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L’Europa à la carte dei 5 Stelle

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Ora Luigi Di Maio pensa che non sia più il momento di uscire dall’euro. Non è ultimo dei repentini mutamenti di rotta del Movimento Cinque Stelle, e non sarà certo l’ultimo. Semplicemente, sta accadendo che per il Movimento la possibilità di andare al governo del Paese si avvicina, e le posizioni più dirompenti si mutano in più realistiche valutazioni di opportunità. Ieri bisognava lasciare l’euro, oggi non più. Ieri bisognava indire un referendum per far decidere gli italiani, oggi il referendum viene derubricato a “extrema ratio”: non una cosa che bisogna fare per rispettare religiosamente la sovranità del popolo – anzi: l’espressione diretta della sua volontà –, ma l’ultima delle strade che a malincuore un governo pentastellato percorrerebbe, se proprio nulla in Europa dovesse cambiare.

Si può leggere questo evidente cambiamento di linea politica in due modi: come una prova della definitiva maturazione del Movimento, della progressiva marcia di avvicinamento alle istituzioni e dello stemperarsi dei più accesi ardori populisti e antisistema, oppure come ennesima dimostrazione dell’inaffidabilità di una formazione politica, che riesce a dire tutto e il contrario di tutto, a giocare più di una parte in commedia, a mutare il proprio profilo a seconda delle circostanze, delle conveniente, dei sondaggi.

Di Maio giustifica questa svolta così: l’Europa del 2013 non è l’Europa del 2018. Il che è vero, naturalmente. Si può però ipotizzare che anche l’Europa del 2023 sarà diversa da quella di oggi. Oppure, senza aspettare tanto, che l’Europa del 2021, quella che dovrà dotarsi di un nuovo bilancio, sia ancora ben lungi dall’avere un profilo, e non è detto affatto che, quando l’avrà, somiglierà all’Europa che oggi Di Maio vede cambiata. Oppure ancora che l’Europa delle prossime elezioni europee, quelle del 2019, sarà diversa sia da quella delle precedenti elezioni del 2014, che, di nuovo, dall’Europa odierna. Cosa dobbiamo attenderci allora, dai Cinque Stelle, dinanzi a tutte queste scadenze? Quante svolte ci saranno ancora?

Il fatto è che l’ancoraggio europeo non può non costituire una scelta strategica fondamentale, durevole e di lungo periodo. In grado di reggere dinanzi ai cambiamenti di ciclo politico. Oggi Di Maio scopre una Germania più debole, per via delle difficoltà della Merkel nel formare un governo. Ma se, dopo il congresso dei socialdemocratici, le trattative in corso sfoceranno nella riedizione della Grosse Koalition fra Cdu e Spd, Di Maio cosa farebbe: tornerebbe a ventilare la possibilità di un’uscita dalla moneta unica? Mentre nota l’impasse politico in Germania, Di Maio, peraltro, non mostra affatto di accorgersi che in Francia è stato eletto Macron, sulla base di una forte vocazione europeista, rilanciata con accenti ispirati nello scorso settembre, con l’ormai celebre discorso alla Sorbona: su questo, il candidato premier dei Cinque Stelle non dice nulla, e dunque non fa capire se, referendum sull’euro a parte, ha in animo di condividere e sostenere l’impegno del Presidente francese per un rilancio del percorso di integrazione europeo.

In realtà, il referendum non è l’unica cosa che i Cinque Stelle dovrebbero mettere da parte, se volessero fare dell’ultima presa di posizione di Luigi Di Maio qualcosa di diverso da un furbesco appeasement con l’establishment, pronunciato per motivi principalmente elettorali.

