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Il voto non scaccia le paure globali

naphta

Il succo del commento rilasciato, a proposito del dibattito televisivo fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, dal premio Nobel per l’economia  Joseph Stiglitz su Les Echos, il principale giornale economico-finanziario francese, è il seguente: «L’idea che gli elettori, da soli, si opporranno al protezionismo e al populismo non può essere altro che un pio desiderio cosmopolita». Traduco: la globalizzazione è un processo diseguale, che fa vincitori e vinti. Pensare che i vinti votino per Macron, cioè per il campione della globalizzazione, è un’illusione. La Le Pen si oppone alle politiche neoliberali che hanno accompagnato negli ultimi trent’anni l’espansione dei mercati. Non basta che le ricette che propone siano confuse o sbagliate, o persino disastrose: sono comunque espressione di un risentimento che trova consensi nei ceti medi impoveriti dalla crisi, e che non verrà meno solo perché il lepenismo lo alimenta con tratti xenofobi o accesamente nazionalisti, con la paura dell’immigrato o con il terrore di Frau Merkel. Il protezionismo sarà anche una minaccia per l’economia mondiale, ma se i flussi economico-finanziari tagliano fuori una fetta della società sempre più estesa, non si vede perché questa parte della società non dovrebbe manifestare tutto il suo malcontento e volgersi verso ricette di tipo protezionistico. Non è quello che è successo nel Regno Unito, con la Brexit, o in America, con Trump? Perché mai non potrebbe succedere anche in Francia? Stiglitz non conclude il suo ragionamento con una previsione funesta sul voto francese, ma con un invito ad adottare politiche in grado di assicurare un buon livello di protezione sociale e buoni livelli occupazionali.

Ora, vi sono due cose che rimangono implicite nel ragionamento di Stiglitz e che però conviene esplicitare. La prima: il voto francese conta, eccome se conta. Se la Le Pen dovesse vincere, smentendo tutti i sondaggi, l’Europa e l’Unione, non solo la Francia, non sarebbero più le stesse. Nulla del paesaggio politico che oggi osserviamo rimarrebbe immutato, di là e di qua delle Alpi. Questo non è un argomento sufficiente per votare Macron, come Stiglitz spiega. Anzi: quelli che l’attuale paesaggio lo hanno in odio, possono trovarvi un motivo in più per votare la destra lepenista. Ma è comunque sbagliato ragionare solo sulla base delle percentuali che la Le Pen raccoglierà nelle urne. Quale che sia l’esito del voto, una minaccia latente graverà sul corso della politica europea finché i suoi nodi strutturali non saranno risolti. Tirato il sospiro di sollievo per la vittoria di Macron (posto che davvero andrà così) non verranno meno le ragioni dello spavento. All’indomani del primo turno, lo dichiarava il Presidente Hollande: i sette milioni e mezzo di francesi che hanno votato Le Pen non evaporeranno sol perché Macron ce l’avrà fatta (posto che davvero ce la faccia). Stiglitz auspica per questo una riforma sociale del capitalismo, che considera l’unica risposta seria al pericolo populista. Forse, aggiungo, andrebbe accompagnata da una ripresa robusta del processo politico europeo di integrazione. Anzi: da una sua più coraggiosa reinvenzione.

Il secondo punto è più sottile, ma non meno importante. Poniamo che l’alternativa sia: prendersela con gli altri, piuttosto che con se stessi. Ebbene: non sarebbe una pia illusione pensare che, in una tale ipotesi, gli elettori se la prenderebbero con se stessi? Socrate pensava che è più giusto subire che commettere ingiustizia, ma si può chiedere non a un filosofo ma a ciascuno e a tutti noi di ragionare come Socrate e bere la cicuta? Non si cadrebbe in un vizio di idealismo imperdonabile, nella solita chiacchiera illuministica che ignora la vita reale dei popoli? Se dunque si offre all’opinione pubblica un nemico, il nero l’immigrato il musulmano (e con la Le Pen c’è purtroppo ancora da aggiungere l’ebreo, temo), cosa bisogna pensare, per essere realisti e non farsi illusioni, che accada?

