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Eccesso di legittima difesa

Bruno BrindisiL’attacco di Vincenzo De Luca a Rosi Bindi non è passato inosservato: non poteva. Le parole che ha usato sono andate oltre il segno. Per rinfacciare al Presidente della Commissione Antimafia «l’atto infame» – così lo ha definito – che la Bindi compì, diramando nell’immediata vigilia del voto regionale la lista degli impresentabili, e includendovi anche De Luca, il governatore campano non ha esitato a definire a sua volta la Bindi «impresentabile», infilando però la spregiativa aggiunta: «da tutti i punti di vista». E, come non bastasse, al giornalista che chiedeva cosa rimproverasse alla Bindi, De Luca ha risposto che le rimprovera nientemeno che di esistere. Decisamente troppo: le reazioni del mondo politico non si sono fatte attendere. D’altra parte, chi ha già avuto modo di confrontarsi con il linguaggio «netto deciso e forte» (sono gli eufemismi di Lilli Gruber, in trasmissione), non troverà molti motivi per meravigliarsi di una simile aggressione verbale. In cui De Luca incappa, al di là delle intenzioni esplicite dell’altra sera, per il solo fatto che ricorre spesso a espressioni assai colorite (altro eufemismo). Finché rimanevano confinate in una dimensione provinciale, potevano essere derubricate a folclore; ora che trovano un palcoscenico nazionale e provengono da una più alta carica, non più. Il personaggio inventato da Crozza, che lo imita ormai tutte le settimane, nasce così.

Dopo però che De Luca avrà porto le sue scuse, come ci auguriamo, non sarà inutile che faccia pure qualche riflessione meno estemporanea sull’incidente occorsogli. La scorsa settimana c’è stato il congresso dell’Associazione nazionale magistrati, e si è capito che questa non è più la stagione di uno scontro frontale fra politica e magistratura. Le riforme istituzionali: anche loro hanno fatto un tratto del cammino che dovrà portare all’approvazione definitiva del Parlamento, e presumibilmente al referendum del prossimo anno. Pure le polemiche nel Pd perdono forza, o almeno consistenza. In questo quadro, le parole di De Luca suonano davvero fuori posto: rinfocolano un conflitto fra le istituzioni su cui nessuno, proprio nessuno può seguire il governatore campano.

Ciò è tanto vero, che ad accorrere in difesa della Bindi non sono scesi solo Cuperlo o Miguel Gotor, uomini della minoranza Pd, ma anche un ministro di peso come Maria Elena Boschi. Certo, le parole di De Luca erano viziate da un tratto maschilista inaccettabile, così come è frutto di maleducazione istituzionale riferirsi al Presidente di un importante commissione del Parlamento chiamandola «signora Rosaria Bindi», con la stessa derisione, nello sminuire i titoli o nel cambiare i nomi, che usava Totò nello storpiarli. Ma di nuovo: non ne va solo di galateo istituzionale o di solidarietà femminile: si vuol anche dire a De Luca che le cose a Roma non vanno come a Salerno, e che il grugno che esibisce sporgendo in avanti la mascella può funzionare quando si domina incontrastati la scena politica locale, funziona meno quando si deve tenere un dialogo con il livello di governo nazionale, o con il Parlamento. Che invece De Luca continua a dipingere con disprezzo come la «casta», soffiando su umori antipolitici che prima o poi, a un uomo che è al potere da una trentina d’anni, è possibile che gli presentino il conto.

