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Il Mattino, 5 agosto 2009

«Amici, amici, non ci sono più amici!», diceva Aristotele, e siccome sono passati più di duemila anni, e quegli amici ai quali il filosofo voleva spiegare quanta rara fosse la vera amicizia devono essere passati a miglior vita da un pezzo, la situazione, per l’amicizia, s’è fatta veramente difficile.
L’insegnamento di Aristotele ha attraversato i secoli ed è giunto sino all’arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols. Il quale però non si è limitato a dire che gli amici sono rari, o a distinguere, come il Filosofo, le amicizie interessate (tante) dalle amicizie disinteressate (poche, pochissime). Né ha pensato di sollevare l’aporia che i rivoluzionari francesi hanno lasciato in eredità al mondo moderno, non spiegando come promuovere la «fraternité» che mettevano accanto alla «liberté» e all’«egalité», sicché si sono fondati per secoli partiti della libertà o dell’eguaglianza, mentre alla più amichevole fratellanza è andato solo l’omaggio formale tributatogli con l’Inno alla gioia di Beethoven nelle cerimonie ufficiali dell’Unione europea.
No, Nichols ha voluto aggiungere di suo una più che preoccupata riflessione a proposito dei social network che vanno oggi per la maggiore, come Facebook, Myspace o Friendfeed, sui quali è possibile fare un mucchio di nuovi amici: basta accettare con un clic la richiesta di amicizia di chi viene a bussare alla tua homepage, e il contatto è stabilito. Nichols ha spiegato molto saggiamente che la vera amicizia è un’altra cosa, che non si può chiamare amicizia uno scambio virtuale di messaggi tra perfetti sconosciuti, che quel che conta non è la quantità di amici, ma la qualità, e che la superficialità di una simile rete di relazioni mette in pericolo il valore stesso dell’amicizia. Esagerando un po’, ha infine paventato il pericolo che il trauma causato dal vedersi rifiutata l’amicizia online possa indurre i giovani al suicidio – nel che è evidente che le paure per la sorte dei giovani sono anzitutto le paure che l’incapacità di padroneggiare nuovi strumenti suscita invece nei vecchi.
Che si tratti di esagerazioni è facile, peraltro, mostrarlo. Per rimanere in materia, basti pensare che la stessa preoccupazione nutrita dall’arcivescovo si manifestò quando comparvero i primi amici di penna: qualcuno pensò che con la diffusione della scrittura il numero di falsi amici sarebbe incredibilmente aumentato, visto che è molto più facile simulare amicizia per iscritto che non guardando qualcuno negli occhi. L’autenticità andava a farsi benedire – e pare andarci sempre più, nell’epoca della moltiplicazione tecnologica dell’amicizia.
Più in generale, la denuncia del carattere disumanizzante della tecnica accompagna l’uomo da che è uomo. Si potrebbe addirittura provare a definire la specie umana in ragione della capacità, che possiede in esclusiva, di disumanizzarsi: in effetti, nonostante i profondi cambiamenti intervenuti nei loro rispettivi ambienti naturali e stili di vita, a cavalli o cani, gatti o piccioni proprio non è riuscito, di disanimalizzarsi.
La denuncia si è poi andata accentuando via via che si è accentuato l’impatto dell’innovazione tecnologica sulle nostre vite, e sotto questo aspetto la presa di posizione di Nichols rientra a pieno titolo nel filone di interventi allarmati nel quale spicca l’ottocentesco anatema di papa Gregorio XVI contro le ferrovie, strumento del demonio: si vedeva infatti che, facilitando gli spostamenti, sradicando dal suolo natio, i binari portano lontano dalle tradizioni e dai costumi aviti (e quindi anche dagli amici, dalle mogli e dai buoi dei paesi tuoi). Disumanizzano, appunto.
Ora, se non si vuole che simili angosce vengano ridicolizzate, occorre perlomeno rispettare una regola vecchia come una favola di Esopo: gridare “Al lupo! Al lupo!” ad ogni nuova moda non aiuta a capire se e quando la tecnica ha raggiunto davvero una soglia decisiva, se davvero la nostra umanità è minacciata dal lupo famelico della tecnica. E invece una volta gli arcivescovi, un’altra i sacerdoti laici delle anime, cioè gli psicologi di ogni specie (questi ultimi in verità persino più di frequente) non si può dire che gli uni e gli altri abbiano mai saltato un giro: prima la televisione, poi i videogames, quindi i telefonini, infine l’Ipod, ora i social network, ad ogni novità non fanno che mettere in guardia contro il disumanizzante predominio della tecnica. Senza dire che, non fosse per la tecnica, saremmo ancora come i gatti o i piccioni.
Dopo di che non ci è però proibito di pensare a quel che sta succedendo adesso, sotto i nostri occhi. A come cambiano le nostre vite. E pensare significa sottrarsi ai due atteggiamenti più facili. Uno è facile individuarlo: si tratta di quel riflesso conservatore per cui ad ogni cambiamento si sospetta che l’umanità sia alla fine. Al suicidio. La reazione Nichols, insomma. L’altro è invece più sottile, ma non meno familiare, e consiste in quella generica fiducia liberale per la quale siamo portati a pensare che, cambiano i tempi, cambiano i modi, ma l’uomo è sempre lo stesso – e così pure l’amicizia. E in questo modo in nessun cambiamento si riesce più a vedere non quel che viene alla fine, che se è giunto alla fine è probabile dovesse finire, ma quel che invece può avervi radicalmente inizio.
(Come si capisce, sono rientrato dalle ferie)

