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Nudi sulla rete, altro che privacy

Acquisizione a schermo intero 16042016 082121.bmpRaccontiamola un’altra volta, la sorte che ci capita in rete e i rischi che corriamo, perché, dopo le rimostranze di Apple contro l’FBI, ora è Microsoft che fa causa al Dipartimento di Giustizia dell’Amministrazione americana, colpevole di ficcare troppo spesso il naso nei profili online e autorizzare violazioni della privacy con troppa disinvoltura. È la mossa più aggressiva finora compiuta da Bill Gates contro il governo federale.

Dunque vediamo: se navigate online, lasciate tracce. Ovunque. Non basta eliminare file, cancellare la cronologia, svuotare le cartelle, proseguire la navigazione in incognito, usare password e falsi account: tutte le operazioni ordinarie che un utente normale esegue non sono sufficienti. Le tracce rimangono e sono captate. E non finiscono sotto la pacata bonomia o l’acume intellettuale degli investigatori da romanzo, con la pipa e la lente d’ingrandimento. No, finiscono dentro enorme banche dati fisicamente dislocate chissà dove, in cui, traccia dopo traccia, si deposita tutta la vostra vita.

Non vi capita già che Facebook vi ricordi i vostri ricordi più personali, che voi però non ricordavate più? Ebbene, voi non li ricordate, ma Facebook sì. I baroni della Rete conservano memoria di ogni cosa, e decidono loro cosa farne. All’ingresso, all’atto della registrazione, ciascuno di noi accetta distrattamente la policy dell’azienda, che leggiamo come leggiamo libretti d’uso e licenze: saltando all’ultima riga. Mettiamo la crocetta e, in un clic, accettiamo che siano le grandi aziende dell’hi tech a scrivere riga dopo riga l’edizione completa del libro del nostro destino.

La vera protezione che abbiamo, forse l’unica, è che a nessuno interessi leggere proprio quel libro: il nostro. Certo, i nostri dati verranno trattati statisticamente, e su di noi pioveranno pubblicità e proposte commerciali sempre più mirate, targettizzate, personalizzate, grazie ad algoritmi sempre più potenti. (Regoletta elementare: se gli algoritmi sono molto potenti, chi li adopera detiene molto potere). E naturalmente ci prendono, ma almeno ci prendono nel mucchio, e soprattutto in maniera del tutto anonima. È a macchine, insomma, che dobbiamo la cortesia dell’ultima offerta last minute, o del nuovo, imperdibile libro di Pinco Pallo.

Ma che succede se, dall’altra parte dello schermo, tra i circuiti dei nostri smartphone entra il Federal Bureau of Investigation? Microsoft ha fatto causa al governo nazionale degli Stati Uniti perché queste intrusioni accadono sempre più spesso, accadono senza che la persona sottoposta a indagine ne sappia nulla, accadono senza neppure che sia fissato un termine temporale a queste palesi violazioni dalla privacy.

In nome della sicurezza, ovviamente, della minaccia terroristica e delle necessarie attività di intelligence. Ma il risultato è un drastico abbassamento della soglia di protezione dei nostri dati personali.  E ciò accade non solo perché in rete, sul nostro conto, si trova ormai più roba di quanta ce ne sia nella nostra stessa testa, ma anche perché vengono meno le garanzie che un’idea illuministica e liberale del diritto ci aveva abituato a considerare intangibili. Pensavamo cioè di non poter finire più in un processo kafkiano, in cui non è chiaro chi indaga sul tuo conto e perché. E pensavamo pure che sotto lo scrutinio degli apparati di sicurezza, con il permesso dell’autorità giudiziaria, si potesse finire solo per un tempo determinato, e in forza di esigenze chiare, circoscritte e ben motivate. La denuncia della Microsoft ci toglie questa ingenua confidenza.

Alle prese con la dose di cavallo delle intercettazioni che i quotidiani ci regalano un giorno sì e l’altro pure, e sotto il pressante invito ad allungare il più possibile i termini della prescrizione (accompagnato da pesanti sanzioni morali per chi pensasse di non accoglierlo), la causa intentata da Microsoft potrebbe farci sorridere.

E invece si tratta di una questione centrale delle società contemporanee, che ha davvero a che fare con le nostre libertà. Ora però, se ho raccontato tutta quella storia, è per sottolineare un paio di altre cose, che una volta che avremo preso partito per il gigante buono contro il poliziotto cattivo rischiamo di trascurare.

E cioè che dobbiamo difendere la privacy con le unghie e coi denti, ma è meglio che ci dimentichiamo proprio di avere una vita privata, se per vita privata intendiamo uno spazio in cui abbiamo accesso solo noi e chi vogliamo noi. Perché quando decidiamo di entrare in rete (e non possiamo non entrarvi), varchiamo un cancello di cui non deteniamo più le chiavi. Chattiamo magari da casa nostra, ma non stiamo più a casa nostra. Poi, certo, la chiave abbiamo deciso di darla a Microsoft, Apple o Facebook e non al governo, ma né Microsoft né gli altri sono il nostro vicino di casa. Ci ispirano più fiducia, ma solo perché la fiducia è parte fondamentale del loro stesso business, di cui sono ovviamente gelosissimi.

E anche perché qui da noi, come in tutto il mondo, dei poteri pubblici diffidiamo, a torto o a ragione, sempre di più.

