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Bronci

“Non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno”. Così, con una citazione di Robert Musil, Massimo Adinolfi ha spiegato ieri il senso del “rapporto” elaborato dal gruppo di filosofia della fondazione ItalianiEuropei. Una citazione che si potrebbe considerare già smentita dal fatto che la fondazione presieduta da Massimo D’Alema e Giuliano Amato abbia un “gruppo di filosofia”, e che in quella sede, assieme a giuristi quali lo stesso Amato, Luigi Ferrajoli e Stefano Rodotà, il suddetto gruppo si ritrovi a discutere il proprio lavoro per buone tre ore.

(continua)

"From Plato onwards, Communism is the only political idea worthy of a philosopher"

(Come che sia, qui è come la vede il Guardian, a proposito di On the Idea of communism. Qui potete ascoltare Rancière, Badiou, Zizek. Qui invece potete leggere Nancy).

(Se però non vi basta: Roma, 3 aprile, Palazzo Marini, Sala delle Colonne, via Poli 19, ore 17.30 E. Laclau, La ragione populista, con l’autore e con almeno un paio di persone in gamba)

Lo schifo

Stimo molto Severino, moltissimo, ma questa volta mi ha fatto davvero arrabbiare. Magari è colpa dell’intervista, ma lui non è obbligato a farsi intervistare, per far sentire la sua voce: ha invece la possibilità di scrivere, per il Corriere, pagine intere sulla faccenda. Spero perciò che lo faccia.

Severino mi ha fatto arrabbiare (come mi arrabbio solo con chi stimo veramente) perché non può lasciare che la filosofia dica che in corso è solo lo scontro fra due forme opposte di violenza, e buttar lì che lui, per sé, farebbe, ove potesse, testamento per "rifiutare tutto". In questo modo, con la scusa che le grandi cose non avvengono dall’oggi al domani (ma se è per questo non avvengono neanche dall’oggi al dopodomani), non solo lascia pensare che la filosofia non abbia nulla da dire, ma che lo "schifo" che lui prova nel pensarsi attaccato a tubi e sondini non ha nulla a che vedere con la filosofia. Una filosofia che non sostenga il suo schifo (o qualunque cosa sia) o uno schifo che non abbia una filosofia per dirsi e per pensarsi, non servono a nulla. Letteralmente: a nulla.

D'Alema si fa la corrente filosofica e discute di religione

A me l’idea che uno si faccia la corrente filosofica mi piace da morire. (Ancor più mi piacerebbero un lago filosofico o un mare filosofico: ma non si può avere tutto). A uso però dei relatori alla Summer School di Filosofia e Politica della Fondazione ItalianiEuropei, che si apre dopodomani, tengo a precisare che nessuno li considera affluenti, né considero me stesso, purtroppo, sorgente, letto o foce di alcunché. Al massimo sifone.  

(Per chi fosse interessato, l’articolo è qui). (Per chi proprio fosse interessato, al link di sopra trovate anche le schede di presentazione delle diverse sessioni in cui si articola la School)

Should I stay or should I go?

Should philosophy have something to say to non-philosophers? Should philosophy be pursued only by those trained in philosophy? Should academic teachers of philosophy consider themselves philosophers in virtue of the fact that they teach philosophy? And should analytic philosophers deny that continental philosophers are philosophers at all, or acknowledge that they represent different modes of philosophizing?
Sì; No; Ma che sei scemo?; Sì, sei scemo.
P.S. Il titolo è un amletico omaggio alla mia gioventù

Un gesto coraggioso

Torno su Mancuso, per linkare la migliore difesa del libro L’anima e il suo destino (grazie a Roberta De Monticelli, su InSchibboleth). E’ una difesa che non entra nel merito, non discute il contenuto della posizione di Mancuso, si ferma sulle soglie del libro e giustifica "il gesto coraggioso" di Mancuso, che ha posto fine all’epoca del doppio binario: "la gran dialettica filosofico-teologica fuori, il catechismo un po’ nascosto dentro".

