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Houellebecq e l’imbecillità “degli altri”

michel_houellebecq_gq_2014_511xUna «spaccatura abissale» si è venuta a creare tra «i cittadini e coloro che dovrebbero rappresentarli»: dovrebbero, perché di fatto non li rappresentano, anche se non è affatto chiaro, temo, il significato della rappresentanza democratica a chi scrive queste cose. Chi scrive è Michel Houellebecq, che sulle pagine del Corriere di ieri ha affibbiato la patente di imbecillità all’intero classe politica francese, a cominciare da quel «ritardato congenito» che risponde al nome di François Hollande, Monsieur le Président. Houellebecq se lo può permettere, non solo perché è uno dei più grandi, e uno dei più discussi, scrittori francesi contemporanei, ma anche perché ha dato quest’anno alle stampe un romanzo, Sottomissione, in cui descrive una Francia ormai politicamente, intellettualmente e perfino sessualmente esausta e infiacchita, e immagina che in un simile  scenario, in un futuro non troppo lontano, possa salire all’Eliseo un leader musulmano moderato. Tutte le paure francesi hanno trovato ricetto nelle pagine di Houellebecq, tutto l’orgoglio gallico se ne è dovuto risentire. E  così il libro ha fatto discutere: molto. In verità ogni libro di Houellebecq fa discutere, e anche l’articolo di ieri fa discutere e va discusso.

Perché, dunque, imbecilli, i politici francesi? Perché hanno fatto l’opposto di quel che dovevano fare, per fronteggiare la minaccia islamista: hanno tolto le frontiere e favorito così l’immigrazione, e invece dovevano preservarle, presidiarle e difenderle, e hanno bombardato (oggi in Siria, ma ieri in Iraq e in Libia, per dire dei principali focolai di crisi), e invece non dovevano bombardare. Cosa che il popolo francese sa benissimo, ha sempre saputo, e che solo una manica di imbecilli si è ostinata per decenni a non capire.

Ora, l’ingenuità dilettantesca di un simile giudizio si spiega forse per la verve letteraria che lo scrittore sa mettere nel suo giro di frase: figuriamoci, infatti, se non è parlar chiaro dare a qualcuno dell’imbecille. E siccome il parlar chiaro riesce più vivace e persuasivo di qualunque estenuante distinzione intellettuale o ragionamento politico, voilà: politiche dell’immigrazione e politica estera divengono solo più il parto di gente manifestamente incapace (che, sia detto per inciso, non si capisce bene perché la popolazione – che per Houellebecq «non ha fallito in nulla» – continua tuttavia a votare). Ovviamente qualunque analista meno brillante di Houellebecq proverebbe piuttosto a spiegare, condivida o no il giudizio, perché la Francia abbia preso questa strada. Il grande scrittore con vista privilegiata sulle miserie umane no, se la sbriga regalando a tutti il titolo di imbecille, si inventa una democrazia diretta che non si capisce come farebbe fronte al frangente in cui si trova oggi la Francia e ci lascia in difetto di qualsiasi spiegazione.

Ma questo, in fondo, è il meno. Il più è se davvero l’egoismo nazionale in salsa populista di Houellebecq sia la soluzione. Lo scrittore sembra infatti pensare che basti eliminare la classe politica, accompagnare gli immigrati alla porta e promettere di non immischiarsi più di Medioriente e questioni affini, per ottenere la pace nel mondo, o almeno la sicurezza dei francesi. Orbene, bisogna ignorare quasi tutto della storia del mondo, a far data dalle guerre persiane almeno, per coltivare simili illusioni. Le quali ovviamente piacciono alla gente che ama star tranquilla, e che immagina non si debba pagare alcun prezzo per la propria tranquillità, sol che non si turbi quella altrui.

Purtroppo però il corso delle vicende umane dimostra esattamente il contrario: non a caso di Svizzere chiuse nelle proprie valli, in Europa, ce n’è una sola, e anche quella non è poi così fuori dagli affari umani come si potrebbe credere. Ma è l’intero movimento di civiltà da Oriente a Occidente, l’inquietudine che ebbe in origine il nome di Europa a contraddire questa visione.

Basta osservare un paio di cose. Anzitutto un dato: imbecilli o no, gli europei si sono sempre – dicesi sempre – immischiati nelle storie del vicino Oriente (e l’Oriente del promontorio europeo, quando a sua volta ha potuto). Ho detto gli europei per comodità, ma la cosa valse anche per i macedoni di Alessandro Magno o per i romani. Si può anche inscrivere tutto questo al colonialismo, all’imperialismo o all’eurocentrismo dei popoli europei, e si avrebbe anche ragione. Ma di sicuro una visione strategica e una filosofia della storia non si sostituiscono con la facilità con cui si dà dell’imbecille a qualcuno.

