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Un governo tecnico in cerca di “supplementi d’anima”

C’è un passaggio, nelle parole pronunciate ieri da Monti, che conviene osservare da vicino: non per impugnare la matita rossa e blu, ma solo per capire bene. “La crisi economica – ha detto il premier – se non è affrontata con convinzione e coraggio può diventare culturale e di valore”. Il contesto in cui cadevano queste assennate parole – l’incontro con Benedetto XVI – giustifica l’attenzione rivolta alle condizioni morali e spirituali del paese. Il papa ha invitato l’Italia a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, e ha indicato nella grande tradizione umanistica del nostro paese i fondamenti culturali a cui attingere per invertire la rotta. Un grande “rinnovamento spirituale ed etico” deve collegarsi alla tradizione storica dell’Italia, per riprenderla, rielaborarla, riproporla su basi nuove. Ed è vero: la nostra eredità culturale e civile è dote preziosa per tenere unito il paese, e rimetterlo sul sentiero della crescita. Si può naturalmente discutere su cosa diventino i valori, anche i più “etici” e “spirituali”, quando siano separati dalle condizioni effettive in cui furono pensati e posti in essere, e se una sorta di philosophia perennis possa mai accompagnare un paese attraverso le sue tante e diverse stagioni storiche e politiche. Ma queste son domande di filosofi. Nel momento in cui i timori di uno sfilacciamento del tessuto sociale si fanno sempre più grandi, è comprensibile ed anzi auspicabile che forti si intendano le parole che infondono fiducia, che donano speranza, che richiamano tutti al comune senso di appartenenza e alla più coraggiosa assunzione di responsabilità. E fa bene il Presidente del Consiglio ad accoglierle e rilanciarle, specialmente di fronte a segnali di malessere sociale che vanno acuendosi sempre più. Ancor più è apprezzabile che Monti abbia sentito ieri l’esigenza di riprendere la parola che fin dal giorno del suo insediamento aveva accompagnato la proposta programmatica del suo governo: la parola equità. Ci vuole equità, aveva detto, e ancora ieri ha ripetuto. E dentro la tradizione umanistica si trovano davvero le risorse per ripensare il valore non solo morale ma anche politico dell’equità: quella dimensione in cui il rigore della giustizia non può mai andar disgiunto da un ricco senso di umanità, e le proposizioni di principio non vengono mai fatte valere in astratto, nell’ignoranza delle circostanze concrete in cui gli uomini vivono.

Ma resta il passaggio che citavamo in apertura. Perché non può sfuggire che, a rigor di logica, se il premier teme che l’acuirsi della crisi economica possa comportare conseguenze più ampie, sul piano culturale ed etico, allora per lui l’elemento “culturale” ed “etico” si trova in posizione di effetto, mentre la crisi economica, recessione e disoccupazione si trovano in posizione di causa. Ma questo significa che ben difficilmente il rapporto può rovesciarsi, e d’improvviso la fiducia e la speranza, il coraggio e i forti auspici morali possono essere la causa, e la ripresa economica l’effetto. Sempre a rigor di logica si dovrebbe piuttosto pensare il contrario, e che un clima di aspettative favorevoli si stabilirà solo grazie a nuovi investimenti: non solo di fiducia.

Certo, abbiamo bisogno di supplementi d’anima. Forse ne ha ancora più bisogno un governo come quello in carica, che non ha l’etichetta di governo tecnico perché analisti cocciuti si ostinano a ricordare le competenze professionali del premier, ma perché Monti stesso parla alla politica come ad un mondo ben distinto e a volte – lui ritiene – anche distante dal governo. La politica viene individuata come una sfera diversa, con la quale si discute, ma della quale tuttavia non si fa parte e non si intende far parte.

Forse c’è la convinzione che la popolarità dell’esecutivo ne trarrà guadagno, o forse si ritiene che sia così più facile trovare nel governo il punto di mediazione fra interessi contrapposti. Può darsi. Ma sta il fatto che è proprio questo distacco a volte ostentato che rende comprensibile che il premier cerchi supplementi morali a sostegno della sua azione, pur con qualche bisticcio fra la causa e l’effetto. Perché a pensarci il vero supplemento dell’azione di governo c’è, e non può avere altro nome che, per l’appunto, politica. E in tutta Europa, sembra  proprio che ne stia di nuovo venendo il tempo.