Ciò detto, è vero pure che, in realtà, De Luca ha parlato per fatto personale: non ci sta a passare per camorrista solo perché l’Antimafia lo definisce impresentabile a causa di una vicenda vecchia di quindici e passa anni, su cui ha rifiutato la prescrizione, o per una condanna in primo grado per abuso d’ufficio, «il più sfessato di tutti i reati» (anche in questo caso il copyright è suo, di De Luca: non di Crozza). Per questo, oltre che per complessione caratteriale, reagisce a muso duro, ribatte colpo su colpo, e forse dà pure qualche colpo in più. Il ragionamento politico che però ieri ha cercato di far passare, mentre veniva incalzato sull’applicazione della legge Severino, sulle sue sorti in caso di sospensione, sugli impresentabili nelle sue liste, merita di essere giudicato per quel che è: un ragionamento tutto politico. Per vincere in Campania il Pd da solo non basta. Dunque bisogna cercare accordo con segmenti di ceto politico moderato, che è quel che lui ha fatto. Le denunce vanno presentate all’autorità giudiziaria, e vanno circostanziate, ma stanno, devono stare su un altro piano. Le solleciti Saviano o chiunque altro: su questo De Luca ha ragione. Poi ci si può domandare se in questo modo, pagando questo prezzo politico, De Luca sarà in grado di produrre comunque la necessaria (e promessa) discontinuità degli atti di governo, ma questa è la materia su cui gli elettori giudicano e giudicheranno, più che la ragione di un veto pregiudiziale, o morale, nei confronti dell’esperienza amministrativa appena avviata.

E invece De Luca viene messo all’angolo, finisce sulla difensiva, è incalzato su un terreno sul quale lui rifiuta di stare. Perciò reagisce in malo modo. Lui, nato e cresciuto nel vecchio partito comunista, disposto forse a passare per un uomo di potere, ma non certo per un uomo di malaffare.

(Il Mattino, 29 ottobre 2015)

En todos los órdenes, hoy la solución de una cosa está fuera de sí misma, J. Oteiza

Poniamo che la filosofia rinunci al titolo di scienza della verità. Poniamo che rinunci non solo ad essere scienza, ma anche a misurarsi, in generale, col problema della verità (i due gesti dovrebbero essere considerati un solo e stesso gesto, ma non sempre le cose vanno in questa maniera): si tratterebbe di una decisione comprensibile, per alcuni perfino auspicabile, dal momento che la storia della verità, così come l’ha raccontata Nietzsche, sembra essere giunta alla sua fine ormai già più di un secolo fa.
Resta nondimeno difficile immaginare, ammesso e non concesso che la filosofia compia appunto una simile rinuncia, che rinunci anche ad essere un affare di parola, o forse meglio di discorso. La filosofia ha per qualche tempo esitato sulla soglia della scrittura e, se non si è troppo affezionati a un’immagine meramente cronologica della sua vicenda, si può pensare con qualche ragione che questa esitazione le appartenga ancora essenzialmente; ma, cominci pure la filosofia con Socrate che non scriveva nulla piuttosto che con Platone il quale invece scriveva, nel mentre tuttavia si raccomandava di non lasciarsi istruire dalla semplice parola scritta – o addirittura cominci da Parmenide, il quale in verità ‘filosofava’ in versi (eppure chiedeva di giudicare della verità dell’essere in base al logos), sta il fatto che la filosofia si è sempre rimessa ad un certo esercizio della parola. È vero, il filosofo antico è tale ergo kai logo, e dunque non semplicemente per ciò che dice, ma anche per ciò che fa. E tuttavia l’ergon del filosofo non sarebbe tale se non fosse l’opera di quello strano animale che ha il logos. Si può dire allora che la vita filosofica consiste in un certo modo di ‘portare’ la parola, e situare perciò questo com-portamento un passo indietro (o avanti?) rispetto alle parole, ma è ancora in riferimento alla parola che un tale comportamento si rischiara e viene allo scoperto.
(Il saggio, La verità come compito della filosofia, è pubblicato integralmente sul fascicolo 2 della rivista di filosofia Noema, diretta da Rossella Fabbrichesi e Carlo Sini, dell’Università di Milano, disponibile al seguente indirizzo:http://riviste.unimi.it/index.php/noema/issue/view/224/showToc)

