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Divi: a ciascuno il suo (per la proliferazione relativistica dei sistemi valoriali)

V.: – Ma delle quarantenni o cinquantenni belle e intelligenti sanno ben distinguere tra un divo e un uomo -.

B.: – Quando dico ‘divo’, può anche essere un divo della filosofia, se la donna in questione è filosofa. Ognuno ha il proprio sistema professional-erotico o spettacolare di riferimento -.

(Lo psicanalista Sergio Benvenuto intervistato su la Repubblica delle donne di questa settimana da Patrizia Valduga, che però non deve avere un alto concetto dei professori di filosofia, visti i versi: "Perché anche il piacere è come un peso/ e la mente che è qui mi va anche via?/ Su, spiegamelo tu. "Per chi mi hai preso?/ Per un docente di filosofia?")

La verità: un esempio

"Dal punto di vista dei filosofi che lavorano nella tradizione inaugurata da Frege, vale a dire i filosofi analitici, è un errore concentrarsi sulla comprensione in questo senso più ampio [in quel senso in cui è compreso come oggetto di comprensione tutto ciò che può essere capito e che pertanto ha significato]. Un dipinto o un componimento musicale colpisce la nostra sensibilità. Può cambiare i nostri atteggiamenti, spesso anche profondamente, o arricchire le nostre emozioni, può perfino portarci a riconoscere come vera una proposizione che avevamo inzialmente scartato, ma di per sé non comunica conoscenza. La conoscenza consiste nell’appresione della verità delle proposizioni, e le proposizioni possono essere comunicate soltanto mediante un linguaggio" (M. Dummett, La natura e il futuro della filosofia, Il Melangolo 2001, p. 21)

Esempio. Cosa significa danzare? Danzare è un’attività abbastanza ampia e dai contorni alquanto indeterminati, e dentro ci stanno un mucchio di cose che non è facile ricondurre a un denominatore comune. Ma poniamo che sia possibile. Vi saranno dunque delle proposizioni vere in cui si dirà che danzare è questo o quello. Poi vedo quel certo quadro di Matisse. Si tratta solo di sensibilità e di emozioni? Oppure posso ridefinire che cosa sia danzare a partire da quel quadro? Perché debbo escludere per principio che un quadro possa dire la verità del danzare, di modo che le proposizioni vere che formerò a partire da quel quadro saranno altre e diverse? Perché devo stabilire per principio che al più sarà un esempio, un caso tra gli altri (o forse nemmeno quello)? E’ chiaro che il quadro non mi darà un denominatore comune, ma non mi è chiara la ragione per cui l’unico modo di dire la verità del danzare è mettersi in cerca del denominatore comune (e questa ricerca, poi, da cosa sarà guidata, visto che viene avviata prima ancora di sapere cosa è danzare?). Perché devo considerare che non sia conoscenza quella che il quadro mi offre? Mi pare chiaro che il quadro non sia una proposizione, ma le proposizioni non cascano dalle nuvole: perché non possono cascare dai quadri (posto pure che la verità debba accadere in forma proposizionale)? Mi pare anche probabile che il quadro mi dirà qualcosa circa il senso e l’essenza del danzare, e dunque si tratterà della verità nel senso in cui per esempio si parla di un vero uomo, cioè di un uomo che sia all’altezza del suo concetto (e non semplicemente della verità minimale, di appartenente alla specie umana), ma perché dovrei escludere a priori che a questa via appartenga qualche verità? Perché escludere a priori che le due vie si intersechino da qualche parte? Forse perché questa verità del danzare sarebbe contestabile, indimostrabile? Ma allora non si tratta di verità, bensì al più di certezza, di conoscenza certa e dimostrata (secondo determinate regole). (E’ peraltro difficile da dimostrare che la verità è quella cosa che deve essere dimostrabile. Si può forse assumere, non dimostrare). Ma allora perché, invece di farne una questione che concerne la verità, la conoscenza o l’arte, invece di dire che è un errore occuparsi di quadri (come fa l’ermeneutica) quando si ha di mirà la verità e la conoscenza della verità, non dire semplicemente che ci si limita a questo o a quello?

