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Casaleggio junior e la strategia del non dire

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«Il tema della politica lo sto lasciando ad altri»: le ultime parole famose. Ma è così che si conclude la prima apparizione televisiva di Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, a Otto e mezzo, il programma di Lilli Gruber su La7. Se è lì, però, è proprio perché di politica lo si vuol sentir parlare: chi comanda in casa Cinquestelle? cosa è successo a Genova? Qual è il suo ruolo all’interno del Movimento? E quello di Grillo? Come pensate di selezionare la futura classe dirigente? Siete di destra o di sinistra, liberali o socialdemocratici? Cosa farete una volta andati al governo? A nessuna di queste domande Davide Casaleggio ha dato una risposta piena, che consenta davvero di ritagliare il suo profilo politico. Lui è sembrato piuttosto l’Eletto: non nel senso di una qualche votazione, ma nel senso in cui lo è Neo, il protagonista del film Matrix: come lui di poche e stiracchiatissime parole, come lui proiettato quasi per sbaglio sulla ribalta, come lui innamorato di arti marziali, come lui costruito su una forte disciplina interiore, come lui chiamato a salvare il mondo.

Gli è bastato dunque dire, nell’ordine: che in casa Cinquestelle comandano i cittadini (è la democrazia diretta, bellezza); che a Genova non è successo niente di che: comandano i cittadini anche lì, anche se in un trascurabile 1% dei casi comanda Grillo; che Grillo in tanto comanda in quanto è il garante del Movimento, e in un Movimento così aperto e partecipato un garante ci vuole per forza; che il tema della selezione della classe dirigente esula dalle cose di cui vuole parlare (l’Eletto vuole parlare solo del futuro di questo Paese e del mondo); che destra e sinistra sono etichette del passato, e non si etichetta il futuro con le etichette del passato; e che quello che faranno al governo lo si deciderà online, votando il programma sulla piattaforma del Movimento. Lui intanto può confermare che i Cinquestelle taglieranno le pensioni d’oro e i vitalizi, e che tutti i miliardi che ci vogliono per il reddito universale di cittadinanza si troveranno, così come si sono trovati per le banche.

Con queste parole è riemersa quella massiccia dose di populismo che circola tra i Cinquestelle, fin dai tempi del Vaffa Day. Ma siccome Casaleggio si situa non all’incrocio fra il risentimento degli italiani e la sete di giustizia sociale (per quello c’è Grillo), bensì nel punto in cui la fascinazione per la tecnologia, il futuro e la Rete diventa quasi un fatto mistico, non c’è stato nessuno schiamazzo, nessun colpo basso, nessuna tirata contro l’impresentabile politica. Piuttosto: una glaciale presa di distanza. L’unica battuta cattiva, e tutta politica, Davide Casaleggio l’ha avuta per Renzi, quando ha detto che non è persona credibile e che con lui non ci parlerebbe. Poi, più nulla: sipario.

Sicché uno guarda tra gli appunti, e si ritrova tra le mani un giovane imprenditore, un analista della Rete, uno sviluppatore di modelli di business online, non un leader politico o uno stratega, non la Mente di cui Beppe Grillo sarebbe il braccio. Ma la politica allora dov’è? (E dov’era il contraddittorio, visto che gli interlocutori scelti dalla Gruber, il sociologo De Masi e il giornalisti Nuzzi, tutto hanno voluto fare, meno che incalzare e mettere in difficoltà l’ospite?).

In due cose, probabilmente. Una è senz’altro il metodo, ma sarebbe più corretto dire l’ideologia della democrazia diretta, cioè la promessa visionaria di una nuova partecipazione democratica nella selezione dei candidati e delle proposte di legge. Perché le cose non sono così semplici come i grillini le fanno apparire: come se cioè bastasse indire le votazioni sulla loro piattaforma per fare di quel processo un processo democratico. Se l’organizzazione che gestisce il processo non è democratica – ma è un’azienda privata, oppure un indiscutibile Capo politico –  non potrà mai esserlo il suo esito. Ma questa è una critica nota, e che peraltro poco scalfisce i grillini , i quali macinano il loro consenso con l’altro volto, quello arrabbiato e populista. La seconda cosa è invece la più interessante, e sta nelle cose che Casaleggio junior non ha detto, e che anzi non ha neppure il bisogno (o forse la voglia) di dire.

Lui non ha bisogno di parlare di legge elettorale o di governo Gentiloni, di quello che succede in Commissione Affari costituzionali e neppure, che so, della guerra civile in Siria: proprio come il primo Berlusconi non aveva bisogno di partecipare al teatrino della politica, così il giovane Casaleggio non ha bisogno di ripetere le parole incomprensibili masticate dalla casta dei politici. Lui deve solo abolire i vitalizi e introdurre il reddito di cittadinanza, l’alfa e l’omega del programma grillino.

E di un’altra cosa, per la verità, non ha bisogno: di nominare anche solo per sbaglio i giovani leoni del Movimento, i Di Battista e i Di Maio. Per non lasciar trapelare simpatie? Perché, certo, decide la Rete, ma intanto i sondaggi su chi sia più popolare li fa la Casaleggio&Associati, di fatto riservando a lui il potere del king maker? Oppure perché, come ha detto in conclusione, il tema della politica, bontà sua, lo sta lasciando ad altri? Lo lascerà pure, ma ho l’impressione che ove occorresse, Davide Casaleggio quel tema potrebbe riprenderselo domani mattina.