Dieci, otto, una

Nazione Indiana ha posto dieci domande "a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere". A cui Giulio Mozzi ha risposto proponendone a sua volta otto. A cui a mia volta rispondo (qui sotto), proponendone solo una (alla fine).
1. L’uso di parole come «tavolo» o come «lastra» non è affatto complicato. Eppure se mi si chiede una definizione di «lastra» ho qualche difficoltà a darne una decente. La mia idea di «lastra», non essendo io un artigiano, è dotata di una certa vaghezza, ma è anche sufficientemente precisa per gli usi ordinari del linguaggio in cui mi trovo per lo più a impiegarla. Suppongo che sul sito Nazione Indiana  si dia della parola critico un uso che è, allo stesso modo, abbastanza vago, ma anche sufficientemente preciso per la maggior parte degli utenti del sito, anche quando questi non siano in grado di darne una definizione rigorosa capace di escludere tutti i non critici, e di includere tutti i critici. Con buona pace di Socrate-Platone, e a maggior gloria di Wittgenstrein, essere in grado di formulare degli esempi, ma non possedere la parola o le parole che squadrino il concetto da ogni lato non vuol dire affatto non avere minimamente idea di cosa sia ciò di cui si dà esempio. Se d’altra parte così non fosse, si potrebbero formulare molte ipotesi, tutte sensate: sulla comunità di utenti, sui cambiamenti d’uso della parola, sulla rilevanza che prendono determinati casi-limite e sul perché la prendono, sulle ragioni per cui sarebbe o non sarebbe richiesta una maggiore precisione, ecc. ecc. Queste eventuali difficoltà devono però manifestarsi motivatamente: ci vogliono dubbi reali, non dubbi logicamente (meramente) possibili circa la correttezza nell’uso di questa o quella parola (va da sé che dubbi di quest’ultimo genere ci possono essere sempre). Bisogna cioè  dubitare motivatamente che la parola sia usata in maniera apertamente incoerente o contraddittoria, o in maniera assolutamente vaga e inconsistente. Poiché la parola non è stata ritirata dal vocabolario, e fino al manifestarsi di radicali incomprensioni, è lecito da parte di chi la usa supporre che il suo significato sia sufficientemente preciso nel contesto in cui viene usata – così come è lecito da parte di chi risponde premettere alla risposta una qualche ulteriore precisazione. E il fatto che questa precisazione possa essere avvertita come necessaria non rende per ciò stesso imprecisa la domanda da parte di chi l’ha posta, dal momento che l’uso di ogni parola può essere sempre ulteriormente precisato.
(Sulla presenza o assenza di critici che denunciano "la totale mancanza di vitalità, ecc." non so dire)
2. Si può rispondere come sopra. Il questionario non chiede di discutere in cosa consista la qualità, ma chiede se, posto che sia sufficientemente noto, a partire da alcuni esempi significativi (che potrebbero essere addotti senza pretendere che il valere come esempio valga quanto il possedere un univoco criterio) posto che sia noto quando si possa parlare di buona qualità di un’opera, se questa sia in qualche modo frenata dall’industrializzazione crescente, ecc. (d’altra parte, io non sono un sociologo, e avrei difficoltà anche a dare una definizione ‘esatta’ di "industrializzazione crescente"). Il questionario suppone che ci sia sufficiente accordo non su tutte, ma almeno su alcune opere significative di buona qualità. Non è una supposizione irragionevole, oppure: bisognerebbe a propria volta dimostrare che la supposizione è irragionevole, per giudicare poi la domanda male impostata.