Quel che accade, lo si vedrà al secondo turno. Si vedrà se prevarranno i sentimenti di chiusura, lo sciovinismo, la paura dell’altro, il rifiuto della libera circolazione di beni, servizi, persone e idee, su cui si fonda, pur con le sue storture e brutture, il mercato mondiale (e insieme – si badi – il suo grado di civiltà). Stiglitz sostiene che le paure che circolano nella società francese, ed europea, sono fondate, e che non le si può semplicemente ignorare. Ha perfettamente ragione. Se per giunta una buona parte degli elettori della sinistra estrema di Mélenchon non sosterranno Macron, vuol proprio dire che il punto di rottura della società francese è pericolosamente vicino. Ma il sentiero del riformismo che Stiglitz invita a perseguire, prima ancora di essere profondo o radicale, come un New Deal europeo o come un nuovo piano Marshall per le infiacchite economie del continente, bisognerà che sia almeno nutrita di un’ultima, forse residuale illusione: che non sempre e non necessariamente scatta il meccanismo del capro espiatorio. Se invece si concede ai nemici della società aperta che diritti fondamentali e valori illuministici di progresso, razionalità, libertà sono sempre astratti, sempre freddi oppure tecnocratici, buoni solo per le élites e comunque sempre lontani dai veri bisogni (una volta si diceva con una parola soltanto: borghesi), allora si finirà davvero a mal partito. Magari non in un dibattito televisivo o in un confronto politico, ma sicuramente sul piano delle idee e della battaglia culturale. Ben oltre il voto di domenica. È, questa, una concessione che non si deve fare. Una concessione che, più ancora di Macron, è l’Europa che non deve fare, se non vuole rinnegare se stessa.

(Il Mattino, 5 maggio 2017)

Perché serve una nuova razionalità europea

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L’Europa è un’invenzione. Il suo significato geografico non coincide con il suo significato politico, e quest’ultimo non coincide con nessuna delle istituzioni che attualmente ne disegnano la fisionomia. Per giunta in nessuna determinante storica, culturale, linguistica o economica l’Europa può trovare un fondamento univoco, inconcusso. Il fatto che oggi l’Europa ci sia – in maniera incompleta e sbilenca, come unione europea e, più limitatamente, come unione monetaria – non toglie che avrebbe potuto non esserci. Non basta neppure che Draghi dica da Francoforte che l’euro è una decisione irreversibile, per togliere all’Europa il suo carattere contingente. Tale carattere si trova infatti all’origine, nel suo progetto istitutivo. Altiero Spinelli la progettava a Ventotene, mentre ancora infuriava la guerra e di una pacifica cooperazione fra i paesi europei sembrava del tutto utopico parlare. Il che non vuol dire solo che l’Europa bisognava inventarsela, ma che essa avrebbe potuto vivere e può tuttora vivere solo mantenendo lo slancio di un’invenzione, trovando l’energia politica per investire sempre nuovamente di senso il futuro del continente. Il che non equivale a un fiacco idealismo, ma al contrario si traduce nel realismo di chi conosce lo statuto potenziale, non finito, di tutto ciò che è reale.

L’Europa è un’invenzione, e non lo è oggi meno di quanto lo fosse ieri. Ma dov’è, oggi, quella energia? All’indomani di un Consiglio europeo che si è chiuso, come già molte volte in passato, al ribasso, è lecito, anzi doveroso, porre la domanda. Non si tratta solo delle ristrettezze di bilancio e dell’insufficienza delle soluzioni che a livello comunitario vengono adottate per fronteggiare la crisi, dell’austerità e dei tagli, ma più profondamente dell’incapacità di avere nuovamente un disegno, di pensare l’Europa, un’Europa diversa, fuori dal suo attuale stato di necessità.

Ogni costruzione storico-politica non vive solo nel presente, ma sempre anche nel punto in cui incrocia ancora la sua origine: solo così può avere un futuro, solo da lì può attingere l’energia di cui ha bisogno. Il presente sono i dati drammatici della crisi, ma anche l’impasse in cui si trova la capacità di azione degli organismi europei. Cosa c’era però all’origine? L’origine è infatti ciò in cui si mantiene l’essenza di una cosa. E l’origine dello spirito europeo era ed è nella risposta alla guerra e agli egoismi nazionali. L’Europa non è, non è mai stata e non sarà mai una nazione. Ma è il posto vuoto che deve rimanere libero, la posizione che nessuna nazione può né deve occupare: questo è il suo limite, ma anche la sua ragion d’essere. Così fu all’indomani del conflitto mondiale, così è stato anche quando si è aperto un nuovo ciclo della costruzione europea, tra l’89 e il 92, tra il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht.

