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Uexküll, l’etologo folle e geniale che scelse Napoli e Capri

Escher Still Life with Spherical Mirror 1934

M. C. Escher, Still Life with Spherical Mirror (1934)

«Vitalista tra i vitalisti, feroce idealista, kantiano – in realtà un nemico della scienza naturale. Ma, con quella doppia vita che spesso hanno i naturalisti di impostazione idealista, in fisiologia egli è anche il più preciso sperimentatore che si possa immaginare. Testardo fino a essere leggermente folle, geniale fino alla punta dei capelli», questo era, nel giudizio dell’amico Konrad Lorenz, padre dell’etologia contemporanea, il barone estone Jakob von Uexküll, che a lungo svolse la sua attività scientifica in Germania, ma poi anche nella Stazione Zoologica di Napoli, per spendere infine gli ultimi anni della sua vita a Capri. Il suo capolavoro (Biologia Teoretica, a cura di Luca Guidetti, Quodlibet, € 32, pp. 284) è stato presentato ieri alla Federico II di Napoli, che gli ha dedicato un impegnativo seminario. Al centro del pensiero di Uexküll è l’idea che ogni essere vivente ha il suo specifico ambiente: il mondo della zecca, o del riccio di mare, non è lo stesso di quello del mammifero, o dell’uomo. Ogni specie ha il “suo” spazio e il “suo” tempo. Ne veniva l’idea di una perfetta integrazione fra l’animale e il suo mondo che cozzava con l’evoluzionismo dominante, respingendone in particolare gli aspetti riduzionistici e meccanicistici. Ma ne veniva anche una interpretazione ricchissima della vita animale come fenomeno semiotico, che trova oggi nuovo interesse, soprattutto negli studi di etologia del comportamento animale.

Ma c’è un altro motivo di interesse per i lavori di Uexküll. Nella sua prospettiva, tutti gli esseri viventi sono “soggetti”, ma il loro mondo è un mondo “chiuso”. Se il primo punto ha un significato pluralistico, antispecista, il secondo sottrae a quel pluralismo la possibilità di vivere in un mondo comune. Uexküll, che negli anni Venti aveva scritto una Staatsbiologie dal carattere fortemente conservatore e antidemocratico, dovette comprenderne qualcosa se, dopo una sua prima adesione al nazionalsocialismo, si accorse negli anni successivi del “misero materialismo” delle dottrine naziste sulla razza. Oggi che la biopolitica è tornata al centro del lavoro teorico, è bene allora accedere qualche faro, e ricordarsi che la direzione che queste ricerche possono prendere non è affatto univoca.

(Il Mattino, 22 ottobre 2017)

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Zarone, lo sguardo e il quadernetto del filosofo

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La filosofia è sempre stata divisa fra oralità e scrittura. C’è una ragione: non c’è magistero che possa esercitarsi fuori del rapporto vivo e diretto fra maestro e allievo. Così è stato anche con Giuseppe Zarone, scomparso tre giorni fa all’età di 77 anni. Non so se sia il suo libro più importante, ma «Metafisica e senso morale», pubblicato sul finire degli anni Ottanta, serba di sicuro la traccia più fedele dell’insegnamento che Zarone teneva sulla cattedra di filosofia morale dell’università di Salerno. Con un quadernetto scritto fittamente, dal quale sollevava lo sguardo luminoso per continue digressioni e commenti, in ore lunghe e tese. Per chiunque si sia laureato in filosofia nell’Ateneo salernitano, quelle lezioni costituivano un passaggio fondamentale, persino decisivo: è difficile incontrare studenti e colleghi che dalla fine degli anni Settanta in poi abbiano frequentato quelle aule, che non ne serbino indelebile il ricordo. Nel percorso che Zarone intraprese in quegli anni – sempre più lontano dalle prime indagini storico-politiche («Bernstein e Weber», «Crisi e critica dello Stato»), sempre più votato verso indagini di carattere speculativo, che in lui si tingevano di una fortissima tensione religiosa («Pensiero e verità», «Il discorso e la parola. Parabole del senso tra Atene e Gerusalemme») – c’è anche, ne sono convinto, una traiettoria significativa: per un verso della storia culturale di Salerno, la cui scena pubblica perse progressivamente molti dei suoi migliori fermenti intellettuali; per altro verso della cultura filosofica italiana, nelle cui vene presero a circolare molto meno Gramsci, molto meno Marx, e molto più Nietzsche e Heidegger.

