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Oltre il teorema resta la gogna

A giudicare dalle prime battute, la giustizia non rientra tra i temi del confronto politico-elettorale. I partiti parlano di tasse, di lavoro, di migranti, di vaccini e perfino di razze, ma non di giustizia. Come se i nodi del rapporto fra politica e giustizia fossero stati sciolti, o come se non avessero più alcuna centralità nella vicenda pubblica del Paese. Poi arriva la sentenza del Tribunale di Napoli sul caso Cpl-Concordia e il sindaco dem di Ischia, Giosi Ferrandino, assolto perché il fatto non sussiste, e uno si domanda se davvero si possa continuare così, come se nulla fosse, come se ancora una volta bastasse appellarsi alla normale dialettica processuale, per cui a volte fioccano le condanne, altre volte arrivano le assoluzioni, e insomma il processo c’è apposta per quello, e tante felicitazioni a Ferrandino ma aspettiamo di leggere le motivazioni, e poi è sempre possibile che la Procura ricorra in appello, e dunque non affrettiamoci a dare giudizi all’inchiesta della procura di Napoli coordinata dal pm John Woodcock, al suo ennesimo insuccesso.

Eh no, la storia degli appalti alla Cpl-Concordia, risolta in nulla, ha tenuto banco per settimane e mesi; ha scatenato un putiferio nel mondo politico e sulla stampa; ha alimentato con il gran fiume delle intercettazioni pagine e pagine di giornali, e, certo, non ha giovato alla carriera politica del sindaco d’Ischia, finito in carcere tre anni fa nell’ambito dell’inchiesta per la metanizzazione dell’isola e oggi completamente scagionato.

A non dire del coinvolgimento degli esponenti politici nazionali: Ferrandino che è vicino a Guerini, Ferrandino che parla di Lotti, Renzi che parla con il generale delle fiamme gialle Michele Adinolfi, e pure i vini e i libri di D’Alema che la coop rossa acquista e regala. Ce n’è stato abbastanza per favoleggiare dei soldi di Cpl-Concordia finiti a Renzi e al Pd, per ironizzare sulla rottamazione che si fermava a Ischia, per descrivere un partito scosso dagli scandali e un leader succube dei vecchi apparati. E per utilizzare le telefonate intercettate nell’ambito dell’inchiesta, prive di qualunque rilevanza penale, al fine di ricostruire la storia politica del Paese, naturalmente a disdoro dei suoi protagonisti. Il buco della serratura come lente di ingrandimento della politica, grazie all’occhio (o all’orecchio) dei pm.

A fronte di tutto questo, non è indispensabile riproporre con forza il tema delle profonde distorsioni che certe indagini della magistratura – sempre solo le ipotesi accusatoria, non le (tardive) sentenze – hanno provocato nell’opinione pubblica, contribuendo per anni a costruire quel genere di narrazione giustizialista per cui la notizia dell’assoluzione di Ferrandino viene oggi data da certi quotidiani sotto l’occhiello “Giustizia e impunità”, come se essere assolti volesse dire averla fatta franca, e solo l’essere condannati significasse che giustizia è stata fatta?

Fare macchina indietro non è possibile, ovviamente. Chi finisce sui giornali non si vede certo restituito tutto quello che il furore giustizialista gli toglie prima di qualunque verdetto di tribunale. Proprio per questo, però, non è indispensabile accendere i riflettori sull’uso delle intercettazioni a strascico, su metodi che appaiono orientati molto meno sull’esito processuale, e molto di più sull’eco mediatica che è possibile suscitare? Aggiornando la vecchia frase di Voltaire, si potrebbe dire che queste indagini, che crollano come castelli di carta, sembrano reggersi esclusivamente sul principio: “Intercettate; intercettate: qualcosa resterà”. In realtà, non resta nulla dinanzi al giudice, che manda assolti gli imputati per la totale assenza di riscontri oggettivi. Ma qualcosa resta sulla stampa, che manovra le parole intercettate per costruire il proprio, interessato racconto delle malefatte della politica. Pensate anche solo a cosa ha significato la telefonata Adinolfi-Renzi, che con l’inchiesta non c’entrava nulla, che non c’era motivo di registrare né di divulgare, e che però ha messo a rischio persino la stabilità del governo. Ora che tutto l’impianto della Procura è stato smantellato, dell’indagine di Woodcock non rimane nulla, ma la telefonata resta. Nessun risultato giudiziario, ma un sicuro risultato politico.