L’Unità, 14 maggio 2012

Tasse, se lo Stato viene meno al suo compito

“Si consideri il caso del pagamento volontario delle tasse sul reddito”: ecco, è proprio quello che nessuno si sognerebbe, di questi tempi, di considerare. A giudicare dai dati diffusi in questi giorni, il problema non è che non si pagano volontariamente le tasse, è che ci sono quelli (e non sono pochi) che le tasse non le pagano affatto. E quelli che le pagano, avvertono tutto il peso di un’ingiustizia evidente, palese, smaccata. Nel mondo alla rovescia in cui ci è dato di vivere, il dipendente paga in media più del datore di lavoro: il che rende incomprensibile perché allora non sia il primo a dare lo stipendio al secondo.

Tuttavia, il filosofo che comincia il suo ragionamento da ipotesi del terzo tipo e casi improbabili come quello suggerito non è poi così bislacco come sembra. Anche perché si tratta di John Rawls, e delle sue lezioni di storia della filosofia politica. Dunque, d’accordo: non paghiamo volentieri le tasse. Ma perché? La risposta di Rawls è (grosso modo): perché non ci va di passare per fessi. Se altri non pagano, non vogliamo pagare neanche noi. Solo se fossimo certi che anche gli altri pagano, allora pagheremmo volentieri (forse). In realtà, bisognerebbe aggiungere anche altre, non trascurabili ipotesi di contorno: nessuno, infatti, sborsa volentieri un euro se vede che chi lo riscuote non fa un uso razionale del gettito raccolto. E nessuno scuce di buon grado anche un solo centesimo, se non è convinto dell’equità dello schema generale delle imposte. Ma, inserite ad hoc queste supposizioni, resta nondimeno necessaria un’autorità statale che – così dice Rawls – “alteri le condizioni di fondo” del pagamento delle tasse, e consenta a me di pensare che non sono l’unico ingenuo a  versare all’erario.

Ora, alterare le condizioni di fondo non è poca cosa, come compito fondamentale dello stato. Non è roba da stato minimo, insomma, anche se si tratta anzitutto di mettere leggi e farle rispettare: solo così si potrà stabilire quel clima di fiducia che rende pagare le tasse meno sgradevole di quanto non lo sia quando la regola è, invece, l’evasione. Siccome, d’altra parte, Rawls sta commentando la nascita dello Stato moderno e la severa dottrina hobbesiana dell’autorità, può ricostruire il profilo di uno Stato esigente, che impiega senza star troppo a discutere tutti gli strumenti coercitivi che ritiene i più opportuni per rendere stabili le entrate dello Stato. Ma il commento di Rawls era comunque (grosso modo): non c’è bisogno di supporre che i cittadini siano disonesti, per giustificare i blitz delle agenzie delle entrate e la caccia ai furbacchioni.

Orbene, questo commento dà da pensare. Perché da noi accade invece che ad ogni voce che si leva per chiedere allo Stato di impegnarsi seriamente nella lotta all’evasione, c’è sempre qualcuno che manda alti lai contro lo Stato occhiuto, lo Stato poliziesco, lo Stato etico, e via sproloquiando. Come se invece di uno stato occhiuto non avessimo noi italiani uno Stato guercio, che sembra avere un occhio solo e guardare da una sola parte: e purtroppo non dalla parte dove sono custoditi i più ingenti patrimoni.

E così, se è forse solo ad uso dei filosofi che possiamo ipotizzare che qualcuno paghi volontariamente le tasse, è ad uso di tutti che dobbiamo ipotizzare che Fiamme gialle, scontrini fiscali, tracciabilità e controlli incrociati ci vogliano eccome. Quanto poi agli argomenti che tirano in ballo il patto sociale implicito nel nostro paese, per spiegare così elevati livelli di evasione, è chiaro che non sono campati in aria. E infatti la lotta all’evasione tocca interessi costituiti e anche abitudini sociali consolidate (oltre che perseguire ladri matricolati). Però c’è anche una cosa come il patto statale, e quello, insegna Hobbes, è più importante e viene prima, molto prima.

Ché se quest’ultimo patto venisse rispettato, siccome non siamo più ad Hobbes e all’«homo homini lupus» ma a Rawls e alla costituzionalizzazione dei beni sociali primari, allora sì che sarebbe diverso. Se infatti nello schema generale delle imposte e nella loro esazione ravvisassimo più equità e giustizia sociale, e una qualche preoccupazione in più per l’uguaglianza, forse troveremmo persino qualche cittadino bislacco, del terzo tipo, disposto a pagare volentieri le tasse. Perché ce ne sono, anche in Italia ce ne sono, solo che vedano intorno a loro meno sproporzione fra i redditi, e un po’ più di rispetto per i sacrifici di chi lavora.