A la guerre comme à la guerre

Richard James ha dichiarato che la struttura rappresenta "un luogo dove verranno sviluppate bombe intelligenti contro bersagli molecolari in modo da potersi difendere dal nemico invisibile".

Chi è Richard James?

a – Un dirigente di una major hollywoodiana

b – Un medico

c – Uno dei massimi responsabili dell’antiterrorismo

(La risposta è qui, e la riflessione è interessante)

 

Come sarebbe perciò (e una quaternio terminorum)

"Basta leggere un libro di biologia o mettersi al microscopio per capire che ricerca scientifica e Vangelo non sono in contrapposizione": così Massimo Castagnola, docente di chimica e biochimica dell’Università Cattlica del Sacro Cuore di Roma, rassicura i lettori di Presenza, rivista della Cattolica di Milano, nell’ultimo numero (non online) dedicato alla visita del nuovo Papa.

Però è curioso: chissà come Castagnola immagina che sia fatta una contraddizione col (e nel) Vangelo, questo manuale di biologia e logica in uso presso antichi popoli mediterranei un po’ di anni fa. E chissà che uso fa del microscopio Castagnola, e cosa riesce a vedere grazie ad esso! Vede forse una molecola e pensa: no, questa non contraddice, vediamo quest’altra?

Notevole è pure questa affermazione: "La visione molecolare del mondo non potrà mai fornire una base razionale al logos". Che uno potrebbe dire con cattiveria: dunque questo logos è infondato! Oppure chiedersi perché Castagnola vuole una base razionale per il logos, visto che è come chiedere una base logica per il logos, o una base razionale per la ragione.

L’ultimo passo (della prima colonna, oltre non vado) è cucito con un ‘perciò’. Detto che la visione molecolare "non può dare risposte definitive o in qualche modo trasferibili a considerazioni trascendenti", Castagnola aggiunge: "Il ricercatore perciò non può manipolare il campione biologico utilizzando metodi che non rispettino la vita e la sua trascendenza". Perciò? Come sarebbe: perciò?

(Poi c’è un articolo di Galvan, docente di logica e filosofia della scienza alla Cattolica di Milano. Il quale dice che la scienza è aperta. E’ aperta perché ultimamente infondata (come qualunque impresa conoscitiva umana), è aperta perché lascia inspiegati i "problemi ontologici di fondo". L’una e l’altra cosa – aggiungo io per riassumere l’articolo – si vedono bene dal fatto che puoi sempre chiedere: ‘perché?’. Galvan conclude: "se la scienza è aperta, essa è anche disponibile a passare la mano alla filosofia per la discussione, aperta alla trascendenza, dei tradizionali temi concernenti l’origine metafisica del mondo e della soggettività". Figuratevi se io non son contento: la scienza passa la mano alla filosofia! Però: 1. lo scienziato che passa la mano può sempre aggiungere: la passo a te, filosofo, perché non si tratta più di sapere: fregato!; 2. Galvan dice "trascendenza", e con una sorta di quaternio terminorum, lascia intendere che quel che trascende la scienza è trascendente in senso religioso, metaempirico. E invece può essere trascendentale, o rescendente, o immanente o non so cosa).

Punto

Ma la secolarizzazione: a che punto siamo? A buon punto, a un punto di non ritorno, a un punto morto, a un punto fermo? Ora ve lo dico con precisione:
siamo a 1,740 (al 2001).
Si trova in rete il primo rapporto sulla laicità in Italia (pdf) curato dalla rivista Critica liberale, con un accurata misurazione statistica del processo di secolarizzazione della società italiana, fondato su un ben articolato sistema di indicatori (il numero che ho riportato è ovviamente comprensibile solo all’interno di tale sistema).
Ma il fascicolo contiene anche un intervento di Carlo Augusto Viano, etica laica ed etica cattolica.
Del quale non si capisce il titolo: che ci fa nel titolo la d eufonica, visto che di eufonico Viano non trova nulla? E anzi comincia col dire che, ben lungi dal rafforzarlo, la religione indebolisce il comportamento morale. Io, per me, accolgo l’interpretazione più morbida: religione e morale non sono la stessa cosa e possono entrare in conflitto.
Dopodiché, non mi dispiace affatto la formulazione conclusiva della morale laica di Viano: “Autonomia delle persone, disobbedienza alle autorità religiose, ricerca del libero accordo tra individui e uso di considerazioni sottoponibili al pubblico controllo sono i requisiti fondamentali di un’etica laica”. Mi dispiace invece che Viano mostri di considerare teologia e filosofia (leggi: metafisica) solo come pesanti bardature di cui liberarsi. (Tra l’altro: come se teologia e filosofia fossero la stessa cosa). Eppure, quando dà una prima formulazione della morale laica, frutto esclusivo di scelte individuali, aggiunge prudente che pone “notevoli problemi teorici”. Un’etica laica totalmente individualistica è “teoricamente problematica”. Un filosofo, quando incontra un problema teorico, ci si ferma un po’ su. Viano, no. Non a quel punto.