(Il Mattino, 7 aprile 2017)

M5S, la Rete per tutti, decide uno

Kim

Roma capitale mondiale della democrazia diretta: con questo altisonante auspicio il Movimento Cinquestelle prova a rilanciare l’immagine, invero parecchio appannata, della giunta capitolina. L’iniziativa prevede l’introduzione delle petizioni popolari online (con la possibilità di discuterle in aula), e il voto elettronico per i referendum. Non prevede – o almeno: gli estensori del progetto ieri non ne hanno parlato – in quale misura questi strumenti incideranno effettivamente sull’amministrazione della città. Questo è il gran buco nero in cui finiscono, al momento, tutti i propositi di democrazia partecipativa che, con la Rete o senza la Rete, vengono variamente sperimentati in giro per il mondo. Democrazia, peraltro, non è solo la possibilità per ciascuno di dire la propria, ma anche l’organizzazione di questa possibilità, in forme che devono pure queste essere nella disponibilità di tutti. Questo punto rimane il vero tallone d’Achille del Movimento, come ha mostrato la vicenda delle comunarie di Genova. Anche in quel caso c’è stata una partecipazione online alle scelte del Movimento, anzi alla più importante di tutte: la selezione del candidato sindaco. Ma la trionfatrice, Marika Cassamatis, è stata sconfessata da Beppe Grillo, che a votazione ormai conclusa e risultati ormai proclamati non le ha concesso l’uso del simbolo. A quale titolo Grillo è intervenuto? In veste di garante del movimento. Ma quella veste non è sottoponibile ad alcuna votazione online: nessuno può toglierla, nessun altro può indossarla. La democrazia diretta si ferma sulla soglia della villa di Grillo.

Forse però non è un caso che l’ideale della democrazia diretta sia stato rilanciato proprio dopo il controverso episodio genovese. Non si è trattato nemmeno dell’unico rilancio. Sul «Corriere della Sera», Davide Casaleggio ha pubblicato un intervento, in occasione del convegno organizzato per l’anniversario della morte del padre, Gianroberto, che si è tradotto in qualcosa di più di un semplice ricordo. Casaleggio junior ha infatti steso una sorta di piccolo manifesto del Movimento, prendendosi così, sotto la testata del primo quotidiano nazionale, il ruolo che già era stato del padre. Due cose colpiscono nella lettera indirizzata al direttore del «Corriere». La prima riguarda lo scenario che Casaleggio tratteggia: siamo alla vigilia di un salto tecnologico destinato a cambiare la faccia del mondo, e in particolare a rivoluzionare il rapporto dell’uomo con la produzione ed il lavoro. È inutile dire che, così stando le cose, è l’intera sfera pubblica, sociale e politica, ad esserne investita. Ma la lettera di Casaleggio non offre alcun elemento per capire quali valori debbano orientare la comprensione (ed eventualmente la direzione) di questi processi. La tecnologia sembra essere il terreno di una spoliticizzazione radicale; ma siccome non c’è cambiamento che non faccia le sue vittime, che non abbia i suoi vinti e i suoi vincitori, che non dia più potere agli uni e meno potere agli altri, la triste impressione è che la politica ci sia, ma se ne stia da qualche altra parte, nascosta dietro la retorica che guarda stupita alle mirabilie del futuro. O più prosaicamente nelle mani di chi detiene le chiavi di quel futuro: una volta magari erano i proprietari della macchina a vapore, oggi forse i proprietari degli algoritmi che configurano la Rete.

La seconda cosa che merita di essere segnalata è la breve riflessione sulla politica italiana proposta da Casaleggio. Che è essenzialmente una rivendicazione dello sviluppo degli strumenti della democrazia diretta come segno di una proposta politica nuova che gli altri partiti non sanno formulare. Questo «discutere in modo partecipato» il programma coglie effettivamente un tratto essenziale del bisogno di democrazia che nei canali tradizionali si fa ormai fatica a riconoscere e soddisfare, ma ha daccapo il torto di non mettere a disposizione della Rete il modo in cui si decide il come, il cosa e il quando viene offerto alla discussione partecipata.

Si tratta di una contraddizione? Credo di sì. Credo che nessuna democrazia – né diretta né indiretta – sia possibile se non è democratico il partito o lo Stato che la organizza e struttura. E però questo rilievo critico conta molto poco: il voto non fa l’analisi del sangue ai candidati e ai partiti, non premia, di fatto, il tasso di democraticità di una forza politica. Se mai ne apprezza l’indice di credibilità, affidabilità, autorevolezza. E operazioni come quella condotta da Casaleggio sulle pagine del primo quotidiano nazionale servono proprio a questo. Servono a mostrarsi un altro volto rispetto a quello delle consuete intemerate grilline. Servono a Davide Casaleggio, per ritagliarsi, senza più tutele paterne, la figura di guida autorevole del movimento anche fuori dai circoli online della piattaforma Rousseau che illumina custodisce regge e governa il Movimento. E servono al Movimento tutto, che infittisce così la sua interlocuzione con l’establishment economico e sociale del Paese, per accreditarsi come una forza tranquilla (così si diceva una volta), in grado di assumere le più alte responsabilità nell’interesse generale del Paese. Auguri.

