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Mattarella, i Pm e la tentazione della solennità

immagineLe parole che il Presidente della Repubblica ha rivolto ai giovani magistrati in tirocinio, nel corso della cerimonia al Quirinale, meritano di essere rimarcate. Sono parole di circostanza, nel senso che è d’uso che il Capo dello Stato tenga un discorso in una simile circostanza. E sono parole misurate, come d’altronde è nello stile di Sergio Mattarella. Che ieri, però, è uscito dal «percorso del testo scritto» per svolgere qualche considerazione più personale, più vicina alla sua stessa sensibilità ed esperienza. Sono, dunque, parole diverse.

Il discorso scritto conteneva già alcuni preziosi elementi: la sottolineatura dell’irrinunciabile valore costituzionale dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura era accompagnata da una considerazione non banale sul valore della prevedibilità delle decisioni giudiziarie, che deve valere anche – anzi: soprattutto – per l’esercizio monocratico della funzione in capo al singolo magistrato. Le decisioni «singolari» prendono infatti risalto, fanno parlare, regalano palcoscenici mediatici, ma danneggiano la credibilità della magistratura. Un altro spunto contenuto nel discorso scritto ha riguardato l’importanza degli «espressi enunciati» a cui il magistrato deve innanzitutto attenersi nell’applicazione della norma. Non è un rilievo trascurabile, perché attenersi alla lettera, evitando voli troppo pindarici sulle ali del supposto spirito della legge, contrasta la tendenza, oggi assai diffusa, a inflazionare invece il momento dell’interpretazione. Che si proclama sempre costituzionalmente orientata – com’è ovvio – ma in una fase in cui è sempre meno la Suprema Corte a fornire il suddetto orientamento, e sempre più il giudice ordinario a figurarselo piuttosto liberamente da sé.

Infine, c’è, nel discorso di Mattarella un invito ai giovani magistrati a sentirsi parte di un ufficio, a «fare squadra», a portare questa dimensione della collaborazione con colleghi e dirigenti degli uffici anche dentro i percorsi di formazione e tirocinio della Scuola superiore della magistratura. E pure questo contrasta un poco se non con lo spirito del tempo con certe abitudini professionali del magistrato, gelosissimo della propria autonomia e sempre preoccupato di resistere all’accentuarsi di impronte fortemente gerarchiche nell’organizzazione degli uffici.

Poi però Mattarella è uscito dal testo scritto, e il senso dei margini entro i quali tenere l’esercizio della professione che aveva sin lì trasmesso attraverso raccomandazioni rigorose, ma quasi soltanto in punta di dottrina, si è riempito di un significato quasi esistenziale. Mattarella è stato per alcuni anni giudice della Corte Costituzionale. Ha indossato tocco ed ermellino. Sa cosa significa passare una giornata tra scranni e stucchi. Conosce perfettamente la «solennità» che si accompagna all’esercizio delle più delicate funzioni pubbliche e che certo anche ieri i giovani magistrati avvertivano concretamente, tutta attorno a loro: nel salone del Quirinale, innanzi alle supreme autorità dello Stato. Parla dunque Mattarella a ragion veduta quando raccomanda di non smarrire, tutti compresi del proprio ruolo, «il senso dei propri limiti, particolarmente di quelli istituzionali». Di non smarrirli per via dell’aria rarefatta che si respira intorno a loro, dell’ossequio che è loro comunque dovuto, del silenzio carico di tensione con il quale l’imputato attende il verdetto, o della sensazione di potere che si prova spiccando un provvedimento e mandandolo ad esecuzione.

Pochi anni fa, l’editore Sellerio ha ripubblicato il «Diario di un giudice», scritto negli anni Cinquanta da un magistrato, Dante Troisi, che dopo la pubblicazione del libro finì sotto processo per aver leso il prestigio della magistratura. In realtà, aveva solo provato a mettere anche lui in guardia i giudici dal sentirsi «intangibili ministri della divinità». È un rischio concreto connaturato a una condizione quasi-sacerdotale, alla distanza e alla solitudine legata alla funzione, che può facilmente divenire scollamento e, quindi, rovesciarsi in arbitrio. E può dettare pensieri scandalosi come questo che Troisi annotava nel suo Diario: «Perché mi lamento di oggi? Questa di oggi è una giungla più comoda; son riuscito a salire su un albero per colpire la gente che passa sotto. Presto proverò gusto a centrarli, senza trascurare il piacere di lasciare indenne qualcuno, per goderne la meraviglia». Certo, oggi la figura del magistrato è molto meno sacralizzata di quanto non fosse nel 1955, quando uscì il «Diario». La magistratura è molto cambiata e, con essa, anche la società italiana. Ma è bene che il Presidente della Repubblica abbia lasciato ieri il «percorso del discorso scritto» per darci una pagina del suo diario, una cifra vera della sua stessa, personale esperienza. Perché ne è venuta una autentica lezione di democrazia, che vive solo se si riversa anche nella dimensione dell’ethos professionale, senza di cui non sarà mai possibile domare il ruggito dell’arroganza che si nasconde al cuore di ogni posizione di potere.

