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La politica debole e le Procure forti

Serra 1984

R. Serra, Malmo Roll (1984)

«La mia esperienza mi dice che quei reati sono difficili da provare»: parola di Antonio Di Pietro. Parola non di oggi, ma del gennaio 2008. Clementa Mastella, ministro della Giustizia del secondo governo Prodi, ha ricevuto un avviso di garanzia per concussione: è accusato di aver esercitato pressioni indebite su Antonio Bassolino, a proposito della nomina di un commissario nella sanità campana. Di Pietro, allora ministro pure lui, vede giusto, ma la sentenza di assoluzione in primo grado è arrivata solo qualche giorno fa: la bellezza di nove anni e mezzo dopo. «Non riesco a immaginare Sandra Mastella che minaccia, concute e fa morire di paura Bassolino», diceva Di Pietro. Lui non ci riusciva, ma i magistrati invece sì, perché Sandra Mastella finisce agli arresti domiciliari, e tutto il partito di Mastella, l’Udeur, viene travolto dallo scandalo. Non rinascerà più. Così come non rinascerà più l’esperienza politica dell’Unione, la maggioranza che portò Prodi a Palazzo Chigi per la seconda volta.

Ma l’intervista di Di Pietro a Repubblica merita di essere citata ancora. Di Pietro non interveniva per esprimere solidarietà a Mastella, ma per prendere le distanze dalle critiche ai magistrati che si era permesso di formulare. Lui, i suoi compagni di partito, tutto il Parlamento che lo aveva applaudito con uno «scrosciante battimano bipartisan». Non si fa. È un atto di eversione democratica. E lo è anche se è perfettamente chiaro, a Di Pietro per primo, che tutto finirà in un nulla di fatto. I magistrati – lo dice lui stesso – hanno «scoperto l’acqua calda», cioè come si fa politica al Sud. E come volete che si faccia? Con logica clientelare e spartitoria, spiega l’ex pm molisano. L’obiettivo diventa allora azionare la legge penale per sradicare questa maniera di fare politica. L’ex-magistrato, il simbolo di Mani Pulite, lo dice a chiarissime lettere: «La difficoltà di individuare un reato per contestare comportamenti lottizzatori e clientelari esiste». Quel che non dice, è perché, in base a quale idea e civiltà del diritto, comportamenti lottizzatori e clientelari debbano essere trasformati ipso facto in reati, piuttosto che essere sanzionati democraticamente alle elezioni. Che qualcosa non quadra è chiaro però pure a lui, visto che aggiunge: «non è affatto detto che tutto debba essere risolto per via giudiziaria».

Non è detto, però viene fatto: le notizie di questi giorni lo dimostrano. Caso Cpl-Concordia. 2015. L’inchiesta riguarda la metanizzazione dell’agro aversano e di Ischia. Il governo in carica è quello di Matteo Renzi. Cosa c’entra Renzi con il gas metano? Fa per caso le vacanze ad Ischia? Non risulta. Ma finisce intercettato lo stesso. Una soffiata – non si sa bene se pilotata o no – spinge infatti gli spaventati dirigenti della cooperativa a cercare di capire perché sono finiti sotto inchiesta. Si rivolgono a un generale. Il generale, per gli inquirenti, è Michele Adinolfi. Vengono disposte le intercettazioni. Il generale parla con Renzi, e le conversazioni finiscono sui giornali, scatenando un putiferio. Del versante giudiziario si son perse le tracce: nessuno sviluppo processuale, nessuna incriminazione per il generale Adinolfi, nessuna rilevanza penale delle parole riportate su tutti i quotidiani nazionali. Ma l’effetto mediatico c’è tutto. Non cade nessun governo, quella volta, ma ora vien fatto di pensare che ciò è dipeso solo dal fatto che il capo della Procura di Modena, Lucia Musti, a cui è trasmessa parte dell’indagine napoletana guidata da John Henry Woodcock, decide di non far esplodere «la bomba» che gli consegnano i carabinieri del Noe, il capitano Scafarto e il suo superiore, Sergio Di Caprio. Per loro, infatti, a Renzi si può arrivare. Loro sì che riescono a immaginarlo, e anzi quasi lo suggeriscono al magistrato. Che nel luglio scorso (due anni dopo), sentita dal Csm presso il quale è aperta un’istruttoria nei confronti di Woodcock, usa parole di fuoco: per gli spregiudicati ufficiali del Noe, e per il Pm chi ne coordina il lavoro: una «informativa terribile, dove si butta dentro qualunque cosa, che poi si manda in tutta Italia.  La colpa è anche di noi magistrati, perché siamo noi a dover dire che le informative non si fanno così». Non si dovrebbero fare, ma intanto si continuano a fare.

