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I buoni, i cattivi e l’umiltà della giustizia

Rothko Antigone 1941

M. Rothko, Antigone (1941)

La descrizione della realtà criminale campana, offerta dal procuratore capo Gianni Melillo nella sua prima uscita pubblica, è assolutamente realistica: la camorra non è un fatto puramente criminale, privo di addentellati con la realtà circostante. La «cantilenante e rassicurante narrazione» che la riduce a mera devianza è ben lungi dal cogliere i fenomeni nella loro natura reale. Ben lungi anche dal descrivere la dimensione dei blocchi sociali che si coagulano intorno ad attività criminali. Questi blocchi – ha spiegato Melillo – assumono sempre più una forma reticolare che coinvolge soggetti, forze, strutture fra loro anche molto distanti, e che possono persino ignorarsi, ma che tuttavia si trovano ad essere collegate da una medesima, robusta trama di interessi.

Se questa analisi è corretta, è evidente la difficoltà a indicare dove finisce l’economia legale e dove comincia invece l’economia illegale, a stabilire fin dove la rete delle imprese o delle professioni, o degli stessi poteri pubblici locali, si mantiene al riparo dall’influenza camorristica. L’attuale complessità dell’organizzazione sociale ed economica sembra portare piuttosto una realtà a stingersi nell’altra, il lecito a confondersi con l’illecito, soprattutto in determinati contesti – come quello campano – caratterizzati da una presenza radicata della delinquenza organizzata, che permea di sé ampi settori della società.

In un quadro così problematico e sfuggente, lo Stato non può certo rinunciare all’azione repressiva: deve anzi aggiornare sempre meglio i suoi strumenti per stare al passo con l’evoluzione dei fenomeni criminosi. Ma è evidente che quanto più si riconosce l’incidenza sociale delle mafie, tanto più si riconosce l’insufficienza di una risposta puramente penale. Non si raddrizza una società con i soli strumenti del diritto penale, insomma, per quanto ampi possano essere i successi riportati nella lotta alla criminalità organizzata. Lo ha ricordato indirettamente lo stesso procuratore: negli ultimi venticinque anni sono stati conseguiti risultati straordinari, ha detto, ma questo non vuol dire affatto che ci siamo liberati dalla camorra. Ovviamente non vuol dire nemmeno che la camorra, come la mafia, non possa essere vinta. Ma la storia dell’Italia mafiosa è intrecciata con la storia economica, sociale e politica del Paese di maniera tale che è nelle linee del suo sviluppo, nell’evoluzione della società, nella sua crescita civile e culturale che va individuato il terreno ultimo sul quale quella lotta va condotta. È accettabile allora che l’ordinamento penale venga sovraccaricato di aspettative improprie, per arrivare là dove non può arrivare, senza stravolgere il sistema di garanzie che dovrebbe costituirne l’anima?  No, non è accettabile. Non è questo un patto che si possa stringere: cedere un po’ sul terreno dei principi dello Stato di diritto, per avere più vigore e forza di penetrazione sul piano dell’azione di contrasto. Al contrario, la vicenda recentissima dell’approvazione delle modifiche al codice antimafia ha purtroppo avuto proprio questo segno, con un’abnorme inflazione di misure preventive, mai così estese nella storia della Repubblica. Indagini come quella di Appaltopoli dimostrano invece un’altra grave stortura dell’attuale sistema: le risultanze investigative danno quel che possono dare, compreso il clamore che suscitano, nella fase preliminare, dopodiché però svaporano nel processo, ridotto quasi ad un’appendice secondaria. La foga di criminalizzare quelle zone grigie della società in cui si annidano collusioni, connivenze e complicità non viene trattenuta entro le regole del diritto, ma sostenuta e anzi surriscaldata dall’indiscutibile esigenza morale di fare giustizia. La distorsione si misura facilmente da ciò, che quando l’indagine viene archiviata o l’imputato assolto, l’opinione pubblica (e qualche infallibile magistrato), pensa non che sia innocente, ma che semplicemente l’ha fatta franca. Il marchio di colpevolezza, così, lo raggiunge comunque: invece di condanne effettive, che non si riescono a comminare, gli si affibbia almeno una condanna morale, per giunta di grande effetto mediatico.