(Il Mattino, 5 aprile 2017)

Il movimento con il patto di soggezione

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Il codice di comportamento del Movimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in indagini giudiziarie, che oggi sarà ratificato col voto online degli iscritti, rimette nelle mani del «Garante del MoVimento 5 Stelle», del «Collegio dei Probiviri» o del «Comitato d’Appello» la sorta dell’eletto (denominato «portavoce») che dovesse incappare in procedimenti giudiziari. Da oggi, il ricevimento di un avviso di garanzia non equivale a un’espulsione o a una sospensione dal Movimento. Una valutazione in ordine alla gravità delle contestazioni viene affidata agli organi statutari (cioè a Grillo o chi da lui proposto), e può allinearsi come non allinearsi alle decisioni della magistratura.

È una notizia. Il Movimento che per anni ha fustigato tutti gli altri partiti al primo stormire di carte giudiziarie, e che aveva elevato a grido rivoluzionario la parola «onestà!», scandendola fra le lacrime, come un grido identitario, finanche al funerale del leader carismatico, Gianroberto Casaleggio, è ora in grado di considerare onesti anche quei politici che, pur colpiti da un provvedimento della magistratura, non fossero stati ancora raggiunti da una condanna. Almeno quelli fra le proprie file cui dovesse toccare una sorte del genere, perché non è detto che questa improvvisa equanimità di giudizio venga riservata anche agli avversari politici. In passato, infatti il blog di Grillo additava al pubblico ludibrio chiunque risultasse implicato in indagini di qualche tipo, senza andar troppo per il sottile con le valutazioni circa la presunta gravità.

È un passo avanti o uno indietro? Messi di fronte alle difficoltà della vita politica e amministrativa, i Cinque Stelle stanno diventando come tutti gli altri, pronti a chiudere un occhio sulle malefatte della politica, o più banalmente prendono atto con qualche realismo che un avviso di garanzia – per esempio per abuso d’ufficio – non può equivalere immediatamente a una sentenza di condanna? Che non tutte le fattispecie di reato paventate destano la medesima preoccupazione? Che certe reputazioni sono compromesse indipendentemente dall’azione dei pubblici ministeri, e magari certe altre non lo sono nonostante quell’azione?

È evidente che essersi scottati a Parma, a Livorno, a Quarto, infine a Roma doveva avere prima o poi delle conseguenze. A Roma, soprattutto. È già stato chiaro, nelle difficili settimane passate, che bisognava imbastire una difesa della sindaca Raggi a prova di avviso di garanzia. Nomine sbagliate, indagini e arresti mettono un eventuale avviso per il primo cittadino della Capitale nel novero delle cose possibili. Il costo politico delle dimissioni, o anche del ritiro del simbolo, potrebbe essere troppo elevato, soprattutto se non giustificato da fatti di modesta entità. In ogni caso, Grillo vuole riservarsi la possibilità di decidere. Ed è normale che sia così, se si vuole mantenere il controllo politico degli eventi, anche se – va detto – non è la normalità delle dichiarazioni alle quali ci avevano finora abituati gli esponenti del Movimento.

Prendete Di Maio. Un paio di anni fa, di questi tempi dichiarava: «Per me, ai politici non va applicata la presunzione di innocenza. È facendo i garantisti con i politici che abbiamo rovinato lo Stato Italiano». Per difendere queste parole, aveva pure aggiunto, sulla sua pagina Facebook: «Per me, se c’è un dubbio non c’è alcun dubbio. È così che [i politici] vanno trattati». Ora, a meno di non volersela prendere con i magistrati, come si fa a dire che un avviso di garanzia un dubbio non lo fa venire? Ma con l’approvazione del Regolamento, anche Di Maio dovrà tenersi i dubbi per sé, e avere meno certezze sulla flagrante colpevolezza dei politici.

Di certezze dovrà invece continuare ancora a nutrirne di saldissime nei confronti del «capo politico», di Grillo, visto che la qualità democratica del Movimento non è affatto assicurata dalla partecipazione online degli iscritti ai voti di ratifica indetti ogni tanto dal titolare del blog. Basta domandarsi infatti: cosa succederebbe se un avviso di garanzia dovesse arrivare proprio a Beppe Grillo? È evidente che gli estensori del regolamento non si sono posti minimamente il problema. La circostanza che il «capo politico» debba valutare il proprio stesso caso non è disciplinata. Come se fosse esclusa a priori. Grillo è cioè la perfetta incarnazione del sovrano legibus solutus, sciolto dalle leggi che proclama. È l’ultimo discendente di una vecchia idea di Thomas Hobbes, che all’origine del contratto politico moderno metteva non uno, ma due patti: un patto di unione con cui tutti si impegnano reciprocamente a osservare gli stessi doveri, ricevendone gli stessi diritti, e un patto di soggezione, con cui tutti accettano di essere subordinati a (e giudicati da) uno solo, che del primo patto è il supremo garante. Il primo patto prevede una simmetria, che il secondo invece non prevede. Dentro il primo stanno tutti gli iscritti; dietro il secondo sta il solo Beppe Grillo. Ma in un Movimento che per principio «rifiuta la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi» non c’è molto altro: i direttori, infatti, prima o poi si squagliano. Per ora dunque hanno riveduto il solo regolamento, rivendicando autonomia rispetto alle decisioni delle procure; chissà che in futuro, apprezzata questa nuova libertà, non debbano rivedere anche il resto.