Altra inchiesta, e stessa disinvoltura. Spinta anzi fino a un’incredibile spudoratezza. Il caso Consip è un caso di corruzione, che parte da Napoli ma anche in questo caso arriva fino a Roma, fino a Renzi. Anche in questo caso ci sono di mezzo intercettazioni e fughe di notizie. Anche in questo caso a muoversi sono gli uomini del Noe. E in prima fila c’è, su incarico del pm Woodcock, il fidatissimo capitano Scafarto, lo stesso che ha confezionato l’informativa-«bomba» recapitata a Modena. Questa volta la confezione è ancora più esplosiva. Perché la trascrizione delle intercettazioni contiene manipolazioni, che consentono di mettere sotto tiro Tiziano Renzi, e sono arricchite di un capitolo, totalmente infondato, su presunte attività di pedinamento e controspionaggio dei servizi segreti a danno degli investigatori. Se si guarda più da vicino l’intrico imbastito in quelle carte, e il modo in cui han preso a circolare, si trovano elementi in tutto analoghi a quelli del caso Cpl-Concordia. Non solo i protagonisti – a cominciare dal duo Scafarto-Woodcock – ma pure il modus operandi. Al centro del quale ogni volta compaiono fughe di notizie che mettono in allarme le persone coinvolte, fughe che più che danneggiare il lavoro della Procura, sembrano alimentarlo. Sembrano, in poche parole, consentire di estenderne il raggio e di arrivare sempre più su: dal Cardarelli alla centrale di acquisti Consip; dalla centrale di acquisti Consip a Palazzo Chigi – dove investono il fedelissimo del premier Renzi, Luca Lotti, accusato di aver informato i vertici Consip delle intercettazioni ambientali in corso – e a Rignano sull’Arno, dove sulla graticola finisce il padre dell’ex premier. Tutto questo accade prima, ovviamente, che si sappia che la madre di tutte le frasi, quella che avrebbe dovuto inguaiare Tiziano Renzi, era in realtà stata pronunciata non dall’imprenditore napoletano arrestato, Romeo, ma dal suo consulente Italo Bocchino. La cosa prende tutt’altro senso.

Svista? Fretta? Negligenza? Leggerezza? Può darsi. Ma com’è possibile che si proceda con fretta, negligenza o leggerezza in un’indagine che lambisce i massimi vertici istituzionali, che rischia di portare sotto processo il padre del Presidente del Consiglio in carica, e che riguarda appalti di importi miliardari? Quante volte bisognerebbe ricontrollare una frase, prima di metterla a verbale rischiando di provocare un terremoto politico?

Il premier tiene duro, e il governo non cade per mano della Procura. Ma la botta è forte. Questa volta però non ci sono battimani in Parlamento a difesa del premier. La strategia scelta dal partito democratico è quella di abbassare la temperatura dello scontro fra politica e giustizia. Renzi rimane in sella, ma quale sarà il bilancio? La legge sulla responsabilità civile dei giudici? La riduzione dei giorni di ferie dei magistrati? Bilancio piuttosto magro, visto che né l’ordinamento giudiziario è stato in sostanza toccato, né si sono fatti passi avanti sui due punti di maggiore sofferenza: da un lato la disciplina delle intercettazioni, su cui il Ministro della Giustizia ha oggi in mano una delega che difficilmente riuscirà ad attuare; dall’altro la prescrizione, che anzi, per non vanificare il lavoro delle Procure, è stata allungata per i reati contro la pubblica amministrazione, pazienza se un imputato rischia di rimanere sotto processo per corruzione per vent’anni.

