Tito Livio: l’ultimo, sconfitto re di Alba Longa fu dai romani legato per un braccio e una gamba a un carro trainato da quattro focosi cavalli, e per l’altro braccio e l’altro gamba ad un altro carro, anch’esso tirato da quattro cavalli, lanciati però nella direzione opposta al primo. Fu così che Mezio Fufezio morì squartato.
La politica romana di oggi non è così feroce come quella di ieri, ma la sorte toccata – non a Pisapia ma al suo Campo progressista – non è molto dissimile da quella patita dell’antico sovrano. La neonata lista dei Liberi e Uguali se ne è andata da una parte; il Pd procede dalla parte opposta. Pisapia, rimasto in mezzo, non ha potuto che prenderne atto. La sua idea, di riunire sotto un’unica insegna tutte le formazioni della sinistra, non aveva più alcuna plausibilità.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, secondo le dichiarazioni ufficiali, la decisione della maggioranza di mettere in fondo al calendario dell’aula la legge sullo ius soli, che così diviene irrealistico ipotizzare che venga approvata durante gli ultimissimi scampoli della legislatura. In realtà, è la fine di Mezio Fufezio: i carri hanno preso a strappare, e un pezzo di Campo progressista sente la spinta a ricongiungersi agli ex compagni di Sinistra e Libertà,  ora confluiti nella lista guidata dal presidente del Senato Grasso, mentre l’altro pezzo, ulivista, progetta di coalizzarsi col Pd.
Lo ius soli c’entra, ma sembra piuttosto un alibi, che una causa reale. È vero che per Pisapia costituiva una parte fondamentale della costruzione dell’identità del centrosinistra, ed è noto quanto stia a cuore all’ex sindaco di Milano la tematica dei diritti e una politica di accoglienza diversa da quella fin qui incarnata dal ministro Minniti. Ma se lo una soli non sarà approvato, nulla impedisce che entri nel programma della coalizione e diventi un punto qualificante della sfida elettorale. Il Pd rimane compattamente schierato per la sua approvazione anche se in questo finale di legislatura sta venendo meno la forza politica necessaria ad imporla ai riluttanti alleati centristi. Non solo, ma la scelta compiuta dalla maggioranza, di portare piuttosto ad approvazione la legge sul biotestamento – che attende da più di un quinquennio – non contraddice affatto la proposta di una piattaforma progressista avanzata sul tema dei diritti.
Dunque, non è questo il punto. Il punto è il supplizio di Medio Fufezio, che ora dilania Campo progressista – l’ultima nata delle diverse sigle politiche a sinistra del Pd, la più incerta e la più fragile – ma che ha sempre torturato la sinistra, più brava a dividersi che a unirsi. L’associazione temporanea di scopo – questo era, in fondo, il Campo di Pisapia – aveva, per giunta, contro di sé solide ragioni storiche, politiche e di sistema. In una cornice proporzionale, la spinta a stare insieme è minore, e la quota maggioritaria da sola non è motivo sufficiente per superare i riflessi identitari che da sempre affliggono la sinistra. Non a caso, nella prima Repubblica solo alla Democrazia Cristiana riusciva di tenere dentro di sé correnti ideologiche e culturali assai diverse per ispirazione e tendenza. La stessa cosa non succedeva a sinistra, dove non bastava affatto la forza egemonica del PCI a riunire le varie declinazioni del progressismo: riformiste e non, socialiste e non, marxiste e non.
Ma è storia di ieri. Oggi ci sono oggi le più contingenti ragioni della politica: la rottura  fra il partito democratico e i fuoriusciti di Mdp era troppo recente perché potesse riuscire l’operazione di incollare nuovamente i cocci. Ancor meno probabile era che potessero bastare i buoni uffici di Pisapia. Il quale ha forse pensato che bastasse rievocare lo spirito dell’Ulivo (assurto ormai a mito politico) per superare antipatie personali e divergenze reali. Peccato che né D’Alema da una parte, né Renzi dall’altra siano mai stati ulivisti. E che soprattutto non lo sia il Pd, nato piuttosto dai limiti di quella esperienza, che non dalla sua ideale prosecuzione. Campo progressista doveva avere il respiro di un nuovo progetto strategico, ma non poteva averlo, perché né da parte di Mdp si voleva mettere in campo una cosa nuova, ma solo azzoppare il Pd, né da parte del Pd si voleva cambiare schema e direzione, ma solo allargare l’offerta elettorale. Giuliano Pisapia ne ha preso onestamente atto: a differenza di Mezio Fufezio, non era lui il finto alleato di Roma, ma gli altri, e forse meriterebbe per questo l’onore delle armi.
(Il Mattino, 7 dicembre 2017)