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Il Sud migliori non solo perché lo chiede la Ue

Il rapporto dell’Italia con l’Europa è sempre stato complesso. Popolo di convinti europeisti, siamo anche il popolo che ha bisogno di tre cifre per esprimere il numero delle infrazioni alle direttive comunitarie. Apparteniamo all’esclusivo club dei fondatori della comunità europea, ma siamo anche quello, fra i membri del club, che con maggiore difficoltà è riuscito a centrare l’ingresso nella zona Euro. Mettiamo il broncio ogni volta che in Europa si disegnano a nostro discapito assi privilegiati, ma poi ci dimentichiamo di fare quello che serve per stare dentro i terzetti o i quartetti  dei paesi che contano. Come un elastico, la corda dei rapporti fra l’Italia e l’Europa si allenta e si tende, insomma, a secondo dei tempi e delle circostanze. E quando tempi e circostanze non volgono al bello, è facile che la corda sia sempre più tesa.

Non, però fino, a spezzarsi . Il governo ha infatti messo in campo una manovra correttiva che dovrebbe assicurare il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2014, così come ci chiede l’Unione Europea (e i mercati). Naturalmente, si può e si deve discutere dell’efficacia e della tempistica delle misure prospettate: è materia di dibattito parlamentare per maggioranza e opposizione , Ma, sul piano politico, la questione è anche se l’Unione debba sempre finire con l’apparire, presso l’opinione pubblica, come il Cerbero di dantesca memoria, che “caninamente latra” contro i membri recalcitranti. Il Ministro del Tesoro sarebbe allora come Virgilio, che allo scoccare dell’ora fatidica della manovra lancia nelle fauci della bestia un pugno di terra, per placarne temporaneamente l’appetito: le misure correttive, per l’appunto.

Ovviamente non è così. Certo, l’Europa è un animale strano, ed è inevitabile che la precarietà della costruzione politica si avverta particolarmente nei momenti di difficoltà. Si pensi ad Atene. Giuliano Amato ha ragione di osservare che i conti della Grecia non sono peggiori di quelli della California: solo che dietro la California c’è Washington, un forte Stato federale, mentre dietro la Grecia manca un’adeguata cornice politico-istituzionale. Ma proprio perché c’è un Europa politica da realizzare e un popolo europeo da inventare, proprio perché c’è, nella costruzione dell’architettura europea, uno stallo da superare, non è un comportamento responsabile delle classi dirigenti di tutto il continente  (compresa, dunque, quella italiana) lasciare che essa appaia solo come la “fiera crudele e diversa” che “iscoia ed isquatra” a furia di esigere tagli alle spese.

L’Europa chiede infatti rigore nei conti pubblici: non bisogna evitare allora che questa richiesta suoni solo come una pretesa  sempre più severa e insostenibile? Non cresceranno, altrimenti, le file di quelli che si chiedono a quale titolo si pretendono sacrifici, e perché li si dovrebbe compiere? O che si domandano com’è che l’Europa si fa viva solo per chiedere, e non anche per dare? O: chi sono, questi signori di Bruxelles, e cosa vogliono da noi?

Ma non è affatto vero che l’Europa chieda solo, e non dia anche. A volte (molte volte, e non volte qualunque) capita al contrario che l’Europa voglia dare, sia prontissima a dare, e non ci sia nessuno dall’altra parte in grado di ricevere. Solo due esempi. Uno è quello dei fondi europei: il governo ci ha messo del suo, dirottando fondi cospicui verso altre destinazioni e penalizzando il Mezzogiorno, ma resta il fatto che la capacità delle regioni meridionali di presentare progetti e spendere i soldi europei è ancora bassa, troppa bassa. L’altro ci tocca ancor più da vicino: ci sono infatti fior di milioni, circa 150, bloccati a Bruxelles per la questione rifiuti, soldi che una città allergica alle regole, alle procedure, ai principi della buona amministrazione non è ancora riuscita a sbloccare. E come si può giudicare lontana Bruxelles, se da Bruxelles ci si tiene così lontani?