In compenso, sono state introdotte nuove figure di reato, come il traffico illecito di influenze, che aumentano l’area di indeterminatezza dell’azione penale, o introdotte modifiche al codice antimafia, sempre in materia di corruzione, che ampliano anziché ridurre l’area dell’intervento cautelare.

Ma forse una riflessione più generale andrebbe fatta sui vagiti di riforma della giustizia spesso soffocati in culla. Appena insediatosi, Renzi aveva annunciato di voler cambiare le regole del Csm. Di quella riforma non c’è traccia. L’impressione è che una politica debole, che si sente vulnerabile alle inchieste delle Procure – ai loro riflessi mediatici, e alla loro durata intollerabilmente lunga – preferisca abbozzare, non svegliare il can che dorme, non attaccare per non essere attaccata. Invece di una riforma, dunque, una tregua. Anche se poi c’è sempre qualche procura che non la rispetta e riapre le ostilità. Così succede che la politica rinunci a riformare la giustizia, mentre la giustizia non rinuncia affatto a riformare la politica. Con i mezzi penali che ha a disposizione, cioè per la via di una criminalizzazione che dovrebbe aprire la via alla grande bonifica morale, e, solo dopo, al lavacro purificatore delle elezioni. Già, perché fra poco si vota: chissà che clima ci sarà, allora.

(Il Mattino e Il Messaggero, 17 settembre 2017)

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Le responsabilità e le ipocrisie della sinistra