In effetti è così. E ha ragione la De Monticelli: dire che, quale orrore, è un libro ‘pop’, non risolve gran che. Avendo poi qualche conoscenza dell’attuale "gran dialettica filosofico-teologica fuori", cioè dei Cacciari, dei Donà, dei Vitiello che dialogano con i Bruno Forte e i Piero Coda, devo dire che sì: il dialogo non si svolge mai sulla lettera catechistica (chiamiamola così). Ed è giusto che Mancuso si sia un po’ stufato. I filosofi no, poiché non hanno bisogno di difendere quella lettera, ma i teologi: non dovrebbero spiegare come andrebbe difesa? Oppure non va difesa? L’impressione che ho ricevuto, leggendo commenti qua e là di credenti seri e impegnati, è che costoro vedono bene come l’esperienza cristiana della fede, alla lettera, sia molto lontana dalle pagine del libro di Manuso, ma evidentemente confidano in un’intelligenza di quella lettera in cui Mancuso non confida più. Perché essi vi confidino, però, non è chiaro. Mancuso ha voluto chiarirselo, ha voluto provare ad immaginare di poter dialogare ‘fuori’ proprio di quella lettera, senza nasconderla.

Da questo punto di vista,è veramente esemplare la risposta (secca, priva di particolare sapienza teologica, ma secca e diretta) che Vito Mancuso ha dato qualche settimana fa a Bruno Forte. Di solito, la "gran dialettica filosofico-teologica fuori" discute dottamente del peccato originale, o della salvezza in Cristo, senza porsi però le domande che ad esempio pone nella replica Mancuso. Ad es.: d’accordo, e i non battezzati? O cambi la lettera del dogma, o la nascondi. Non puoi abolire il Limbo, tenere il peccato originale e il sacramento del battesimo nel suo significato tradizionale, e però dire che i non battezzati non vanno all’inferno. Alla lettera ci vanno, eccome se ci vanno (o ci dovrebbero andare).

(Però, sia detto en philosophe, nella replica Mancuso ha solo parzialmente ragione su Kant. Anzi, ha fondamentalmente torto).

Non solo totale, ma totalizzante

"La questione fondamentale è dunque la seguente: è possibile esprimere un contenuto ultimo e supremo in un formato la cui qualifica come mezzo di comunicazione comporta l’incapacità a fornire contenuti totalizzanti?".

Lo so che il contenuto ultimo e supremo in questone è somminstrato dalla filosofia, ma non chiedetemi quale sarebbe il mezzo (oppure il medio, o il luogo), in cui si potrebbero viceversa fornire dei bei contenuti totalizzanti. La nuova rivista online Sophias schiera i nomi di Cacciari, Sini ed Eco, ma l’editoriale di presentazione – per la verità, l’unica cosa che ho letto finora – è francamente imbarazzante.

(Che poi, se l’interrogativo ha fatto sorgere in voi seri dubbi, proseguite pure così: "Il contenuto filosofico entra nel mezzo elettronico e lo disintegra nella pluralità che più si adatta al raggiungimento di una fruizione non solo totale, ma totalizzante". Che la pluralità in questione è in tutto uguale a quella di cui è capace una rivista cartacea, beh: questo è un dettaglio. Ma intanto grazie a una "capacita unica di corrispondere alla totalità multiforme dell’umano", grazie a questa corrispondenza, che permette ai "contenuti ultimi e supremi di pervadere il supporto mediatico su cui si innestano per piegarlo e informarlo della fruizione totalizzante che spetta loro essenzialmente", grazie a tutto ciò la filosofia ha finalmente la strada spianata. La network society è avvisata).

Sintesi

Gustavo Zagrebelsky, giurista, scrive un libro, Contro l’etica della verità (che non ho letto e di cui nulla so). Umberto Galimberti, filosofo, recensisce su Repubblica. E spiega: un conto è la verità definitiva, assoluta, un conto sono le verità sempre parziali, sempre suscettibili di essere riesaminate e riscoperte. Un conto è la conoscenza, un conto è la fede. Un conto è l’intelletto, un conto è la volontà. Un conto è la norma universale, un conto sono le situazioni particolari. Poi conclude: "Quando i cristiani e in generale tutti i detentori di una presunta verità assoluta riusciranno a convincersi che la politica e l’etica civile che ne deriva non sono la semplice applicazione delle proprie radicate fedi e convinzioni, ma mediazione tra fedi, convinzioni, opinioni, norme e concrete situazioni?".