Rispetto a protagonisti celebrati di quella stagione, Zarone aveva un’ambizione e un desiderio in più: quella di sottrarsi al «démone» dello scrittore, che si esibisce nella pagina come un funambolo sulla corda. Sapeva benissimo di rischiare in questo modo l’indifferenza o l’oblio. Ma era convinto che ai libri dovesse toccare «il dovere dell’anonimato».

A quel paradossale e impossibile dovere Zarone si attenne sempre di più, negli anni. Cercando di sottrarsi per quanto possibile ai vincoli della comunità scientifica, come alle pesanti costrizioni accademiche, e di costruire (insieme a uno degli autori più amati negli ultimi anni, Franz Rosenzweig), il profilo di un uomo «metaetico», alla cui solitudine esistenziale e elevazione interiore – scrisse in un saggio – «la stessa morte fisica non aggiunge più nulla, e lascia del tutto irrisolto l’enigma del vivere e del morire».

Ora, sull’estremo limitare di una vita, credo che sia giusto infrangere questo dovere da parte di chi lo ha sentito come un maestro. Vi sono, nel discorso pubblico, «i lόgoi scientifici e le chiacchiere comuni»: è ancora possibile la parola della filosofia? Zarone credo ne dubitasse, ma, al contempo, riteneva che essa fosse necessaria come l’aria. La cercava nella tradizione del pensiero, ma anche fra i poeti, gli scrittori, i mistici, con un’apertura di orizzonte sorprendente e, per uno studente, persino entusiasmante. Per chiunque volesse non semplicemente imparare la filosofia, ma imparare a filosofare, quella ricerca, ovunque portasse, è stata essenziale.

(Il Mattino, 3 giugno 2017)

Perché il filosofo guida senza patente

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Tra tutte le discussioni sollevate dalla pubblicazione postuma dei Quaderni neri di Heidegger – con le sue espressioni smaccatamente antisemite – ve n’è una particolarmente cretina (per quanto istruttiva), che forse non meriterebbe di essere ripresa se non la si trovasse esposta sui principali quotidiani nazionali da professori autorevolissimi a cui non fanno difetto titoli e meriti accademici. Si tratta della questione seguente: fu Heidegger un grande pensatore, o addirittura il più grande del ventesimo secolo? Le questioni serie circa il nesso fra l’antisemitismo e la filosofia di Heidegger sono una cosa, la domanda circa la grandezza di Heidegger tutta un’altra. E non perché si voglia difendere a tutti i costi un pensatore che non inorridì dinanzi allo sterminio degli ebrei, che non ha detto una parola di condanna né prima né durante né dopo la guerra e ha anzi trovato parole che sollevavano il nazismo dalle sue responsabilità politiche e morali, ma perché muove dall’assunto che «un livido antisemita» non possa essere un «grande pensatore». Così infatti esordisce sul Corriere della sera l’emerito professor Richard Wolin, emerito e indignato, per il quale lo status di filosofo (e di grande filosofo) non è evidentemente compatibile con il pregiudizio antisemita. Così che se trovassimo tracce di antisemitismo – poniamo – in Hegel, Nietzsche o Frege, ci troveremmo nell’imbarazzo di  dover derubricare anche  costoro a pensatori mediocri, con buona pace delle nostre biblioteche (e grande soddisfazione del professor Wolin, immagino). Che se poi la nostra coscienza morale inorridisse altrettanto per lo schiavismo degli antichi, non si potrebbe proprio tenere nel pantheon della filosofia neppure Platone o Aristotele.

Ma, si dirà, i poveri Platone ed Aristotele, vissuti tanto tempo fa, proprio non potevano sapere quel che solo il progresso morale ha rivelato a noialtri, buoni democratici e liberali del ventunesimo secolo: che gli uomini sono tutti uguali e la schiavitù immorale. Giusto. D’accordo. Assolviamo almeno loro. Ma come la mettiamo con il pregiudizio contro le donne, che arriva praticamente fino ai giorni nostri? Togliamo il titolo di grande pensatore a tutti coloro che non hanno riconosciuto piena parità tra i sessi, pazienza se si tratta di quasi tutti? La storia della filosofia di Richard Wolin rischierebbe di ridursi a poverissima cosa, e soprattutto non sarebbe più una storia, ma solo una insipida cronaca di quello che passano gli ultimi anni della riflessione contemporanea, naturalmente dopo aver superato l’esame di morale del professor Wolin.