Ebzo-Cucchi

E. Cucchi, Paesaggio Barbaro (1983)

Un fatto di una gravità istituzionale enorme, secondo il ministro Franceschini. Di una gravità inaudita, secondo il presidente dei senatori Zanda. Ed è difficile dar loro torto. A loro, come agli altri esponenti del partito democratico che hanno preso la parola in queste ore, per denunciare fatti e comportamenti ai limiti dell’eversione, dopo che sono stati diffusi i contenuti delle dichiarazioni rese al Csm dalla procuratrice di Modena Lucia Musti. La quale avrebbe avuto tra le mani, consegnatale dal capitano del Noe Scafarto e dal suo superiore, Sergio De Caprio (il comandante Ultimo), la bomba per far saltare in aria il premier Matteo Renzi, la bomba essendo l’inchiesta napoletana, trasferita per competenza nella città emiliana.
Spregiudicatezza e delirio di onnipotenza dimostravano secondo il magistrato i due ufficiali, nello spingere il capo della Procura modenese a proseguire le indagini sul caso Cpl-Concordia avviate a Napoli. Di quel caso, in realtà, nulla è arrivato a processo. E quanto alla vicenda Consip, che ha avuto gli stessi protagonisti, quel che sappiamo allo stato è che a Matteo Renzi si arrivava, attraverso il padre, manipolando le intercettazioni e inventandosi di sana pianta interventi dei servizi segreti.
Un verminaio, di cui non si vede la fine. Ma di cui si è visto l’inizio solo per l’iniziativa di un’altra Procura, quella di Roma, che ha tolto le indagini al Noe e che – notizia di queste ore – indaga per falso il pm napoletano che al Noe aveva affidato l’inchiesta, John Woodcock, già sotto esame disciplinare al Csm.
E la politica? La politica arriva tardi e con una enorme dose di ipocrisia. Perché le ombre che si allungano sulle istituzioni democratiche vengono da lontano, vengono da un uso distorto della giustizia che si trascina dai tempi di Mani Pulite – ora lo dice persino Di Pietro! –, vengono da una cultura emergenzialista che in nome della lotta alla corruzione consegna una libertà d’azione sempre più ampia e indeterminata ai pubblici ministeri, vengono da uno squilibrio sempre più accentuato fra accusa e difesa, vengono da un’opinione pubblica cresciuta a pane e avvisi di garanzia.
Al partito democratico andrebbe chiesto in queste ore: e l’altro giorno? L’assoluzione di Clemente Mastella, l’altro giorno, non dovrebbe far dire le stesse cose che si dicono oggi, con le rivelazioni del magistrato Musti? Non cadde un governo allora, con le dimissioni del Guardasigilli? Come si fa a non giudicare anche quel fatto di una gravità istituzionale enorme? Lì c’è ormai un’assoluzione, la quale dice chiaro e tondo che i magistrati, presi da furia moralizzatrice, avevano provato a criminalizzare una trattativa politica, a trasformare un fatto politico in un fatto penale. E dunque: come si fa a non vedere che uno schema si ripete, che più delle finalità perseguite allora, come di quelle perseguite ora, quel che deve preoccupare è l’incrinatura profondissima dei rapporti tra i poteri dello Stato, per cui la politica può essere tenuta sotto scacco, e un governo può cadere e un altro essere aggredito da un’inchiesta farcita di manipolazioni quasi senza colpo ferire, se è vero che quel che veniamo a sapere oggi è rimasto per mesi e mesi sottaciuto (anche da Modena, dove la presunta bomba è stata consegnata la bellezza di un anno fa), finché un’altra Procura non si è mossa. Un conflitto tra Procure, in cui la politica è vaso di coccio fra vasi di ferro.
L’ipocrisia sta però in ciò, che senza una riconsiderazione vera delle politiche della giustizia promosse in tutti questi anni, non serve a nulla mandare alti lai solo quando salta fuori quel che si cucina in certi uffici. La vera domanda non è chi c’è dietro, chi ordisce il complotto o chi tira le fila, ma chi ha messo a disposizione la cucina.
Gli storici faranno la storia, risalendo indietro fino a Tangentopoli; intanto, però, facciamo la cronaca. Non più tardi di due mesi fa, il Pd ha approvato modifiche al codice antimafia che estendono le misure cautelari anche ai corrotti. Più ampio, non più limitato, è ora l’intervento della giustizia prima di un qualunque giudicato. Una logica di carattere emergenziale, introdotta in via eccezionale per far fronte ai fenomeni di criminalità organizzata, diviene abituale, ordinaria, e viene estesa anche ad altre fattispecie. Il verso di questi provvedimenti rimane dunque lo stesso: non una cultura delle garanzie e dei diritti, ma il suo preciso opposto. Certo: in nome della lotta alla corruzione, in nome dell’efficacia nel contrasto al crimine, cioè per le migliori intenzioni e in vista dei più alti fini. Ma quelle intenzioni e quei fini sono gli stessi che avranno avuto il capitano Scafarto e il comandante Ultimo nel recarsi a Modena. La spregiudicatezza e il delirio di onnipotenza che la dottoressa Musti dice oggi di aver avvertito nei loro comportamenti è la spregiudicatezza di una consolidata maniera di fare le cose, di inquisire e di indagare, non solo la bizzarria di due individui isolati, schegge impazzite di un sistema che ha i suoi anticorpi.
E no, gli anticorpi non ci sono o non sono più sufficienti. Perché sventare un complotto – se di complotto si tratta –, beh: quello è compito di un’altra procura, ed è quello che sta facendo Roma. Ma riformare la giustizia, ricondurre nel suo letto l’azione inquirente che ormai tracima da tutte le parti: quello è compito della politica. Che non lo ha fatto e non lo sta facendo. E la sinistra, che ha grandi responsabilità nell’aver rotto gli argini al fiume sempre più limaccioso delle indagini, cavalcando per decenni l’ansia giustizialista dell’opinione pubblica, non ha che da battersi il petto e fare mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

(Il Mattino, 16 settembre 2017)

 