In secondo luogo, non si è mai visto, nelle cose della politica, che un atteggiamento di rinuncia o di disimpegno non venga inteso per un segnale di debolezza, o di paura. Chi glielo spiega, all’Isis, che se ne possono star di là, se ci lasciano in pace di qua? Facciamo anche noi opera di immaginazione politica, come Houellebecq nel suo libro: perché un Califfato che negli anni si fosse costruito sull’odio verso l’Occidente, e avesse conquistato l’intero mondo musulmano con questa bandiera, preso il Medioriente e la sponda africana del Mediterraneo dovrebbe finirla là, e starsene quieto nei suoi confini? Glielo dirà Houellebecq, che ognuno se ne stia a casa sua?

Ma il messaggio dello scrittore francese ha il suo fascino, perché l’impiego della forza a difesa della pace, così come l’integrazione fra popoli e culture diverse continuano ad avere, per molti, un suono ipocrita. E invece, altro che parlar franco: la vera ipocrisia è di chi crede che basti davvero non buttare le bombe per avere la pace, o rinchiudersi in una società ottusamente omogenea per avere una vita tranquilla. Poi ci aggiungi il facile risentimento verso i politici incapaci, la fandonia della democrazia diretta e il gioco è fatto: puoi dare dell’imbecille a chiunque. Dare, o anche prenderti.

(Il Mattino, 20 novembre 2015)

Gli imbecilli di Eco e il diritto alla parola

faber7-01-03Ma cosa si deve dare a un imbecille? Voglio dire: secondo Umberto Eco,  internet, i social network, hanno finito col dare a legioni di imbecilli il diritto alla parola, con le conseguenze che sappiamo (cioè precisamente quali? Non è chiaro, ci torno sopra dopo). Ora, però, a un imbecille non è il caso di dare la parola, è chiaro, ma nemmeno le chiavi dell’auto, o il posto a tavola. Da questo punto di vista, come dar torto a Eco? Il professore, ieri parlava a braccio, a margine della cerimonia in cui riceveva l’ennesima laurea honoris causa, ed è quindi probabile, se non certo, che, lamentandosi del diritto alla parola dato agli imbecilli e alle loro vaste legioni non intendesse affatto togliere loro un diritto costituzionalmente garantito. La nostra Carta non distingue infatti fra il diritto di parola agli intelligenti, agli stolti, e ai completamente imbecilli. Anche il diritto di voto, peraltro, non tiene conto della distinzione – è la democrazia, bellezza! – e consente agli imbecilli di cui sopra di esprimersi liberamente. Se è vero, come Eco ha detto, che gli imbecilli parlando fanno molti guai, figuriamoci votando!

Ma è chiaro che in questione non è tanto il diritto, quanto il fatto, o forse meglio lo strumento con il quale gli imbecilli esercitano il loro diritto: la rete. Eco ha infatti sostenuto che grazie alla rete lo scemo del villaggio è diventato «portatore di verità». Che grosso modo vuol dire: è lui che, oggi, fa opinione in rete. Lui che si inventa le cose più assurde; lui, il troll che infesta i commenti o crede alle storie più improbabili. Altro che avere un mondo nel cuore e non riuscire a esprimerlo con le parole, come cantava De André! Lo scemo adesso si esprime e come! Anzi: monopolizza la scena. E soprattutto non capisce, cioè non discrimina, prende per oro colato qualunque notizia circoli in rete, e ignora la differenza fra essere informati ed essere colti, sapere quello che si dice e sapere perché lo si dice. A decidere se un sito sia autorevole, affidabile, competente è il numero di accessi e condivisioni: la popolarità, insomma, che è un indice in cui gli imbecilli impongono la dura legge del numero.

A queste ragioni e preoccupazioni si possono però opporre almeno un paio di cose. La prima: non è vero che la quantità rovini necessariamente la qualità. Anzi Donald Sassoon ci ha scritto su un librone grosso così (chi mai lo leggerà? Non lo so, ma se siete bravi – ehm – potete riuscire a scaricarlo dalla rete). Tesi: già altre volte si sono rotte le cateratte dell’accesso, e i barbari sono entrati nel tempio della cultura. Con la stampa, ad esempio, con il disco, con la televisione. Non sono per questo finite né la letteratura, né la musica, né le arti visive. Piuttosto: sono cambiate. Oggi in metropolitana tutti ascoltano grazie a internet musichette orrende? Beh, prima non ascoltavano affatto.

Seconda obiezione: ma chi l’ha detto che i siti sono tutti uguali? Il fatto che notizie e conoscenze circolino per mille rivoli, ufficiali e non, mediate o disintermediate, non toglie che pure la rete, come i materassi di una volta, ha i suoi «punti di capitone», cioè luoghi in cui le cose si intrecciano, per i quali più o meno tutti passano, e che quindi finiscono con l’assumere una funzione quasi-istituzionale, di filtro o di raccordo. Persino la pagina di ricerca di Google, apparentemente bianca e vuota, la esercita e sarebbe più utile capire in che modo, piuttosto che rimanerne ignari. Se dunque Eco, smettendo i panni apocalittici e integrandosi un po’ di più, esercitasse il suo spirito critico non in termini generici e approssimativi, ma guardando un po’ più da vicino le cose, e come davvero funzionano, l’imbecillità della rete non scomparirebbe, ma forse non gli risulterebbe più così insuperabile.

(Il Mattino, 12 giugno 2015)