Sono 8.808 caratteri: spero abbiate apprezzato la sintesi. Per mia parte aggiungo: un conto sono gli articoli di giornale, e va bene, un altro però è la filosofia. Per la quale non c’è termine su cui qui s’è fatto conto che non faccia problema. Problema, in particolare, nello starsene di qua mentre il dirimpettaio se ne sta di là. (Oppure voi sapete tracciare con nettezza la linea? E soprattutto sapete chi, tra i due termini opposti, la traccia?). Ma anche il cristiano. Mi metto nei suoi panni: nel venerdì santo, di quale verità assolute e definitive disponeva? E nel sabato santo, di quale verità assolute e definitive disponeva? E perfino la domenica, di quali verità assolute e definitive disponeva? Credeva, ma fino a un certo punto (al lunedì per esempio aveva ancora qualche dubbio), che Gesù fosse risorto. Ma che questo significasse per lui ciò che Galimberti intende per verità assoluta e definitiva ce ne corre. (Però d’accordo: è un’obiezione da fare anzitutto a Ratzinger).

La proposizione perfetta/6

"Se di qualcosa non sapete dar ragione, allora dite che questo qualcosa è la ragione di tutto".

(Le altre proposizioni perfette: la quinta. Qui i link alle altre quattro)

Ma perché dovrei occuparmi di filosofia?

Problema tra i massimi di cui si debba preoccupare chiunque sia impegnato con il Ministero nel definire gli sbocchi occupazionali e i profili professionali e le abilità e le capacità e le competenze e questo e quello. Leiter Reports segnala come metta la cosa il Dipartimento della Victoria University di Wellington, che per attirare un po’ di studenti ricorda un certo numero di laureati famosi in filosofia, da Bill Clinton e Papa Giovanni Paolo II (ne vene che in materia di etica sessuale lo studio della filosofia non ti influenza univocamente) Woody Allen e Bruce Lee (ne viene che anche il vostro destino cinematografico può prendere le vie più diverse). Poi ci sono le definizioni di cosa sia la filosofia (un movimiento lento), e infine le abilità:

» look at issues from multiple points of view
» solve problems
» think logically and critically
» think independently and creatively
» synthesise information and identify main points
» consider pros and cons of an idea
» identify mistakes in reasoning

Insomma, un buon blog.

Con la febbre, si sa, non si è lucidi abbastanza

Perciò prendete con beneficio d’inventario la considerazione, indotta dal riposo forzato, delle cose migliori dette finora nei corsi cassinati, giunti più o meno a metà dell’opera.
Filosofia del linguaggio (J. Derrida, Della Grammatologia):
la spiegazione di cosa voglia dire il “divenire immotivato del segno”. Con questo libro di Derrida io ho un problema: ho in testa le critiche di Vitiello (più o meno: “se Derrida fosse partito da Vico, invece che da Rousseau e de Saussure!”). Condurre la più energica delle possibili letture del divenire immotivato del segno, sostenendo (nei termini di Peirce) che un po’ di icona il simbolo non può non portarselo appresso (e viceversa), è servito, ai miei occhi, a ridimensionare il peso di quelle critiche
le istruzioni di lettura fornite ieri. Che, con buona pace della Kantphilologie e se necessario di Kant stesso, trascendentale non vuol dire soggettivo (così come empirico non vuol dire oggettivo). Poi c’è questa storia del soggetto trascendentale, coacervo che non piace a nessuno perché non rientra nelle condizioni analitico-formali di possibilità dell’esperienza, ed è psicologicamente insostenibile, e che perciò piace a me (perché doveva appunto inventarsi una cosa che non fosse né logica né psicologica). Altra istruzione: con buona pace della Kantphilologie e di Kant stesso, non c’è nessuna previa sintesi pura dello spazio e del tempo (se c’è, dov’è?). E ancora. La deduzione trascendentale non usa un modello analogico: come la sensibilità ha le sue condizioni, così ce l’ha pure l’intelletto. Messa così, la deduzione può finire nel cestino. E infine. Kant premette una specie di riduzione psicologica: siccome qualunque cosa sia conosciuta entra nell’animo a titolo di rappresentazione, siccome non ci occupiamo delle cose in sé, allora… Allora niente! Non c’è nessun animo in cui le rappresentazioni entrino prima di essere apprese, poiché l’animo stesso, in tutta questa storia, è un risultato e non un principio.
Qui la faccio semplice. La cosa migliore, infatti, è stata la riformulazione del triangolo semiotico.
Che però non so tracciare qui sul blog. Sicché ve lo linko, e metto il mio rudimentale schemino:
 