(Il Mattino, 7 febbraio 2017)

La politica dei passi felpati

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Si chiama antanaclasi. Parola difficile, concetto semplice. È la figura retorica alla quale ieri, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha fatto abbondantemente uso. L’antanaclasi è un’apparente tautologia, che tuttavia nasconde un significato sottinteso. Se diciamo che gli affari sono affari, non vogliamo affatto pronunciare una banalità, ma sottolineare un elemento, che fa premio su altri. Così, tutto il tono della conferenza del premier era del tipo: il governo deve governare. E si capisce: che altro dovrebbe fare un governo? Per esempio la legge elettorale, visto che l’Italicum nasceva da un’iniziativa governativa. E invece no: nessuna intromissione nel lavoro del Parlamento né pressioni sul Quirinale. Il governo sta al suo posto. Palla lunga e pedalare. Dire però che il governo governerà, e non farà nient’altro che governare, non è né inutile né ovvio, né appartiene solamente al rituale dell’incontro con la stampa. Dirlo ha il significato che può avere la dignitosa serietà di chi intende fare il suo dovere pur in mezzo a scetticismi, dubbi e risatine. Il resto si vedrà. Così tutti si chiedono se con questo atteggiamento gommoso e privo di spigoli – che nel vocabolario della politica di una volta si potrebbe definire: forlaniano – il governo andrà alla fine naturale o alla fine anticipata della legislatura. Gentiloni ha fatto mostra di non curarsene, piazzando un paio di antanaclasi qua e là – la sconcertante «banalità» di un governo che «resta in carica fino a che ha la fiducia del Parlamento», lo «svolgimento di una funzione di servizio», lo «scusate se dico cose ovvie» –  e rinviando con un «si vedrà» le questioni più spinose.

Il tema dei temi resta tuttavia la legge elettorale. Detto che non ci sarà una proposta del governo in materia, Gentiloni ha scelto tre verbi per indicare il modo in cui il suo governo seguirà la partita: facilitare, accompagnare, sollecitare. Ha provato anche a coniugarli insieme, con un «accompagnare sollecitando», che ovviamente vale quanto un «sollecitare facilitando» o un «facilitare accompagnando». Ma non è ironia: è nel modo distaccato in cui Gentiloni accompagnava anzitutto le sue parole – lente, misurate, equilibrate –il senso di un compito che non vuole essere a termine, ma che non può proiettarsi in una prospettiva di lungo periodo. O forse meglio: che non sarebbe aiutato nel suo lavoro se si proiettasse in una dimensione diversa. Gentiloni sa insomma di non dover fare ombra a Renzi. Quando la sua ombra si materializza, quasi per caso, Gentiloni formula en passant l’augurio che l’ex premier si stia riposando senza ascoltare la sua conferenza stampa. Lo dice per understatement, ma per non essere frainteso aggiunge subito che il riposo duri «solo qualche giorno». Altra sottolineatura riserva al ruolo di Renzi come segretario del suo partito, che è di nuovo una maniera di dire: non vi aspettate che sia io a piantare un cuneo tra Renzi e le elezioni.

Il problema se mai è nella maggioranza. Non per via dell’esclusione dei verdiniani dai posti di governo (ma Gentiloni è riuscito a smussare pure il senso di questa decisione, che non va rubricata secondo lui sotto il titolo di una rottura con Ala), bensì per la difficoltà di individuare fin d’ora una proposta condivisa sulla materia elettorale. Non è cosa di cui gioire, e Gentiloni non gioisce, perché ne va del funzionamento delle istituzioni. Ma è chiaro che non sarà lui a risolvere il problema.

Per il resto, Gentiloni guida l’esecutivo da troppi pochi giorni, per poter dare più sostanza alle sue dichiarazioni. Lavoro, Sud e giovani sono le parole chiave, dice il Presidente del Consiglio. Ma colpisce che a un certo punto il premier se ne esca con un disarmante «non mi chiedete di sciorinare così, all’impronta, programmi di governo».

I punti che Gentiloni ha toccato sono comunque tutti in linea di continuità con l’azione del precedente governo, né poteva essere altrimenti. E la continuità è stata da Gentiloni accettata come una critica ma anche rivendicata come un dato oggettivo. Gentiloni ha fatto un bilancio positivo dell’azione non del suo governo – di cui ha potuto citare, per ovvie ragioni di tempo, solo la tempestività del decreto salva-risparmio su Montepaschi – ma del governo a guida Renzi, in termini di politiche della sicurezza, gestione dei flussi migratori, crescita dell’economia e riforma del mercato del lavoro, lotta all’evasione fiscale, gestione dei flussi migratori. Ma sempre con toni pacatissimi, senza nessun acuto particolare. Dopo di che ha detto a un certo punto: «se poi volete la mia personale accentuazione», ed effettivamente la personale accentuazione non era facile trovarla. Se non per differenza rispetto al suo predecessore e al suo stile decisamente più pirotecnico. Per esempio, alla domanda sui propositi del governo in materia fiscale, ha risposto in maniera quasi sedativa: «sinceramente non sono in grado di fare un discorso serio sulla riduzione dell’Irpef».