3. La domanda avrebbe potuto (non so se dovuto) essere formulata nel modo seguente: quale rapporto si ritiene vi sia fra ‘stato della nostra letteratura’ e ‘pagine culturali dei quotidiani’? Anche in quest’ultimo caso, si sarebbe potuto chiedere di essere più precisi e rigorosi (cosa mai si intende, infatti, per ‘rapporto’?), e tuttavia credo che sarebbe ragionevole attendersi che una domanda del genere ingeneri una famiglia di risposte fra di loro sufficientemente imparentate perché si dimostri che la domanda possiede una sua determinatezza (benché non assoluta, benché non nel senso della più rigorosa univocità, ecc.). Per la verità, la stessa verifica sperimentale (a posteriori, a partire dalle risposte suscitate e dall’aria di famiglia che si stabilirebbe fra di loro) può verificarsi anche a partire dalla primitiva formulazione della domanda. È ragionevole supporre infatti che con la parola ‘rispecchiamento’ si faccia riferimento a quello che in generale si ritiene il compito del giornalismo (a torto o a ragione, ma in entrambi i casi in modo approssimativamente condivisibile), ossia dire come stanno le cose. E cioè (più o meno): uno che legga solo le pagine culturale dei quotidiani si fa un’idea abbastanza precisa e fedele dello stato della letteratura oppure no?
4. Qui domanderei: quando dico a mio figlio che è un bravo figliolo, avrebbe senso che lui mi chiedesse in che senso preciso prendo l’aggettivo? E se lo facesse, me la potrei davvero cavare con poco? Temo di no. Io tendenzialmente mi accontenterei perciò, in casi simili (come in sostanza nelle precedenti risposte), che buono venga definito come ‘quel che la comunità di coloro che si interessano a un questionario simile ritiene in generale che sia un buon livello, ecc.’: ne verrebbe fuori una lista di caratteristiche aperta e, di nuovo, un po’ vaga, ma non per questo priva di qualunque sensatezza o apparentabile all’enciclopedia cinese di borgesiana memoria. Aggiugno, il che mi pare rilevante per la proposta stessa di un questionario simile, che non c’è affatto da preoccuparsi, ma anzi solo da auspicare che, nel rispondere o prima di rispondere, il rispondente dia insieme un contributo anche alla definizione dell’aggettivo, specificando in quale senso lo prende e perché. Esigere che sia fatto in via preliminare risponde a un modello di discorso scientifico non dialogico che non è necessariamente da preferire in discussione come quella avviata da Nazione Indiana.
5. Qui io sarei portato a intendere: azioni non specificamente letterarie, volte però ad aiutare la produzione letteraria, e in particolare quella di buona qualità. Per azioni non specificamente letterarie intendo ad esempio forme di sostegno economico-finanziario (ma non solo: la domanda in effetti chiede di ipotizzare in generale ‘possibili forme di sostegno’). (Se ad esempio elimino totalmente l’IVA sui libri, sostengo)
6. Per scrittore, in maniera a bella posta circolare (e perciò non priva di problemi: va anche detto però che persino per la scienza leggo definizioni del tipo: ‘ciò che la comunità degli scienziati ritiene che sia scienza’), per scrittori credo si possa intendere chi la comunità degli scrittori ritiene che sia tale. Se poi gli scrittori abbiano una cosa da dire in quanto scrittori, io qui risponderei: sì, il mondo intero. Ma un approfondimento riguarderebbe solo la mia idea di letteratura, e perciò lascio perdere.
Infine, è evidente che dietro il giudizio sulla crisi evidente della nostra democrazia c’è un giudizio politico. Rispondendo si può ben dire di non condividere un simile giudizio, ma il fatto che vi sia un simile giudizio (che io, peraltro, dettaglierei in un certo modo) non rende per ciò stesso male impostata la domanda. La domanda può essere errata, muovere cioè da presupposti errati (nel caso: che si dia questa evidente crisi) ma se per male impostata si intende che è posta in modo tale che non c’è modo di rispondere sensatamente o anche solo in maniera interessante ad essa, non sono d’accordo che essa lo sia. Per esempio: contestare il presupposto è un modo sensato e forse anche fruttuoso di rispondere alla domanda. (O anche: se uno mi domanda come intendo affrontare il lutto per la morte di mio fratello, io posso ben rispondere che mio fratello non è affatto morto e non c’è quindi alcun lutto che io debba elaborare. La domanda è, dal mio punto di vista, errata, ma non male impostata).
