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Amori

Torno a un mio vecchio amore: "Tre anni fa Antonio Scurati, autore di un romanzo storico, sosteneva che l’unica cosa che oggi uno scrittore può fare è scrivere romanzi storici. Oggi, autore di un romanzo su un fatto di cronaca, sostiene che l’unica cosa che uno scrittore può fare è misurarsi col tempo della cronaca".

(Carla Benedetti su Il primo amore)

La forza delle parole

E se invece la letteratura c’entrasse qualcosa? Dopotutto, Saviano non ha pubblicato solo degli articoli, delle inchieste giornalistiche, dei pezzi di denuncia, ma ha scritto un libro, e qualunque idea si abbia della letteratura, dalla più frivola alla più impegnata, sarà difficile che si riesca a tenerne fuori il suo libro, Gomorra. E se Gomorra appartiene al campo letterario, così come ad esso appartengono i Versetti Satanici di Salman Rushdie o i romanzi di Orhan Pamuk, non bisognerà chiedersi come facciano le parole di un libro, come può lo statuto letterario di quelle parole rappresentare una minaccia per qualcuno? È una riflessione alla quale spesso e volentieri ci si sottrae. Comprensibilmente, del resto: il pericolo di vita, nel caso di Saviano, è così concreto e reale, che innanzi a qualunque discussione sulla forza delle parole viene la preoccupata solidarietà per la sua stessa esistenza. Che va espressa senza reticenze, senza tiepidezze, senza ipocrisie. Saviano però è uno scrittore, ed è in quanto scrittore, per il suo lavoro di scrittore, che è oggi nel mirino dei Casalesi. Sicché bisogna tornare a chiedersi come sia possibile che un libro possa avere tanta forza, e preoccupare i clan camorristici al punto da spingerli a progettare l’eliminazione fisica dello scrittore (perché, quanto al libro, come diceva Bulgakov, quello per fortuna non lo si può più eliminare). Quando, un paio di anni fa, a Saviano fu assegnata "una sorta di protezione" (così pudicamente scrissero in un primo momento i giornali), Umberto Eco ebbe a dichiarare che il caso di Saviano era diverso da quello di Rushdie: che non servivano gli appelli di scrittori e intellettuali, ma solo l’impegno delle forze dell’ordine. Era forse un modo non proprio felicissimo per incitare le autorità di pubblica sicurezza a fare la loro parte, ma dava la sgradevole sensazione che tutto quello che si era sollevato intorno a Roberto Saviano non avesse molto a che fare con il mestiere dello scrittore e dell’intellettuale, e con la funzione della letteratura. Come se, appunto, l’attività letteraria, e l’attività artistica in generale, avessero a che fare solo con la bellezza, e non anche con la verità. E siccome Saviano è nel frattempo divenuto un "testimonial dell’anticamorra" (anche questo s’è letto sui giornali, quasi che dopo tutto si trattasse solo del clamore di un fenomeno mediatico), anche le normali funzioni critiche di giudizio sulla sua opera sarebbero da sospendere, per timore che un giudizio negativo possa essere considerato un vergognoso sabotaggio nella lotta alla camorra. La qual cosa è ridicola: forse non si può pretendere da nessuno, critico letterario o no che sia, di avere il coraggio di Roberto Saviano, ma di avere il coraggio di discutere di letteratura con lui e con il suo libro, questo però lo si può chiedere a chiunque non abbia dello spazio letterario un’idea men che salottiera. Dopo tutto, quelli che han ragionato così poveramente, non hanno ragionato molto diversamente dagli amici che si trovano costretti, dicono loro, a sopportare il peso della notorietà letteraria di Saviano: si vedono accollata una responsabilità non gradita e non voluta.
Poiché in fondo si tratta solo di questo: della responsabilità nell’uso delle parole, nelle quali ci si impegna se a quelle parole si crede, che si tratti di rendere una testimonianza in tribunale, di dare un consiglio a un amico, di stendere un giudizio critico o di scrivere un libro. Le parole hanno infatti un peso e una forza, e la letteratura, quando è tale, è il luogo in cui questa forza si intensifica al massimo: non certo il luogo in cui essa venga meno. Magari quella forza si manifesta a distanza di secoli, oppure si manifesta in contesti diversi da quelli civili e pubblici nei quali ha fatto la sua salutare irruzione la parola di Saviano, ma si manifesta. Per non lasciare mai indifferenti, se appunto è vera letteratura e non mero divertissement.
Questa è poi la potenza e la verità dell’arte. Di tutta l’arte. Chiunque abbia visto una tela di Marc Rothko, uno dei più grandi artisti del ‘900, saprà di cosa stiamo parlando. Chiamato a dipingere per un lussuoso ristorante all’interno del Seagram Building di New York qualcuna delle sue tele, Rothko lasciò perdere le questioni squisitamente estetiche, e così confesso le sue intenzioni per lettera: “Ho accettato questo incarico come una sfida, armato di intenzioni del tutto malevole. Spero tanto di riuscire a dipingere qualcosa che guasti l’appetito d’ogni figlio di puttana che entrerà in quella sala per mangiare”.Ecco, che anche la letteratura riesca a guastare l’appetito di qualche figlio di, e gli impedisca di mangiare tranquillamente, è quello che Saviano non ha mai smesso di proporsi, senza rinunciare di un millimetro alla propria idea di letteratura e alla propria esperienza di scrittore. Ed è quello che dobbiamo augurarci riesca ancora a fare.