                    │
           cosa  │ cosa
                    │
(In realtà, sopra la cosa a sinistra ci dovrebbe essere una linea e quella cosa risultare barrata, ma non so come s fa. Nella versione hard per iniziati, che da qualche parte ha adoperato Sini, lo schemino consta invece della sola linea verticale spezzata).
P.S. A proposito di Kant, si apre oggi I turn round to Immanuel Kant

Soprannumerario

Ospite a Sora lo scorso anno, Ermanno Cavazzoni spiegò tra l’altro: lo scrittore è un animale solitario. Non si muove in branco, in gruppo. Non funziona, ad esempio: sei scrittori andarono a cena alla Taverna dell’Agnello. A cena, gli feci presente che non funziona neppure coi filosofi. E ora ne traggo conferma. C’è stato un bel congresso dell’American Philosophical Association – riferisce Philosophy now – e il figlio novenne di uno dei partecipanti ha scritto (libero adattamento): è stato orribile, c’erano 2000 filosofi che dicevano cose strane, molti avevano la barba e non ridevano mai.

Duemila. Duemila filosofi che pranzano, vanno al bagno, mettono cappotto: l’inensatezza è palese. Fare un mestiere per il quale anche solo uno in più ti fa sentire soprannumerario è veramente dura.

P.S. (Io, però, sarei uscito in giardino a giocare a pallone con mio figlio, per riscattarmi ai suoi occhi. Un giardino ci doveva essere per forza)

Tutti i filosofi di Ratzinger

Non è vero che Ratzinger è oscurantista. (In effetti, per Giuliano Ferrara, è addirittura neoilluminista). Per il vaticanista Andrea Tornielli (Tutti i filosofi di Ratzinger, Il Giornale, 7 febbraio)  Ratzinger "ha sempre mostrato una grande libertà e curiosità nel confrontarsi con le opinioni espresse dai filosofi": sono i docenti della Sapienza firmatari della lettera contro Ratzinger (e accecati dall’ideologia, suppongo: perché stupidi non sono) a non comprendere il pensiero papale.

Che son cinquant’anni che sta in questi termini: Pascal ha torto. "Il Dio della religione e il Dio dei filosofi coincidono pienamente", anche se il primo "aggiunge qualcosa" al secondo. (Peccato: un’inezia, un’incollatura, e c’ero anch’io). In verità, nel corso del suo stesso articolo, l’ottimo Tornielli tramuta, senza segnalare (o vedere) la differenza, la piena coincidenza in compatibilità, ma non fa nulla: non è questo il punto. Il punto è che la sintesi fra fede biblica e spirito ellenico (sintesi il cui frutto è la concezione cristiana di un Dio che è Ragione – come prima, solo con la maiuscola – ed Amore – cioè l’incollatura), "quella sintesi fu non solo legittima, ma necessaria".

Necessaria. Ora, come stiano precisamente le cose tra Atene, Gerusalemme e Roma (in rigoroso ordine alfabetico), io non lo so. So però che questa affermazione parla al più, a voler tutto concedere, a voler abbracciare senza incertezze il cristianesimo di Ratznger, di una necessità per la fede cristiana, non certo di una necessità per la filosofia. (Altrimenti, rinuncio a non sapere e domando dimostrazione). Il Dio cristiano si staccherà pure dalle nebbie del mito grazie al rapporto con la filosofia ellenica, ma – mi si perdoni – son problemi suoi.