(Il Mattino, 3 gennaio 2017)

Legge elettorale, le regole del Colle

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Un indizio è soltanto un indizio, due indizi fanno una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. La scrittura della nuova legge elettorale non è un romanzo di Agatha Christie, ma ieri di indizi ne sono venuti proprio tre, come voleva la regina del giallo. Il primo lo ha fornito Silvio Berlusconi, che salito al Quirinale per il messaggio di auguri del Capo dello Stato, ha detto che di legge elettorale si tornerà a parlare dopo la Consulta, essendo necessario, su una materia così «seria», confrontarsi attorno a un tavolo per giungere a un testo condiviso.

Campa cavallo? L’unica indicazione che il Cavaliere ha fornito nel merito non va, peraltro, in direzione del Mattarellum proposto domenica, nell’Assemblea nazionale del Pd, da Matteo Renzi. Serve una legge – ha detto – che «faccia corrispondere maggioranza parlamentare e maggioranza politica». Ora l’idea stessa di una corrispondenza confligge con i meccanismi disproporzionali di qualunque legge capace di generare effetti maggioritari, come i collegi uninominali del Mattarellum. Quindi, quello del Cavaliere a tutto somiglia meno che a un via libera.

Del resto, Forza Italia non ha mai amato la legge che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica: proprio per via dei collegi, che obbligano le forze politiche a raggiungere un accordo a livello locale, collegio per collegio, su un solo nome. Cioè costringono Berlusconi a subire il forte radicamento territoriale della Lega in certe aree del Paese.

Il secondo indizio – e siamo alla coincidenza – è venuto dai lavori parlamentari, con la scelta di non procedere all’esame della materia elettorale prima della sentenza della Consulta. La Lega ha alzato la voce, denunciando l’inedita alleanza, in commissione affari costituzionali, fra Pd, Forza Italia, M5S, e accusando i parlamentari di puntare al vitalizio, tirando per le lunghe la legislatura almeno fino al prossimo autunno. Ma non occorrono motivazioni così basse: si può fornire una spiegazione più politica per la decisione assunta, che sta meno nella volontà di allungare i tempi e più nelle perplessità che la proposta di Renzi solleva. In Forza Italia s’è detto. Quanto ai Cinquestelle, confidando di vincere le elezioni, essi sperano ancora in un Italicum magari riveduto e corretto dalla Corte, ma che mantenga comunque un premio per il primo partito. Se poi così non fosse, la seconda scelta non sarebbe certo il Mattarellum, che dà qualcosa in più, col meccanismo uninominale, alle formazioni in grado di esprimere una classe dirigente ampia e riconosciuta (che ad oggi il Movimento non ha), bensì un sistema proporzionale, che dà a ciascuno il suo senza risolvere la questione del governo. Con i chiari, anzi i raggi di luna dei cieli romani, mancare l’appuntamento del governo nazionale ma ingrossare le proprie file in Parlamento non sarebbe forse una cattiva soluzione, per Grillo & Casaleggio.

Infine il Pd: il voto di domenica lo ha ricompattato intorno alla proposta del segretario, però è noto che molti, dentro il partito, pensano che per Renzi le cose si complicherebbero non poco in uno scenario di tipo proporzionale. Nel gioco parlamentare che la prima Repubblica allestiva per giungere alla formazione dei governi (per farli, certo, e per disfarli), la regola non scritta era infatti che il Presidente del Consiglio non fosse il segretario del partito. Ci sono voluti Spadolini prima e soprattutto Craxi poi per cambiare le consuetudini dei capi democristiani. Era un altro mondo, naturalmente, ma a parte nostalgie e rimpianti – almeno in parte giustificate dalle prestazioni non eccelse dell’assetto istituzionale della seconda Repubblica – di sicuro c’é, nel Pd, chi si chiede perché dare ancora a Renzi, col Mattarellum, una dote maggioritaria che potrebbe portarlo di nuovo alla guida del governo.

Queste, ammettiamolo, sono solo ipotesi, congetture, ragionamenti astratti. Ma poi c’è il terzo, decisivo indizio: ci sono le parole del Presidente della Repubblica. A sentir le quali, di nuovo: la legge elettorale si allontana. Per Mattarella il sistema va senz’altro  «riallineato rispetto agli orientamenti del corpo elettorale», ma solo nel momento in cui «l’andamento della vita parlamentare ne determinerà le condizioni». Non c’è posizione più corretta dal punto di vista costituzionale, ma è comunque una non piccola sottolineatura. Qualcosa di più di una precisazione in dottrina. Tanto più che il richiamo, detto che non si può andare al voto con due leggi opposte fra Camera e Senato – una «fortemente maggioritaria», l’altra «assolutamente  proporzionale» – è stato accompagnato dall’invito a trovare una soluzione «più ampia della maggioranza di governo».

Di nuovo: è assolutamente corretto ed anzi auspicabile, e però una soluzione del genere da un lato prende tempo, dall’altro è molto difficile che si trovi intorno al Mattarellum, voluto allo stato solo dal partito democratico (renziano) e dalla Lega. Ora si può immaginare che la legge elettorale la facciano il Pd e la Lega? Forse no. E forse, se tre indizi fanno una prova, la battaglia politica che Renzi deve ingaggiare per spuntare una legge che gli restituisca lo scettro della leadership è molto più dura del previsto.