Sandro Bondi: lo statista. E l'uomo.

A dicembre ho seguito molto poco i blog e i giornali. Non potevo sospettare che, mentre io leggevo a ragion veduta Patrimonio di Philip Roth e, al di là dei meriti letterari del libro, mi riconciliavo con il potere della parola, il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi pensosamente recensiva, il 29 dicembre, lo stesso libro sulle pagine de Il Foglio, soffermandosi in particolare su "quell’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine che percorre ossessivamente tutto il libro di Roth, nel quale è assente ogni sia pur flebile ricerca del senso della vita e della sofferenza. Non c’è scampo per l’uomo: ogni scelta, ogni sentimento viene trattato con cruda indifferenza come sul tavolo anatomico di un medico".

Questo Bondi deve avere una straordinaria intelligenza politica. Non c’è altra spiegazione. Per il resto, se gli riesce, leggendo Patrimonio, di percepire solo cruda indifferenza, e questo perché Roth non va in cerca di un senso della vita e della sofferenza (di un senso che trascenda alla grande la vita e la sofferenza), mi sia consentito di dubitare molto delle sue doti intellettuali applicate a qualsiasi altra dimensione della vita umana.

Vorrei essere più cattivo. Io sono sicuro che ci sono tanti credenti, che hanno sicuramente minore intelligenza politica di Bondi, ai quali riesce però di comprendere quanta stupidità vi sia in un simile modo di leggere i libri, di accostarsi alla sofferenza, e  di scaldarsi il cuore.

P.S. Sul Foglio, era già uscita una recensione di Nicoletta Tiliacos.

Due cose

Con un paio di giorni di ritardo vi segnalo Rothko, l’Arte e i disturbi dell’impegno, che sta sul nuovo Left Wing (che ha dei contributi notevolissimi), e Il risveglio politico con i libri, a proposito di letteratura e impegno, che sta invece su Il Mattino di oggi

Ciò detto, dubito molto di riuscire a rimettermi a scrivere sul blog, in questi giorni, per molte ragioni (ma se c’è da commentare commento).

Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

Non ho mai stroncato un libro senza leggerlo e non lo farò nemmeno adesso. Non ho alcun motivo per parlarne male. Dovrei basarmi solo su titolo e copertina, o su un semplice estratto (per esempio: "Alla vista del mustacchio segoso del croato, che dopo esser stato intinto nell’acquavite ora sfregava sul petto della ragazza, Jacopo capì per la prima volta il senso delle lamentazioni patriottiche che parlavano di una patria stuprata. "È lei, è la Patria", si disse Jacopo Izzo Dominioni) oppure su dichiarazioni come questa: "Questo è un libro impegnato, anzi, uno dei romanzi più impegnati pubblicati negli ultimi anni – insieme a Gomorra di Roberto Saviano, non a caso ricordato per affinità [affinità] dallo stesso Scurati –".

Ahimè, troppo poco.

scurati maxi

 

 

 

 

 

 

 

 

Per quanto.

Ethica

"Vorrei ricordare che non è l’etica a fare la letteratura", scrive Luca Doninelli in questo bell’articolo apparso su Il Giornale. E ha perfettamente ragione: "la storia letteraria, artistica e del pensiero è […] piena di portaborse che hanno prodotto opere immortali, mentre di tanti uomini virtuosi e incorruttibili, alieni da ogni conciliazione, non è rimasta traccia".

Ora però aggiungerei pure questo: che come l’etica non fa la letteratura, così non fa l’arte in genere. Ma neppure fa la storia, la matematica o la politica: ma allora che diavolo fa, l’etica? Uno potrebbe dire: l’etica fa l’uomo. E sia. Ma per fare un uomo, non sarebbero necessarie anche tutte le cose che l’etica non fa (la letteratura, la matematica, la politica, ecc. ecc.)? E allora? E se invece qui è proprio l’idea di etica che andrebbe riveduta profondamente, poiché non se ne può più di un’etica ridotta a catechismo delle virtù (e di solito, di un certo genere di pallide virtù)? E se invece è proprio questa idea di etica che è conciliativa da cima a fondo, letteralmente inzuppata di ogni possibile conciliazione?

(Abbiate pazienza, ma ho sul tavolo l’Ethica di Spinoza)