Serpico, Mann, Plotino e Schelling

La volta scorsa ci siamo soffermati sul Taurasi – vino campano di grande struttura – lodando il vitigno da cui è tratto, l’aglianico d’origine greca. Ma l’aglianico si offre come preziosa base per molti altri vini di altissimo prestigio (campani e lucani), nati dalla dedizione di vignaioli sapienti. È questo il caso del Serpico – a base di aglianico in purezza, appunto – prodotto dalle cantine Feudi di San Gregorio, i cui vigneti insistono sui medesimi territori che, al tempo del pontificato di Gregorio Magno, costituivano il cosiddetto Patrimonium Sancti Petri. Il nome Serpico nasce invece in omaggio di Sorbo Serpico, il borgo ove sorge la cantina di produzione. È vino che si rivela incisiva espressione della sua terra di provenienza, solidale alle boscose valli d’Irpinia. Gran parte delle uve adoperate per la vinificazione sono ottenute da viti centenarie ‘prefillosseriche’, situate ad un’altitudine di 400 metri sul livello del mare. La raccolta avviene manualmente, e con attenta cernita dei grappoli, fra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, per consegnare poi il vino ad un affinamento di 14 mesi in carati di rovere nuovo.
Alla vista il Serpico si presenta con denso impatto cromatico, di rubino con fondo purpureo, fino ai toni cupi della melanzana. Le fitte venature dei colori si intrecciano ad una trama olfattiva quanto mai articolata, in cui si avvicendano e fondono i frutti di bosco (mora, ribes nero) e la confettura di ciliegia, così come i toni speziati della cannella e dei chiodi di garofano. Ma il bouquet accoglie anche richiami di menta, tabacco, cacao e caffè, su fondo vanigliato. In bocca rivela tutta la sua complessità e ricca struttura. È vino ‘carnoso’, di superba concentrazione, dai tannini armonici, e che si dispiega con densa cremosità e morbidezza, richiamando anche al gusto i frutti di bosco. Il finale, di lunga persistenza, sprigiona note balsamiche. Ha 13,5° di alcol e attitudine all’invecchiamento. 
Direi che un vino come il Serpico ben si addice alle prime brume autunnali e ai primi freddi – evocando insieme impressioni visive che fanno pensare a quadri di Brueghel –  come a condividerne le pause che si accompagnano al lento ridursi delle giornate, e prestarsi così a letture complesse e profonde.
Lo trovo adatto, per esempio, ad accompagnare un’opera somma come Der Zauberberg (‘La montagna incantata’) di Thomas Mann.
In filosofia mi pare possa accordarsi con complesse geometrie speculative dalle radici neoplatoniche. Lo si gusti, dunque, provando a misurarsi con intrecci di pensiero esposti anche alla inquieta interrogazione del ‘divino’: dalle Enneadi di Plotino fino a Schelling, ad un’opera ‘inesauribile’ come la Philosophie der Offenbarung (‘Filosofia della rivelazione’). E proprio dalla Filosofia della rivelazione, infine, traiamo questa riflessione che dischiude ad una sapiente ‘simbolica’ del vino, evocandone la costitutiva ambiguità: «Il vino non è un immediato dono della natura, come il grano. È un succo spremuto con la forza, che passando attraverso una sorta di morte, ottiene una vita spirituale, nella quale (rinchiuso e conservato per così dire come un segreto) può durare più a lungo e dimostrare continuamente un carattere determinato, anzi individuale; ma esso dimostra la sua natura per così dire demoniaca o spirituale attraverso quella punizione che lo colpisce al tempo del fiorire della vite. Il vino è dunque il dono del dio già spiritualizzato […] è il dono che risveglia la vita più alta dello spirito e fa sorgere le gioie nascoste e i più profondi dolori della vita».
 