Forte di una esperienza pluridecennale, sia nelle indagini di criminalità organizzata che come cabo gabinetto al ministero della giustizia, tutte queste cose Melillo le sa, le ha viste e le ha conosciute. Ma non tutto il sistema della giustizia, e non tutti gli uffici della procura napoletana le tengono sempre presenti. Nel suo capolavoro, «Viaggio al termine della notte», Céline scriveva: «non sarebbe tanto male, se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi». Qualcosa c’è, in realtà, ed è il diritto, anche se non arriva a rispondere agli interrogativi metafisici posti lungo quel viaggio. Ma è al diritto che affidiamo la distinzione che separa se non proprio i buoni dai cattivi, almeno il lecito dall’illecito. Solo che, per non correre il rischio di spingere un buono tra i cattivi, accettiamo (o dovremmo accettare) che a volte un cattivo rimanga nella compagnia dei buoni. È inefficienza? Certo, ma è anche la misura giuridica che assicura agli individui, e protegge, la loro libertà.

(Il Mattino, 8 ottobre 2017)

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I democratici e il garantismo del “vorrei ma non posso”

Nancy Dwyer Big Ego 1990

N. Dwyer, BIG EGO (1990)

Ci sono, da un lato, gli umori dell’opinione pubblica; c’è, dall’altro, il difficile equilibrio politico fra alleati di governo. Dell’una e dell’altra cosa non è possibile non tenere conto: ci vogliono realismo e senso di responsabilità. Ma il risultato sono l’approvazione della riforma del codice antimafia e il rinvio della legge sullo ius soli. Il partito democratico – o almeno la maggioranza che ha sostenuto la candidatura di Renzi a segretario del partito – sembrava fino a poco tempo fa non volere la prima e non volere il secondo. Ma il risultato è l’opposto: i nuovi articoli del codice antimafia sono divenuti legge, mentre lo ius soli sembra ormai soltanto una ingombrante zavorra della quale liberarsi. A margine, si leggono dichiarazioni di autorevolissimi dirigenti del Pd che vanno in senso opposto: il ministro Graziano Del Rio sostiene che per la legge sulla cittadinanza c’è ancora spazio; il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha dichiarato che è «un cedimento a una visione giustizialista del diritto» estendere alla corruzione il trattamento che in materia di prevenzione il codice riserva ai reati di mafia. Ma di nuovo: il risultato è che il cedimento c’è stato, mentre lo ius soli si è allontanato.

Questo finale di legislatura si sta giocando tutto sulla scomodissima posizione in cui si trova il Pd. Costretto a portare il peso del governo, mentre gli avversari sparano contro e gli alleati minacciano di smarcarsi su questo o su quello. Ci sono finalmente numeri col segno positivo davanti, a cominciare dall’occupazione e dal PIL, ma non sono sufficienti a cambiare di segno l’agenda politica del Paese. Le leggi che si devono o non si devono fare sembrano dettate al partito democratico dalle campagne di stampa, piuttosto che da un progetto politico coerente, di cui l’esecutivo Gentiloni dovrebbe sistemare gli ultimi tasselli prima di andare al voto e chiedere il giudizio degli italiani. Questo progetto, diciamo la verità, si è smarrito dopo il referendum del 4 dicembre. Da quel momento il Pd, e Renzi in particolare, è costretto a giocare sulla difensiva, in un perenne «vorrei, ma non posso». Vorrei fare la legge sullo ius soli, ma il mio alleato di centro, Alfano, non me lo fa fare. Vorrei fermare la riforma aspramente securitaria del codice antimafia, ma ci sono i Cinquestelle che strepiterebbero come matti e ci accuserebbero di stare dalla parte dei corrotti, per cui debbo mandarlo giù. Si arriva al paradosso che il voto sul codice arriva proprio nelle stesse ore in cui il partito organizza una cordiale iniziativa sulla terrazza del Nazareno, con Ferrara e Violante, per denunciare il clima di giustizialismo imperante e la mancanza di coraggio della politica su questi argomenti! Come dire: sul piano ideale sono garantista; nei fatti, non posso permettermelo.

Ma è molto complicato reggere una simile divaricazione fra teoria e pratica. Si finisce con l’essere attaccati su un versante e sull’altro. Quelli che considerano lo ius soli un inaccettabile regalo allo straniero mettono ormai il Pd sotto accusa comunque, faccia o no questa benedetta legge. E quanto alla lotta alla corruzione, non basteranno mai le prove che il Pd fornirà in Parlamento, tant’è vero che i Cinque Stelle hanno votato contro la legge, perché non è abbastanza severa, abbastanza dura. Bontà loro.