Ma è pronta l’obiezione: è immorale anche solo il paragone fra l’antisemitismo di Heidegger e qualunque altro deficit morale nel pensiero di qualunque altro pensatore del passato o del presente. Nulla è più orribile del nazismo, e mettere a confronto la condiscendenza di Heidegger verso nazismo e antisemitismo con generici pregiudizi maschilisti, o razzisti, o magari eurocentrici, è profondamente sbagliato. Ora, può darsi sia così, e che sia giusto togliere ai filosofi il titolo di «grandi» – e naturalmente anche ai giuristi tipo Schmitt e agli scrittori tipo Céline – per non urtare il senso di Richard Wolin per la grandezza. Dopodiché però sia consentito di chiedere: come uno che scrive queste cose immagina che si entri in filosofia? Previo rilascio di patentino morale? Pensa forse che si può essere filosofi, e grandi filosofi, solo avendo preliminarmente accettato, firmato e sottoscritto uno standard condiviso di valori morali universali? Che il consenso intorno a determinati valori non si discute né si problematizza punto? Che la filosofia comincia solo dopo aver considerato acquisite per sempre talune indiscutibili verità sull’uomo l’universo e tutto quanto? Che si può filosofare solo dopo che si sia rassicurati sulle buone intenzioni dell’esercizio di pensiero? Non è così, purtroppo (o per fortuna). Ed è da un pezzo che in filosofia vero bello e buono non si tengono quietamente l’uno a braccetto dell’altro, anche se siamo tutti contenti della «struttura di difesa dei diritti umani» sviluppatasi dopo i genocidi del ventesimo secolo. (O almeno: io per parte mia lo sono, ma non sono un pensatore né piccolo né grande in virtù di questa bella contentezza). La libertas philosophandi è più ampia di quanto Richard Wolin e altri evidentemente ritengono che sia, pur ergendosi a difensori di quella libertà che filosofi «unfrei» come Heidegger disprezzano.

A un parto sono nati, in filosofia, il filosofo e il sofista: e non solo la distinzione fra l’uno e l’altro non è mai fatta né è possibile farla una volta per tutte, ma sicuramente non è grande filosofo chi ritiene che sia già stata fatta, o peggio ancora che l’abbia fatta Richard Wolin per tutti noi. La filosofia ha pensato cose orribili. Heidegger ha pensato cose orribili: in quei pensieri bisogna entrare, e discuterli come pensieri, non come deprecabili errori morali commessi da un pover’uomo che non merita per questo di insegnarci Aristotele e Kant. In fondo vi sono più cose, in filosofia, di quante il criterio della morale condivisa (o della coscienza morale adamantina) ne ammetta. Ma in filosofia non si chiede il permesso di pensare a nessuno, nemmeno a Richard Wolin.

Il Mattino, 19 aprile 2015

Heidegger antisemita e i conti aperti con la storia

Come ha dimostrato Donatella Di Cesare nel suo recente libro su Heidegger e gli ebrei, l’antisemitismo del filosofo di Messkirch e la sua adesione al nazismo non possono essere considerati semplici accidenti. Gli episodi pubblici, del resto, e il profilo biografico di Heidegger sono noti ormai da molto tempo e non lasciano adito a dubbi. Ma la pubblicazione dei Quaderni Neri (progettata dallo stesso filosofo) aggiunge altre tinte a un quadro già fosco e obbliga a riaprire la discussione. Nell’ultimo volume, che sta per vedere la luce in Germania, Heidegger parla infatti della Shoah come dell’«autoannientamento» degli ebrei. Finora Heidegger era stato attaccato per il suo silenzio sull’immane genocidio: ora siamo messi di fronte alle sue parole, e non è più possibile parlare di debolezze morali, di errori, pavidità o altro. Finora ci si chiedeva perché, anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, Heidegger non avesse mai preso le distanze pubblicamente dal nazismo e dal suo passato. Ora sappiamo che non era soltanto il suo passato, neanche dopo il ’45, e che quelle distanze non le ha prese perché, in fondo, non c’erano. Per lui, la colpa degli Alleati, che avevano vinto la guerra, era persino maggiore dei crimini nazisti. E il fatto che l’antisemitismo di Heidegger non poggiasse su basi razziali probabilmente non diminuisce ma aumenta la responsabilità del suo pensiero.

