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Se l’Europa sdogana le destre

Sironi L'Italia corporativa 1936

M. Sironi, L’Italia corporativa (1936)

Sebastian Kurz, il nuovo cancelliere austriaco, è la materializzazione di tutto ciò da cui la storia politica europea del secondo dopoguerra ha voluto guardarsi: un’alleanza delle forze popolari di centro con la destra nazionalista e populista, che ha trovato il suo comune denominatore in un programma politico fondato sulla chiusura intransigente verso l’immigrazione proveniente dai paesi islamici. Niente musulmani, niente rifugiati: frontiere chiuse e tolleranza zero.

Dopo la seconda guerra mondiale, le democrazie europee sono state ricostruite sulla base dell’esclusione dall’area di governo delle formazioni politiche di estrema destra, che implicitamente o esplicitamente si richiamavano ai regimi fascisti o nazisti del Novecento. La conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti non era altrettanto insuperabile, dal momento che ne ha consentito il progressivo avvicinamento verso l’area di governo e le regole della democrazia parlamentare: basti pensare alla partecipazione dei comunisti francesi al primo esecutivo Mitterand, in Francia, o al governo della non sfiducia in Italia, a metà degli anni Settanta.

Dopo la caduta del muro di Berlino, lo scenario, però, è radicalmente mutato. Sul piano culturale, si è imposta una lettura della storia europea che insisteva più sulle somiglianze che non sulle differenze fra i totalitarismi del ‘900, con un effetto opposto: l’ideologia comunista finiva nella pattumiera della storia, il nazionalismo post-fascista si faceva sempre più presentabile. Ma sono state la gravissima crisi finanziaria del 2008, le difficoltà delle istituzioni europee di farvi fronte in una cornice di solidarietà condivisa, e l’imponente fenomeno migratorio, ad alimentare nuove paure e ingenerare nuove insicurezze, dando fiato alle destre. Prima, accadeva che l’avanzata della destra estrema venisse respinta da ampi fronti costituzionali. Il caso francese è stato a lungo paradigmatico: sia Jean Marie Le Pen, nel 2002, che la figlia Marine, lo scorso maggio, si sono visti sbarrare il passo da candidati sostenuti da un largo arco di forze che si richiamava ai valori della République, e che comprendeva anche i moderati di centro. Nel 2002 il gollista Chirac rifiutò qualunque confronto pubblico con Le Pen; nel 2017, il centrista Fillon si è schierato nel ballottaggio dalla parte di Macron, contro il pericolo lepenista. Le elezioni austriache dimostrano invece che può ormai accadere il contrario, e che partiti tradizionalmente collocati nell’area di centro si spostino verso destra, per intercettare gli umori di un elettorato sempre più scontento della guida politica ed economica assicurata finora dalle élites demoratiche europeiste, e sempre più sensibile al richiamo sovranista e nazionalista.

È un pericolo? Sì, lo è. Lo dimostra la reazione della Cancelliera Merkel, che si è affrettata a prendere le distanze dal progetto politico di un esecutivo con l’estrema destra sotto la guida del giovanissimo leader dei popolari austriaci. Certo, il risultato può anche essere letto in maniera opposta: non si tratterebbe tanto di uno spostamento a destra della politica austriaca, quanto del tentativo di riassorbire le pulsioni estremiste che si agitano nella pancia del Paese. Un po’ come avvenne in Italia nel 1994, quando Berlusconi sdoganò Gianfranco Fini, portandolo al governo, e favorendo così la trasformazione del vecchio Movimento sociale in un partito di destra liberale, Alleanza Nazionale. I numeri, però, sono assai diversi. Nel ’94, il partito di Fini prese il 13%, esattamente la metà dei voti raccolti in Austria dall’estrema destra di Heinz Christian Strache, leader del partito della libertà. Ma diversa è soprattutto la direzione di marcia che l’Europa ha imboccato: non solo in Austria, ma in tutta l’Europa centro-orientale. Sia o no il caso di considerare minacciati gli istituti della democrazia rappresentativa, sfibrati dall’onda populista e nazionalista, certo è che la fisionomia della destra sta cambiando: a mobilitarne l’elettorato non è l’ideale liberal-democratico della società aperta, l’integrazione, la fiducia nel futuro e un ottimismo rassicurante, ma il progressivo ritirarsi dentro confini nazionali chiusi, la diffidenza nei confronti dello straniero, e la richiesta di risposte forti, venate di autoritarismo.

Il fatto che tutto questo si faccia sentire così fortemente in Austria desta qualche motivo di preoccupazione. Nell’immediato, per via della difficoltà supplementari nella gestione dei flussi migratori che sarebbero provocate da un atteggiamento intransigente dell’Austria lungo il confine con l’Italia. Su un piano più generale, e simbolico, per ciò che ha significato la finis Austriae, il tramonto di quel «mondo di ieri», raccontato da Stefan Zweig, al cui collasso sono seguiti in Europa le più immani tragedie. Se però si guarda alla realtà dei rapporti politici sul continente, si trova che la più grande differenza rispetto al passato sta proprio in ciò che ci siamo abituati a criticare e svalutare: in quell’Unione che per alcuni è causa, con il suo immobilismo istituzionale e le sue politiche di austerity, dello scivolamento a destra del continente, ma che per altri si presenta come il più importante argine contro il completo deragliamento delle politiche nazionali nei Paesi in cui sempre più forte si fanno sentire le parole d’ordine del sangue e del suolo.

(Il Mattino, 17 ottobre 2017)