Perciò torno all’inizio. Questa campagna elettorale non mette tra le sue priorità la questione del riequilibrio dei poteri fra politica e giustizia, non discute di separazione delle carriere o di obbligatorietà dell’azione penale, non si occupa dei poteri dei pm e delle garanzie dei cittadini, non accenna a riforme nel campo dell’organizzazione giudiziaria (a cominciare dal Csm), e in generale evita di porsi la domanda se il discorso pubblico possa ancora essere condotto sulla falsariga delle ordinanze di custodia cautelare. Non sarà un’altra, la millesima, occasione perduta?

(Il Mattino, 17 gennaio 2018)

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Se l’archiviazione si trasforma in mezza condanna

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L’avviso di garanzia. Poi il chiasso mediatico, le paginate dei giornali. E le indagini, e i supplementi di indagine, che a volte si chiudono con un rinvio a giudizio, molte altre volte no. Infine le sentenze di condanna, che però sono ancora di meno, e quasi sempre vedono sensibilmente ridimensionate le ipotesi accusatorie iniziali.

Così è andata anche nel caso della direttrice generale del Santobono, Annamaria Minicucci: l’avviso di garanzia le arriva per un presunto suo coinvolgimento in nomine che avrebbero soddisfatto appetiti criminali; il suo nome finisce sui giornali insieme all’ipotesi di legami con la camorra; l’inchiesta si abbatte su manager pubblici della sanità campana, suscitando scalpore, ma anche molti giudizi sommari. Un anno e mezzo dopo lo scenario è radicalmente diverso. Per la Minicucci è disposta l’archiviazione: non c’è nemmeno bisogno del processo. L’inchiesta va avanti per altre posizioni, ma il bersaglio grosso è mancato.

O forse non lo è: perché un’archiviazione che arriva a distanza di un anno e mezzo è comunque una mezza condanna, per l’indagato. Che non vede intaccata solo la sua reputazione, ma anche indebolita la sua stessa azione amministrativa, come ha raccontato la dottoressa Minicucci su questo giornale: come si fa a bandire altre gare, a stringere accordi con i sindacati e a gestire l’intera struttura organizzativa quando grava su di te l’ombra pesante di collusione con la camorra?

Ora, è chiaro che rientra nella fisiologia dell’attività di indagine, così come dell’ordinario svolgimento processuale, che non tutti gli indagati vengano rinviati a giudizio, e che non tutti gli imputati vengano condannati. Ma le dimensioni del fenomeno sembrano suggerire altro. Che vi sia cioè del metodo in questa follia. Perché infatti tenere nel cassetto un avviso di garanzia, quando si può dare maggiore visibilità e clamore all’indagine? Perché non sparare comunque, una salva di avvisi a raffica, tanto qualcosa alla fine rimarrà comunque impigliato nella rete della giustizia? L’avviso, del resto, è a tutela dell’indagato, che deve essere informato dell’attività investigativa che si svolge sul suo conto: è a fin di bene. Poi però accade esattamente il contrario. L’indagato è molto più spesso rovinato che non tutelato dall’avviso di garanzia, e la distanza temporale dalla prima notizia sull’ennesimo caso clamoroso dilata a dismisura il fumus di colpevolezza, che dura giorni e settimane e mesi, mentre l’informazione che molto tempo dopo accompagna l’archiviazione o l’assoluzione regge, se va bene, un solo giorno sui giornali.

Si vogliono con questo fermare le indagini, mettere le briglie ai pubblici ministeri, gridare «tana, liberi tutti»? Vogliamo insomma fare un favore ai ladri, prendendocela con le guardie? No, vogliamo due cose. La prima: che si prendano sul serio i numeri della giustizia, soprattutto quelli che riguardano l’abnormità delle sue fasi preliminari e cautelari, perché non siano più gestiti nei termini odiosi di una pena anticipata. La seconda: che buttar lì un avviso di garanzia, tanto poi si vedrà, non sia la prassi degli uffici giudiziari, in nome di un meccanico ossequio all’«atto dovuto». C’è voluta – due mesi fa – una circolare di Pignatone, il capo della procura di Roma, per richiamare a una maggiore sobrietà nell’uso dello strumento, soprattutto quando esso dispiega i suoi effetti, ben prima di qualunque serio accertamento, sulla vita pubblica. Ma una circolare non fa primavera, e ogni volta pare di stare daccapo.

«Ho sempre continuato a lavorare, anche dopo l’avviso di garanzia», ha dichiarato la dottoressa Minicucci, dando involontariamente alle sue parole il senso di un’impresa quasi eroica, come se restare al proprio posto, dopo l’apertura delle indagini, significasse farlo se non a dispetto dei santi, certo contro i sentimenti di un’opinione pubblica rancorosa, che manderebbe tutti in galera alla prima notifica di una Procura (cosa che purtroppo molto spesso i pm sanno bene, e non fanno nulla per scoraggiare). Ma io mi domando: che Paese è quello in cui diviene eroico quello che dovrebbe essere semplicemente normale?