(Il Mattino, 21 dicembre 2016)

Grillo e gli altri: la sfida che verrà

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Massimo Adinolfi: Caro Direttore, ieri nel commentare a caldo il risultato del voto, mi sono servito dell’idea contenuta in un gran libro, «Malacqua». Ma in realtà meno per l’immagine di una pioggia ininterrotta che scende e ridiscende senza tregua, presagio di qualche funesta sventura, che per l’evocazione finale del mago della pioggia, Grillo. Non voglio scomodare la categoria del populismo a proposito del voto di ieri, anche se giudico sciocca l’obiezione di chi risponde dicendo che non si può considerare populista il 60% degli italiani. Certo che no: infatti il populismo è una malattia della politica, delle sue classi dirigenti. Non è il popolo ad essere populista, ma se mai i leader di turno. Detto ciò, resto convinto che il No abbia un significato politico più grande del merito della riforma costituzionale, e molto diverso da quello di un soprassalto di virtù civiche, repubblicane e antifasciste (qualunque cosa ne pensi l’Anpi). Questo significato sta nel rigetto delle diverse declinazioni delle politiche europee di uscita dalla crisi, un po’ più liberali o un po’ più socialiste che siano. In mancanza di alternative reali, tangibili, che mordano davvero la realtà di vita delle persone, meglio confidare nel repulisti proposto dal mago o dai maghi a Cinquestelle. Può darsi che Renzi abbia sbagliato a personalizzare o che abbia sbagliato strategia, ma francamente non avrei saputo suggerirgliene un’altra, se non proprio quella di evitare di portare a referendum la riforma costituzionale.

Alessandro Barbano: Caro Professore, evitare il referendum poteva e forse doveva essere la scelta di un leader legittimato dalle elezioni, ma non è questo il caso di Renzi. La genesi del suo governo spiega perciò in parte l’errore strategico della consultazione, assieme al clima dei tempi, che vuole che tutto si decida in una pubblica piazza. Ma di errori tattici Renzi ne ha invece commessi due, e la sua assunzione di responsabilità in diretta TV dopo il risultato del referendum rappresenta un’indiretta ammissione. Il primo, come molti hanno notato, riguarda l’aver personalizzato la battaglia referendaria, non solo e non tanto perché questa scelta ha definito i tratti di una sfida di uno contro tutti – che comunque era l’obiettivo dei suoi rivali – ma perché gli ha impedito di spaccare i fronti avversari andando a pescare alleanze trasversali capaci di portare consensi accessori alla sua causa. Il secondo errore riguarda l’unificazione delle modifiche costituzionali in un unico quesito, che ha trasformato una contesa sui contenuti in una contesa sui simboli. In un Paese la cui cultura politica è storicamente costruita sui simboli e refrattaria ai contenuti, la scelta è stata un involontario assist agli avversari, intenzionati a trasformare il voto sulla costituzione in un referendum sul premier. Ma gli errori di cui parliamo sono anche il riflesso della forte pressione mediatica che la politica subisce nel Paese, e che suggerisce, a chiunque voglia proporsi e confermarsi leader, di personalizzare la sua opzione. Diciamo che il premier ha risposto a una necessità del nostro sistema ma fatto male i calcoli. Personalizzando la battaglia referendaria, ha riacceso la passione civile dei cittadini italiani nel momento meno indicato: in primo luogo quando la sua immagine iniziava a subire un certo appannamento, pagando il prezzo inevitabile di riforme necessarie ma scomode e non prive di difetti, come quella della scuola, in un Paese geloso del suo immobilismo; in secondo luogo quando spirava un vento antielitario che non era, come qualcuno credeva, una tramontana di tre giorni, ma piuttosto un monsone destinato a segnare un’intera stagione di instabilità in Europa e in Occidente.

A tal proposito la mappa del risultato elettorale ci consegna una divisione netta dell’Italia del sì e del no attorno ad alcune coordinate: la geografia, il censo e, in minor misura, il livello di istruzione. Il No sfonda a Sud e nei vari Sud del Paese, tra i ceti meno abbienti e meno istruiti, cioè in un’area di esclusione sociale che la crisi del ceto medio ha acuito, e a cui si accompagnano ampissimi spezzoni della burocrazia pubblica, come la scuola, l’università e parte del pubblico impiego, affetti da una cronica frustrazione. Il Sì raccoglie proseliti nella parte alta della piramide sociale, tra gli imprenditori e i liberi professionisti, perdendo smalto man mano che si scende verso la base. È impressionante la proporzione diretta che esiste nelle metropoli tra il risultato del Sì e il reddito pro-capite: a Napoli, nei quartieri di Chiaia e Posillipo i favorevoli alla riforma superano il 46%, come nella città metropolitana di Milano. Al Vomero e all’Arenella scendono poco sopra il 30%, e nei quartieri periferici e più deboli di Scampia e Secondigliano non arrivano al 25. Questa geografia racconta una classe dirigente assediata in un centro genericamente metropolitano che non ha più contatti con il resto della società, e, attorno, le guarnigioni della rabbia e della protesta sociale con i loro condottieri, che si contendono le spoglie della democrazia rappresentativa. È un’iperbole drammatica, ma non molto lontana dalla realtà.

Poi ci sono i giovani. La loro adesione al No è plebiscitaria, ma non deve stupire: se hanno inibito fino ad annientare la loro naturale spinta trasformativa è perché hanno maturato coscienza piena del tradimento generazionale. Sono quelli che di più soffrono lo scarto apertosi nelle società globali, e in Italia in misura maggiore, tra aspettative e realizzazioni concrete. E qui entra in gioco la modesta performance di quelle che lei definisce le ricette liberali e socialiste rispetto alla crisi. Mi piace raccontarla in altro modo: è cioè l’incapacità della democrazia in Europa di governare l’innovazione e i suoi effetti bifronti sulle società postmoderne.