Perché mentre Di Maio lascia scivolare molto sullo sfondo l’arma fine-di-mondo del referendum (che sarebbe solo consultivo, ma non consulti decine di milioni di persone se poi non vuoi fartene nulla di un tale consulto), i Cinque Stelle in Europa continuano a sedere nel gruppo politico guidato da un certo Nigel Farage, il leader dell’Ukip, fra gli attori principali della Brexit. Proprio la vicenda della collocazione nel Parlamento europeo è stata massimamente indicativa: prima corrispondenza di amorosi sensi con l’antieuropeista Farage, difeso a spada tratta contro la cattiva stampa di cui godrebbe immeritatamente; poi, per un attimo e con una giravolta davvero sorprendente, in realtà semplicemente opportunistica, con i liberali dell’ultraeuropeista Guy Verhofstadt: una posizione che più antipodale non si potrebbe. Quindi daccapo, come il figliuol prodigo, con il focoso leader britannico, insieme al quale i grillini continuano a votare, trovando nell’euroscetticismo il più ampio dei comuni denominatori disponibili a Strasburgo.

Forse l’unica cosa certa, in questo disinvolto ondeggiare, è che Di Maio non ha molta voglia di confrontarsi su questi temi, e preferisce sgombrare il terreno da insidie e polemiche, che distoglierebbero l’attenzione dell’opinione pubblica dai cavalli di battaglia del movimento. Col che però si dimostra che non è certo l’europeismo, e nemmeno l’antieuropeismo, la ragione per cui Di Maio vuole andare a Palazzo Chigi. Ma può la questione dell’integrazione europea rimanere ai margini del dibattito pubblico, o essere trattata.

(Il Mattino, 10 gennaio 2018)

Se Salvini e Grillo stanno con Putin

trump putin

La risposta militare di Donald Trump all’uso delle armi chimiche da parte del regime di Bashir al-Assad ha dato uno strattone robusto all’opinione pubblica internazionale. Inorridita per l’uso del gas da parte del dittatore siriano, ma forse non altrettanto convinta delle buone ragioni dell’intervento americano: non bisognava attendere un pronunciamento formale delle Nazioni Unite? Non bisognava portare la decisione sull’impiego delle armi dinanzi a qualche foro multilaterale? Non doveva esserci l’Unione Europea a fianco dell’America? Accanto a questi dubbi che più o meno ricorrono sempre, tutte le volte che si dimostra l’inanità degli organismi sovranazionali, quasi sempre bloccati da veti reciproci e incapaci di intraprendere iniziative autonome, stanno i dubbi sul nuovo Presidente a stelle e strisce: chi è Trump? Non aveva cominciato la sua Presidenza rispolverando tentazioni isolazionistiche? Non era pappa e ciccia con Putin? E com’è possibile allora che scaraventi 59 missili Tomahawk su una base militare del regime siriano, che agisce sotto la protezione della Russia? E qual è, in generale, la strategia americana per il Medio Oriente?

A scorrere le agenzie che si susseguono in queste ore, si scopre con qualche sorpresa che il maggiore sconcerto lo si registra non tra le file della sinistra, bensì tra quelle della destra che avremmo fino a qualche giorno fa – o forse fino a un minuto prima dell’attacco – qualificato come trumpiana, entusiasta delle scorrettezze politiche del neo-Presidente, e pronta a esultare per la fine degli equivoci buonisti dell’era Obama. Trump è quello del muro al confine col Messico, dello stop all’ingresso degli stranieri, dell’incremento del bilancio della Difesa, ma da ieri è anche quello del bombardamento della base siriana di Shayrat.

In Francia, dichiarazione di Marine Le Pen: «è troppo chiedere di aspettare i risultati di un’inchiesta internazionale indipendente prima di procedere a questo tipo di attacchi?». Dichiarazione della nipote, Marion: «Questo intervento è una delusione, è un danno per l’equilibrio del mondo». Certo, la destra francese ha una vivace tradizione di antiamericanismo, a cui può attingere in circostanze come questa. Ma anche in Gran Bretagna, il leader nazionalista Nigel Farage non ha rilasciato una dichiarazione di aperto sostegno. Tutt’altro: «Molti sostenitori di Trump saranno preoccupati per questo intervento militare: come andrà a finire?».