(Il Mattino, 22 dicembre 2017)

Il processo senza difesa

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Non nascondiamoci dietro un dito: la nuova indagine accesa a Firenze a carico di Silvio Berlusconi è una enormità, e il fatto che non sia la prima volta che il Cavaliere sia tirato dentro la storia delle stragi mafiose dei primi anni Novanta suona come un’aggravante: non certo per Berlusconi, ma per il giudizio che va reso su questo nuovo materiale, e sul modo in cui si ripresenta sulla scena pubblica, a meno di una settimana dalle elezioni siciliane.

Certo, ci sono le intercettazioni, che fanno sobbalzare. Ma si tratta delle parole che un mafioso pronuncia in carcere e che tuttavia, secondo la Procura di Firenze, meritano opportuni approfondimenti, perché riguarderebbero nientemeno che l’ex premier. Ora, si facciano pure tutti gli accertamenti del caso, ma si sappia bene quello che si sta accertando, e che nel frattempo, accertamento o no, viene dato in pasto all’opinione pubblica: le confidenze di un padrino, già condannato per le stragi, che si prende la libertà di chiacchierare con un altro recluso, durante l’ora d’aria. E in una situazione simile, c’è qualcosa che Graviano non direbbe, dovrebbe riservarsi di non dire, mentre passeggia in carcere? Ovviamente no. E c’è modo di difendersi dalle sue illazioni? Nemmeno. Perché Graviano può dire quel che vuole, e la Procura che gli sta dietro può fare ciò che vuole delle dichiarazioni carpite. Così si riaprono fascicoli che erano già stati archiviati, e, a un anno di distanza dal tempo in cui le intercettazioni sono state effettuate (un anno!), il Cavaliere finisce nuovamente nel registro degli indagati. Gli avvocati intervengono e protestano la totale estraneità di Berlusconi, i giornalisti usano il condizionale e mettono ogni prudenza nel riferire la nuova iniziativa della Procura, ma intanto  la parola “Berlusconi” e la parola “mafia” compaiono nella stessa riga, formano un’unica notizia. È da questo che non c’è modo alcuno, per il leader del centrodestra, di difendersi. Un pregiudizio negativo è già disponibile, e la nuova inchiesta non deve far altro che rimetterlo in circolo.

Non vengono portati alla luce fatti nuovi: bastano le parole. Le parole di per sé richiedono un approfondimento. E l’approfondimento di per sé produce i suoi effetti: politici, non processuali. Effetti nello spazio pubblico, non nelle aule giudiziarie.

Il gioco è fatto. Il gioco che si gioca ormai da decenni, e che ruota attorno  al nodo irrisolto dell’uso politico della giustizia, di un dibattito intossicato da iniziative della magistratura. Non importa quanto sia credibile questa idea che Berlusconi pianifichi con i capi mafia una strategia politica a suon di bombe, per preparare la sua discesa in campo; è sufficiente che circoli, che per qualcuno valga come una narrazione possibile della storia d’Italia, fatta di manovre oscure, di illecite complicità, di compromessi con i poteri criminali, per gettare discredito, ed erodere consenso.

Non siamo il Paese delle stragi impunite? Cosa costa scrivere un nuovo capitolo, o meglio riscriverlo a seconda delle esigenze del momento?

“Puntualmente, a ridosso di una competizione elettorale, arriva la notizia di una nuova indagine nei confronti di Silvio Berlusconi”, ha dichiarato il suo avvocato, Ghedini. Francamente, non riesco a dargli torto.  O forse Ghedini un torto ce l’ha: chiama nuova indagine il rimestare vecchie storie, mai comprovate da fatti, ma sempre riproposte attraverso libere parole di personaggi di cui non è impossibile pensare che siano manovrati, o che semplicemente sappiano loro stessi manovrare. Ha le prove, Ghedini, per affermare quanto afferma?  Non le ha, e come potrebbe averle, del resto? Le avrà quando ci sarà la futura archiviazione. Ma il giustizialista con la bava alla bocca può dire, fino a quella data: e come si può sapere che anche questa volta finirà con l’archiviazione? La distorsione sta così in ciò, che le prove si richiedono a Ghedini, a Berlusconi, non certo all’accusa. Perché qui un’accusa non occorre nemmeno formularla: basta che la vicenda stia sui giornali, e che dell’avvocato difensore si possa dire che fa il suo mestiere, cosa volete che faccia? Intanto, però, al telegiornale passano le immagini del capomafia in carcere, e i telespettatori leggono “Berlusca” sotto quelle immagini: cosa si vuole di più?