Ma un conto è domandarsi come sia possibile che uno dei più grandi filosofi del Novecento abbia potuto condividere il destino politico del nazionalsocialismo; un altro è invece concludere in maniera sbrigativa che Heidegger, se dunque fu nazista, non fu affatto quel gran filosofo che si dice, come se la sua compromissione col nazismo inficiasse anche l’intero suo itinerario filosofico. O come se fra un Heidegger e un Goebbels alla fin fine non ci fosse poi tanta differenza. E come nessuno si sogna di leggere quest’ultimo, se non per ragioni strettamente storiche, così nessuno dovrebbe più leggere Heidegger, per lo stesso motivo. Ovviamente non è così, e una polemica condotta in tal modo rischia persino di essere fuorviante. Il rapporto fra vita e pensiero è esso stesso un problema filosofico, e non basta inorridire dinanzi alla prima per ritrarsi anche dinanzi al secondo.

In certi casi ciò è evidente. Spesso ci si dimentica dell’antisemitismo di Gottlob Frege, uno dei padri della logica del ‘900, ma nessuno si sognerebbe di desumere dalle sue opinioni un giudizio sul suo lavoro di logico. Nel caso di Heidegger la faccenda è più complessa ed anche più scabrosa, non solo per il tempo in cui Heidegger ha vissuto e per i giudizi che ha reso, quanto piuttosto perché diversa è la modalità con cui si annodano nel suo pensiero il piano storico-esistenziale e quello concettuale. Ma purtroppo per sciogliere questo nodo non basta vedere quale funesta prova abbia dato di sé il pensatore della Foresta Nera.

Infine, il nazismo di Heidegger non è sufficiente nemmeno per dare un giudizio liquidatorio su quei versanti del pensiero europeo del dopoguerra che hanno largamente attinto alla sua lezione filosofica. In Italia Gianni Vattimo è stato tra i primi a discutere Heidegger, sdoganandolo – come si dice – a sinistra, e ora quasi si risente per tutte queste polemiche. Ma non c’è bisogno di minimizzare né di sentirsi chiamati in causa. È sufficiente invece far presente che, se fosse solo questione di cattivi maestri, forse non dovremmo più aprire alcun libro di filosofia, o quasi.

(Il Messaggero, 9 febbraio 2015)

La noia disinnesca i cronisti senza più gag

Tradizionale conferenza stampa di fine d’anno. Dopo oltre due ore di sobria e pacata esposizione del Presidente del Consiglio, i giornalisti  ripongono i taccuini, spengono i registratori e, prima di mandare il pezzo al giornale con le dichiarazioni sulla manovra atto dovuto e la crescita atto voluto, prima di sbirciare un’ultima volta il grafico sullo spread e decidere se credere alle rassicurazioni del governo, si mettono alacremente a compulsare le pagine dei Concetti fondamentali della metafisica di Martin Heidegger, in cerca dei paragrafi dedicati alla noia, stato d’animo così fondamentale da illuminare in profondità la natura dell’uomo. Istinto del cronista, che ha bisogno di capire. In questo caso, infatti, c’era da capire cosa mai fosse quello stato di intorpidimento delle membra e dello spirito che li aveva assaliti, in assenza di gomitate da parte di colleghi più guardinghi e soprattutto delle sapide barzellette del predecessore: senza una gaffe, una battuta galante, o almeno una smargiassata del Cavaliere da riportare, ma con nelle orecchie soltanto il ronzio monocorde di parole scandite alla velocità con cui un bradipo tridattile si fa la toilette al mattino.

Heidegger viene in soccorso. La noia, egli spiega, consta di due elementi strutturali: l’esser lasciati vuoti e l’essere tenuti in sospeso. Più o meno quello che è accaduto ieri! Nella noia, infatti, le cose che ci circondano non hanno più nulla di interessante da offrirci, nonostante rimaniamo inchiodati ad esse senza un reale motivo, e noi ce ne stiamo inattivi, sospendendo l’esercizio di qualunque capacità, sia fisica che intellettuale: descrizione assai calzante della conferenza di ieri. Heidegger però sostiene anche che l’uomo è l’unico animale che si annoia. E Le scienze dell’educazione danno man forte: non dicono gli educatori che i nostri figli fanno troppe cose e devono invece sapersi annoiare?

