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Il moralismo come offerta

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Nasce una nuova forza politica, Liberi e Eguali, e prende definitivamente corpo e figura quello spirito che ha aleggiato per tutto il corso della seconda Repubblica sopra le diverse formazioni che nel campo del centro-sinistra si sono succedute dal 1994 ad oggi: la sinistra morale, che trova immediatamente il suo leader nel Presidente del Senato Pietro Grasso.

Se si arriva alla manifestazione di ieri seguendo il ritmo della cronaca, si è costretti a raccontare la lenta diaspora del Pd, poi il rimescolamento di carte in quella che una volta era Sinistra e Libertà di Nichi Vendola (e che ora si chiama Sinistra italiana ed è guidata da Fratoianni), poi la fragorosa scissione di Bersani e D’Alema, che persa la guerra con Renzi dentro il Pd danno vita a Mdp, infine la ricomposizione di questi pezzi sparsi della sinistra in un’unica lista, in vista delle prossime elezioni. Tutto questo conta, ovviamente, ma visto troppo da vicino porta in primo piano solo i dissapori personali, le schermaglie tattiche (accentuate dalla nuova cornice proporzionale in cui si svolgeranno le elezioni), e anche una comprensibile esigenza di sopravvivenza di quella parte di ceto politico che Renzi ha costretto a traslocare fuori del Pd.

Ma se si prende sufficiente distanza dal puro e semplice srotolarsi dei fatti, e si giudica in una prospettiva storica, si vede subito qual è il fattore comune che consente a questa nuova formazione di nascere: la pregiudiziale morale, o forse meglio: moralistica, che un tempo galvanizzava le più ampie coalizioni di centro-sinistra, a titolo di suo indispensabile complemento ideologico, e che ora si materializza e rapprende definitivamente in questa sinistra residuale, che in essa trova la sua ultima risorsa identitaria.

Che cos’altro, d’altronde, poteva permettere a Grasso di diventare in un battibaleno, neanche il tempo di lasciare il partito democratico, il leader naturale di Liberi e Eguali? Grasso è persona rispettate da tutti per il suo passato di magistrato: prima giudice nel maxiprocesso a Cosa Nostra, intentato da Giovanni Falcone, poi alla guida della Procura di Palermo, quindi a capo della Procura nazionale antimafia. Il Presidente del Senato ha detto ieri che non si farà forte del suo passato; sta di fatto, però, che la prima ragione che Roberto Speranza ha declinato, per sentirsi dalla parte giusta è stata il filo rosso – così ha detto – che arriva dagli attentati di Falcone e Borsellino fino a qui, fino a ieri.

D’altra parte, se uno analizza il discorso d’investitura tenuto ieri da Grasso, non vi trova il materialismo storico e l’analisi di classe – e questo si capisce –, ma nemmeno una sferzante critica del neoliberismo, o una piattaforma economica alla Mélenchon o alla Corbyn. Certo, seguirà il programma, ma è abbastanza evidente che l’unico ombrello sotto il quale la sinistra può oggi riunirsi, chiamandosi ovviamente fuori dalle responsabilità di governo che pure ha assunto in questi anni, è quello morale.

È l’ombrello più ampio che sia stato tenuto aperto dalla sinistra durante la seconda Repubblica. Sotto di esso, i tentativi di offrire una risposta di governo non sono mancati: con l’Ulivo, con l’Unione, con il Pd. Con risultati alterni e variamente giudicati. Ma quale di essi potrebbe oggi essere rivendicato da Liberi e Eguali, se l’esigenza è quella di marcare una forte discontinuità rispetto al passato? Quale eredità può essere reclamata, se si tratta di battersi per reintrodurre l’articolo 18? E quale schema politico può essere adottato, se non quello che consiste nell’alzare una barriera contro ogni possibile accordo con la destra. Certo, una simile posizione rende possibile solo dare i propri voti ai Cinque Stelle, ma chi si permetterebbe mai di considerarlo un inciucio? Invece, qualunque ipotesi di grande coalizione, o anche solo di accordo al centro, viene presentata come un cedimento morale: vai poi a capire come lo si governerà, questo Paese, dopo il voto. Ebbene, non è in questi termini che ha sempre funzionato l’antiberlusconismo? E non è di nuovo quel motivo che viene riproposto, per rappresentare il Pd come il partito traditore (copyright Pippo Civati) degli ideali della sinistra?

In realtà, la sinistra storica – quella che reggeva un pezzo dell’arco costituzionale della prima Repubblica – non era banalmente la sinistra dei grandi ideali, ma quella che stava dentro un campo internazionale di forze, che aveva robusti referenti sociali e che provava, in breve, a conquistare le casematte del potere, per dirla con il suo nume tutelare, Antonio Gramsci. Tutto questo non vive ormai più da tempo. Ma se viene abbandonato l’altro orizzonte che la sinistra ha provato faticosamente a darsi dopo l’89 – quello cioè di accreditarsi come partito convintamente riformista e di governo – è evidente che non rimane altro se non la nobile testimonianza dei propri ideali. E, per quello, chi meglio di Pietro Grasso, di un’icona morale, arricchita dal prestigio dell’istituzione?