Si vorrebbe una campagna elettorale non inquinate da simili exploit, un Paese che non costruisca il proprio spazio pubblico con i fogli delle Procure, una magistratura meno disponibile a così smaccate invasioni di campo, un’Italia in cui non siano i boss della mafia ad avere una incredibile centralità politica. Si vorrebbero infine dichiarazioni non di avvocati e compagni di partito, ma di avversari politici, che facciano capire come queste narrazioni hanno stancato e nessuno gli va più dietro.

Ma sappiamo già che non è così, che ci attendono paginate di ricostruzioni più o meno fantasiose, e magistrati pronti a scendere in campo, a mettere a disposizione le loro competenze, e cioè il loro spirito inquisitorio, per  raccontare ancora una volta chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Povera Italia.

(Il Mattino, 1° novembre 2017)

I buoni, i cattivi e l’umiltà della giustizia

Rothko Antigone 1941

M. Rothko, Antigone (1941)

La descrizione della realtà criminale campana, offerta dal procuratore capo Gianni Melillo nella sua prima uscita pubblica, è assolutamente realistica: la camorra non è un fatto puramente criminale, privo di addentellati con la realtà circostante. La «cantilenante e rassicurante narrazione» che la riduce a mera devianza è ben lungi dal cogliere i fenomeni nella loro natura reale. Ben lungi anche dal descrivere la dimensione dei blocchi sociali che si coagulano intorno ad attività criminali. Questi blocchi – ha spiegato Melillo – assumono sempre più una forma reticolare che coinvolge soggetti, forze, strutture fra loro anche molto distanti, e che possono persino ignorarsi, ma che tuttavia si trovano ad essere collegate da una medesima, robusta trama di interessi.

Se questa analisi è corretta, è evidente la difficoltà a indicare dove finisce l’economia legale e dove comincia invece l’economia illegale, a stabilire fin dove la rete delle imprese o delle professioni, o degli stessi poteri pubblici locali, si mantiene al riparo dall’influenza camorristica. L’attuale complessità dell’organizzazione sociale ed economica sembra portare piuttosto una realtà a stingersi nell’altra, il lecito a confondersi con l’illecito, soprattutto in determinati contesti – come quello campano – caratterizzati da una presenza radicata della delinquenza organizzata, che permea di sé ampi settori della società.

In un quadro così problematico e sfuggente, lo Stato non può certo rinunciare all’azione repressiva: deve anzi aggiornare sempre meglio i suoi strumenti per stare al passo con l’evoluzione dei fenomeni criminosi. Ma è evidente che quanto più si riconosce l’incidenza sociale delle mafie, tanto più si riconosce l’insufficienza di una risposta puramente penale. Non si raddrizza una società con i soli strumenti del diritto penale, insomma, per quanto ampi possano essere i successi riportati nella lotta alla criminalità organizzata. Lo ha ricordato indirettamente lo stesso procuratore: negli ultimi venticinque anni sono stati conseguiti risultati straordinari, ha detto, ma questo non vuol dire affatto che ci siamo liberati dalla camorra. Ovviamente non vuol dire nemmeno che la camorra, come la mafia, non possa essere vinta. Ma la storia dell’Italia mafiosa è intrecciata con la storia economica, sociale e politica del Paese di maniera tale che è nelle linee del suo sviluppo, nell’evoluzione della società, nella sua crescita civile e culturale che va individuato il terreno ultimo sul quale quella lotta va condotta. È accettabile allora che l’ordinamento penale venga sovraccaricato di aspettative improprie, per arrivare là dove non può arrivare, senza stravolgere il sistema di garanzie che dovrebbe costituirne l’anima?  No, non è accettabile. Non è questo un patto che si possa stringere: cedere un po’ sul terreno dei principi dello Stato di diritto, per avere più vigore e forza di penetrazione sul piano dell’azione di contrasto. Al contrario, la vicenda recentissima dell’approvazione delle modifiche al codice antimafia ha purtroppo avuto proprio questo segno, con un’abnorme inflazione di misure preventive, mai così estese nella storia della Repubblica. Indagini come quella di Appaltopoli dimostrano invece un’altra grave stortura dell’attuale sistema: le risultanze investigative danno quel che possono dare, compreso il clamore che suscitano, nella fase preliminare, dopodiché però svaporano nel processo, ridotto quasi ad un’appendice secondaria. La foga di criminalizzare quelle zone grigie della società in cui si annidano collusioni, connivenze e complicità non viene trattenuta entro le regole del diritto, ma sostenuta e anzi surriscaldata dall’indiscutibile esigenza morale di fare giustizia. La distorsione si misura facilmente da ciò, che quando l’indagine viene archiviata o l’imputato assolto, l’opinione pubblica (e qualche infallibile magistrato), pensa non che sia innocente, ma che semplicemente l’ha fatta franca. Il marchio di colpevolezza, così, lo raggiunge comunque: invece di condanne effettive, che non si riescono a comminare, gli si affibbia almeno una condanna morale, per giunta di grande effetto mediatico.