Ma torniamo al referendum. Quello che lei chiama mago della pioggia, e cioè Grillo, ha saputo far convogliare questa enorme massa di disagio in due canali: nel primo ha utilizzato il radicalismo morale per dare forma alla protesta e alla rabbia sociale; nel secondo ha sviluppato una dialettica partecipativa dal basso attraverso la rete, che ha riempito il vuoto lasciato dalla caduta dei corpi intermedi della politica tradizionale. Alla morte delle sezioni e dei circoli, allo scolorire dei comizi e di tutte le infrastrutture immateriali del vecchio pensiero politico, Grillo ha sostituito le piazze virtuali dove la passione civile si propone e si percepisce come autodeterminazione. È un’illusione, utopia di una democrazia diretta attraverso il web, ma non ancora smentita alla prova dei fatti, perché le esperienze di governo dei Cinquestelle, per quanto modeste o fallimentari, ancora non fondano quella che si direbbe una prova politica. Tant’é vero che la fretta che i grillini hanno ora di andare al voto è pari tanto alla convinzione di trovarsi con l’onda dei consensi in poppa, quanto alla preoccupazione di non subire un danno reputazionale dal protrarsi dell’avventura di Virginia Raggi alla guida del Campidoglio.

M.A.: Caro Direttore, quanto agli errori tattici seguiti sono d’accordo soprattutto su un punto: era il momento meno indicato. Sono meno d’accordo invece sulla personalizzazione, e meno ancora sull’opportunità dello spacchettamento. Sulla personalizzazione, in fondo lo dice lei stesso: è nelle cose, prima ancora che nelle scelte di leadership. Difficile del resto capire con quali altre armi Renzi avrebbe potuto motivare il suo elettorato. Più che su un limite di Renzi, mi sembra che ragioniamo su un limite ormai cronico del sistema politico italiano.

Lo spacchettamento, invece, proprio no: non credo che sia possibile fare una buona riforma per via referendaria, ritagliando con le forbici il lavoro fatto dal Parlamento. È chiaro che la suddivisione in più quesiti avrebbe magari consentito di vincere su alcuni punti minori, come l’abolizione del Cnel o quella delle Province. Forse Renzi avrebbe in tal caso limitato i danni, ma la sostanza del giudizio politico sarebbe rimasta immutata.

Del resto, la sua analisi è di gran lunga più convincente quando affronta i dati reali: la crisi e lo scollamento del ceto medio, il disagio fin quasi all’estraneità delle classi meno abbienti, il disincanto delle giovani generazioni. Gli errori tattici credo non abbiano inciso quasi per nulla: se è fondata la sua analisi, e credo lo sia, anche a non volerli commettere sarebbe cambiato molto poco.

Al tirar delle somme, resta il fatto che Matteo Renzi ha pensato di proporre al Paese come volano del cambiamento una riforma dell’ordinamento della Repubblica, a mio giudizio incisiva, che rispondeva a delle obiettive necessità di sistema, ma che non riguardava da vicino le condizioni reali di vita delle persone. E il Paese ha risposto di no, che non crede affatto che la ripresa economica e sociale dipenda da una migliore organizzazione dei poteri pubblici.

Questo è il nodo della questione. Sono francamente ridicoli quelli che si inebriano al pensiero che gli italiani hanno scelto – magari previa consultazione di un buon manuale di diritto costituzionale – fra Calamandrei e Boschi, fra Togliatti e Renzi, fra vecchi e nuovi costituenti. Gli italiani hanno detto chiaro e tondo, invece, che non è questo il punto: i giovani hanno detto che temono per il loro futuro, le piccole imprese hanno detto che pagano ancora troppe tasse, il personale scolastico che sono scivolati indietro nella considerazione della società e via di questo passo. So bene, e mi duole, che c’è in questo ragionamento un pericolo classista: i temi costituzionali non sarebbero per la generalità delle persone. Allora correggo il tiro e torno alla preoccupazione machiavelliana per l’occasione: questa non era l’occasione. Il momento non era opportuno, per tutti i motivi che lei ha spiegato. Che assumano però a uno: la crisi non è affatto alle nostre spalle.

Anche Renzi ha provato a correggere il tiro, in verità, cercando di imprimere alla riforma il significato di una legge contro la casta: non c’è riuscito, e non poteva riuscirvi. Perché quel fronte è ormai presidiato dai Cinquestelle, perché non si fanno le riforme costituzionali per tagliare i costi della politica, e perché dopo quasi tre anni di governo quello che dovevi fare su questo fronte dovevi averlo già fatto. Se pensi che le elezioni si vincono ancora su quel versante, coi tagli agli indennizzi e alle poltrone, hai perso prima ancora di cominciare.

Ora però resta da capire che fare. Con buona pace di tutti gli altri – la sinistra del Pd e le altre frange di contorno, i vari pezzi del centrodestra – si avvicina sempre più il momento in cui agli italiani le elezioni chiederanno una cosa soltanto, se vogliono o no un governo pentastellato (un monocolore?). Io mi auguro solo che le altre forze politiche si attrezzino sul serio per misurarsi con questa domanda, la sola che conti, perché dalla Brexit a Trump si è visto ormai che l’elettorato non teme più il salto nel buio, l’avventura o l’inesperienza. Anzi: magari è proprio quello che vogliono! La parola stabilità piace ai mercati e alle persone responsabili, ma non vuol dire nulla per chi ha le tasche vuote.