Non è una storia del passato

guttuso

R. Guttuso, Spes contra spem (1982)

Non è in cerca di rivalse, Mastella, dopo l’assoluzione in primo grado nel processo che lo vedeva imputato insieme alla moglie e ad altri esponenti del suo partito. Qualche motivo ce l’avrebbe, a distanza di quasi dieci anni dall’avviso di garanzia che a lui costò il posto di ministro Guardasigilli, alla moglie gli arresti domiciliari e al suo partito l’accusa di essere un centro di affari illeciti. Ma più ancora vi sono motivi per riflettere sulla sua vicenda processuale. Anzitutto per la sua lunga durata: nove anni per arrivare a sentenza sono tanti, troppi. In secondo luogo, perché le contestazioni riguardavano comportamenti di natura politica, nei rapporti all’interno della maggioranza che sosteneva la giunta Bassolino. Mastella era finito sotto accusa, in particolare, per aver ingaggiato un braccio di ferro su una nomina nella sanità campana. Nomina che, per legge, spettava al Presidente della Regione. Nomina politica, dunque, su cui era naturale (come lo è adesso) che i partiti e i loro leader esercitassero la loro attenzione e i loro appetiti. Cosa che accadde ma che la procura, scoperchiando con abbondante uso di intercettazioni la trattativa tra le forze politiche, interpretò come un episodio di concussione, poi rubricato a induzione indebita. Certo, la sanità campana è messa male, ora come allora, e i cittadini hanno tutto il diritto di giudicare più o meno disdicevole il modo in cui viene amministrata. Ma la commissione di un reato è un’altra cosa, e il fatto che sia venuta a cadere la differenza tra le lotte di potere che attraversano il campo della politica e l’ambito di ciò che è penalmente rilevante è ben lungi dall’essere un progresso, un avanzamento della coscienza civile o non so cosa. Al contrario, rappresenta una dichiarazione di resa della democrazia, della sua capacità di vigilanza, di dare e rendere conto delle sue decisioni nei luoghi propri al confronto politico, che sono non le aule dei tribunali ma le elezioni e gli organismi di rappresentanza.

C’è poi un terzo aspetto, su cui vale la pena soffermarsi. Questo processo aveva una vittima, nella persona del presidente della Regione, Antonio Bassolino, fatto oggetto delle pressioni di Mastella e del suo partito. Sarebbe stato dunque doveroso che l’ufficio del pubblico ministero lo sentisse, anche perché la legge richiede al Pm, nella fase delle indagini, non di portare avanti con ogni mezzo la tesi dell’accusa, ma di capire se arrivare o no al processo, e dunque di ricercare anche gli elementi eventualmente a favore dell’indagato. Non pare proprio che sia andata così, e infatti Bassolino è stato chiamato in dibattimento per iniziativa della difesa. Le sue parole sarebbero bastate a far cadere tutto il castello delle accuse, se solo lo si fosse voluto. Ma l’intenzione era evidentemente un’altra, e travalicava il rispetto delle forme e delle garanzie previste.

Ecco perché conviene guardare a questo caso non come a una semplice disavventura giudiziaria, e a Mastella come a un cittadino sfortunato cui però la giustizia ha saputo restituire l’onore, sia pure dopo quasi un decennio. Non si è trattato di questo, ma di un episodio della guerra a bassa intensità condotta da una parte della magistratura contro la classe politica. Con nobili intenti moralizzatori, con l’ambizione di bonificare interi settori della vita pubblica afflitti da tassi endemici di illegalità e corruzione, ma con effetti devastanti sulla tenuta complessiva dell’ordinamento democratico e sulle garanzie di uno Stato di diritto. Un ministro si è dimesso, un governo è caduto: può bastare ricondurre l’esito di una simile vicenda a normale fisiologia processuale? Evidentemente no. Tanto più che non si tratta di una storia del passato, che non può ripetersi oggi, nelle mutate condizioni della giustizia italiana. Le condizioni, infatti, non sono mutate: i tempi della giustizia penale rimangono intollerabilmente lunghi, e peggiore è il clima che soffia nel paese, percorso da ventate populiste che gonfiano i vessilli di un pan-penalismo ormai infiltratosi dappertutto. Col risultato che spesso la giustificazione dell’attività inquirente è cercata non nella legge, ma direttamente nell’opinione pubblica. (Nella conferenza stampa di ieri, Mastella ha chiesto che le fake news circolate sul suo conto siano cancellate. Impresa impossibile, nell’epoca della rete, ma la preoccupazione dell’ex-ministro è comprensibile: la vera condanna è lì, non in tribunale).