Se poi si allarga lo sguardo alla politica internazionale ci si trova dinanzi allo stesso impasse. Il partito democratico è o deve essere il partito dell’Europa. Ma quanto è oggi convinto il suo europeismo? E soprattutto: quanta parte della sua identità e del suo futuro il Pd è disposto a giocarsela su questo tema? Quanta parte della futura campagna elettorale verrà condotta rivendicando le ragioni dell’Europa? In Francia lo ha fatto Macron, in Germania lo ha fatto la Merkel. Il voto in Francia ha premiato la sfida di Macron, mentre ha penalizzato la Merkel, che rimane tuttavia alla guida del primo partito e del Paese. Ma per l’uno e per l’altra la partita decisiva rimane la sfida ai nazionalismi, ai populismi e ai sovranismi che minacciano la costruzione europea. Minaccia che sempre più rischia di diventare una minaccia all’ordine democratico: mica una cosa da ridere. Domanda: è così pure per il partito democratico o anche in questo caso si metterà una sordina, quasi vergognandosi di dover condividere le politiche di Bruxelles o di Francoforte, di andare ai vertici europei o di difendere l’euro?

Nel capolavoro di Jean Paul Sartre, «L’essere e il nulla», la malafede viene definita in modo un po’ diverso da come la si considera abitualmente. È in malafede non chi mente e inganna l’altro, ma chi inganna se stesso, chi sa la verità con tanta più precisione quanta più ne occorre per nasconderla vergognosamente a se stessi. Malafede non è la menzogna spudorata, ma è non credere veramente a ciò in cui si crede, senza tuttavia saperlo confessare a se stessi, e dunque facendolo, paradossalmente, in buona fede. Ebbene, sembra proprio questo il paradosso in cui rischia di cacciarsi il Pd, e con esso le cose in cui crede. Ma quel che l’analisi del fenomeno dimostra è che «una volta realizzato questo modo d’essere, è altrettanto difficile uscirne come svegliarsi», dice Sartre. È difficile, ma forse è davvero ora che Renzi provi a svegliarsi, e a suonare nuovamente la sveglia al Pd.

(Il MattinoIl Messaggero, 29 settembre 2017)

Non è una storia del passato

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R. Guttuso, Spes contra spem (1982)

Non è in cerca di rivalse, Mastella, dopo l’assoluzione in primo grado nel processo che lo vedeva imputato insieme alla moglie e ad altri esponenti del suo partito. Qualche motivo ce l’avrebbe, a distanza di quasi dieci anni dall’avviso di garanzia che a lui costò il posto di ministro Guardasigilli, alla moglie gli arresti domiciliari e al suo partito l’accusa di essere un centro di affari illeciti. Ma più ancora vi sono motivi per riflettere sulla sua vicenda processuale. Anzitutto per la sua lunga durata: nove anni per arrivare a sentenza sono tanti, troppi. In secondo luogo, perché le contestazioni riguardavano comportamenti di natura politica, nei rapporti all’interno della maggioranza che sosteneva la giunta Bassolino. Mastella era finito sotto accusa, in particolare, per aver ingaggiato un braccio di ferro su una nomina nella sanità campana. Nomina che, per legge, spettava al Presidente della Regione. Nomina politica, dunque, su cui era naturale (come lo è adesso) che i partiti e i loro leader esercitassero la loro attenzione e i loro appetiti. Cosa che accadde ma che la procura, scoperchiando con abbondante uso di intercettazioni la trattativa tra le forze politiche, interpretò come un episodio di concussione, poi rubricato a induzione indebita. Certo, la sanità campana è messa male, ora come allora, e i cittadini hanno tutto il diritto di giudicare più o meno disdicevole il modo in cui viene amministrata. Ma la commissione di un reato è un’altra cosa, e il fatto che sia venuta a cadere la differenza tra le lotte di potere che attraversano il campo della politica e l’ambito di ciò che è penalmente rilevante è ben lungi dall’essere un progresso, un avanzamento della coscienza civile o non so cosa. Al contrario, rappresenta una dichiarazione di resa della democrazia, della sua capacità di vigilanza, di dare e rendere conto delle sue decisioni nei luoghi propri al confronto politico, che sono non le aule dei tribunali ma le elezioni e gli organismi di rappresentanza.

C’è poi un terzo aspetto, su cui vale la pena soffermarsi. Questo processo aveva una vittima, nella persona del presidente della Regione, Antonio Bassolino, fatto oggetto delle pressioni di Mastella e del suo partito. Sarebbe stato dunque doveroso che l’ufficio del pubblico ministero lo sentisse, anche perché la legge richiede al Pm, nella fase delle indagini, non di portare avanti con ogni mezzo la tesi dell’accusa, ma di capire se arrivare o no al processo, e dunque di ricercare anche gli elementi eventualmente a favore dell’indagato. Non pare proprio che sia andata così, e infatti Bassolino è stato chiamato in dibattimento per iniziativa della difesa. Le sue parole sarebbero bastate a far cadere tutto il castello delle accuse, se solo lo si fosse voluto. Ma l’intenzione era evidentemente un’altra, e travalicava il rispetto delle forme e delle garanzie previste.