Diciamola tutta, allora. L’Italia non ha che da rimboccarsi le maniche: lo chieda Bruxelles oppure no. Deve rilanciare lo sviluppo, ma non può aumentare le tasse: deve allora riqualificare la spesa. Non c’è altro modo. Suonerà forse banale, ma rispettare le regole è il primo passo per riqualificare la spesa e se l’Europa ce lo chiede noi dobbiamo solo affrettarci a compierlo. Compierlo anzi un minuto prima che ce lo chieda. Non è dunque Cerbero il problema. E poi: guardiamoci attorno, in questi giorni di inizio estate: non è forse vero che l’inferno ce lo siamo costruiti noi? (Il Mattino)

Il problema è politico

Che curioso editoriale, quello di Galli della Loggia sulla corruzione. Dove si spiega che hai voglia a dire che il problema è politico, come se "la sfera della politica fosse malata e il resto della società sana". La corruzione è in realtà un fenomeno radicato "nella storia profonda" del Paese.

E chi può negarlo? Sono totalmente d’accordo. Ma domando: i fenomeni storici di lunga durata li consideriamo immodificabili, o proviamo a modificarli almeno un po’? In tal caso, chi si occupa di fare la storia di un Paese? Non è forse anzitutto la politica?
Il problema, dunque, è politico: non nel senso che solo la classe politica è corrotta, che solo la classe politica (la casta! la casta!) è il problema – questa è un’enorme fesseria – ma nel senso che tocca anzitutto alla politica porsi il problema nella sua dimensione ‘profonda’, ‘storica’ che Galli della Loggia segnala. Sicché tutti gli argomenti da lui portati, se non sono una resa incondizionata al fatalismo, e una malattia della coscienza storica, ma vogliono essere utili per la vita del Paese, sono buoni per concludere che il problema, ebbene sì, è politico.

Ho perduto il caricabatteria, ci vuole un po' prima che riabbia il cellulare acceso

Messa nel titolo la cosa più importante, metto qui l’esordio della relazione tenuta lo scorso 4 settembre sul Viaggio in Italia di R. Rossellini, a Scala, nell’ambito del festival del Grand Tour, e un piccolo pezzetto centrale. I più bravi sapranno ricostruire tutto il resto: 

 

“La lettura di questo «Viaggio in Italia» ci ha vivamente e dolorosamente sorpresi. Il lavoro – malgrado il suo titolo altisonante e classicheggiante, non ha infatti nulla a che vedere con la precedente letteratura sull’argomento (Goethe, Stendhal, ecc.)”.
Il giudizio poi prosegue e si comprende che si sta parlando non di un libro o di note di diario, e neppure, ci mancherebbe, di questo mio breve intervento, ma di un film: “Questo ‘viaggio’ cinematografico – si legge infatti – è geograficamente assai limitato e si riduce allo spazio tra Terracina e Torre del Greco, compreso, si intende, Napoli”.
 [….]
 
Per questo non vorrei essere frainteso: non sto dicendo (né Hegel ci sta spiegando) che ci sono tante Italie quanti sono gli sguardi che si posano su di essa. Questa è, nel campo dell’arte e della teoria estetica, il modo (questo sì veramente sciatto e negligente) con il quale si usa oggi la parola “relativo”, “relativismo”: ognuno ha la sua opinione, tutte hanno uguale dignità e tutte si equivalgono, a me piace questo a te piace quello, io la vedo così tu la vedi colì eccetera eccetera: se la pensiamo così, se la mettiamo così, non faremo mai un’esperienza che sia una, nel senso forte e dialettico del termine. Il che non significa neppure, però, all’altro estremo, che l’oggetto se ne stia lì immobile, nella sua identità e verità, mentre mutano gli sguardi, cioè le opinioni su di esso. Questa è a sua volta – mi verrebbe voglia di dire per polemizzare un po’ – l’opinione assai banale di molti, Papa compreso quando polemizza col relativismo (e col soggettivismo, e col nichilismo: come se fossero la stessa cosa), ed anch’essa non è all’altezza dell’esperienza: della cosa stessa, come dicono i filosofi.
No, quel che ci vuole per capire la dialettica dell’esperienza è quello che un grande filosofo francese del ‘900, Maurice Merleau-Ponty, chiamava una ontologia dell’essere-visto. E scriveva le parole “essere-visto”, col trattino per intendere che il vedere appartiene all’essere, non piove sulle cose provenendo da un’altra parte. Merleau-Ponty faceva tra gli altri esempi quello delle mele di Cézanne".