Chiuso il libro, i giornalisti avevano dunque la chiave del perché in tempi di crisi abbiamo bisogno del professore: più ancora che per le misure a favore della crescita, per la sonnacchiosa pedagogia che benignamente spande. Per riportare cioè se non la calma sui turbolenti mercati almeno la noia nel cuore degli uomini. (Dopodiché è vero che Berlusconi lo abbiamo visto addormentarsi in pubblico, Monti al massimo farà addormentare noi).

L’unità 30 dicembre 2011

En todos los órdenes, hoy la solución de una cosa está fuera de sí misma, J. Oteiza

Poniamo che la filosofia rinunci al titolo di scienza della verità. Poniamo che rinunci non solo ad essere scienza, ma anche a misurarsi, in generale, col problema della verità (i due gesti dovrebbero essere considerati un solo e stesso gesto, ma non sempre le cose vanno in questa maniera): si tratterebbe di una decisione comprensibile, per alcuni perfino auspicabile, dal momento che la storia della verità, così come l’ha raccontata Nietzsche, sembra essere giunta alla sua fine ormai già più di un secolo fa.
Resta nondimeno difficile immaginare, ammesso e non concesso che la filosofia compia appunto una simile rinuncia, che rinunci anche ad essere un affare di parola, o forse meglio di discorso. La filosofia ha per qualche tempo esitato sulla soglia della scrittura e, se non si è troppo affezionati a un’immagine meramente cronologica della sua vicenda, si può pensare con qualche ragione che questa esitazione le appartenga ancora essenzialmente; ma, cominci pure la filosofia con Socrate che non scriveva nulla piuttosto che con Platone il quale invece scriveva, nel mentre tuttavia si raccomandava di non lasciarsi istruire dalla semplice parola scritta – o addirittura cominci da Parmenide, il quale in verità ‘filosofava’ in versi (eppure chiedeva di giudicare della verità dell’essere in base al logos), sta il fatto che la filosofia si è sempre rimessa ad un certo esercizio della parola. È vero, il filosofo antico è tale ergo kai logo, e dunque non semplicemente per ciò che dice, ma anche per ciò che fa. E tuttavia l’ergon del filosofo non sarebbe tale se non fosse l’opera di quello strano animale che ha il logos. Si può dire allora che la vita filosofica consiste in un certo modo di ‘portare’ la parola, e situare perciò questo com-portamento un passo indietro (o avanti?) rispetto alle parole, ma è ancora in riferimento alla parola che un tale comportamento si rischiara e viene allo scoperto.
(Il saggio, La verità come compito della filosofia, è pubblicato integralmente sul fascicolo 2 della rivista di filosofia Noema, diretta da Rossella Fabbrichesi e Carlo Sini, dell’Università di Milano, disponibile al seguente indirizzo:http://riviste.unimi.it/index.php/noema/issue/view/224/showToc)