Ecco perché conviene guardare a questo caso non come a una semplice disavventura giudiziaria, e a Mastella come a un cittadino sfortunato cui però la giustizia ha saputo restituire l’onore, sia pure dopo quasi un decennio. Non si è trattato di questo, ma di un episodio della guerra a bassa intensità condotta da una parte della magistratura contro la classe politica. Con nobili intenti moralizzatori, con l’ambizione di bonificare interi settori della vita pubblica afflitti da tassi endemici di illegalità e corruzione, ma con effetti devastanti sulla tenuta complessiva dell’ordinamento democratico e sulle garanzie di uno Stato di diritto. Un ministro si è dimesso, un governo è caduto: può bastare ricondurre l’esito di una simile vicenda a normale fisiologia processuale? Evidentemente no. Tanto più che non si tratta di una storia del passato, che non può ripetersi oggi, nelle mutate condizioni della giustizia italiana. Le condizioni, infatti, non sono mutate: i tempi della giustizia penale rimangono intollerabilmente lunghi, e peggiore è il clima che soffia nel paese, percorso da ventate populiste che gonfiano i vessilli di un pan-penalismo ormai infiltratosi dappertutto. Col risultato che spesso la giustificazione dell’attività inquirente è cercata non nella legge, ma direttamente nell’opinione pubblica. (Nella conferenza stampa di ieri, Mastella ha chiesto che le fake news circolate sul suo conto siano cancellate. Impresa impossibile, nell’epoca della rete, ma la preoccupazione dell’ex-ministro è comprensibile: la vera condanna è lì, non in tribunale).

Infine è sostanzialmente rimasto uguale l’ordinamento giuridico. Imperniato sull’obbligatorietà dell’azione penale, che si traduce logicamente nella sua irresponsabilità, e su un perdurante squilibrio fra accusa e difesa, sostenuto dall’interdetto verso ogni ipotesi di separazione delle carriere fra giudice e pm. E, in cima a tutto, un consiglio superiore della magistratura irriformabile dalla politica.

Non vi sarebbe materia per una grande battaglia di civiltà? Ma chi è disposto a affrontarla, esponendosi al rischio di vedersi additati come complici di quella politica che vuol mettere la mordacchia alla magistratura?

Ormai qualche secolo fa, l’illuminista napoletano Mario Pagano scriveva: «se per indagare e punire i delitti sciolgansi soverchiamente le mani al giudice, ond’ei molto ardisca e illimitatamente adoperi, la libertà e l’innocenza non saranno giammai sicure». Parlava, Pagano, all’opposto di quelli che dicono che se si è sicuri della propria innocenza non c’è da temere che si sciolgano troppo le mani al magistrato. Questo è il discrimine: o si sta di là, o si sta di qua.

(Il Mattino, 14 settembre 2017)

L’antimafia e la sinistra smarrita

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Frank Stella, The Marriage of Reason and Squalor, II (1959)

Vi sono almeno due aspetti sui quali, dopo la sentenza di primo grado su Mafia Capitale, è possibile fare chiarezza. Il primo: i giudici non hanno detto che la mafia non esiste, o che non esiste a Roma. Ovunque sia arrivata la linea della palma di cui parlava Sciascia, i giudici non hanno detto affatto (perché non toccava loro dirlo) che non è arrivata a Roma, o che le organizzazioni mafiose non abbiano una presenza significativa nella Capitale. Hanno detto piuttosto che le associazioni criminali di Buzzi e Carminati non avevano carattere mafioso. Perché non ogni associazione a delinquere dedita alla corruzione, o al procacciamento di affari illeciti, anche con l’intimidazione e la violenza, è, per tutto questo, mafiosa.

Il secondo aspetto: i giudici hanno potuto infliggere pene assai severe, anche senza ricorrere alla qualificazione giuridica della mafiosità: 20 anni a Massimo Carminati, 19 anni a Salvatore Buzzi, più altre condanne non lievi inflitte agli oltre quaranta imputati coinvolti nel processo. Quel sistema di corruzione che la Procura di Roma, portandolo alla luce, aveva denominato «Mondo di Mezzo», c’era, ed è stato smantellato. Dal fatto che, secondo i giudici della X sezione, non era mafia, non si può dedurre insomma che erano quisquilie.