Regole per salvare l'identità on line

Che ve ne pare della ripetizione? Vi piacciono gli originali, le tirature limitate, odiate le copiee diffidate delle imitazioni? Allora non è che semplicemente siete lettori della Settimana Enigmistica, il giornale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, ma è che vivete proprio nell’epoca sbagliata. Perché dalle fotocamere ai videofonini, dagli mp3 ai canali satellitari, questa è l’epoca della riproducibilità tecnica, della moltiplicazione, della proliferazione – e naturalmente anche della contraffazione. In un’epoca del genere, può capitare che qualcuno si registri su un social network, ad esempio su Facebook, col vostro nome e cognome (e magari ci metta pure una vostra foto). Da quel momento in poi, una vostra copia virtuale potrà farne di cotte e di crude, in rete, prima che vi accorgiate dell’imbroglio e lo denunciate. Può succedere anche che qualcuno vi riprenda per strada con un cellulare, o in qualche luogo meno conveniente con una telecamera nascosta, e riversi poi su Youtube il filmato. E per quel canale, o per qualunque altro canale di condivisione di file, un numero illimitato di copie di voi stessi potrà circolare incontrollato nel web, che lo vogliate o no.

Non c’è scampo, tracce della nostra esistenza sono ormai ovunque. Si può esser sicuri che esiste già, da qualche parte, un pezzettino di noi digitalizzato e illimitatamente riproducibile: una voce, un immagine, una notizia che gli onnivori motori di ricerca sono pronti a mettere a disposizione di chiunque. E come le popolazioni indigene, a contatto con gli esploratori europei, rifiutavano di farsi fotografare perché temevano che la fotografia strappasse loro l’anima, così noi oggi temiamo il furto di identità on line, con la complicazione che ben difficilmente possiamo sottrarci ad esso. Quando poi qualche potere pubblico, per il rispetto di qualunque diritto sia stato nel frattempo violato, vorrà provare a cancellare questo enorme archivio di segni, sarà come svuotare il mare col secchiello: e in ogni caso tutto quello che nel frattempo sarà stato scaricato nelle private memorie dei personal computer si sarà sottratto facilmente ai controlli.

Che ora il governo italiano, per bocca del ministro Alfano, stia pensando a come mettere ordine nel mare magno della rete è cosa del tutto comprensibile, se non altro perché spazio virtuale non è sinonimo di zona franca, e il rispetto delle regole deve valere tanto per le strade della città quanto lungo le autostrade telematiche. Ma, come diceva Musil, non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno: è bene quindi lasciar perdere l’idea che le maglie della rete vadano serrate con lo strumento della legge penale, anche perché non risulta affatto dimostrato che un incremento significativo di reati sia direttamente proporzionale alla libertà di accesso alla rete.

Resta il fatto, si dirà, che in rete si trova di tutto. Il che è vero, come è vero però che di tutto si trova anche nel mondo. L’importante, piuttosto, è sapere dove ci si trova: mettere non divieti, ma se mai un po’ di segnaletica. Dopo di che, è dai tempi di Platone che si tengono in gran dispetto copie, duplicati e riproduzioni: siccome però non c’è modo di evitarle, perché tutto nell’ambito del sapere e della cultura in generale si basa sull’educazione, cioè sulla trasmissione, quindi sulla riproduzione, l’accigliato filosofo cercò in ogni modo di distinguere le copie buone da quelle cattive, quelle che a suo dire rispettavano l’idea (oggi diremmo: i valori) da quelle che invece la sfiguravano. Fatta la distinzione (e non è semplice), avrebbe voluto ritirare dalla circolazione tutte le copie cattive, tutti i racconti bugiardi, tutte le immagini immorali e licenziose. La cosa però non poteva riuscirgli: troppo vasto era il programma. E soprattutto presentava un difetto non da poco: eliminando via via le copie cattive, eliminava anche la possibilità che ciascuno si eserciti nel compiere per sé la distinzione. Ora, che cos’è questa possibilità se non ciò che per secoli abbiamo chiamato anima? Partito col proposito di proteggerla, per eccesso di zelo, avrebbe finito in realtà con l’impedirne la fioritura, che si realizza solo nell’esercizio individuale. Fuor di metafora, e adattando ai tempi: il decoro generale si paga a prezzo del grigiore generale.

Il punto non è dunque se non si debbano limitare gli eccessi, ma come limitarli. Se qualcuno li elimina per tutti, nessuno salvo uno avrà più una cultura del limite. E quell’uno, peraltro, la perderà facilmente, non essendovi nessun altro che potrà limitarlo. Certo, della rete fa spavento anzitutto la dimensione. Possiamo con un clic accedere a miliardi di documenti, file, siti: chi potrà mai scrutinare, ispezionare, controllare questa spropositata mole di dati? Preoccupiamoci allora di regolare il traffico generale, ma soprattutto di affinare il controllo di qualità all’ingresso della nostra anima. Dopotutto, almeno la sua capienza non è aumentata né diminuita di molto.

(Il Mattino)

Gruppi normali e gruppi non normali

Mi rendo conto che mentre il blog langue già la prima mossa potrà sembrarvi azzardata, ma insomma: da qualche giorno ho aperto il mio bravo account su facebook. Quello che ho fatto oggi, però, va al di là di ogni buona creanza: ho creato il gruppo di quelli che non aderiscono a nessun gruppo, mettendovi ipso facto nell’impossibilità di iscrivervi. Son cose.