A.B.: Caro Professore, c’è un segnale nelle reazioni pentastellate al referendum che spiega il tentativo del movimento di compiere un salto di qualità e proporsi come forza di governo. «Non chiamateci più populisti», diceva l’altra sera in TV Alessandro Di Battista, rivendicando con la vittoriosa difesa della Costituzione un’acquisita maturità. Che evidentemente non c’è, e non può esserci, per debolezza e ambiguità di un pensiero politico in cui coesistono, a fianco ad alcune intuizioni felici, troppe contraddizioni. E non può esserci, ancora, fino a quando la selezione della classe dirigente pentastellata oscillerà tra il settarismo di una comunità arbonara e ll’anomia di un plebiscito internettiano.

Ma, come lei dice, la mancanza di maturità non esclude la vittoria, soprattutto se i partiti tradizionali, e in primo luogo il Pd, continuano a suicidarsi cronicizzando uno scontro all’ultimo sangue dietro il quale i cittadini non vedono che una lotta di potere fra fazioni. Non v’è dubbio che il Movimento sia la forza politica, anche attraverso la Rete, è riucita a sintonizzarsi meglio con gli umori del Paese, e in parte a determinarli. Lo ha capito Matteo Renzi, che dimettendosi anticipatamente in pubblico davanti alla TV e non, come vorrebbero le forme ufficiali della demmocrazia, sul Cole davanti al capo dello Stato, ha ritrovato il lessico del «cuore» smarrito nel Palazzo, suscitando emozione e rispetto tra i suoi sostenitori, ma anche tra gli avversari. Un congedo in stile populista, il suo, se dovessimo definirlo secondo i canoni della tradizione. Ma, che piaccia o no, la politica in Italia è rmai questo. E se per salvare la sostanza della democrazia rappresentativa bisogna giocare sulla mozione degli affetti, allora sì, forse ha ragione lei: la personalizzazione è il linguaggio obbligatorio del leaderismo contemporaneo. A tempo scaduto il premier è sembrato ribadirlo. A tempo scaduto, ma lui sa bene che stanno per iniziare i supplementari e che la partita è ancora alla sua portata.

(Il Mattino, 6 dicembre 2016)

Riuscirebbero i grillini a reggere se fallisse la conquista di Roma ?

Superstudio

Tutti in piazza per Brambilla sindaco, a Napoli. Tutti in piazza per Bugani sindaco, a Bologna. E soprattutto: tutti in piazza per Raggi sindaco, a Roma. E piazza del Popolo si è riempita: la mobilitazione c’è stata, e l’aspettativa di una vittoria della candidata a cinque stelle rimane molto alta. La lunga marcia nelle istituzioni del Movimento avrebbe sicuramente una svolta, se Virginia Raggi dovesse diventare sindaco di Roma. L’assalto al cielo della politica italiana sarebbe cominciato. A Renzi rimarrebbe la partita del referendum istituzionale, ma un sindaco grillino nella Capitale trasformerebbe immediatamente il Movimento in un’altra cosa, cioè in un’alternativa politica reale. Finora, chi vota cinque stelle ha molto chiaro a cosa dice no, e chi vuole mandare a casa, ma è molto meno sicuro di cosa significhi dare il governo del Paese ai Cinquestelle. A quale cultura politica? A quale ceto politico? Per farsene un’idea, non possono bastare Parma, Livorno o Quarto. Roma invece sì, il Campidoglio sarebbe il terreno ideale per dimostrare, in vista delle politiche, che da quella parte non ci sono solo grillini chiassosi e intransigenti, ma una classe dirigente in grado di gestire la capitale del Paese, e dunque anche di andare su su, fino a Palazzo Chigi. E poiché nemmeno i Cinquestelle possono venire tutti dalla luna, si vedrà anche come riempiranno le seconde e terze file, a quali serbatoio di ceto politico e professionale attingeranno, e in che modo si confronteranno con le burocrazie pubbliche.

Ma anche il contraccolpo sul Movimento, nel caso in cui la Raggi non dovesse farcela, sarebbe di non poco momento. Nel 2013, i Cinquestelle sono arrivati primi, dietro solo alla coalizione del Pd di Bersani (peraltro subito accantonata dai democratici). Pur rappresentando un quarto circa dell’elettorato, dopo circa tre anni i grillini non riescono ancora a presentare proprie liste in tutti i comuni. È una situazione paradossale, mai altrove verificatasi: che il primo partito su base nazionale non sia rappresentato ovunque, su base locale. Se la Raggi non dovesse vincere, se i Cinquestelle non raggiungessero il ballottaggio nelle principali città italiane, la fisionomia sfilacciata del Movimento non sarebbe nascosta dal valore simbolico del sacco di Roma, e le spinte centrifughe si moltiplicherebbero.

Anche sul piano organizzativo, il Movimento è su un crinale sottile. Perché parla sempre meno di streaming, sempre meno di «uno vale uno», sempre meno di decisioni prese dagli iscritti, mentre sempre più chiaramente emergono leadership o potenziali leadership, direttori, riunioni riservate e cerchi magici. La Raggi che promette di ascoltare, in caso di elezione a sindaco, i parlamentari, e il deputato europeo, e il consigliere regionale, non sembra proprio che prenderà le decisioni riunendo la base dei meetup della capitale. Ma finché vinci, o i sondaggi ti danno vincente, è difficile che ti venga rinfacciata la contraddizione. Diverso è però se perdi: allora i mugugni crescono, la conflittualità interna sale, viene anche per i grillini l’ora livida dell’analisi del voto e la piega presa dal Movimento  può facilmente esserti rimproverata come una deviazione dal progetto originario.