Infine è sostanzialmente rimasto uguale l’ordinamento giuridico. Imperniato sull’obbligatorietà dell’azione penale, che si traduce logicamente nella sua irresponsabilità, e su un perdurante squilibrio fra accusa e difesa, sostenuto dall’interdetto verso ogni ipotesi di separazione delle carriere fra giudice e pm. E, in cima a tutto, un consiglio superiore della magistratura irriformabile dalla politica.

Non vi sarebbe materia per una grande battaglia di civiltà? Ma chi è disposto a affrontarla, esponendosi al rischio di vedersi additati come complici di quella politica che vuol mettere la mordacchia alla magistratura?

Ormai qualche secolo fa, l’illuminista napoletano Mario Pagano scriveva: «se per indagare e punire i delitti sciolgansi soverchiamente le mani al giudice, ond’ei molto ardisca e illimitatamente adoperi, la libertà e l’innocenza non saranno giammai sicure». Parlava, Pagano, all’opposto di quelli che dicono che se si è sicuri della propria innocenza non c’è da temere che si sciolgano troppo le mani al magistrato. Questo è il discrimine: o si sta di là, o si sta di qua.

(Il Mattino, 14 settembre 2017)

I danni irreparabile alla politica sub judice

dentedcanLa dichiarazione resa ieri da Clemente Mastella nel processo che lo vede imputato con l’accusa di induzione indebita per aver esercitato pressioni su Antonio Bassolino, all’epoca governatore della regione, al fine di condizionare le nomine all’Asl di Benevento, dà da pensare. C’è un uomo, un politico, che si difende ed è dunque normale che provi a respingere le accuse che gli vengono rivolte. Lo è meno il fatto che la difesa di Mastella si ascolti oggi, a quasi dieci anni di distanza dai fatti. Ma accantoniamo per un momento l’andamento dei lavori processuali: quel che emerge dalle parole di Mastella, come anche da quelle pronunciate qualche giorno fa da Antonio Bassolino dinanzi al medesimo collegio, è un punto più generale e di principio, cioè la difficoltà di determinare con chiarezza ed apporre l’eventuale qualificazione penale sopra fatti politici, come quelli posti nel processo sotto la lente della magistratura.

Fu un terremoto, non dimentichiamolo, che non travolse solo l’Udeur, il partito di Mastella, colpito da numerosi provvedimenti giudiziari spiccati all’indirizzo di diversi suoi esponenti, oltre che dalla richiesta di custodia cautelare per la moglie di Mastella, Sandra Leonardo, ma concorse anche alla caduta del governo Prodi e alla fine anticipata della legislatura. Mastella si dimise da Guardasigilli, pronunciando in Aula un intervento durissimo: «Durante lo scontro sotterraneo e violentissimo tra i poteri in questi mesi – disse fra l’altro – ho avuto il triplo di avvisi di garanzia rispetto a quelli avuti nella mia una carriera trentennale».

Il processo è ancora in corso. È attesa la sentenza di primo grado. I cronisti della giudiziaria lo raccontano quasi controvoglia: l’Aula è deserta, certo Mastella è ancora in attività, fa il sindaco di Benevento, ma non ha più la statura politica che aveva dieci anni fa. Il suo partito non ha più il ruolo determinante che aveva negli equilibri politici campani e nazionali, e ci sono quindi meno riflettori e poca voglia di capire come siano andate veramente le cose: fatti politici, rapporti di forza e accordi fra leader che esercitano la responsabilità affidata loro dagli elettori, o patti corruttivi, pressioni indebite e oscuri ricatti?