Se veniamo in casa nostra, le prese di posizione più apertamente contrarie le leggiamo tra i Cinquestelle. Dove Grillo aveva salutato con soddisfazione la comparsa dell’uomo forte Trump, all’indomani delle elezioni presidenziali, lì il deputato Di Stefano ha potuto tuonare: «sono bastati pochi mesi per allineare Trump ad un principio storico: in USA non comandano i Presidenti ma le lobby della guerra e del petrolio». In queste parole l’antiamericanismo ideologico che un tempo albergava nel pacifismo di sinistra (ma anche in certa destra estrema) torna ad esprimersi allo stato puro, grezzo, non mescolato con le prudenze dei comunicati ufficiali del Movimento, che parlano solo di «rischio» che si sia violato il diritto internazionale e, naturalmente, lamentano l’assenza dell’ONU.

Con Salvini le cose non vanno molto diversamente. Il leader leghista, che nei mesi scorsi aveva fatto circolare tutto contento la foto che lo ritraeva in compagnia di The Donald, ora parla di «pessima idea, grave errore, regalo all’ISIS». Mentre Giorgia Meloni teme che si continui la politica di Obama, con un sostegno indiretto al fondamentalismo islamico.

C’è un fronte “sovranista”, dunque, che si salda nella critica all’azione unilaterale del presidente americano, e che vede schierati dalla stessa parte Fratelli d’Italia, la Lega Nord e i Cinquestelle. (mentre tace la voce più moderata di Forza Italia).

A sinistra le cose stanno all’opposto. Il premier Gentiloni – che si è preso del «vassallo» degli USA dal terzomondista Di Battista – non diversamente dagli altri leader europei ha parlato di una «risposta motivata» al crimine di guerra perpetrato da Assad. Matteo Renzi gli ha dato manforte: «nessuno può permettere che dei bambini vengano uccisi nel modo in cui da anni in Siria si continua a fare».

Certo, se si guarda in fondo a sinistra, e si arriva sino al neosegretario di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, si trova ancora l’opposizione dura e pura contro l’imperialismo yankee: «I missili di Trump non sono al servizio della democrazia e dei diritti umani – ha detto Acerbo –, l’attacco americano è un atto di terrorismo internazionale». Se però si lascia la sinistra antagonista i toni si fanno nuovamente responsabili. C’è il consueto richiamo al ruolo che l’Europa dovrebbe assumere sul teatro mediorientale, l’auspicio di Andrea Orlando che quello di Trump sia stato un «episodio isolato», e la preoccupazione di Enrico Letta per una politica estera americana «a zig zag». Ma il tradizionale ombrello atlantico sotto il quale la sinistra ha finito col ripararsi negli ultimi anni – dal Berlinguer che preferisce la Nato fino a Massimo D’Alema che approva le operazioni nella ex-Jugoslavia – è tornato ad aprirsi. Certo, si preferirebbe usare la coperta dell’europeismo. Ma siccome quella coperta è, nei fatti, solo un velo di ipocrisia che si squarcia ad ogni nuova crisi internazionale, al dunque la sinistra opta per l’interventismo americano anche se alla Casa Bianca non siede più il liberal Obama ma il rude miliardario Trump.

Così suona come un paradosso, quello che si disegna sullo scacchiere della politica nazionale: la destra non segue Trump e si schiera per la pace, come dice senza tema del ridicolo Salvini, mentre la sinistra vede i rischi che il neopresidente conservatore USA si accolla e li giustifica, anche se il confronto con la Russia si avvicina a un punto di non ritorno. «Ad un passo dallo scontro», scriveva ieri il premier Medvedev, mentre mandava una nave da guerra a incrociare dalle parti dei cacciatorpedinieri americani da cui è partito l’attacco. Scontro a fuoco per fortuna ancora no, ma scontro ideologico dai confini incerti tanto quanto l’intero ordine mondiale forse sì.

(Il Mattino, 8 aprile 2017)