(Sul resto dell’articolo conviene sorvolare. Tornielli non sembra preoccupato del fatto che usare la parola ragione non significa granché, quanto al fatto che davvero si ragioni. E’ entusiasta della scoperta che questo papa legga i filosofi, e non sa porre domanda alcuna sul modo in cui li legge. Chiama infine curiosità il fatto che il professor Ratzinger sapesse pescare di qua e di là, e non dà un nome alla cosa più importante, al fatto cioè che il pescato finisca sempre nella stessa rete,già comodamente predisposta).

La proposizione perfetta/5

"L’idea della scienza non è affatto un’idea scientifica. E’ un’idea filosofica e per niente scientifica"

(Le altre proposizioni perfette)

 

Tranquillità

Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e al Papa quel che è del Papa. Il discorso che il Papa aveva in animo di pronunciare alla Sapienza è un gran bel discorso. Non ho tempo né modo di condurre un’analisi critica approfondita. Mi limito perciò a due notazioni, una particolare e l’altra più generale:

1. Per delineare i contorni generali della riflessione filosofica sopra le condizione della legittimità politica moderna generalmente accettate, il Papa si riferisce essenzialmente a Habermas e Rawls.Io sono stato oggi a un certo incontro per una certa cosa che prima o poi comparirà pure sul blog, e avevo sul quadernetto questa bella considerazione: "A Theory of Justice di John Rawls, apparsa nel 1971, deve essere retrospettivamente giudicata – per usare la nota metafora di un filosofo che Rawls non amava, cioè Hegel – come una sorta di ‘nottola di Minerva che vola sul far del crepuscolo’, cioè come l’idealizzata ricostruzione post factum di un tipo di patto sociale che stava già esaurendo le sue potenzialità di sviluppo". Credo proprio che l’autore non avrebbe soverchie difficoltà a riferire questo giudizio anche alla teoria politica di Habermas. Ed io con lui.

2. Il Papa esprime il modello tomista dei rapporti fra filosofia e teologica con la formula "trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro ‘senza confusione e senza separazione’". Il ‘senza separazione’ significa che "la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica". Il che è vero. Ma ciò non toglie che, in primo luogo, tale dialogo può essere anche critico; in secondo luogo, che la sapienza storica necessaria per non pensare il soggetto pensante come un punto zero non è necessario che sia sapienza teologica; in terzo luogo, che se la sapienza teologica è parte della sapienza storica conta filosoficamente per quanto è appunto una tal parte (e se conta anche per altro, la legittimità di questo altro non discende affatto dal suo essere parte della sapienza storica, sicché questo altro non è legittimato veritativamente dalla considerazione che è parte di una sapienza storica. Pare perciò perlomeno azzardato affermare la verità di quella fede, del suo nucleo essenziale, sulla base della storia dei santi o della storia dell’umanesimo cristiano, come fa il Papa, tanto più che il nucleo essenziale è forse, ma questo è solo un mio sospetto, un po’ meno ragionevole di quel che il Papa dà qui ad intendere); in quarto luogo, che se vi è un rapporto tra filosofia e teologia, è da chiedersi anche se la questione della possibilità o delle condizioni di un simile rapporto sia filosofica o teologica, con tutto quel che ne consegue. E a questo proposito: non c’è alcuna ragione di pensare che se la ragione si chiude al messaggo che le viene dalla fede cristiana, allora è una ragione chiusa nel cerchio delle proprie argomentazioni. Qui c’è un palese non sequitur, e pure qualche problema nello spiegare cosa siano le argomentazioni non proprie della filosofia che, pur rimanendo argomentazioni (il Papa a questo tiene molto), la filosofia dovrebbe apprendere da qualche altra parte

Ciò detto, ripeto che per me è un gran bel discorso. Il Papa è veramente preoccupato che l’uomo moderno possa arrendersi davanti alla questione della verità. Per quel che mi riguarda, io, da buon spinoziano, sento di poterlo tranquillizzare.