L’origine, però, non è mai pura: più cose vi confluiscono dentro. L’attuale assetto europeo dipende dalle decisioni che furono prese allora, in quel giro di anni, e che furono prese per tenere insieme il centro e la periferia, la Germania riunificata e il concerto europeo delle nazioni. Quelle decisioni non furono abbastanza lungimiranti: le difficoltà nella creazione di una moneta unica erano infatti ben chiare fin da allora, e anche la necessità di rafforzare le politiche di integrazione, di favorire la convergenza fra le economie, di prevedere trasferimenti di bilancio. Un’unione monetaria sovranazionale non può reggere a lungo con politiche fiscali nazionali. Qualcosa dunque fu fatto; ma molto altro non fu fatto. Ma né i parametri di Maastricht né i successivi articoli del Trattato di Lisbona condannano l’Unione all’inazione o alla paralisi, né la privano di strumenti per fronteggiare la crisi, e soprattutto reagire agli egoismi, ai populismi e ai nazionalismi risorgenti, recuperando la propria ratio fondativa.

Non sono insomma gli strumenti, a mancare, ma la ragione politica. Noi abbiamo bisogno, ha detto l’ex cancelliere Helmut Schmidt nel 2011 in un discorso davvero memorabile – denso di storia, gravido di futuro – di una nuova «razionalità europea». Razionale è infatti il superamento degli interessi particolari, anche se si situa lungo un crinale difficile. L’Unione europea, ragionava Schmidt con lucido realismo, non può diventare un vero Stato federale. Ma è altrettanto realistico dire che non può neppure retrocedere a mera Lega di Stati. Tra l’uno e l’altra non c’è, però, il nulla, bensì lo spazio dell’invenzione europea. Ai governanti europei non bisogna chiedere di meno; alle democrazie europee bisogna chiedere di più. Perché senza l’ambizione di disegnare ancora i tratti inediti di quello spazio mai concluso non c’è Europa, non c’è unione, e non c’è futuro.

L’Europa è un’invenzione. Il suo significato geografico non coincide con il suo significato politico, e quest’ultimo non coincide con nessuna delle istituzioni che attualmente ne disegnano la fisionomia. Per giunta in nessuna determinante storica, culturale, linguistica o economica l’Europa può trovare un fondamento univoco, inconcusso. Il fatto che oggi l’Europa ci sia – in maniera incompleta e sbilenca, come unione europea e, più limitatamente, come unione monetaria – non toglie che avrebbe potuto non esserci. Non basta neppure che Draghi dica da Francoforte che l’euro è una decisione irreversibile, per togliere all’Europa il suo carattere contingente. Tale carattere si trova infatti all’origine, nel suo progetto istitutivo. Altiero Spinelli la progettava a Ventotene, mentre ancora infuriava la guerra e di una pacifica cooperazione fra i paesi europei sembrava del tutto utopico parlare. Il che non vuol dire solo che l’Europa bisognava inventarsela, ma che essa avrebbe potuto vivere e può tuttora vivere solo mantenendo lo slancio di un’invenzione, trovando l’energia politica per investire sempre nuovamente di senso il futuro del continente. Il che non equivale a un fiacco idealismo, ma al contrario si traduce nel realismo di chi conosce lo statuto potenziale, non finito, di tutto ciò che è reale.

L’Europa è un’invenzione, e non lo è oggi meno di quanto lo fosse ieri. Ma dov’è, oggi, quella energia? All’indomani di un Consiglio europeo che si è chiuso, come già molte volte in passato, al ribasso, è lecito, anzi doveroso, porre la domanda. Non si tratta solo delle ristrettezze di bilancio e dell’insufficienza delle soluzioni che a livello comunitario vengono adottate per fronteggiare la crisi, dell’austerità e dei tagli, ma più profondamente dell’incapacità di avere nuovamente un disegno, di pensare l’Europa, un’Europa diversa, fuori dal suo attuale stato di necessità.