Può darsi che sociologi e storici si formeranno un loro giudizio sulla politica campana al tempo di Mastella anche sulla base delle carte processuali che vanno pigramente accumulandosi nel tempo, anno dopo anno, udienza dopo udienza. Può darsi che il loro giudizio sarà severo, e che sapranno riconoscere clientele, raccomandazioni, cordate e notabilati. Ma lo faranno, per l’appunto, da sociologi e da storici. Intanto, la materia è rimasta sub judice per tutto questo tempo, e ha già provocato una serie di effetti che nessun eventuale proscioglimento potrà cancellare.

Altra Corte, altro giudizio. È stata depositata la sentenza con la quale la Cassazione ha confermato l’assoluzione per Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Anche in questo caso ii fatti sono lontani: risalgono al 2008, alla crisi dei rifiuti, alla nomina di De Luca commissario straordinario, e alla progettata realizzazione di un termovalorizzatore (che poi non si fece), per la quale l’allora sindaco di Salerno nominò come «project manager», figura non prevista dalla legge, un uomo di sua stretta fiducia, secondo l’accusa svuotando così i poteri del responsabile unico del procedimento. In appello, i giudici avevano già capovolto la sentenza di primo grado, e ora la Cassazione non fa che confermare la pronuncia della Corte d’appello. Le motivazioni che accompagnano la sentenza non contengono solo il rigetto dell’accusa, in realtà: sembrano quasi sottintendere che, nella situazione di gravissima emergenza in cui si trovava in quel frangente l’Amministrazione, De Luca agì per il meglio, usando i poteri di deroga a sua disposizione, allestendo giustamente un ufficio distinto dalle strutture comunali, «nell’impossibilità di fronteggiare altrimenti la situazione».

Ci asteniamo dal pronunciare un giudizio, anche se in questo caso siamo dinanzi a una sentenza definitiva, declamata «ore rotundo». Ci asteniamo pure dal riproporre considerazioni sul rapporto fra politica e giustizia. Anche in questo caso, saranno storici e sociologici a dire la loro. Guardiamo la cosa solo dal lato della politica, la cui rappresentazione, in Campania, è offerta anzitutto da vicende come queste. Non è chiara almeno una cosa, alla luce dei fatti ricordati, che in mancanza di meglio sarebbe opportuno, molto opportuno, che la lotta politica non si nutrisse dell’opera di delegittimazione degli avversari sulla base di procedimenti solo avviati e chissà quando, e chissà come, conclusi? Non sarebbe tutto più semplice, più chiaro, più giusto?

(Il Mattino, 23 febbraio 2017)

Un’Italia piccola e vecchia

Daumier

Non cercate elementi di prova, nelle carte finite sui giornali: al momento, per quel che si può leggere, non ce ne sono. Voglio dire: non ci sono rilievi giudiziari che interessino il ministro dell’Interno Angelino Alfano. E però il ministro è ugualmente sotto pressione. Per colpa del padre, e del fratello. O per meglio dire: per colpa delle intercettazioni in cui si parla del padre e del fratello.

Naturalmente i giornali danno le notizie, e come potrebbero non darle? Ma gli effetti dell’ennesima bufera giudiziaria si propagano così, pure questa volta, a prescindere dalla futura valenza processuale della vicenda. E ancora una volta il solo farlo rilevare suona vergognosamente assolutorio – il che però significa che l’opinione pubblica è naturaliter colpevolista. Ha cioè acquisito, prima e indipendentemente dalle specifiche circostanze che di volta in volta vengono sollevate, che la politica è sempre uguale, sempre la stessa, e figurati se il ministro non c’è dentro fino al collo.

