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Grillo e la «gente che spara»

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«Non siamo più da tempo una repubblica parlamentare e forse non siamo più una democrazia»: e con queste delicate parole, all’uscita dall’incontro con il Presidente della Repubblica,  Beppe Grillo dice la sua sul ruolo del Parlamento italiano, che gli pare del tutto esautorato. Perciò Napolitano lo dovrebbe sciogliere. Poi va giù duro contro i partiti, che sono «morti», «spariti», e contro i giornali che non si avvedono che il suo Movimento è invece tutt’altra cosa, e dentro il Parlamento, «dentro una architettura fatta per i partiti» il Cinque Stelle non ci sta: è «come mettere un cerchio dentro un quadrato», ha detto, con scarsissimo senso geometrico. Infatti il cerchio dentro un quadrato ci sta e come: si chiama cerchio inscritto (e il quadrato, quadrato circoscritto), come si impara sui banchi della scuola. Ma non è la geometria il terreno più scivoloso delle proposizioni di Grillo.

È la balistica, o forse, più in generale, l’arte della guerra, vista la dichiarazione seguente: «La gente vuole prendere i fucili, i bastoni e sono io a dire proviamo ancora con i metodi democratici». Sembrerebbe dunque che siamo nelle mani di un avverbio, di un «ancora» a cui è sospeso un ultimo periodo di prova. Poi, più nulla fermerà bastoni e fucili.

Ora, questo genere di dichiarazioni non risuonano per la prima volta. La gente aveva i fucili in spalla già molti anni fa, quando a tuonare era Umberto Bossi, e i bergamaschi pronti a dissotterrare le armi erano trecentomila, secondo la prudente stima del leader. Era, quello, il primissimo tempo della seconda Repubblica, quando la Lega poteva ancora apparire a taluno un agente radicale di cambiamento. (E quando per la verità, c’era già chi diceva un’altra cosa che ha ripetuto ieri Grillo: «io potevo starmene a casa e godermi i miei soldi», ha detto, infatti, e non è il primo che, pur avendo i soldi, ha deciso di scendere in campo).

Poi però s’è visto com’è andata: di cambiamenti radicali ce ne sono stati assai pochi, e la scassata repubblica italiana ha retto all’urto del furente popolo della Lega. Il cerchio leghista non solo è entrato nel quadrato parlamentare, ma è pure andato al governo, e s’è poi stretto così magicamente attorno al suo leader da soffocarlo, segnandone la malinconica fine. A giudicare dagli ultimi risultati amministrativi, è difficile ipotizzare che la Lega ritroverà presto la sua forma primeva.

Insegna qualcosa questa storia di cerchi e di quadrati? Forse sì. Forse Grillo ne può trarre l’insegnamento più drastico: che provare «ancora» con metodi democratici, costituzionalizzare la protesta, parlamentarizzare il confronto politico rischia di snaturare il movimento, e non c’è dubbio che nei toni di certe sue dichiarazioni si avverte anche qualcosa del genere. Ma come si concilierebbe una simile posizione intransigente con il bonario profilo dei «cittadini» entrati in Parlamento, con la presenza nelle Camere, il lavoro in commissione, e, oggi, l’incontro con il Capo dello Stato? Non si concilia. Quell’avverbio, l’«ancora» usato da Grillo, è non solo il tempo in cui opera il Movimento Cinque Stelle ma, più in generale, il tempo in cui si svolge l’azione politica. Anche Grillo dovrà farsene una ragione. E però quella ragione vale quanto una contraddizione, come quel cerchio che entra malvolentieri nel quadrato.

Perciò Grillo cerca, per quanto può e finché può, di lucrare sulla protesta che monta: agitarla ed usarla, più che spegnerla. Per questo alza i toni, minaccia secessioni dal Parlamento, esaspera una contrapposizione fra loro, le All Stars, e il resto del mondo. Come se spazzare via Parlamento e partiti trasformasse di colpo  il paese in macerie che Grillo descrive in un giardino incantato.  Naturalmente, un simile gioco non sarebbe possibile, se la crisi non si fosse rivelata più lunga di un conflitto mondiale, e se non fosse così incerta la risposta da parte dei partiti e delle istituzioni. In una simile congiuntura, l’elettorato si è infatti fortemente radicalizzato, e un’accentuata volatilità del voto e delle opinioni stenta a trovare composizione credibile in forme politiche, in compagini istituzionali. Certo però non è quest’ultima l’impresa alla quale Grillo intende dedicarsi. Non si tratta per lui di farsi interprete della protesta, ma di esserne il «megafono», il «portavoce». L’interprete, infatti, media, compone, collega: si interpone anche, se occorre. Il megafono invece rilancia, amplifica, e con la sua voce copre tutte le altre.