Ogni costruzione storico-politica non vive solo nel presente, ma sempre anche nel punto in cui incrocia ancora la sua origine: solo così può avere un futuro, solo da lì può attingere l’energia di cui ha bisogno. Il presente sono i dati drammatici della crisi, ma anche l’impasse in cui si trova la capacità di azione degli organismi europei. Cosa c’era però all’origine? L’origine è infatti ciò in cui si mantiene l’essenza di una cosa. E l’origine dello spirito europeo era ed è nella risposta alla guerra e agli egoismi nazionali. L’Europa non è, non è mai stata e non sarà mai una nazione. Ma è il posto vuoto che deve rimanere libero, la posizione che nessuna nazione può né deve occupare: questo è il suo limite, ma anche la sua ragion d’essere. Così fu all’indomani del conflitto mondiale, così è stato anche quando si è aperto un nuovo ciclo della costruzione europea, tra l’89 e il 92, tra il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht.

L’origine, però, non è mai pura: più cose vi confluiscono dentro. L’attuale assetto europeo dipende dalle decisioni che furono prese allora, in quel giro di anni, e che furono prese per tenere insieme il centro e la periferia, la Germania riunificata e il concerto europeo delle nazioni. Quelle decisioni non furono abbastanza lungimiranti: le difficoltà nella creazione di una moneta unica erano infatti ben chiare fin da allora, e anche la necessità di rafforzare le politiche di integrazione, di favorire la convergenza fra le economie, di prevedere trasferimenti di bilancio. Un’unione monetaria sovranazionale non può reggere a lungo con politiche fiscali nazionali. Qualcosa dunque fu fatto; ma molto altro non fu fatto. Ma né i parametri di Maastricht né i successivi articoli del Trattato di Lisbona condannano l’Unione all’inazione o alla paralisi, né la privano di strumenti per fronteggiare la crisi, e soprattutto reagire agli egoismi, ai populismi e ai nazionalismi risorgenti, recuperando la propria ratio fondativa.

Non sono insomma gli strumenti, a mancare, ma la ragione politica. Noi abbiamo bisogno, ha detto l’ex cancelliere Helmut Schmidt nel 2011 in un discorso davvero memorabile – denso di storia, gravido di futuro – di una nuova «razionalità europea». Razionale è infatti il superamento degli interessi particolari, anche se si situa lungo un crinale difficile. L’Unione europea, ragionava Schmidt con lucido realismo, non può diventare un vero Stato federale. Ma è altrettanto realistico dire che non può neppure retrocedere a mera Lega di Stati. Tra l’uno e l’altra non c’è, però, il nulla, bensì lo spazio dell’invenzione europea. Ai governanti europei non bisogna chiedere di meno; alle democrazie europee bisogna chiedere di più. Perché senza l’ambizione di disegnare ancora i tratti inediti di quello spazio mai concluso non c’è Europa, non c’è unione, e non c’è futuro.

(Il Messaggero)

Tagli, il filosofico paradosso

Data la situazione non era possibile fare altrimenti, si dice. E sul filo di simili, amare constatazioni si prova a mandar giù il nuovo pacchetto: dopo l’Imu, le pensioni , la riforma del lavoro. Non è la stessa cosa, ci viene spiegato: finalmente si tagliano sprechi e inefficienze, enti inutili e spese fuori linea. Ma il fatto è che fuori linea ci sarebbero pure ospedali, istituti di ricerca, enti locali. Mentre però un buon numero di giornali si dedica al genere della ritrattistica, elogiando le affilatissime  mani di forbice del grande risanatore, il supertecnico Enrico Bondi (c’è sempre un tecnico più tecnico di te che prende le decisioni al posto tuo), si chiede ai partiti di fare il favore di spiegare al colto e all’inclita (cioè all’elettorato) che, per l’appunto, data la situazione, non era possibile fare altrimenti. Quando si dice che il governo è tecnico ecco dunque quel che si intende: è tecnico quel governo che prende decisioni che passano per le uniche possibili, decisioni che sono sempre quelle che i partiti non saprebbero prendere se toccasse loro, e di cui tuttavia i partiti medesimi devono accollarsi la responsabilità. Ma, data la situazione, come si potrebbe fare altrimenti?

Sia pure. Ma ci sarà un giorno, un’ora o un momento in cui, a proposito di responsabilità, ci si potrà fermare a riflettere, per domandare: già, d’accordo, ma se questa è la situazione data, chi è che ce l’ha data questa situazione? I fatti sono fatti, va bene; e contro i fatti è inutile sbattere la testa. Ma di nuovo: qualcuno li avrà pur fatti, codesti coriacissimi fatti!