La nuova Europa e le paure del Pd

(O anche: Idee e temi per l’Europa)

In cerca di conforto, ho aperto un libro, ma non dico subito quale per dare a tutti il medesimo sollievo. Vi ho trovato infatti la seguente affermazione: “La politica di una nazione non può essere condotta come un seminario di filosofia”. Siamo tutti d’accordo, credo; e la precisa consapevolezza che non è mai il momento di meri dibattiti accademici può aiutare particolarmente, in frangenti in cui le decisioni di un governo di professori devono maturare nel giro di pochi giorni, sotto la pressione dei mercati e il rischio concreto di fallimento: dell’Italia e dell’euro. Poi una seconda affermazione, nella stessa pagina: “Nel nostro paese il dibattito politico non raggiunge nemmeno il livello accettabile per una scuola superiore”. Seguono esempi; ma siccome non si parla dell’Italia, e siccome vale il vecchio adagio per cui un mal comune procura almeno mezzo gaudio, possiamo consolarci. E, soprattutto, collocarci: in mezzo tra il rigoroso convegno scientifico e l’arrabbiata assemblea studentesca.

È bene però sapere che un simile spazio non esaurisce affatto il dibattito pubblico. In termini politici si dirà: tanto il Pd quanto il Pdl avranno sempre, al loro lato, opinioni e forze che, dal punto di vista della loro collocazione, si situano alle estreme, e che proprio per questo possono coltivare irresponsabilmente tanto le teorizzazioni più astratte quanto gli atteggiamenti più protestatari. La fisiologia dei sistemi politici vorrebbe che il compito dei partiti maggiori fosse proprio quello di assorbire le spinte estremistiche. Mentre però nel corso della prima Repubblica la Dc e il Pci (i partiti-sistema) hanno svolto efficacemente questa funzione, non si può dire altrettanto dei loro succedanei durante la seconda Repubblica. Forse, la recente religione del maggioritario andrebbe giudicata anzitutto per la prova che ha dato su questo terreno.

Oggi si apre una fase nuova. Cosa ci sia a destra del governo Monti, con la rottura fra Pdl e Lega (e lo sbianchettamento del berlusconismo) si è fatto abbastanza chiaro, fra populismi, antieuropeismi e persino secessionismi che tornano ad esprimersi senza troppi infingimenti. Ma anche a sinistra c’è un vasto mondo di idee che la postura istituzionale del Pd relega inevitabilmente ai margini. O almeno: questo dovrebbe fare il Pd, senza paura, rivendicando con convinzione il proprio ruolo nazionale ed europeo. Facendone un punto di forza, non di debolezza. Non si agitano infatti alla sua sinistra bandiere improbabili come il diritto alla bancarotta o riti apotropaici come la maledizione dell’euro? La decrescita felice di cui si favoleggia nei collettivi di sinistra non è l’opposto speculare dell’austerità espansiva che si sono inventati fior di economisti a destra? Non c’è infine da evitare il rifiuto manicheo del dio malvagio della finanza, ma anche il rischio che, prima o poi, dopo il salario, spunti fuori la pensione come variabile indipendente?

Il fatto è che, dentro i vincoli dell’Unione, diverse idee di Europa sono possibili: non occorre affatto divincolarsi del tutto, per essere coerenti (e perdenti); si può invece elevare il dibattito pubblico all’altezza di quelle idee diverse. Messe le cose in questa prospettiva, posso quindi rivelare di quale libro si trattasse, all’inizio: de La democrazia possibile. L’autore è il filosofo liberal Ronald Dworkin, e il paese di cui si parla è l’America. È in America che Dworkin lamenta l’assenza di un dibattito pubblico degno di questo nome. Ed è in America che, per esempio, Dworkin non riesce a spiegare che una politica che abbia i titoli democratici in ordine è quella che si domanda: “che politica fiscale deve adottare un governo che intende riservare un uguale trattamento a tutti i suoi membri?”. Ed è sempre agli americani che Dworkin vorrebbe far capire che gli argomenti con i quali si sostiene che il reddito non ancora tassato è tutto di chi lo produce “mancano di coerenza”. Figuriamoci la coerenza: ci vuole troppa filosofia! Ma l’idea di Dworkin è che la distribuzione della ricchezza, come i diritti umani o il ruolo della religione nella sfera pubblica, sono temi che possono stare ben dentro il dibattito democratico, non solo nelle aule universitarie o nei collettivi studenteschi. Siccome alcuni di questi temi negli ultimi anni ne sono fuoriusciti, ad agitarli sembra ora che si pecchi di velleitarismo o di infantilismo.  Non è così. Ma siccome questi temi debbono rientrarvi, è bene separarli da quelli che, invece, ci terrebbero fuori dall’Europa.

Il Mattino, 12 dicembre 2011