Questo non significa che l’ipoteca di mafiosità che ha gravato negli ultimi due anni sulla Capitale non abbia condizionato il clima politico, a Roma e nel Paese. Ed è su quest’ultimo aspetto della vicenda, cioè sulla corrente culturale, sulle idee e sui pensieri che alimentano quel clima, che occorre un supplemento di riflessione.

Siamo tutti partiti dall’idea che un conto è la corruzione, un altro è la mafia. Poi, però, considerato il carattere endemico della corruzione, siamo passati a sostenere che la corruzione è come la mafia: pericolosa, estesa e ramificata nei gangli dell’amministrazione pubblica, tra i colletti bianchi, proprio come la mafia siciliana, la camorra o la ‘ndrangheta. Il passo successivo è stato di aggiungere che la corruzione è, anzi, un modus operandi tipicamente mafioso. A quel punto è divenuto ovvio richiedere che mafia e corruzione venissero combattuti con gli stessi strumenti, e, infine, teorizzare che mafia e corruzione sono praticamente la stessa cosa.

Se aveste un dizionario sotto mano, scoprireste che in questo modo siamo scivolati da un uso proprio e circoscritto del termine ad un suo uso largo, generalizzato e, inevitabilmente, generico. Ma quel che la lingua può consentire con una certa disinvoltura, dovrebbe molto meno essere consentito nel sistema delle leggi. L’Italia si è dotata di una legislazione speciale per fronteggiare il fenomeno mafioso per una ragione molto precisa: la difficoltà di combattere la mafia con i mezzi previsti dal codice penale. La semplice associazione a delinquere si era rivelata strumento inefficace. Mafia era qualcosa di più dell’omertà, della violenza o dell’intimidazione: significava una società con propri codici simbolici, proprie regole, proprie gerarchie. Non un mondo di mezzo, ma un mondo intero: con una propria identità separata da quella pubblico-statuale (e proprio perciò capace anche di stabilire legami e connivenze con pezzi dello Stato). Per debellare questa realtà criminale, nel 1982 si introdusse, dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa, il 416 bis: per fronteggiare associazioni, la cui tenuta era più profonda e coesa di quanto non fosse quella di un mero sodalizio criminale. Ma se invece una sentenza disfa un’intera trama criminale senza far ricorso alla mafiosità dei consociati, come accade che l’esito processuale non venga giudicato un passo avanti, sul piano del diritto, e che lo si presenti anzi come un passo indietro? Evidentemente, il problema non è più l’efficacia nel contrasto al crimine, ma la mera possibilità di estendere indiscriminatamente le misure antimafia (e l’esercizio del potere inquirente che vi è connesso).

È in questo senso, del resto, che si sono mossi all’unisono tanto il legislatore quanto una giurisprudenza creativa: con inasprimenti di pena, percorsi penitenziari più severi e nuove tipologie di reato di difficile tipizzazione (l’associazione esterna, lo scambio elettorale politico-mafioso) fino alle recentissime modifiche al codice antimafia, con cui il Parlamento si appresta a autorizzare l’abnorme estensione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali a fatti di corruzione.

La consapevolezza che tutta la materia delle misure di sicurezza per i soggetti pericolosi richiede un rigoroso controllo di costituzionalità, ed è  oggi esposta anche ai sempre più penetranti rilievi della Corte Europea di Strasburgo, è spaventosamente scemata, fin quasi a scomparire: se non fra gli operatori del diritto, certo preso l’opinione pubblica e le stesse forze politiche. Comprese quelle alle quali è storicamente appartenuta una cultura dei diritti e delle garanzie, e che quindi dovrebbero ricordare che la prevenzione della pericolosità sociale è una preoccupazione tipicamente autoritaria, che ci viene dal codice penale Rocco, contro la quale la sinistra un tempo combatteva.

Oggi, invece, tende ad avallarla. E a sostenere tutte le richieste di maggiore sicurezza e le prassi più recessive nell’applicazione del diritto, senza più costituire un argine al dilagare delle misure preventive, all’indebolimento del principio di proporzionalità delle sanzioni penali, e all’ampliamento di una legislazione straordinaria.

Ovunque sia arrivata la linea della palma, è evidente che è la linea del diritto che oggi è più  difficile tracciare.