Fin qui, Grillo e Casaleggio hanno tenuto insieme il Movimento a colpi di sospensioni ed espulsioni. I gruppi parlamentari grillini di deputati e senatori ne hanno persi parecchi, e però le sorti del Movimento non ne hanno finora risentito. Se il Movimento si conferma sulle percentuali del 2013 ed elegge la Raggi sindaco, queste sono bazzecole. Se le cose vanno diversamente, allora son dolori (forse).

(Il Mattino, 5 giugno 2016)

Il profeta e l’incompiuta

o-CASALEGGIO-facebook.jpgCome Mosè, Casaleggio se ne va prima di raggiungere la terra promessa, prima di veder realizzata l’utopia tecnologica della democrazia diretta (e magari, nel frattempo, vedere conquistata la Capitale).

Nell’ultima intervista alla Stampa, del novembre scorso, Casaleggio sosteneva che il M5S non ha leader, che l’unico leader è il Movimento stesso, ma ovviamente sapeva che non è così, e non può essere così. In nessuna organizzazione politica al mondo, men che meno in quelle che si vogliono rivoluzionarie. Sapeva Casaleggio che le decisioni fondamentali le prendevano lui e Grillo, e che dalle candidature alle espulsioni, dalla gestione dei gruppi parlamentari alla formazione del Direttorio, tutto passava per le mani sue e del suo amico Beppe. Sicché, insieme al dolore per la perdita di un uomo che ha sicuramente cambiato le regole politiche del Paese, nelle file dei Cinquestelle serpeggia inevitabilmente la domanda: e adesso? Adesso che Casaleggio non c’è più, a chi tocca? Anche Beppe Grillo aveva detto tempo fa di essere «un po’ stanchino», dichiarazione che  anticipava la presentazione di un nuovo simbolo senza il nome del fondatore, e frontman, del Movimento, e apriva quasi ufficialmente la lotta per la successione. «Quasi», perché la retorica della trasparenza, dello streaming e dell’«uno vale uno» impedisce di metterla nero su bianco, e provoca anzi, per inevitabile contrappasso, un soprassalto, persino un’ossessione di segretezza.

Ma, a meno che non si faccia avanti il figlio di Casaleggio, Davide, tutto porta a pensare che saranno Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista a contendersi la leadership del Movimento. O forse a condividerla, finché una coabitazione sarà possibile, e le ambizioni e la linea politica dell’uno non cozzeranno con quella dell’altro.

Perché ambizione i due ne hanno da vendere, com’è naturale che sia. Chi non ne avrebbe, dopo aver compiuto il grande balzo in avanti delle scorse elezioni politiche? Luigi Di Maio è arrivato alla vice-Presidenza della Camera dei Deputati. Ha dato un tono istituzionale ai suoi interventi pubblici, che possono voler dire una maggiore disponibilità alla mediazione e al compromesso, ma possono anche significare un più duro esercizio del potere. Di Battista invece incarna l’ala più movimentista e idealista del grillismo, ed ha un capitale di simpatia che l’altro non riesce a conquistare. L’uno e l’altro interpretano il disgustoper la politica tradizionale, fatta sinonimo di ruberie e malversazioni, ma lo fanno in due modi diversi. L’uno con l’aria impettita del primo della classe, che perciò denuncia più volentieri l’incompetenza di quelli che ci governano; l’altro con quella dell’ultimo della classe, che dei professori contesta anzitutto l’autorità. A volere usare la storia per costruire qualche paragone iperbolico, Di Battista rappresenta, nella linea di successione al fondatore, la corrente calda, la via trotzkijsta della rivoluzione permanente; Di Maio, invece,la corrente fredda, lo sbocco staliniano. La normalizzazione.

Ma l’uno e l’altro sono confortati dai sondaggi. Che non mostrano segni di cedimento: la possibilità che i Cinquestelle arrivino a Palazzo Chigi, a dar retta ai numeri di queste settimane, rimane concreta. Molto ancora può cambiare, di qui alle elezioni politiche. Ma il fatto che un quarto dell’elettorato rimane stabilmente ancorato alle posizioni grilline dimostra che l’intuizione di Grillo e Casaleggio lascerà dei tratti permanenti nella vita politica del Paese. Perché le tradizioni ideali nazionali non tengono più, perché il mix di tecnologia e ecologismo, di futuro avveniristico e richiamo alla grande madre terra esercita un indubbio fascino, con il progressivo esaurirsi delle sintesi storico-politiche. Perché infine la costruzione di una cittadinanza fondata non sull’esercizio del potere ma sul suo rifiuto rappresenta una tentazione reale. Anzi: tanto più reale, quanto più si accorcia il raggio, la forza e il senso della decisione politica. Un movimento di esodo dalla politica, dunque, dalle sue contraddizioni e dalle sue brutture. Non a caso, nei suoi saggi insieme ironici e apocalittici, Casaleggio collocava il mondo che verrà dopo fratture epocali, guerre e altri cataclismi naturali. Perché non ai grillini tocca dire come arrivare fin lì. Accadrà. Loro sono quelli che vengono dopo, che erediteranno il mondo quando tutto sarà finito. E non è la prima volta che al profeta che indica la via non è dato, purtroppo, di raggiungere la meta.

(Il Mattino, 13 aprile 2016)