(Il Mattino, 15 aprile 2016)

La sovranità dei baroni del terzo millennio

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Apple ha detto di no. L’Fbi ha chiesto all’azienda di Cupertino di accedere ai dati dell’iPhone di Syed Rizwan Farook, uno dei due assassini della strage di San Bernardino, in California. L’accesso richiede la decrittazione del telefono cellulare, e la Apple si é rifiutata di fornire alla polizia federale l’assistenza tecnica necessaria a violare il codice di protezione dei dati. Ne aveva il diritto? Sì, dal momento che il giudice aveva dato facoltà all’azienda di contestare l’ordinanza. Ma non è detto che finisca qui, e che le esigenza di sicurezza alla fine non prevalgano sulla protezione della privacy che la Mela ha inteso assicurare opponendo il suo diniego. Non è detto cioè che il rifiuto di collaborare non venga superato da una nuova ordinanza del giudice.

Il conflitto però ci riporta indietro, molto indietro. Ci riporta a tempi precedenti l’invenzione moderna della sovranità. La quale nasce come quell’autorità sopra la quale non ve n’è nessun’altra, e alla quale tutti gli altri poteri della società devono sottostare. Certo, si tratta di una nascita contrastata, e intimamente dialettica: non vi sarebbe motivo di erigere sopra le nostre teste un potere così grande, infatti, se questo potere non desse in cambio qualcosa. Sicurezza, innanzitutto: era quello che pensava Hobbes, il più grande teorico della sovranità statale. Ed è in nome della sicurezza che l’Fbi ha chiesto all’azienda di Copertino di entrare nel cellulare, cioè nella sfera privata personale di Farook. Ma i pensatori liberali, che dopo Hobbes hanno continuato a lavorare sull’idea di sovranità, hanno aggiunto alla relazione col potere sovrano qualcos’altro: che sicurezza sarebbe mai quella che mette nelle mani di qualcuno  un potere così assoluto da potersi infilare ovunque? Chi mai può sentirsi sicuro, se non vi è alcuno spazio in cui essere garantiti dalle intromissioni altrui? E soprattutto, a che serve esser sicuri, se non si è anche liberi?

Sono stati a lungo questi i termini del problema politico moderno: sicurezza e libertà. Come si è complicata nel tempo l’idea di sicurezza, dovendo includere una qualche misura di libertà, così in seguito si è complicata pure l’idea stessa di libertà, che è venuta via via includendo dimensioni sempre più ampie del vivere civile e sociale.

Ma con la decisione di Tim Cook, il Ceo della Apple, di dire no agli agenti federali, i termini non sembrano complicarsi soltanto, ma più radicalmente paiono mutare. Comunque finirà il conflitto, e posto pure che finirà per davvero in un’aula di tribunale e per la decisione di un giudice, magari dopo il ricorso dell’Fbi, quello che è andato in scena somiglia a uno scontro di tipo nuovo, anzi molto antico. Ricorda quello avveniva prima dell’invenzione moderna dello Stato, prima della costruzione della sovranità, molto prima della politica democratica, quando i re, ben lungi dal comandare assolutamente, dovevano misurarsi con altri poteri, assai poco remissivi. Dovevano cioè venire a patti, senza poter imporre una soggezione assoluta. Fu il caso della Magna ChartaLibertatum, concessa da Giovanni Senzaterra. Molti la ricordano come il primo riconoscimento dei diritti dei cittadini, ma di fronte al re non stavano affatto cittadini, bensì i baroni del regno d’Inghilterra. Tim Cook, Bill Gates e gli altri signori della Rete come i baroni del terzo millennio, dunque? In un certo senso sì, il paragone non è così strampalato. Perché, certo, la Apple difende la libertà personale dei suoi clienti, ma per l’appunto, si tratta di «suoi clienti».Non siamo noi a difenderci dalle incursioni dell’Fbi. Ma è un’azienda, il cui potere non è contenuto entro i confini dello Stato nazionale e che quindi è sempre più difficile circoscrivere – territorialmente e giuridicamente – a ergersi, come i baroni inglesi nella brughiera di Runnymede, a difensori della nostra libertà. Ciò che peraltro i maghi di Cupertino (i tecnici di oggi sono i maghi di ieri) non intendono cedere all’Fbi, non sono i dati privati del killer di San Bernardino, ma la chiave che consentirebbe all’agenzia federale l’accesso illimitato all’utenza Apple. Un po’ come cedere le chiavi del proprio castello. La Apple difende cioè la propria esclusiva, un proprio privilegio. La nostra libertà è in gioco solo indirettamente, grazie allo scudo che non noi ma il nostro cavaliere senza macchia e senza paura oppone al sovrano. Il che però vuol dire che abbiamo la nostra libertà solo nell’ambito del vassallaggio a cui la Apple ci costringe. Siamo divenuti vassalli del sistema Apple, da che eravamo cittadini dello Stato.Istintivamente facciamo il tifo per la Mela di Cook, perché è la Apple che ci mette tra le mani oggetti così accattivanti come gli iPhone e gli iPad, mentre quelli dell’Fbi ci sembrano cattivi e portano le pistole. Ma attenzione: non è che senza volerlo ci stiamo infeudando a poteri assai meno democratici di quelli che abbiamo conosciuti finora, finendo così dalla padella nella brace?

(Il Mattino, 18 febbraio 2016)