p.s. Tornando al testo della scorsa settimana, ho appena appreso che il prestigioso annuario dei vini “Gambero Rosso 2006” ha giudicato il Taurasi Vigna Cinque Querce 2001 di Salvatore Molettieri miglior vino rosso dell’anno. Si tratta di un riconoscimento altissimo e quanto mai meritato per un vignaiolo di ‘vera origine’.
by Walter

Della natura intrinsecamente sofistica del blog (e dello scacco della filosofia)

"La filosofia e il ragionamento sofistico non si possono distinguere, se ci si rivolge soltanto a ciò che è detto in quanto tale. Solo nella vivente realtà del dialogo, che unisce tra loro ‘uomini che sono ben disposti e che nutrono un reale rapporto con la cosa’ può riuscire la conoscenza della verità".

H. G. Gadamer, La dialettica di Hegel

La filosofia: cos'è.

Le filosofie speciali sono sette: della scienza, della religione, del diritto, della politica, del linguaggio, della storia. E l’antropologia filosofica

Le scienze con cui la filosofia intrattiene rapporti sono: matematica, fisica, biologia, linguistica, informatica, scienze sociali, psicologia, teologia, storiografia, storia della filosofia, storia della scienza.

Le discipline filosofiche sono cinque: metafisica, teoria della conoscenza, logica, etica, estetica.

Gli stili e i modelli teorici della filosofia nel ‘900 sono stati sedici. Sono un po’ troppi, non ve li enumero tutti

(La filosofia, a cura di Paolo Rossi, UTET, Torino 1995)

Il senso

Torna Essere e Tempo di M. Heidegger, in una nuova edizione italiana esemplarmente curata da Franco Volpi. Ne parla Sergio Givone, su Il messaggero di ieri, così concludendo:

"il fatto è che secondo Heidegger il pensiero filosofico è venuto a trovarsi di fronte a un’alternativa: o la filosofia riporta in primo piano, dopo averlo trascurato e anzi dimenticato, il problema del senso dell’essere, oppure tanto vale che dichiari bancarotta e lasci il campo alle varie scienze, che fanno benissimo il loro mestiere senza preoccuparsi di porre in questione tale senso. Resta da chiedersi che cosa accadrebbe se della filosofia non ne fosse più nulla. forse gli uomini sarebbero più felici o quantomeno non più tormentati da domande quali: che ci stiamo a fare al mondo? O forse una nuova e più buia notte si preparebbe per tutti".

No, senza la filosofia gli uomini non sarebbero più felici, non sarebbero meno tormentati. Ma con la filosofia siamo più felici o meno tormentati? E se no, che criterio è questo? Eppoi: le scienze possono fare a meno della questione del senso: gli uomini no. E perché? E non ci vorrebbe una filosofia per fondare questo bisogno di senso dell’uomo? Ma non ci muoviamo così in circolo? E non siamo ancora al vecchio adagio, che per smettere di filosofare bisogna ancora filosofare?

Ma poi: si tratta di questo, di ciò di cui l’uomo ha bisogno? Il senso dell’essere è ciò di cui l’uomo ha bisogno: e allora è davvero il senso dell’ essere? E qual è il senso di un simile senso?

Realismo thrillerista

Sono ancora in tempo, o i fuochi della polemica sollevata da Carla Benedetti si sono spenti? Che ne dici, Markelo (che ne dicevi pure qui)? E tu, Lalippa? Beh, in ogni caso ecco, in philosophicis, come la pensava Ludovico Wittgenstein:

"Davvero non riesco a capire come si possa leggere Mind invece di Street & Smith. Se la filosofia ha qualcosa a che vedere con la saggezza, senza dubbio in Mind non ce n’è neppure un granello, mentre spesso se ne trova un granello nei racconti polizieschi" (cit. in N. Malcolm, Ludwig Wittgenstein, Bompiani 1974).