7. Qui è interessante che Giulio faccia propria, per amor di supposizione (e per arrivare probabilmente al punto che gli pare più rilevante), la distinzione fra mondo della cultura e mondo politico. Sicché gli domanderei: perché non prova a rispondere alle domande di sopra, per lui male impostate, supponendo che si sappia in genere cosa è un’opera di buona qualità, o chi sia uno scrittore, ecc.? Quanto poi all’appartenenza all’uno o all’altro mondo, è ben evidente ad esempio che Berlusconi e Bersani appartengono al mondo politico, e che Valerio Magrelli e Umberto Eco appartengono al mondo della cultura (si può anche contestare questa evidenza, perché è tutto contestabile, ma mi domando a cosa servirebbe contestarlo e perché non lo si potrebbe supporre per amore di discussione e per arrivare al punto). E’ altrettanto evidente che i primi non appartengono al mondo della cultura (il che non vuol dire che siano incolti) e i secondi al mondo della politica (il che non significa che le loro parole non possano avere effetti politici). Di più: la stessa persona (ad esempio: Bobbio, o Sciascia) può appartenere all’uno e all’altro mondo, e dire che parla ‘da uomo di cultura’ o che parla (per esempio in un discorso in Parlamento) da ‘uomo politico’. Tutto ciò gode di sufficiente evidenza perché sia accolto senza definizioni preliminari (e persino Cartesio, l’uomo delle idee chiare e distinte, diceva: non chiedetemi di definire che cos’è un uomo perché ci capiamo meglio senza buttarci tra le gambe la ricerca della definizione). Berlusconi e Bersani da una parte, Magrelli ed Eco dall’altra non sono naturalmente un criterio (men che meno un criterio valido universalmente), ma solo degli esempi. Se vengono intesi come se con essi si dicesse, ad esempio, che politico è solo chi siede in Parlamento o ha cariche istituzionali, vorrebbe dire che se ne si sarebbe frainteso la natura di esempio.
Dopodiché si possono sicuramente fare ulteriori passi avanti, ma credo di avere mostrato schematicamente che si ha ragione di parlare di ‘mondo politico’ (lo si fa tutti i giorni) e di ‘mondo della cultura’ (non lo si fa tutti i giorni, ma lo si fa e lo si può fare in maniera che l’espressione abbia sufficiente consistenza) e di chiedersi se si instaurino rapporti e quali. Il che non impedisce di pensare, ad esempio, che la cultura non è vera cultura se è separata dalla politica (ed eventualmente di rispondere anche, in questo modo), oppure di specificare che con ‘mondo della cultura’ si intende far riferimento solo al ‘mondo letterario’ e non anche a quello ‘musicale’, oppure alla ‘cultura alta’ e non a quella ‘bassa’ (oppure tutto il contrario), eccetera eccetera. Il ventaglio di precisazioni possibili non è necessariamente un difetto della domanda e non ingenera necessariamente equivoci. D’altra parte, se Nazione Indiana avesse domandato se vi è rapporto fra Berlusconi e Magrelli, se si conoscono o si frequentano, se leggono l’uno i discorsi dell’altro, e l’altro i libri dell’uno, la domanda sarebbe stata sicuramente più precisa, ma anche meno significativa. E non sempre con la precisione si guadagna in comprensione.
 8. Opportuno o no che uno scrittore scriva su giornalacci (o ritenuti tali) vuol dire: che faccia bene. (Inopportuno: che faccia male). Nell’accezione che queste espressioni prendono quando si dice: hai fatto bene a andare al funerale; hai fatto bene a chiedere scusa, ecc.
Giunto al termine di questa mia fatica, chiedo a Giulio:
sei disposto a ritenere che le domande non sono male impostate se le risposte che vengono raccolte mostrano una sufficiente aria di famiglia, e per esempio di riguardare se non proprio gli stessi fenomeni, perlomeno fenomeni vicini?
 
