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Il Presidente e l’eversore

ImmagineSono trascorsi poco più di tre mesi dalla dichiarazione del 13 agosto, e sul Colle nessuno ha cambiato idea: «di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto». Nulla, nel comportamento di Silvio Berlusconi, mostra invece che il Cavaliere voglia prenderne atto. Nonostante il principio della legalità, nonostante il rispetto dovuto alle istituzioni, nonostante la nota del Quirinale. Le parole che il Cavaliere ha usato venerdì, con maggiore veemenza del solito, per esigere – non chiedere ma addirittura esigere – la grazia lo dimostrano. Ma le precisazioni diramate ieri dall’ufficio stampa del Quirinale non riguardano la materia, già oggetto del comunicato di agosto. Già allora, infatti, Napolitano aveva scritto che sebbene il Presidente della Repubblica possa compiere un atto di clemenza anche in assenza di domanda, non può «prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza». Ora, nessuno, in precedenza, si era mai spinto al punto di pretendere di essere graziato. Né alcuno è mai stato graziato ancor prima di aver cominciato a scontare la pena, gravato peraltro da numerose altre pendenze giudiziarie. Le condizioni per un atto di clemenza, dunque, allo stato non sussistono. Ma le parole con cui Berlusconi getta benzina sul fuoco, «prive di ogni misura nei contenuti e nei toni» – come si sottolinea con preoccupazione dal Quirinale – aggravano ulteriormente il quadro. La novità non riguarda dunque il profilo giuridico della vicenda che coinvolge il Cavaliere: quella è chiara da tempo e attende solo di essere completata con la decadenza dal Senato e l’esecuzione della pena; riguarda invece il livello dello scontro politico, che Berlusconi alza minacciosamente, con parole irricevibili. «Non è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche» aveva scritto Giorgio Napolitano il 13 agosto. Ma quel che ha detto l’altro ieri Berlusconi, che si starebbe compiendo un «colpo di Stato» a suo danno e che per questo bisogna reagire con una manifestazione di piazza, è precisamente una simile, inaccettabile ritorsione, che può addirittura mettere in pericolo la tenuta del quadro democratico. Di qui l’invito pacato ma fermissimo con cui si invita il Cavaliere a rimanere ben dentro la legalità, a non prendere decisioni o adottare iniziative che possano situarsi al di fuori della legge.

Il Cavaliere, in verità, si è già posto fuori della legge almeno una volta, dal momento che pesa su di lui una condanna passata in giudicato. Pretendere ora di cancellarla, sovvertirla, rinviarla, bypassarla, o in qualunque altra maniera si voglia dire, significa mettersi un’altra volta contro l’ordinamento giuridico del nostro paese, contro un verdetto definitivo della magistratura e contro gli italiani, visto che il rispetto delle leggi è a presidio e a garanzia di tutti.

Eppure non c’è verso. In ogni modo Silvio Berlusconi cerca di allontanare da sé l’appuntamento con la decadenza. Ieri il grand’uomo ha giudicato «umiliante» l’affidamento ai servizi sociali. Eppure, nella civiltà giuridica moderna la pena, lungi dall’essere semplicemente afflittiva, è al contrario proprio la via attraverso la quale il reo guadagna nuovamente dignità e rispettabilità sociale. È evidente che Silvio Berlusconi non vuole o non sa percorrere quella via, e forse non vuole più neppure ritrovare quella rispettabilità. Ed è un peccato che le bandiere di un partito politico, della neonata Forza Italia, siano levate in alto solo per fargli da nascondiglio.

(L’Unità, 25 novembre 2013)

La tiotimolina risublimata

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È probabile che di quanti si affannano intorno alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi nessuno o quasi conosca le proprietà endocroniche della tiotimolina risublimata. Eppure, gli esperti ricorderanno che nel 1948, tra le tante cose, non ci fu solo la vittoria della Dc, ma anche la pubblicazione di un racconto di Isaac Asimov, che torna utile rileggere oggi, per capire a quale punto siano giunte le contorsioni sempre più scomposte della seconda repubblica. La tiotimolina, spiegava il notissimo scrittore di fantascienza, è una molecola talmente solubile, ma talmente solubile,  da sciogliersi ancora prima di essere immersa nell’acqua. A quel lontano racconto deve essersi ispirato chi ha cominciato a ragionare in queste ore di concessione della grazia al Cavaliere, ancora prima che la Cassazione si pronunci e giunga (se mai giungerà) ad una condanna definitiva. Sulla scia di una simile proposta, si potrebbe aprire un filone di iniziative assai interessante. Per esempio: promuovere o bocciare prima dello svolgimento di un esame, oppure dare i risultati del voto ancor prima dello svolgimento della consultazione elettorale (i sondaggisti in realtà ci provano, con alterne fortune). Resta che però, in taluni casi, possono presentarsi serie controindicazioni, se per esempio qualcuno decidesse di attraversare un incrocio ancor prima della comparsa della luce verde.

Gli ambienti del Quirinale, che in via ufficiosa stigmatizzano  duramente «l’analfabetismo» e la «sguaiatezza istituzionale» di chi lascia scoppiare nel dibattito pubblico simili, avventurosissime proposte, autorizzano una buona dose di ironia. In realtà, tirare la Presidenza della Repubblica per la giacchetta, cercare di precostituire soluzioni in un ambito di esclusiva competenza del Capo dello Stato, o più semplicemente mettere le mani avanti per paura di finire male non giova anzitutto al Cavaliere, perché sembra denunciarne una preoccupata insicurezza e suona come una sorta di «excusatio non petita» (cioè di «accusatio manifesta»); non giova in secondo luogo all’istituto della grazia, che non è certo la valvola di sicurezza per i problemi giudiziari di nessuno; e non giova neppure, in terzo luogo, ai rapporti politici presi nel loro insieme, di cui si dovrebbe favorire il rasserenamento, piuttosto che la complicazione. Una proposta del genere, infatti, sbagliata nei modi e nei tempi, non può avere il proposito di trovare una soluzione alla crisi politica in cui il Paese rischia di precipitare in caso di condanna, ma solo quello di rendere più difficile la coabitazione di Pd e Pdl in seno alla maggioranza, dal momento che non è certo cosa di cui i due partiti maggiori possano realmente ragionare. Non lo è perché non spetta loro farlo, e non lo è perché i rispettivi elettorati non ne comprenderebbero il senso, l’opportunità, il merito.

Non sorprende perciò il fatto che, non contento del contributo dato alla scienza, Isaac Asimov sia tornato altre volte sulle proprietà della tiotimolina, per indagare ad esempio le sue «applicazioni micropsichiatriche». Ecco, non vorremmo che la seconda Repubblica stesse ormai sconfinando nella micro o macropsichiatria e avesse perciò bisogno di interessarsi di simili applicazioni. La molecola di Asimov suppone peraltro una capacità di incursione nel futuro di cui quasi nessuno, nella politica di oggi, è capace. È per questo, e solo per questo, che non riesce a tirarci fuori dai problemi del presente. Non ha un orizzonte, una visione, ma è per lo più un’affannosa rincorsa giorno per giorno, e arriva purtroppo un attimo dopo molto più spesso che un attimo prima.

Lo scrittore americano non pensò di affiancare a quel capolavoro di satira scientifica che fu il suo racconto un capolavoro analogo nel campo della satira politica, ma la proposta di grazia avanzata per conto terzi prima della condanna meriterebbe comunque, io temo, tutta la sua considerazione.

(Il Mattino, 13 luglio 2013)