Vi sono due osservazioni da fare, al riguardo, ed è bene che il lettore vi rifletta sopra, anche se non è disponibile a mettere in dubbio le sue convinzioni. La prima: se questo Paese è corrotto, e lo è da vent’anni, da trent’anni, da sempre, non si può dire che i polveroni suscitati dagli scandali e la furente indignazione abbiano finora dato una mano effettiva a migliorare la qualità dell’azione pubblica. Diciamo anzi che non sono serviti affatto. Il politico di turno finisce sulla graticola e a volte si dimette. Si  dimette Mastella e cade il governo Prodi; si dimette Errani e cade il governo della Regione Emilia Romagna; si dimettono, più di recente, i ministri Yosefa Idem e Maurizio Lupi, ma queste dinamiche non incidono né poco né punto sul contenimento delle pratiche corruttive (oltre a non avere spesso alcun rilievo penale). Hanno  però enormi conseguenze politiche, possono determinare il destino politico della legislatura e del Paese, e soprattutto non aspettano le pronunce dei tribunali per effettuarsi. Anzi, l’opinione pubblica si disinteressa completamente di come le cose vanno a finire, tanto quello che si voleva sapere ormai lo si sa già: che Tizio raccomandava Caio o tramava per arrivare a Sempronio. Orbene, da questa cantilena ripetuta fino alla noia si dovrebbe trarre con franchezza la conclusione che, se è la politica che deve cambiare, per questa via mediatico-giudiziaria (in realtà poco giudiziaria e molto più mediatica) ad oggi non la si è cambiata affatto. Certo, si può aggiungere che non è colpa dei magistrati, che fanno il loro dovere e conducono le inchieste, e non è colpa nemmeno dei giornalisti, che fanno il loro dovere e pubblicano le notizie, ma sta il fatto che sempre le stesse cose tornano, come diceva Aristotele, o ciclicamente o in altro modo. Tornano, e consumano quel poco di sentimento civile che dovrebbe sostenere una riforma del costume politico e sociale del Paese. Una riforma morale e intellettuale, ancor prima che una riforma legislativa.

Perché questa è la seconda considerazione che non si può non fare, a leggere di amicizie e personaggi, di mondi di mezzo e dèmi-monde, di faccendieri affaccendati e imprenditori prenditori. Chi sono le persone di cui la politica a volte si circonda, quali legami stringono e quale tipo di fedeltà nutrono? Chi si muove nel sottobosco del potere, nelle anticamere, nei corridoi, nei labirinti dei palazzi romani? Chi sono i portatori di interesse che si incontrano a cena, chi sono gli intermediari, i maneggioni, i traffichini? Chi sono i commercialisti di fiducia? Chi sono gli ineffabili fratelli Pizza, cresciuti nella pancia della vecchia balena democristiana i quali, da quando è morta, si preoccupano solo di ricavarne del grasso? Possibile che dobbiamo ogni volta tornare indietro di centocinquant’anni e rievocare l’inflessibile Destra storica per trovare l’esempio di una classe politica (e dei suoi dintorni) davvero integerrima, e soprattutto compresa del suo ruolo e della sua funzione? Possibile che i politici non abbiano più idea di quali frequentazioni avere, dei salotti nei quali sedere, delle opinioni e delle idee con le quali confrontarsi? Perché è vero: la corruzione c’è da che il mondo dura, ma è il resto che non c’è più, in quel mondo, o c’è molto meno. Non c’è un impasto autentico, fatto di ideali, di cultura, di decoro, di rispetto anzitutto di sé oltre che delle istituzioni e dello Stato. Un impasto fatto di ambizione, anche, e di amore per il potere, ma che almeno alberghi in uomini di più grande formato, che sappiano usarlo non solo per pacchiani arricchimenti privati e altre indecenze personali, ma per difendere la propria idea del Paese, della politica e del futuro. Prima ancora che di moralità e di legalità, questi uomini, questi Giuseppe e Lino Pizza e gli altri che gli ruotano intorno, sembrano mancare di qualsiasi aspirazione a ciò che è più grande di loro.

E purtroppo, così facendo, fanno sempre più piccola anche l’Italia.

(Il Mattino, 7 luglio 2016)