Finché dura, però. Finché non si compie la vecchia profezia: non quella dei cerchi che, volenti o nolenti, muoiono quadrati, ma quella della storia che, quando si ripete, si ripete in farsa.

(Il Mattino, 11 luglio 2013)

Il filosofo grillino spara con le parole

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Non sarà l’ideologo del Movimento Cinque Stelle, però Paolo Becchi è perlomeno filosofo, e conosce quindi l’importanza delle parole. Sa perciò quel che dice, quando dice: «Se qualcuno tra qualche mese prende i fucili non lamentiamoci, abbiamo messo un altro banchiere all’Economia». Ora i deputati di Grillo hanno preso le distanze; Grillo stesso ha chiarito che Becchi non rappresenta il Movimento, perciò non proporremo alcuna interpretazione del rapporto che queste parole intrattengono con la retorica che il comico genovese ha messo in campo dal Vaffa Day in qua, a colpi di «Siete tutti morti!» e «Arrendetevi! Siete circondati!». Però prendiamo quelle parole esattamente per quel che dicono. Esse dicono che se il Presidente della Repubblica nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, un alto dirigente della Banca d’Italia al Ministero dell’Economia, è naturale, è nell’ordine delle cose che la gente si armi e spari. E quando accadrà, nessuno avrà il diritto di lamentarsi o di recriminare, perché l’una cosa è stretta conseguenza dell’altra. Questo dice Paolo Becchi, filosofo del diritto, il quale sa che la rivoluzione non è un pranzo di gala e che non si fa nessuna rivoluzione senza una buona razione di violenza armata.

Ovviamente, da un filosofo uno si aspetterebbe anche un briciolo di coerenza fra quel che dice e quel che fa. Ma il caso di Paolo Becchi è singolare: un ideologo della rivoluzione che, con la barba filosofica d’ordinanza, accetta volentieri comparsate in tv non s’era infatti visto ancora, sicché le velleità sovversive del professore finiscono facilmente per apparire semplici bizzarrie senili.

Le parole, però, restano di una gravità assoluta, anche se chi le ha pronunciate non finisse di coprirsi di ridicolo. Quelle parole suonano infatti minacciose per la democrazia stessa, non soltanto per il ministro Saccomanni o i suoi predecessori. La democrazia è, per essenza, il luogo della parola. Più precisamente è quel luogo in cui gli uomini accettano di regolare in forma pacifica, nel confronto verbale e nella forma rappresentativa della dialettica parlamentare, i conflitti di potere. Dopodiché essa concede a tutti il diritto di parola. Proprio a tutti, si potrebbe aggiungere: persino al professor Becchi e alle sue contundenti intemperanze, anche se queste si collocano sul suo bordo estremo, dal momento che si fanno interpreti, quando addirittura non caldeggiano, la violenza che è agli antipodi della politica come pratica delle parole.

Un altro filosofo un po’ più autorevole di Becchi, un certo Giorgio Federico Guglielmo Hegel, diceva che purtroppo al giorno d’oggi (e sotto questo aspetto la sua attualità – si badi – è la nostra stessa attualità, dal momento che noi come lui pensiamo la politica dopo l’esplosione rivoluzionaria del 1789 e la nascita della modernità politica), al giorno d’oggi ciascuno, come sta in piedi e cammina, così è convinto di poter intendersi di tutto e su tutto sentenziare. Così si spiega pure un Paolo Becchi che prende la parola per infiammare gli animi.

Ora, Hegel non era certo un campione di democrazia, e anzi la sua filosofia del diritto fu giudicata da qualcuno una giustificazione «scientificamente fondata» dello Stato di polizia. Ma Hegel in realtà ne sapeva dello Stato e delle forme di mediazione richieste dal suo funzionamento. E anche se non si può cercare in lui l’esaltazione della democrazia liberale e dei diritti dell’individuo, vi si può trovare il problema, di come cioè possa tenersi saldo un ordine politico nonostante l’inevitabile difficoltà che passi per pensare, e per libero pensare, pure quello del professor Becchi.

La democrazia deve quindi la sua legittimazione, come forma politica e non semplicemente come contenitore dei diritti fondamentali dell’individuo, alla capacità di «affermare il vero nelle pubbliche leggi». Così diceva Hegel, consegnandoci se non altro il compito di secernere verità nel dibattito pubblico e grazie ad esso, e di non accontentarci di un inerte e indifferente relativismo. Il compito, detto in altri termini, di mettere nelle parole di ogni spirito democratico tutto il peso e la gravità necessaria, per respingere con assoluta fermezza gli sputi rancorosi del professor Becchi.

Il mattino 3 maggio 2013