Infine: non è che a me piacciano tutte le domande. È abbastanza probabile che alcune di esse presuppongono un certo giudizio sullo stato della cultura nel nostro paese (e anche su che cosa sia cultura), ed è discutibile che esse siano le più perspicue per riflettere per l’appunto su ciò su cui chiedono di riflettere. Ma non per questo sono male impostate, né è impossibile, nel rispondere, mettere appunto in questione questi aspetti, e così contribuire a formulare migliori domande.
(Infine infine: si può prendere tutto ciò per una discussione del significato di: ‘domanda male impostata’ e dell’uso di parole che è duro definire, nonostante la loro relativa chiarezza).

Dichiarazione d'autore

Che poi alla fine sono le cose che contano quelle che restano. E così su Il Tempo di oggi si dà notizia del convegno su L’uomo la cellula la parola (sabato, ore 9.30, Palazzo della Provincia di Frosinone) al quale prende parte "l’autore del blog azione parallela" (sic). Non posso più vivacchiare: mi toccherà davvero scriverci di nuovo.

P.S. Se poi dovessi davvero occuparmi della relazione fra la cellula e la parola, come dice il giornale, me la caverei con una parolina soltanto: nessuna. Non c’è nessuna relazione fra la cellula e la parola.

(Il Tempo)

Qudabliu

C’è una cosmicomica di Calvino che cito sempre, anche se ormai non me la ricordo più. Si chiama Un segno nello spazio, e c’è Qwfwq (Qudabliueffedabliuqu, più o meno) che ha il problema di lasciare, in un universo appena nato, un segno. Il primo.
L’ho citata anche ieri, durante la prima lezione di Filosofia del Linguaggio, introducendo qualche piccola variante. Il protagonista si chiamava cioè Qudabliubush, e siccome era texano, non capiva proprio come non si potesse affatto tracciare questo primo segno.

(Al pomeriggio, durante la prima lezione di Filosofia della Comunicazione, mi veniva voglia di citarla di nuovo. Ma ho fatto di meglio: ne ho inventata una di sana pianta. Però quest’altra non ve la racconto).

P.S. In rete trovo questo passo:
“ (…) io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni d’anni dopo, quando saremmo ripassati di lì al prossimo giro. Un segno come? È difficile da dire perché se vi si dice segno voi pensate subito a un qualcosa che si distingue da un qualcosa, e lì non c’era niente che si distinguesse da niente; voi pensate subito a un segno marcato con qualche arnese oppure con le mani, che poi l’arnese o le mani si tolgono e il segno invece resta, ma a quel tempo arnesi non ce n’erano ancora, e nemmeno mani, o denti, o nasi, tutte cose che si ebbero poi in seguito, ma molto tempo dopo. La forma da dare al segno, voi dite non è un problema perché, qualsiasi forma abbia, un segno basta serva da segno, cioè sia diverso oppure uguale ad altri segni: anche qui voi fate presto a parlare, ma io a quell’epoca non avevo esempi a cui rifarmi per dire lo faccio uguale o lo faccio diverso, cose da copiare non ce n’erano, e neppure una linea, retta o curva che fosse, si sapeva cos’era, o un punto, o una sporgenza o rientranza. Avevo l’intenzione di fare un segno, questo sì, ossia avevo l’intenzione di considerare segno una qualsiasi cosa che mi venisse fatto di fare, quindi avendo io, in quel punto dello spazio e non in un altro, fatto qualcosa intendendo di fare un segno, risultò che ci avevo fatto un segno davvero”.