Forte di una esperienza pluridecennale, sia nelle indagini di criminalità organizzata che come cabo gabinetto al ministero della giustizia, tutte queste cose Melillo le sa, le ha viste e le ha conosciute. Ma non tutto il sistema della giustizia, e non tutti gli uffici della procura napoletana le tengono sempre presenti. Nel suo capolavoro, «Viaggio al termine della notte», Céline scriveva: «non sarebbe tanto male, se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi». Qualcosa c’è, in realtà, ed è il diritto, anche se non arriva a rispondere agli interrogativi metafisici posti lungo quel viaggio. Ma è al diritto che affidiamo la distinzione che separa se non proprio i buoni dai cattivi, almeno il lecito dall’illecito. Solo che, per non correre il rischio di spingere un buono tra i cattivi, accettiamo (o dovremmo accettare) che a volte un cattivo rimanga nella compagnia dei buoni. È inefficienza? Certo, ma è anche la misura giuridica che assicura agli individui, e protegge, la loro libertà.

(Il Mattino, 8 ottobre 2017)

I democratici e il garantismo del “vorrei ma non posso”

Nancy Dwyer Big Ego 1990

N. Dwyer, BIG EGO (1990)

Ci sono, da un lato, gli umori dell’opinione pubblica; c’è, dall’altro, il difficile equilibrio politico fra alleati di governo. Dell’una e dell’altra cosa non è possibile non tenere conto: ci vogliono realismo e senso di responsabilità. Ma il risultato sono l’approvazione della riforma del codice antimafia e il rinvio della legge sullo ius soli. Il partito democratico – o almeno la maggioranza che ha sostenuto la candidatura di Renzi a segretario del partito – sembrava fino a poco tempo fa non volere la prima e non volere il secondo. Ma il risultato è l’opposto: i nuovi articoli del codice antimafia sono divenuti legge, mentre lo ius soli sembra ormai soltanto una ingombrante zavorra della quale liberarsi. A margine, si leggono dichiarazioni di autorevolissimi dirigenti del Pd che vanno in senso opposto: il ministro Graziano Del Rio sostiene che per la legge sulla cittadinanza c’è ancora spazio; il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha dichiarato che è «un cedimento a una visione giustizialista del diritto» estendere alla corruzione il trattamento che in materia di prevenzione il codice riserva ai reati di mafia. Ma di nuovo: il risultato è che il cedimento c’è stato, mentre lo ius soli si è allontanato.

Questo finale di legislatura si sta giocando tutto sulla scomodissima posizione in cui si trova il Pd. Costretto a portare il peso del governo, mentre gli avversari sparano contro e gli alleati minacciano di smarcarsi su questo o su quello. Ci sono finalmente numeri col segno positivo davanti, a cominciare dall’occupazione e dal PIL, ma non sono sufficienti a cambiare di segno l’agenda politica del Paese. Le leggi che si devono o non si devono fare sembrano dettate al partito democratico dalle campagne di stampa, piuttosto che da un progetto politico coerente, di cui l’esecutivo Gentiloni dovrebbe sistemare gli ultimi tasselli prima di andare al voto e chiedere il giudizio degli italiani. Questo progetto, diciamo la verità, si è smarrito dopo il referendum del 4 dicembre. Da quel momento il Pd, e Renzi in particolare, è costretto a giocare sulla difensiva, in un perenne «vorrei, ma non posso». Vorrei fare la legge sullo ius soli, ma il mio alleato di centro, Alfano, non me lo fa fare. Vorrei fermare la riforma aspramente securitaria del codice antimafia, ma ci sono i Cinquestelle che strepiterebbero come matti e ci accuserebbero di stare dalla parte dei corrotti, per cui debbo mandarlo giù. Si arriva al paradosso che il voto sul codice arriva proprio nelle stesse ore in cui il partito organizza una cordiale iniziativa sulla terrazza del Nazareno, con Ferrara e Violante, per denunciare il clima di giustizialismo imperante e la mancanza di coraggio della politica su questi argomenti! Come dire: sul piano ideale sono garantista; nei fatti, non posso permettermelo.