(Il Mattino, 24 luglio 2017)

Antimafia, la maggioranza in ostaggio

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La maggioranza parlamentare e di governo che voterà oggi le modifiche al codice antimafia si consegna di fatto al populismo penale e giudiziario che, in spregio ai principi liberali del diritto, alle garanzie del processo, alle libertà delle persone, chiede, e a quanto pare ottiene dal Senato della Repubblica italiana, un’estensione spropositata delle misure di prevenzione personale e patrimoniale per gli indiziati di reati di corruzione. Misure che appaiono al Presidente dell’Anac Raffaele Cantone inutile, inopportune e persino controproducenti, e che quindi è difficile giustificare persino in termini di maggiore efficacia nel contrasto al crimine, ma che hanno sicuramente l’effetto di ingigantire enormemente il raggio di attività delle Procure. Ancora una volta la politica si lascia mettere sotto scacco da quegli umori giustizialisti che segnano la vita della Repubblica italiana da un quarto di secolo a questa parte. Ancora una volta si confonde la capacità di perseguire e di accusare con la capacità di fare giustizia. Ancora una volta si consegna nelle mani della magistratura un potere supplementare, ampio e quasi indiscriminato, sotto la spinta di una narrazione che continua a ripetere sempre la stessa frase: i politici rubano. Se dunque muovono obiezioni, se provano ad eccepire, se coltivano dubbi, è perché sono, in buona o cattiva coscienza, complici e conniventi, per spirito di casta o per casacca di partito. Così tutti tacciono, il Presidente del Senato Grasso può respingere in maniera sbrigativa la richiesta di riportare il provvedimento in Commissione, e il partito democratico può mestamente continuare a farsi dettare la linea dai giornali che tengono quotidianamente sotto il mirino la condotta morale degli odiati politici. Il capogruppo Zanda conduce i democratici là «dove si puote ciò che si vuol»e. Cioè dalle parti di «Repubblica» e de «Il Fatto quotidiano», che continuano a detenere la chiave ideologica del nostro presente.

Non era questa la strada che il Pd sembrava avere intrapreso in materia di giustizia, all’inizio di questa legislatura. Non era la tutela giudiziaria su settori sempre più ampi dell’economia del Paese l’obiettivo che Matteo Renzi aveva dichiarato di voler perseguire, nell’enunciare anzi un programma di riforma che doveva sprigionare nuove energie, non seminare nuove paure.

Questa coda di legislatura si sta rivelando così peggiore del previsto. Sta proseguendo oltre le colonne d’Ercole del referendum, con il quale è naufragato il progetto di riforme costituzionali del Paese, privo ormai di un vero respiro politico, che non fosse per gli uni il proposito di durare, e per gli altri (cioè anzitutto per Renzi) il proposito di resistere al logoramento al quale il Pd viene sottoposto. Così però non si resiste, si abdica.

Di questo schema è infatti figlia anche l’impotenza e l’irriflessione con la quale si porta al voto un provvedimento palesemente illiberale, contraddetto dalla migliore scienza giuridica del Paese, a cui non si riesce a dire di no solo per non tirarsi in mezzo a nuovi guai. Il Pd è tenuto sotto schiaffo dai populisti, i riformisti sono tenuti sotto schiaffo dai giustizialisti, la maggioranza è tenuta ancora una volta sotto schiaffo dal partito delle Procure. E più non dimandare.

Ma questo giornale lo ha fatto, sin qui: ha domandato, ha chiesto conto, ha dato voce ai più autorevoli giuristi. Quel che ha fatto, continuerà a farlo, sperando che nei passaggi successivi questo pauroso arretramento del livello di civiltà giuridica del Paese potrà essere fermato.

(Il Mattino, 5 luglio 2017)

Spingendo la notte più in là

Motherwell

Con l’argomento che la corruzione è un male endemico del nostro Paese, come le mafie, il Senato si appresta oggi a votare modifiche al codice antimafia che estendono gli strumenti a disposizione nella lotta contro la criminalità organizzata al contrasto dei reati di corruzione. In particolare, il Senato della Repubblica sta dando il suo voto a un provvedimento che estende agli indiziati di reati contro la pubblica amministrazione misure di prevenzione personali e patrimoniali. Si tratta di misure che di fatto anticipano il giudizio di colpevolezza sulla base di un quadro meramente indiziario: misure palesemente emergenziali, com’è del resto emergenziale tutta la legislazione antimafia e la cultura che l’accompagna, di cui un giorno si vorrebbe vedere il termine ma che in realtà cresce sempre di più, penetrando sempre nuovi ambiti della realtà sociale ed economica del Paese. Una nuvola che s’ingrossa: invece di essere portata via dal vento del cambiamento e delle riforme, si abbassa sempre di più sulla vita civile e pubblica del Paese. Ne chiude l’orizzonte. Ne oscura l’aria. Regole che dovrebbero valere in ambiti ristretti, in circostanze limitate, in casi eccezionali, vengono messe a disposizione della normale attività delle Procure. Regole la cui stessa efficacia è molto dubbia (per Raffaele Cantone si tratta di modifiche «né utili né opportune, che rischiano persino di essere controproducenti»), ma che certamente fanno compiere all’Italia un enorme passo indietro sul piano della civiltà giuridica.