Nel corso del Novecento, secolo grande e terribile, l’umanità si è più volte cacciate in situazioni difficilissime, a confronto delle quali la crisi di questi anni è poco più di un buffetto su una guancia. In mezzo a quei frangenti, una certa intellettualità, quella che si diede il compito di mandar giù simili situazioni, o almeno rendere onorevole la sconfitta di fronte ad esse, trovò il modo di inventarsi un’etica della situazione, per decretare che, per l’appunto, la situazione è data e null’altro c’è da fare se non accettarla.

Nessun paragone è possibile, naturalmente. Se non, forse, per mettere in luce quel che nel corso di quello stesso secolo anche si è affermato, distante tanto da una cultura ineluttabilmente  tragica quanto da una cultura irresponsabilmente tecnica: dico una cultura progressista, critica, democratica, per la quale le situazioni non sono mai semplicemente date e la decisione non può mai consistere semplicemente nel prendere atto. Dentro questa tradizione politica e culturale la questione non può mai essere una soltanto, e cioè: “quali sono i dati?”, ma tocca sempre chiedersi anche come sono dati, chi li ha dati, e perché.

Ad esempio: la situazione in cui il governo ha condotto la spending review e preso severe misure di riduzione della spesa è una situazione di crisi, che minaccia la stabilità finanziaria della zona euro, e in particolare il nostro paese, a causa dell’elevatissimo debito pubblico (che però non è una novità di questi giorni, e non è neppure da intestare indifferentemente a tutti i governi di vario colore succedutisi negli ultimi anni: un conto insomma è stato Berlusconi, un altro il centrosinistra). Ad ogni modo:  lo spread sale, questa è la situazione data. Ora però: chi ce l’ha data? Ovvero: da dove viene l’attuale (dis)ordine finanziario? Da lontano: dalla fine di Bretton Woods, dagli eurodollari, dal sistema monetario europeo, dalle misure di deregolamentazione de mercati finanziari, infine dalla creazione di un’area monetaria senza adeguato sostegno politico. In breve: da una serie di responsabilità politiche precise. E a tal proposito, per stare solo all’ultimo tratto di questa storia, inaugurato a Maastricht: quella insopportabile Cassandra di Wynne Godley, grande economista inglese di recente scomparso, ebbe a scrivere sulla London Review of Books – nel ’92: ben vent’anni fa! – parole che si sono poi rivelate terribilmente vere: se un paese non ha più il potere di svalutare la propria moneta, o non beneficia di un sistema di perequazione fiscale (altro che fiscal compact!), allora nulla potrà arrestarne il declino. E aggiungeva, più o meno: capisco la Thatcher, capisco gli inglesi che di fronte alla prospettiva di una perdita di sovranità monetaria preferiscono scendere dal treno della moneta unica. E capisco anche i federalisti, che puntano invece a una federazione europea e a un vero bilancio federale. Quello che proprio non capisco è come si possa puntare alla moneta unica senza dotarsi di istituzioni adeguate (a parte la banca centrale).

Certo, uno potrebbe dire: avranno pure avuto ragione le poche Cassandre che si sono ascoltate in questi anni, ma ora che la frittata è fatta?  Ora che la frittata è fatta non sarebbe male rileggere tutto intero l’articolo di Goodley. Perché lì c’è scritto anche da quale insieme di idee è nata la frittata. E precisamente: della convinzione che i sistemi economici moderni  sono capaci di autoregolarsi. Se è così,  l’idea stessa di una politica economica appare superflua. Anzi:  è persino dannosa. Sentite Goodley: si tratta di una versione cruda ed estrema del punto di vista che da qualche tempo ha costituito il pensiero prevalente in Europa, che cioè i governi non sono in grado di raggiungere nessuno dei tradizionali obiettivi di economia politica, come la crescita e la piena occupazione, e perciò non dovrebbero neanche provarci.

Se questa è la situazione, ai tecnici non resta altro che affilare le forbici della spending review. Ma è questa la situazione? Davvero non c’è dato altro? E soprattutto: non ci sono date altre idee?