Ma è molto complicato reggere una simile divaricazione fra teoria e pratica. Si finisce con l’essere attaccati su un versante e sull’altro. Quelli che considerano lo ius soli un inaccettabile regalo allo straniero mettono ormai il Pd sotto accusa comunque, faccia o no questa benedetta legge. E quanto alla lotta alla corruzione, non basteranno mai le prove che il Pd fornirà in Parlamento, tant’è vero che i Cinque Stelle hanno votato contro la legge, perché non è abbastanza severa, abbastanza dura. Bontà loro.

Se poi si allarga lo sguardo alla politica internazionale ci si trova dinanzi allo stesso impasse. Il partito democratico è o deve essere il partito dell’Europa. Ma quanto è oggi convinto il suo europeismo? E soprattutto: quanta parte della sua identità e del suo futuro il Pd è disposto a giocarsela su questo tema? Quanta parte della futura campagna elettorale verrà condotta rivendicando le ragioni dell’Europa? In Francia lo ha fatto Macron, in Germania lo ha fatto la Merkel. Il voto in Francia ha premiato la sfida di Macron, mentre ha penalizzato la Merkel, che rimane tuttavia alla guida del primo partito e del Paese. Ma per l’uno e per l’altra la partita decisiva rimane la sfida ai nazionalismi, ai populismi e ai sovranismi che minacciano la costruzione europea. Minaccia che sempre più rischia di diventare una minaccia all’ordine democratico: mica una cosa da ridere. Domanda: è così pure per il partito democratico o anche in questo caso si metterà una sordina, quasi vergognandosi di dover condividere le politiche di Bruxelles o di Francoforte, di andare ai vertici europei o di difendere l’euro?

Nel capolavoro di Jean Paul Sartre, «L’essere e il nulla», la malafede viene definita in modo un po’ diverso da come la si considera abitualmente. È in malafede non chi mente e inganna l’altro, ma chi inganna se stesso, chi sa la verità con tanta più precisione quanta più ne occorre per nasconderla vergognosamente a se stessi. Malafede non è la menzogna spudorata, ma è non credere veramente a ciò in cui si crede, senza tuttavia saperlo confessare a se stessi, e dunque facendolo, paradossalmente, in buona fede. Ebbene, sembra proprio questo il paradosso in cui rischia di cacciarsi il Pd, e con esso le cose in cui crede. Ma quel che l’analisi del fenomeno dimostra è che «una volta realizzato questo modo d’essere, è altrettanto difficile uscirne come svegliarsi», dice Sartre. È difficile, ma forse è davvero ora che Renzi provi a svegliarsi, e a suonare nuovamente la sveglia al Pd.

(Il MattinoIl Messaggero, 29 settembre 2017)

Non è una storia del passato

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R. Guttuso, Spes contra spem (1982)

Non è in cerca di rivalse, Mastella, dopo l’assoluzione in primo grado nel processo che lo vedeva imputato insieme alla moglie e ad altri esponenti del suo partito. Qualche motivo ce l’avrebbe, a distanza di quasi dieci anni dall’avviso di garanzia che a lui costò il posto di ministro Guardasigilli, alla moglie gli arresti domiciliari e al suo partito l’accusa di essere un centro di affari illeciti. Ma più ancora vi sono motivi per riflettere sulla sua vicenda processuale. Anzitutto per la sua lunga durata: nove anni per arrivare a sentenza sono tanti, troppi. In secondo luogo, perché le contestazioni riguardavano comportamenti di natura politica, nei rapporti all’interno della maggioranza che sosteneva la giunta Bassolino. Mastella era finito sotto accusa, in particolare, per aver ingaggiato un braccio di ferro su una nomina nella sanità campana. Nomina che, per legge, spettava al Presidente della Regione. Nomina politica, dunque, su cui era naturale (come lo è adesso) che i partiti e i loro leader esercitassero la loro attenzione e i loro appetiti. Cosa che accadde ma che la procura, scoperchiando con abbondante uso di intercettazioni la trattativa tra le forze politiche, interpretò come un episodio di concussione, poi rubricato a induzione indebita. Certo, la sanità campana è messa male, ora come allora, e i cittadini hanno tutto il diritto di giudicare più o meno disdicevole il modo in cui viene amministrata. Ma la commissione di un reato è un’altra cosa, e il fatto che sia venuta a cadere la differenza tra le lotte di potere che attraversano il campo della politica e l’ambito di ciò che è penalmente rilevante è ben lungi dall’essere un progresso, un avanzamento della coscienza civile o non so cosa. Al contrario, rappresenta una dichiarazione di resa della democrazia, della sua capacità di vigilanza, di dare e rendere conto delle sue decisioni nei luoghi propri al confronto politico, che sono non le aule dei tribunali ma le elezioni e gli organismi di rappresentanza.