Ora: magari ha ragione D’Alema, Liberi e Eguali può davvero raggiungere la doppia cifra (anche se i sondaggi la stimano attualmente meno della metà). Ma se anche andasse come D’Alema si augura, è improbabile che quella nata ieri sia davvero la sinistra del futuro. Ha piuttosto tutte le carte in regola per rappresentare l’ultima lampada in cui il genio moraleggiante della sinistra è tenuto racchiuso e sotto conserva, nella speranza che strofinandola con energia possa tornare a soffiare con forza.

(Il Mattino, 4 dicembre 2017)

Il prezzo alto di una strategia all’attacco

Testo 2

La giornata politica ha regalato tre fatti di grande rilievo: primo, l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale; secondo, la decisione del presidente del Senato Piero Grasso di lasciare il gruppo del partito democratico; terzo, l’indicazione, da parte del governo, per il secondo mandato alla guida della Banca d’Italia, del governatore uscente Ignazio Visco, nonostante il diverso avviso del Pd. I primi due fatti sono collegati fra di loro, perché Grasso ha solo atteso che si concludesse l’iter di approvazione del Rosatellum prima di compiere una scelta già maturata nei mesi scorsi; il terzo no, ma ha comunque un denominatore comune, perché chiama in causa la linea politica con la quale Renzi ha scelto di andare alle prossime elezioni. Dopo la giornata di ieri, infatti, è facile misurare la distanza del segretario del partito democratico dai massimi vertici istituzionali del Paese: i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, non si candideranno (se si candideranno) nelle file del principale partito di maggioranza: salvo errori, non era mai accaduto che una legislatura si concludesse con un esito del genere. Con la sortita su Bankitalia, si è prodotta una certa freddezza fra Renzi e il Quirinale, che di sicuro non ha gradito la mozione parlamentare su Visco presentata dal Pd; e ora che Gentiloni è andato dritto per la sua strada, anche con il presidente del Consiglio l’allineamento non è perfetto. Ovviamente non mancano le attestazioni di stima reciproca, né, a quanto pare, sono in discussione i rapporti personali, però se il sistema bancario continuerà ad essere, nelle prossime settimane, un tema di confronto politico, oggi sappiamo che non sarà Gentiloni e l’attuale governo a interpretare la linea del partito.

Distanza dai vertici istituzionali, autonomia rispetto alle decisioni assunte dal governo: con lo schema di gioco adottato, Renzi sembra voler rinunciare all’andatura compassata che i partiti di maggioranza di solito tengono, anche in prossimità del voto, e interpretare all’attacco, e da solo sul palcoscenico, la prossima campagna elettorale, con quella forte impronta personale che è nelle corde del segretario dem. È fin troppo chiaro, infatti, che il Pd non sarà, in campagna elettorale, il partito di Renzi e Gentiloni: sarà il partito di Renzi. Così come è chiaro che i risultati da presentare a giudizio dell’elettorato non saranno i risultati dei governi Renzi e Gentiloni: saranno i risultati conseguiti nel corso della legislatura dal Pd, il cui segretario è Matteo Renzi. Una strategia del genere va messa ovviamente alla prova dei fatti (cioè delle urne), ma va intanto spiegata nei suoi termini politici. E in termini politici: non v’è alcun dubbio che sia stata la forza di Renzi a consentire la prosecuzione di una legislatura, nata sghemba e precaria, fino al suo termine naturale.  È però la stessa forza che a sinistra ha prodotto continue lacerazioni. È facile supporre che se il referendum del 4 dicembre avesse avuto un esito diverso, la diaspora sarebbe stata contenuta; dopo la sconfitta referendaria, invece, sia all’interno delle istituzioni che nel partito si sono scavati fossi, intorno a Renzi. Tuttora, però, è difficile misurare peso e proposta politica alla sinistra del Pd se non in relazione a quel che Renzi fa o non fa, a dimostrazione che se Renzi pecca per eccesso, gli altri peccano assai per difetto.

Ma in politica vale il motto del riformatore Lutero: pecca fortiter, sed crede fortius. Pecca pure fortemente, ma abbi ancora più fiducia. Per smuovere le acque e giocare di rottura, non c’era altro modo. Per portare la sinistra fuori dal suo steccato tradizionale non c’era altra strada. Così dunque si è mosso Renzi: questa era la sua scommessa nel 2014 e questa è la sua scommessa anche adesso. E come nel 2014 Renzi non ne volle sapere di fare le europee dietro a Enrico Letta presidente del Consiglio, così questa volta non eviterà certo lo scivolamento di Gentiloni in secondo piano. I rapporti sono diversi, e diverso pure il contesto e il momento politico: e infatti quel governo cadde e questo rimane in piedi. Ma uguale è l’esigenza di Renzi di giocare la partita da prima punta, tutta davanti. Se saranno uguali anche i risultati è più difficile a dirsi. Oggi la partita è molto più complicata. Se poi il voto siciliano, fra dieci giorni, dovesse sospingere il pd troppo indietro, allora si farebbe ancora più dura. Renzi ha voluto tenersi alla larga dall’isola, e infatti il suo treno non varcherà lo stretto. Ma se il Pd perde di brutto ci vorrà un attimo a leggere le regionali siciliane in chiave nazionale: quanto più si deideologizza il voto, tanto più lo si lega alle aspettative di successo o di insuccesso. E su quelle, qualunque cosa se ne vorrà dire, il risultato siciliano peserà.

(Il Mattino, 27 ottobre 2017)