Contro la riforma si è dunque espresso il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Ma contro la riforma si sono pronunciate con fermezza anche le Camere Penali. E contro la riforma hanno parlato i più eminenti giuristi del Paese, da Giovanni Fiandaca a Giuseppe Tesauro, da Sabino Cassese a Giovanni Verde.  E forti preoccupazioni ha espresso anche il presidente nazionale di Confindustria, Vincenzo Boccia, per i riflessi sull’economia di una estensione abnorme dell’ambito di applicazione delle misure cautelari.

E però la maggioranza sembra determinata ad andare avanti. Qual è la forza che la sospinge? Purtroppo, sembra che sia una soltanto: la volontà di dare un segnale, la volontà di dimostrare che il governo intende fare sul serio. La volontà e, forse, la cattiva coscienza. Perché non è in discussione la lotta alla corruzione, ma il modo in cui la si fa. Se con le garanzie dei processi e le pronunce dei tribunali, o anticipando la pena grazie alle misure cautelari e alla grancassa mediatica, disperando di poter mai arrivare a sentenza. Se si prende questa seconda, più comoda strada, è perché la prima è ostruita e non c’è verso di liberarla.

Ma il prezzo che il Paese paga è alto. Non è infatti inasprendo le pene, introducendo nuove fattispecie di reato, allungando in maniera oscena i termini della prescrizione che si ottiene più giustizia. Allungare i termini della prescrizione significa solo consentire al giudice di spostare un po’ più in là la prossima udienza. Introdurre nuove fattispecie di reato significa solo complicare la normativa vigente, che già gronda di norme penali da un numero impressionante di leggi. Inasprire pene e sanzioni, senza aumentare efficienza ed efficacia dell’azione penale, non ha alcun effetto deterrente, ma solo una vuota funzione declamatoria.

Che il Senato se ne avveda: è ancora in tempo. Che abbia un sussulto di consapevolezza. Perché non basta porsi come argine contro i populismi, e poi assecondarne di fatto i temi, l’agenda, le politiche. Tanto più che non saranno mai sufficienti a saziare la sete giustizialista. Domani, dopo il voto, chi ha costruito la propria fortuna politica in nome della lotta contro la corruzione e le ruberie della politica dirà comunque che non si è fatto abbastanza, perché i ladri sono sempre al loro posto.

Certo, le elezioni sono dietro l’angolo: la volontà di «dare segnali» viene da lì, e da quel populismo giudiziario che continua a costringere la politica in posizione di subalternità nei confronti delle richieste che provengono dalla parte della magistratura investita del ruolo di guardiano della pubblica moralità. Ma se la maggioranza, e il partito democratico, intendono andare ancora a rimorchio di questi umori, allora a che titolo potranno dire di aver costruito e fatto avanzare, almeno in materia di giustizia, una proposta riformistica seria? Le modifiche del codice antimafia era finalizzata a rivedere la disciplina dell’amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati, e a riformare drasticamente l’Agenzia nazionale dei beni confiscati. Su entrambi i fronti le opacità erano tali, da rendere necessario l’intervento legislativo.  Ma per prendere queste misure, non c’era bisogno di mettere a repentaglio garanzie e libertà, creare profili di dubbia costituzionalità, allargare enormemente il raggio di intervento delle Procure.

È possibile sperare, allora, che la maggioranza ci pensi ancora, prima di fare un simile voto?

(Il Mattino, 4 luglio 2017)

L’altra faccia della gogna

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Tanto tuonò che piovve. Per presunte irregolarità che graverebbero non solo sull’inchiesta Consip, ma anche su quella che ha riguardato, circa due anni fa, la cooperativa Cpl Concordia, il Consiglio Superiore della magistratura ha aperto un’indagine, affidata alla prima Commissione: quella che si occupa, in particolare, di trasferimenti d’ufficio per incompatibilità ambientale. Sotto osservazione finisce dunque il lavoro del Pm John Woodcock, titolare di entrambe le inchieste.