C’è poi un terzo aspetto, su cui vale la pena soffermarsi. Questo processo aveva una vittima, nella persona del presidente della Regione, Antonio Bassolino, fatto oggetto delle pressioni di Mastella e del suo partito. Sarebbe stato dunque doveroso che l’ufficio del pubblico ministero lo sentisse, anche perché la legge richiede al Pm, nella fase delle indagini, non di portare avanti con ogni mezzo la tesi dell’accusa, ma di capire se arrivare o no al processo, e dunque di ricercare anche gli elementi eventualmente a favore dell’indagato. Non pare proprio che sia andata così, e infatti Bassolino è stato chiamato in dibattimento per iniziativa della difesa. Le sue parole sarebbero bastate a far cadere tutto il castello delle accuse, se solo lo si fosse voluto. Ma l’intenzione era evidentemente un’altra, e travalicava il rispetto delle forme e delle garanzie previste.

Ecco perché conviene guardare a questo caso non come a una semplice disavventura giudiziaria, e a Mastella come a un cittadino sfortunato cui però la giustizia ha saputo restituire l’onore, sia pure dopo quasi un decennio. Non si è trattato di questo, ma di un episodio della guerra a bassa intensità condotta da una parte della magistratura contro la classe politica. Con nobili intenti moralizzatori, con l’ambizione di bonificare interi settori della vita pubblica afflitti da tassi endemici di illegalità e corruzione, ma con effetti devastanti sulla tenuta complessiva dell’ordinamento democratico e sulle garanzie di uno Stato di diritto. Un ministro si è dimesso, un governo è caduto: può bastare ricondurre l’esito di una simile vicenda a normale fisiologia processuale? Evidentemente no. Tanto più che non si tratta di una storia del passato, che non può ripetersi oggi, nelle mutate condizioni della giustizia italiana. Le condizioni, infatti, non sono mutate: i tempi della giustizia penale rimangono intollerabilmente lunghi, e peggiore è il clima che soffia nel paese, percorso da ventate populiste che gonfiano i vessilli di un pan-penalismo ormai infiltratosi dappertutto. Col risultato che spesso la giustificazione dell’attività inquirente è cercata non nella legge, ma direttamente nell’opinione pubblica. (Nella conferenza stampa di ieri, Mastella ha chiesto che le fake news circolate sul suo conto siano cancellate. Impresa impossibile, nell’epoca della rete, ma la preoccupazione dell’ex-ministro è comprensibile: la vera condanna è lì, non in tribunale).

Infine è sostanzialmente rimasto uguale l’ordinamento giuridico. Imperniato sull’obbligatorietà dell’azione penale, che si traduce logicamente nella sua irresponsabilità, e su un perdurante squilibrio fra accusa e difesa, sostenuto dall’interdetto verso ogni ipotesi di separazione delle carriere fra giudice e pm. E, in cima a tutto, un consiglio superiore della magistratura irriformabile dalla politica.

Non vi sarebbe materia per una grande battaglia di civiltà? Ma chi è disposto a affrontarla, esponendosi al rischio di vedersi additati come complici di quella politica che vuol mettere la mordacchia alla magistratura?

Ormai qualche secolo fa, l’illuminista napoletano Mario Pagano scriveva: «se per indagare e punire i delitti sciolgansi soverchiamente le mani al giudice, ond’ei molto ardisca e illimitatamente adoperi, la libertà e l’innocenza non saranno giammai sicure». Parlava, Pagano, all’opposto di quelli che dicono che se si è sicuri della propria innocenza non c’è da temere che si sciolgano troppo le mani al magistrato. Questo è il discrimine: o si sta di là, o si sta di qua.

(Il Mattino, 14 settembre 2017)

L’antimafia e la sinistra smarrita

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Frank Stella, The Marriage of Reason and Squalor, II (1959)

Vi sono almeno due aspetti sui quali, dopo la sentenza di primo grado su Mafia Capitale, è possibile fare chiarezza. Il primo: i giudici non hanno detto che la mafia non esiste, o che non esiste a Roma. Ovunque sia arrivata la linea della palma di cui parlava Sciascia, i giudici non hanno detto affatto (perché non toccava loro dirlo) che non è arrivata a Roma, o che le organizzazioni mafiose non abbiano una presenza significativa nella Capitale. Hanno detto piuttosto che le associazioni criminali di Buzzi e Carminati non avevano carattere mafioso. Perché non ogni associazione a delinquere dedita alla corruzione, o al procacciamento di affari illeciti, anche con l’intimidazione e la violenza, è, per tutto questo, mafiosa.

