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La strategia dell’incertezza

Acquisizione a schermo intero 30062015 153825.bmpLe elezioni regionali campane si sono tenute domenica 31 maggio. Ad oggi, a quasi un mese di distanza dal voto, non è chiaro quando la Campania avrà la sua nuova giunta regionale, e presieduta da chi. Dopo la sconvocazione della prima seduta del consiglio, prevista inizialmente per oggi, tutto rimane appeso alle decisioni di un giudice ordinario, innanzi al quale Vincenzo De Luca presenterà stamane ricorso perché la sospensione inflittagli a norma della legge Severino venga essa stessa sospesa nei suoi effetti, in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale (che dovrebbe – il condizionale, in questa vicenda, è d’obbligo – arrivare in autunno). Dunque: non c’è ancora un Presidente insediato e nel pieno dei suoi poteri, non c’è ancora la giunta, di nomina del Presidente, e non c’è neppure un vice Presidente; non sono state esposte le linee programmatiche del nuovo governo e il primo consiglio regionale è rinviato a data da destinarsi: c’è solo un giudice e un ricorso. Le istituzioni rallentano fino quasi a fermarsi, e tutti si rimane in attesa del pronunciamento del giudice. Qualcuno studia i precedenti, qualcun altro annuncia nuovi ricorsi e carte bollate, altri dichiarano e altri ancora tacciono. Ma siamo là: siamo a un giudice e ad un ricorso. Giudice ordinario, in una situazione invero straordinaria.

Che richiede forse qualche parola in più, da parte dei suoi protagonisti. Perché il mese precedente il voto, e il mese seguente, sono trascorsi all’insegna del «chi vince governa», detto da Renzi e rilanciato dal vincitore, cioè da De Luca. «Chi vince governa» significava: non c’è Severino che tenga. Ovviamente non era così. Tra qualunque vittoria e qualunque atto di governo ci sono un bel po’ di formalità da osservare: quelle formalità collocano la  vittoria politica nel perimetro disegnato  dalle disposizioni di legge. La Severino complica il quadro, ma non altera certo il principio. Questo era ben chiaro sia a De Luca che a Renzi. Ed entrambi hanno altrettanto chiaro che in questi giorni non stanno salendo il Golgota dei cavilli giuridici, ma stanno semplicemente provando a rimanere dentro i limiti dello Stato di diritto.

Cosa dunque non era chiaro, o non è stato debitamente chiarito? Non che la candidatura di De Luca era contro la legge: anzi. De Luca era eleggibile ed è stato eletto. Ma c’è poco da fare: ad esser conseguenti, la volontà di eleggerlo doveva contenere anche la volontà di procedere al superamento della Severino. In realtà, l’ex sindaco di Salerno lo ha detto chiaro e tondo: il problema non sono io, ha ripetuto svariate volte, e non si tratta di fare un favore a me; il problema è la Severino e si tratta di fare un favore al Paese, cancellando una legge incostituzionale. Naturalmente, le dichiarazioni di incostituzionalità non spettano a De Luca, ma alla suprema Corte. Il punto è però politico: può un partito acconsentire a una candidatura, senza acconsentire al significato e alle conseguenze che discendono dalla presentazione di quella candidatura? No, se è un partito serio.

Questa domanda si ripropone anche oggi, e va rivolta anche a Renzi. A Renzi, cioè al Presidente del Consiglio che ha firmato la sospensione dopo avere chiesto e ottenuto il parere dell’Avvocatura dello Stato, che gli lasciava margini per un decreto che consentisse a De Luca di procedere alla nomina della giunta e del vice-Presidente, così da assicurare da subito la funzionalità dell’istituzione regionale. Come ieri, nella candidatura di un condannato in primo grado per abuso di ufficio, così oggi, in quei margini interpretativi lasciati aperti alla decisione di Renzi, stava un punto politico che il Premier non ha voluto o potuto affermare.  Di più: Renzi ha menato vanto di non averlo fatto. In realtà, ha così riconosciuto di essere sotto scacco, non so se dell’opinione pubblica o delle denunce e della raffica di ricorsi promessi da esponenti dell’opposizione. Nell’uno e nell’altro caso, ha rivelato questa volta di non avere la forza politica necessaria per dar seguito al parere che pure aveva richiesto. Questa forza era però necessaria, così come è stata necessaria a De Luca per candidarsi, per vincere le primarie del Pd, per vincere poi le elezioni. Nel percorso dell’ex sindaco di Salerno c’è una coerenza che non si ritrova invece nei tentennamenti del partito democratico, che sembra stare sempre un passo indietro la necessità del momento: voleva o non voleva De Luca governatore? Chi lo sa. Vuole o non vuole la Severino? Neppure questo è più chiaro. Vuole o non vuole che adesso De Luca governi? Mistero senza fine bello.

C’è però anche per De Luca qualche chiarimento da dare. Perché è ormai evidente che non erano tutte «palle» quelle di chi temeva l’empasse, come lui ha ripetutamente dichiarato. Nell’impasse ci siamo, e anche se forse ne usciremo a breve, non resta meno vero che a dire più di una panzana, su questa vicenda, è stato lui. La più grande è stata lasciare intendere che tutto sarebbe andato e andrà come previsto. Non era previsto un bel niente: la mancata presenza il giorno della proclamazione, la sospensione prima della seduta del consiglio, la convocazione e il mancato insediamento, l’assenza a un mese dal voto di un Presidente o di un vice Presidente in carica. E però, se c’è una cosa di cui c’è massimamente bisogno, specie in territori che con la legalità hanno qualche problema, è la prevedibilità del corso istituzionale. Al momento, il consigliere anziano Rosetta D’Amelio ha sconvocato il consiglio, sperando che il giudice ordinario faccia presto. Sperare si può, ma sperare significa, per definizione, lavorare in condizioni di incertezza: giusto il contrario di quel che ci vuole a un’istituzione per funzionare come si deve.