Cosa hanno che non vanno, quelle inchieste? È presto per dirlo, e comunque non compete al Csm occuparsene nel merito. Ma le similitudini sono impressionanti, e gettano dubbi serissimi sul metodo di conduzione delle indagini. Perché nell’uno e nell’altro caso ci sono state fughe di notizie clamorose, che hanno provocato enorme rumore nell’opinione pubblica, giungendo a lambire tutte e due le volte Matteo Renzi. Nell’uno e nell’altro caso si sono trovati errori: causali o no che fossero (e francamente viene sempre più difficile crederlo), quegli errori non erano privi di conseguenze, ma anzi giustificavano le qualificazioni giuridiche dei fatti che potevano autorizzare da un lato il mantenimento della competenza in capo alla procura napoletana, dall’altro l’uso esteso di intercettazioni che a prescindere da qualunque rilevanza penale arricchivano il racconto mediatico. E tutte e due le volte c’è stato in seguito passaggio di competenze; nel caso delle opere da affidare alla Cpl Concordia non ci sono poi stati i tanto attesi sviluppi giudiziari; nel caso di Consip ancora non si sa.

Ma quello che si sa, evidentemente, è già abbastanza perché il compassato Csm non se ne stia più semplicemente alla finestra. C’è  il timore che in una Procura della Repubblica italiana si cucinino con enorme spregiudicatezza prove per portare avanti inchieste che toccano i più alti vertici dello Stato: l’organo di autogoverno della magistratura ha il dovere di intervenire con ponderatezza ma anche con la massima tempestività, come si usa dire. È difficile, infatti, immaginare un motivo di conflitto tra politica e giustizia più grave di questo.

Il punto vero però non è Renzi, il padre Tiziano o i petali del giglio magico. E non è neppure Luca Lotti, investito dalla grave accusa di aver informato l’ad di Consip Luigi Marroni dell’esistenza di un’indagine che lo riguardava. Ieri in Senato, il ministro dello Sport e il partito democratico hanno tirato un gran sospiro di sollievo, perché mentre i bersaniani di Mdp sparavano ad alzo zero contro Lotti, esponenti del centrodestra votavano insieme con la maggioranza la mozione che impegnava il governo a rinnovare i vertici della Consip. È evidente che in quest’ultimo scorcio di legislatura i fuoriusciti dal Pd provano a dimostrare che può esistere una formazione politica a sinistra dei democratici, e che anzi il Pd di Renzi ha poco o nulla il cuore a sinistra, tanto è vero che prende i voti del centrodestra e si prepara a governare con Berlusconi. Un pezzo di questa dimostrazione si è voluto fornire ieri.

Ma tutta questa partita giocata sullo spartiacque rappresentato ormai quasi per antonomasia da Matteo Renzi, poco o nulla c’entra con l’orgasmo giustizialista che raggiunge il suo acme sui media, piuttosto che nel luogo deputato dell’aula di tribunale. Se si fa lo sforzo di proseguire la lettura dei quotidiani oltre l’attualità politica, fino alle pagine di cronaca, ecco infatti quel che si trovava ieri: che per le presunte tangenti su appalti Trenitalia sono andati assolti tutti e tredici gli imputati che avevano dovuto affrontare il processo. Eppure sette anni fa erano fioccate accuse pesanti a carico di dirigenti e imprenditori. Ed erano state spiccate ordinanze di custodia cautelare per alcune delle persone coinvolte. L’anno dopo, nel 2011, era cominciato il dibattito. Che ieri però si è conclusa con la formula: il fatto non sussiste.

Per dirla poeticamente: un altro sentiero che finisce nel nulla. Ma quanta sofferenza, e quanta ingiustizia ha prodotto l’indagine? Ieri l’ingegnere Raffaele Arena, uno di quelli che si svegliarono sette anni fa con la guardia di finanza alla porta di casa, pronta a tradurlo in carcere, ha raccontato a questo giornale l’angoscia, il dolore e la vergogna provata. Una vita distrutta, una carriera annientata, e il compagno di cella che ti dà una mano perché tu non dia seguito a propositi suicidi. Dinanzi a queste sventure, non si può rispondere che sono cose che capitano.  Non può capitare che qualche innocente ci finisca di mezzo per la cattiva convinzione che l’opinione pubblica sostiene, e a volte finanche acclama: che dove circola denaro pubblico c’è per forza corruzione, e politici e funzionari sono già solo per questo colpevoli, si tratta solo di beccarli. Questo giubilo che accompagna le accuse, quando si riversano sui giornali, è l’opposto della giustizia e del diritto. E siccome si alza quando gli imputati sono eccellenti, copre e giustifica tutte le storture del sistema: le intercettazioni irrilevanti date in pasto ai giornali, le indagini prive di concreti elementi di prova, le disfunzioni e i ritardi degli uffici, i processi che non finiscono mai. Ma chi ne soffre di più non sono i potenti, sono tutti gli altri. Anzi: siamo noialtri, e sono tutti coloro che rischiano di finire stritolati dalla presunzione di colpevolezza che purtroppo finisce per accompagnare ogni processo.

(Il Mattino, 21 giugno 2017)