Franco Volpi

Non ho scritto nulla sulla morte di Franco Volpi. Rimedio oggi. Conoscevo Volpi, anche se superficialmente. Ero ancora studente quando lo vidi per la prima volta, ospite ad un convegno heideggeriano all’Università di Salerno: mi fece impressione l’autorevolezza che gli veniva riconosciuta, pur essendo ancora molto giovane (parlo di più di vent’anni fa, se non ricordo male). L’ultima volta che l’ho visto è stato a Napoli, in occasione della presentazione del romanzo di Feinmann L’ombra di Heidegger, tradotto da un mio grande amico e da un suo grande amico, Lucio Sessa. Romanzo che lessi in bozza, e di cui pure discutemmo un po’, con Lucio. E con il mio heideggerologo di fiducia, da cui sarei curioso di avere un parere, a proposito del testo che metto qui sotto (pubblicato sul Domenicale del Sole 24 Ore). Volpi si è nutrito di Heidegger per tanti anni, ne ha curato un bel po’ di roba, e colpisce che sia giunto a un bilancio così fallimentare. In verità, penso che questo bilancio Volpi lo avesse tratto da tempo: ricordo un suo saggio sulla riabilitazione della filosofia pratica, e ricordo che pensai allora che un tal saggio era abbastanza incompatibile con le vertigini e gli abissi dell’ultimo Heidegger.
Che Volpi non poteva amare. Lo dico senza conoscere per bene il suo lavoro di storico. Ma ne conosco l’opera fondamentale, quella su Heidegger e Aristotele. Vitiello, che stimava molto Volpi, leggeva Heidegger in maniera non opposta ma quasi: Essere e Tempo non è solo una riambientazione di concetti aristotelici, ma ha almeno due anime, una greca e una cristiana. Le vertigini e gli abissi dipendono essenzialmente da quest’ultima, che Vitiello ha finito col preferire. Volpi ha preferito l’altra.
Infine. Sono stato all’Università di Padova, lunedì scorso, per una chiacchierata. Ho visto alcune splendide persone di cui ho molto stima, e sono veramente felice di averle reincontrate. Ma c’era un clima di mestizia, in una città che mi ha sempre dato l’impressione di essere mesta fino alla depressione (ma forse è solo colpa della pioggia, che immancabilmente vi ho incontrato). Sarà per questo che Volpi aveva trovato quasi una seconda patria in Sud America?
Ai muri c’erano i saluti al professor Franco Volpi, e qui io lascio il mio.

I «Contributi alla filosofìa»? «Il diario di un naufragio. Avventurandosi troppo in là nei mari dell’Essere, il suo pensiero va a fondo»
L’esperienza di Nietzsche vuota le metafore di Heidegger, tarpa i suoi slanci, mina alle fondamenta la costruzione dei Contributi alla filosofia. È forse un caso che Heidegger ponga in esergo ai due volumi dedicati a Nietzsche (1961) una epigrafe tratta dall’Anticristo che corrisponde esattamente alla conclusione dei Contributi? Questi terminano con una "fuga" che tratta dell’ultimo Dio, il primo capitolo del Nietzsche si apre con la citazione: «Quasi due millenni e non un solo nuovo dio!».
Forse Heidegger non è più riuscito a risollevarsi filosoficamente dal de profundis di Nietzsche. Nella triste luce dell’esaurimento, l’Essere – quest’ospite solitamente fugace dei nostri pensieri – rimane per il grande Heidegger l’ultima chimera che valga la pena di sognare. Tutti i suoi sforzi mirano a quest’unica meta, l’Essere, ma i sentieri si sono interrotti. La sua intermittente sperimentazione filosofica e il suo "procedere tentoni" in questo sogno hanno prestato il fianco a critiche da far tremare i polsi. Heidegger rifiuta la razionalità moderna con lo stesso gesto sottomesso con cui ne riconosce il dominio, richiama la scienza che "non pensa" ai suoi limiti, demonizza la tecnica fingendo di accettarla come destino, fabbrica una visione del mondo catastrofìsta, azzarda tesi geopolitiche quanto meno avventurose – l’Europa stretta nella morsa tra americanismo e bolscevismo – soffiando sul mito greco-germanico dell’originario da riconquistare. Anche le sue geniali sperimentazioni linguistiche implodono, e assumono sempre più l’aspetto di funambolismi, anzi, di vaniloqui. Il suo uso dell’etimologia si rivela un abuso (…). La convinzione che la vera filosofia possa parlare soltanto in greco antico e tedesco (e il latino?), una iperbole. La sua celebrazione del ruolo del poeta, una sopravvalutazione. Le speranze da lui riposte nel pensiero poetante, una pia illusione. La sua antropologia della Lichtung, in cui l’uomo funge da pastore dell’Essere, una proposta irricevibile e impraticabile. Enigmatico non è tanto il pensiero dell’ultimo Heidegger, bensì l’ammirazione supina e spesso priva di spirito critica che gli è stata tributata e che ha prodotto tanta scolastica.
Certo, i comuni mortali spesso deridono le soluzioni del filosofo solo perché non capiscono i suoi problemi. Dunque non è affatto detto che queste critiche colgano nel segno. Ma se fosse così, allora i Contributi alla filosofia sarebbero allora davvero il diario di bordo di un naufragio. Per avventurarsi troppo in là nel mare dell’Essere, il pensiero di Heidegger va a fondo. Ma come quando a inabissarsi è un grande bastimento, lo spettacolo che si offre alla vista è sublime.