(Il Mattino, 29 giugno 2015)

Politica e giustizia sul ring

Sospesi [particolare 1]-installazioneIl nodo non è ancora sciolto, e non è detto che lo sarà facilmente nei prossimi giorni. L’assenza di Vincenzo De Luca, ieri, e il mancato insediamento come Presidente della regione crea un intervallo fra la fine della giunta Caldoro e l’inizio del nuovo corso deluchiano che la legge si sforza invece di chiudere, per assicurare piena continuità amministrativa all’ente regionale. Questa volta la cosa è molto meno chiara che in passato.

Non è, naturalmente, solo questione di bon ton, di mancate strette di mano o di cordialità nello scambio delle consegne: è, invece, la contraddizione contenuta in un esito che dopo l’elezione, per effetto della legge Severino, non consente di fare anche il passo successivo della proclamazione: compierlo avrebbe evidentemente esposto gli atti conseguenti al pericolo di nullità. E invece De Luca deve arrivare alla seduta della prima Assemblea regionale e alla nomina della nuova giunta (e del vice-Presidente) senza essere colpito dalla legge, e prima che scatti la sospensione, il cui iter, peraltro, con la prima trasmissione di carte verso Roma, è già partito.

Non si può dire che di tutto questo groviglio giuridico il cittadino non deve darsene pensiero: non solo perché il caso è ancora aperto, ma perché il primo significato della democrazia sta nel portare innanzi all’elettorato, e non certo nel tenere riservate, forme e ragioni e fondamenti di legittimità delle decisioni di governo.

Non è, insomma, andato in scena un bello spettacolo. Non lo è mai, quando si è costretti a ricorrere a qualche escamotage, per non strappare la tela del diritto, e conseguire comunque un certo risultato politico. De Luca, d’altra parte, lo sa perfettamente: lui più di qualunque altro dirigente democrat, che alla forza elettorale dell’ex sindaco di Salerno ha dovuto piegarsi. De Luca sa anche, con altrettanta certezza, che l’incubo di una sedia su cui non riuscire a sedersi potrebbe ossessionarlo ancora a lungo, e sa infine che ciò non sarebbe privo di conseguenze per l’istituzione regionale. Sull’altro piatto della bilancia sta però il voto democratico. E sta anche, non dimentichiamolo, il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Si tratta di architravi fondamentali di un ordinamento liberal-democratico: insieme, certo, al principio di legalità, che la vicenda De Luca sta invece sottoponendo a più di una tensione. Se di un tal principio vi è pieno rispetto, nelle mosse fin qui compiute, lo si capirà meglio nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, perché la battaglia di istanze e contro-istanze, diffide ed esposti è, con tutta probabilità, appena cominciata.

Resta però il nodo. Aggrovigliato ancor di più dall’incertezza che grava anche sul Sindaco di Napoli, che potrebbe essere nuovamente sospeso e che non ha ancora nominato un nuovo vice, dopo le dimissioni di Sodano. Se a ciò aggiungiamo che anche a Salerno, dopo la decadenza di De Luca, non siede sullo scranno più alto un sindaco eletto direttamente dai cittadini, come la legge prevede, abbiamo un quadro allarmante dello stato dei poteri democratici, in Campania.

Tutto ciò sta sotto il tema del rapporto fra politica e giustizia, che non ha evidentemente trovato ancora un equilibrio accettabile. Le ragioni sono storiche, vengono da lontano, vanno ben oltre i casi individuali, ma sta di fatto che è così: quell’equilibrio non c’è. La lite rimane aperta. Ed espone tutto il campo della politica a continue, forti sollecitazioni. Un tempo si poteva pensare, con lucido quanto disincantato realismo, che la legge dello Stato nascesse da ciò, che non potendosi fare che il giusto fosse forte, si doveva finire con il fare in modo che il forte fosse giusto: così si taglia la testa al toro e la si smette con le contestazioni. Ma lo Stato di diritto moderno è il tentativo di allargare gli spazi in ci è invece la forza a piegarsi alla giustizia, e non viceversa. Dopodiché però rimane il problema di chi dichiari la giustizia tale: la forza, infatti, è abbastanza perentoria dal dichiararsi da sé. È stata allora trovata un’altra soluzione: rimettere in ultima analisi la forza nelle mani di tutti, cioè del popolo, che la esprime tramite il consenso. E questa è la democrazia. Con la quale certo non si cancellano i tribunali, il lecito e l’illecito, tanto meno si eclissa la morale individuale, ma si cerca almeno un «ubi consistam», un punto di tenuta su cui l’istituzione dello Stato deve poter contare comunque. Questo punto, in Campania, sembra non esserci: non è infatti chiaro nemmeno – non lo è sicuramente al comune cittadino – innanzi a quale tribunale finirà, se e quando finirà, la fuga dei ricorsi.

E così si rimane «tra color che son sospesi»: come diceva Dante, che chi così si trova «dal cominciar tutto si tolle»? Beh, è proprio quello che è accaduto: De Luca si è tolto dal cominciare a fare il Presidente della regione, e non è ancora sicurissimo che, alla buon’ora, prima o poi comincerà.

(Il Mattino, 19 giugno 2015)