Cultura, tanti passi indietro dal ’46

1946: all’indomani della seconda guerra mondiale si riuniscono a Ginevra per qualche giorno alcuni spiriti magni: il filosofo tedesco esistenzialista Karl Jaspers, il marxista ungherese György Lukacs. E poi i francesi, il cattolico Georges Bernanos, il liberale Aron, e Lucien Benda, quello del “tradimento dei chierici”, e intellettuali svizzeri, russi, inglesi, romeni. Per l’Italia c’è solo il critico Francesco Flora, perché Croce, al solo pensiero di poter incrociare Sartre, ha declinato l’invito, e i giovani Bobbio e Calogero e Capitini sono ancora troppo giovani. E tutti costoro, chi con la zazzera, chi con la canizie, chi con aria frivola e mondana chi invece con piglio ascetico e severo, discutono con passione del futuro della civiltà europea. A riferirne è un altro grande intellettuale, il trentaquattrenne Gianfranco Contini, che è lì nella singolare veste di cronista, lucidissimo nell’indicare insufficienze e limiti, ma anche pronto a cogliere con acutezza punti di forza e questioni aperte. E soprattutto a cercare in tutti gli interventi quello che giudica il primo requisito di una cultura: la sua vitalità, quindi anche il suo rapporto reale con il tempo storico, con gli orizzonti vivi ed attuali del momento presente. Da questo punto di vista, a malincuore Contini si vede costretto ad ammettere che c’è molta più consapevolezza della posta in gioco nel filosofo comunista che non nel tratto di vaghezza aristocratica del liberale Jaspers. A malincuore, perché nulla potrebbe essere più lontano dalla sua formazione civile, azionista, dell’ortodossia staliniana di Lukacs: per fortuna, annota il giovane filologo, concretezza non significa solo dogmatismo di partito. E però Contini, uomo di libri e di scartafacci, sa bene che non è un tempo in cui serva una bellezza immobile, un moralismo astratto o una cultura disinteressata: serve invece coscienza che l’intero patrimonio della civiltà europea attende di essere traghettato nella modernità, al servizio della ricostruzione morale, civile, politica del continente. L’Europa, infatti, è l’unico continente che ha un contenuto: così diceva lo spagnolo Ortega y Gasset, che a Ginevra non poté andare perché il regime franchista gli rifiutò il passaporto. Questo contenuto sono i principi della democrazia, è l’umanesimo della ragione, è un’idea di storia e di progresso. È anche la civiltà cristiana: è notevole pure il fatto che il coltissimo Contini noti quanto poco nella calvinista Ginevra risuoni il nome di Cristo, e gli venga fatto di obiettare che se è vero che Cristo non è una cultura, “è un po’ più grave che la cultura non sia Cristo”.

Qualunque cosa però si pensi dei giudizi di Contini e del tono concreto, civile e politico del suo reportage, su una cosa non si può non concordare: che oggi non c’è nessuna Ginevra. Che oggi in nessun luogo, non in una capitale e neppure in un piccolo borgo, intellettuali europei, filosofi o letterati, storici o musicisti, sentono l’esigenza di riunirsi per domandarsi dove va la cultura europea. E di domandarselo in termini vivi e reali. Sentite infatti che lucide parole: “Non si capisce che significhi una discussione sullo spirito europeo se essa non serve a una ricognizione delle specifiche istituzioni, fuor delle quali la sua stessa esistenza è revocabile in dubbio”. Capite? Si saranno pure riuniti, nel ’46, fenomenologi e ontologi e altre specie strane di pensatori, i discorsi saranno pure stati fumosi e ben poco traducibili l’uno nell’altro, ma c’era almeno l’esigenza di provarci, e non per la gloria e a beneficio dell’eterno, bensì per il proprio tempo e per i propri concittadini.

Ma di nuovo: quanta consapevolezza c’è oggi che con l’euro è in ballo un pezzo importante della civiltà europea? Che per esempio le tensioni nell’Unione stanno alimentando nazionalismi e populismi ed altre pulsioni pericolose per la tenuta delle istituzioni democratiche? E quanta coscienza c’è della necessità di riunirsi a Ginevra, o in qualunque altro posto, non per firmare vuoti e triti appelli ma per dimostrare la vitalità di una cultura, il suo interesse per il corso del mondo? Perché se questo non accade, si potrà dire quel che si vuole dei populisti o dei tecnocrati, ma bisognerà prendersela anzitutto con le proprie omissioni e le proprie assenze.

Il Mattino, 23 giugno 2012