Blocchiamo i circuiti della paura

Sedetevi. Passatevi le mani sulla fronte e controllare la temperatura del vostro viso. Verificate che il respiro sia regolare, e che regolare sia anche il ritmo cardiaco. Appurate poi che i muscoli non siano troppo tesi. Se avete a disposizione (ma ne dubito) uno scanner cerebrale, potreste anche accertare come stiano le cose dalle parti dell’amigdala, la regione del cervello che si occupa per voi delle emozioni. E già che ci siete, misurate pure quanta dopamina sta rilasciando il vostro cervello. Mettete insieme tutte queste informazioni, e stabilite così se avete davvero paura oppure no.
In realtà ci sarebbe da capire anche se la vostra paura è un semplice spavento, o sta crescendo in vero e proprio terrore. Se si tratta di panico incontrollato, o invece di timore passeggero. Se vi afferra un’indistinta e sorda angoscia o se siete individui fobici, o addirittura paranoici.
Se però non avete un amico psicologo, se non conoscete nessun neurofisiologo e se lo psicanalista costa troppo, allora disponete di un sistema meno complicato per compiere tutti questi accertamenti: riflettete sul modo in cui i vostri comportamenti sono modificati dalle seguenti notizie:
la crisi finanziaria e i suoi pesanti riflessi sull’economia reale; la crisi del mercato dell’auto e in generale il calo della domanda; la piena del Tevere e il fatto che non la finisce più di piovere, gli scandali a go-go, i falsi e le contraffazioni in aumento sotto Natale, la Cina e gli stranieri che sono sempre troppi, l’emergenza ambientale, la pillola abortiva e gli incidenti stradali e la corruzione e la violenza e qualche profezia di Nostradamus (strano che nessuno lo abbia ancora rispolverato, a pensarci).
Si potrebbe continuare. Ma è meglio riconoscere subito che mettere insieme tutte queste cose è un facile espediente retorico. E che, d’altro canto, fare come se la crisi non ci fosse sarebbe quasi da irresponsabili. Solo lo stupido, infine, non ha mai paura, Concesso però tutto quel che è da concedere alla serietà del momento, alle difficoltà del Paese e magari anche al destino cinico e baro, bisognerà pur riflettere sul sempre più largo spazio che viene concesso alle emozioni nella vita pubblica del paese. È una riflessione che per la verità è già stata fatta, e riguarda il peso crescente che le cosiddette emozioni d’attesa (paura e speranza, soprattutto) hanno nelle società contemporanee. Le quali emozioni (o passioni) funzionano spesso come quegli specchi deformanti che si vedevano un tempo nelle fiere di paese: ingrandiscono ciò che è piccolo, e rimpiccioliscono quel che è grande. Forse, chi si affaccia in questi giorni sul Tevere e lo vede effettivamente ingrossarsi non sarà d’accordo: in ogni caso, bene fa la protezione civile a tenere il livello delle acque sotto controllo. Se però oltre a prendere tutte le opportune misure di precauzione, si dà ad esempio un’occhiata anche ai giornali degli anni scorsi, non si potrà non constatare, con grande sollievo, che dei temuti inverni troppo temperati e senza pioggia non c’è traccia, e che la siccità, prima in cima alle nostre paure metereologiche, è oggi l’ultima delle possibili preoccupazioni.
Il fatto è che anche la paura ha un contenuto sociale e, inevitabilmente, un uso politico. Da Darwin in poi, sappiamo in realtà che sulle nostre facce non si dipingono i colori della paura a piacer nostro. Il grande naturalista sosteneva che la paura, come le altre emozioni, non fosse che una sorta di azione istintiva tenuta a freno e riversata quindi nei segni del corpo (e anzitutto del volto), fattisi così espressivi. In esse sarebbe perciò contenuta una forma primitiva, naturale e universale di linguaggio, precedente le convenzioni e gli usi delle lingue storiche. Possiamo dire paura o "fear" a seconda della lingua che parliamo, ma non possiamo non spalancare la bocca e atterrire quando qualcosa di spaventevole ci si para innanzi. Il fatto è che però sono molto poche le cose spaventevoli di per se stesse, e molte invece le cose che impariamo a considerare spaventevoli – o a non considerare tali. Sono cioè molte le cose che si colorano di qualità positive o negative, così da apparirci paurose o attraenti, a seconda di come ce le rappresentiamo. E se non possiamo governare la paura, possiamo governare però le rappresentazioni di ciò che è pauroso.
Ma chi o cosa governa oggi le emozioni? Chi preme sul pedale della paura? Difficile dirlo. Perché è difficile dare una risposta univoca. Se uno degli effetti della paura è quello di impedire di pensare, per riportare le cose al loro posto sarebbe bene prendersi comunque la briga di distinguere. Ed esercitare l’arte del discernimento, che significa: mostrarsi pazienti nell’analisi e rigorosi in ogni osservazione. Rinunciare perciò anche ai facili espedienti retorici, d’accordo, ma non rassegnarsi a un generico e indeterminato clima di paura. Sarebbe sciocco ovviamente dire che non c’è nulla da temere. Ma sciocco è anche cedere alla retorica catastrofista che – c’è da giurarlo – si sta preparando per la fine d’anno. E se a causa della crisi spenderemo meno, evitiamo almeno che a causa della paura quel poco finiremo col mandarcelo pure di traverso.