Il secondo aspetto: i giudici hanno potuto infliggere pene assai severe, anche senza ricorrere alla qualificazione giuridica della mafiosità: 20 anni a Massimo Carminati, 19 anni a Salvatore Buzzi, più altre condanne non lievi inflitte agli oltre quaranta imputati coinvolti nel processo. Quel sistema di corruzione che la Procura di Roma, portandolo alla luce, aveva denominato «Mondo di Mezzo», c’era, ed è stato smantellato. Dal fatto che, secondo i giudici della X sezione, non era mafia, non si può dedurre insomma che erano quisquilie.

Questo non significa che l’ipoteca di mafiosità che ha gravato negli ultimi due anni sulla Capitale non abbia condizionato il clima politico, a Roma e nel Paese. Ed è su quest’ultimo aspetto della vicenda, cioè sulla corrente culturale, sulle idee e sui pensieri che alimentano quel clima, che occorre un supplemento di riflessione.

Siamo tutti partiti dall’idea che un conto è la corruzione, un altro è la mafia. Poi, però, considerato il carattere endemico della corruzione, siamo passati a sostenere che la corruzione è come la mafia: pericolosa, estesa e ramificata nei gangli dell’amministrazione pubblica, tra i colletti bianchi, proprio come la mafia siciliana, la camorra o la ‘ndrangheta. Il passo successivo è stato di aggiungere che la corruzione è, anzi, un modus operandi tipicamente mafioso. A quel punto è divenuto ovvio richiedere che mafia e corruzione venissero combattuti con gli stessi strumenti, e, infine, teorizzare che mafia e corruzione sono praticamente la stessa cosa.

Se aveste un dizionario sotto mano, scoprireste che in questo modo siamo scivolati da un uso proprio e circoscritto del termine ad un suo uso largo, generalizzato e, inevitabilmente, generico. Ma quel che la lingua può consentire con una certa disinvoltura, dovrebbe molto meno essere consentito nel sistema delle leggi. L’Italia si è dotata di una legislazione speciale per fronteggiare il fenomeno mafioso per una ragione molto precisa: la difficoltà di combattere la mafia con i mezzi previsti dal codice penale. La semplice associazione a delinquere si era rivelata strumento inefficace. Mafia era qualcosa di più dell’omertà, della violenza o dell’intimidazione: significava una società con propri codici simbolici, proprie regole, proprie gerarchie. Non un mondo di mezzo, ma un mondo intero: con una propria identità separata da quella pubblico-statuale (e proprio perciò capace anche di stabilire legami e connivenze con pezzi dello Stato). Per debellare questa realtà criminale, nel 1982 si introdusse, dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa, il 416 bis: per fronteggiare associazioni, la cui tenuta era più profonda e coesa di quanto non fosse quella di un mero sodalizio criminale. Ma se invece una sentenza disfa un’intera trama criminale senza far ricorso alla mafiosità dei consociati, come accade che l’esito processuale non venga giudicato un passo avanti, sul piano del diritto, e che lo si presenti anzi come un passo indietro? Evidentemente, il problema non è più l’efficacia nel contrasto al crimine, ma la mera possibilità di estendere indiscriminatamente le misure antimafia (e l’esercizio del potere inquirente che vi è connesso).

È in questo senso, del resto, che si sono mossi all’unisono tanto il legislatore quanto una giurisprudenza creativa: con inasprimenti di pena, percorsi penitenziari più severi e nuove tipologie di reato di difficile tipizzazione (l’associazione esterna, lo scambio elettorale politico-mafioso) fino alle recentissime modifiche al codice antimafia, con cui il Parlamento si appresta a autorizzare l’abnorme estensione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali a fatti di corruzione.

La consapevolezza che tutta la materia delle misure di sicurezza per i soggetti pericolosi richiede un rigoroso controllo di costituzionalità, ed è  oggi esposta anche ai sempre più penetranti rilievi della Corte Europea di Strasburgo, è spaventosamente scemata, fin quasi a scomparire: se non fra gli operatori del diritto, certo preso l’opinione pubblica e le stesse forze politiche. Comprese quelle alle quali è storicamente appartenuta una cultura dei diritti e delle garanzie, e che quindi dovrebbero ricordare che la prevenzione della pericolosità sociale è una preoccupazione tipicamente autoritaria, che ci viene dal codice penale Rocco, contro la quale la sinistra un tempo combatteva.

Oggi, invece, tende ad avallarla. E a sostenere tutte le richieste di maggiore sicurezza e le prassi più recessive nell’applicazione del diritto, senza più costituire un argine al dilagare delle misure preventive, all’indebolimento del principio di proporzionalità delle sanzioni penali, e all’ampliamento di una legislazione straordinaria.

Ovunque sia arrivata la linea della palma, è evidente che è la linea del diritto che oggi è più  difficile tracciare.

(Il Mattino, 24 luglio 2017)