Sui temi di sua più stretta competenza, per via della sua esperienza alla Farnesina, Gentiloni ha mostrato molta più solidità: sull’europeismo e l’atlantismo dell’Italia, sulla necessità di rivedere i rapporti con Putin, senza assecondare tentazioni da guerra fredda, sulla necessità di una politica internazionale per il Mediterraneo, che non può divenire «mar nullius», sulla critica del «puntiglio regolatorio» di Bruxelles che non aiuta la crescita né l’immagine delle istituzioni europee presso la pubblica opinione.

Ma l’espressione che sintetizza la condizione in cui si trova il governo Gentiloni l’ha pescata dalla lingua francese: «il faut faire avec». Bisogna fare con quello che c’è. È un’antanaclasi pure questa: si può mai fare qualcosa con quello che non c’è? Certo, forse Renzi avrebbe provato a dire che sì, si può fare pure quello. Ma Gentiloni non ha concesso voli pindarici, annunci mirabolanti o risultati strabilianti. Né per oggi né per domani. Gli italiani devono sapere che lo Stato c’è, che le istituzioni continuano a funzionare, in attesa che nuovi scenari politici si disegnino. A lui tocca solo «ricucire». Gentiloni non voleva dire «sopire», ma c’è andato vicino.

(Il Mattino, 30 dicembre 2016)

Legge elettorale, le regole del Colle

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Un indizio è soltanto un indizio, due indizi fanno una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. La scrittura della nuova legge elettorale non è un romanzo di Agatha Christie, ma ieri di indizi ne sono venuti proprio tre, come voleva la regina del giallo. Il primo lo ha fornito Silvio Berlusconi, che salito al Quirinale per il messaggio di auguri del Capo dello Stato, ha detto che di legge elettorale si tornerà a parlare dopo la Consulta, essendo necessario, su una materia così «seria», confrontarsi attorno a un tavolo per giungere a un testo condiviso.

Campa cavallo? L’unica indicazione che il Cavaliere ha fornito nel merito non va, peraltro, in direzione del Mattarellum proposto domenica, nell’Assemblea nazionale del Pd, da Matteo Renzi. Serve una legge – ha detto – che «faccia corrispondere maggioranza parlamentare e maggioranza politica». Ora l’idea stessa di una corrispondenza confligge con i meccanismi disproporzionali di qualunque legge capace di generare effetti maggioritari, come i collegi uninominali del Mattarellum. Quindi, quello del Cavaliere a tutto somiglia meno che a un via libera.

Del resto, Forza Italia non ha mai amato la legge che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica: proprio per via dei collegi, che obbligano le forze politiche a raggiungere un accordo a livello locale, collegio per collegio, su un solo nome. Cioè costringono Berlusconi a subire il forte radicamento territoriale della Lega in certe aree del Paese.

Il secondo indizio – e siamo alla coincidenza – è venuto dai lavori parlamentari, con la scelta di non procedere all’esame della materia elettorale prima della sentenza della Consulta. La Lega ha alzato la voce, denunciando l’inedita alleanza, in commissione affari costituzionali, fra Pd, Forza Italia, M5S, e accusando i parlamentari di puntare al vitalizio, tirando per le lunghe la legislatura almeno fino al prossimo autunno. Ma non occorrono motivazioni così basse: si può fornire una spiegazione più politica per la decisione assunta, che sta meno nella volontà di allungare i tempi e più nelle perplessità che la proposta di Renzi solleva. In Forza Italia s’è detto. Quanto ai Cinquestelle, confidando di vincere le elezioni, essi sperano ancora in un Italicum magari riveduto e corretto dalla Corte, ma che mantenga comunque un premio per il primo partito. Se poi così non fosse, la seconda scelta non sarebbe certo il Mattarellum, che dà qualcosa in più, col meccanismo uninominale, alle formazioni in grado di esprimere una classe dirigente ampia e riconosciuta (che ad oggi il Movimento non ha), bensì un sistema proporzionale, che dà a ciascuno il suo senza risolvere la questione del governo. Con i chiari, anzi i raggi di luna dei cieli romani, mancare l’appuntamento del governo nazionale ma ingrossare le proprie file in Parlamento non sarebbe forse una cattiva soluzione, per Grillo & Casaleggio.

Infine il Pd: il voto di domenica lo ha ricompattato intorno alla proposta del segretario, però è noto che molti, dentro il partito, pensano che per Renzi le cose si complicherebbero non poco in uno scenario di tipo proporzionale. Nel gioco parlamentare che la prima Repubblica allestiva per giungere alla formazione dei governi (per farli, certo, e per disfarli), la regola non scritta era infatti che il Presidente del Consiglio non fosse il segretario del partito. Ci sono voluti Spadolini prima e soprattutto Craxi poi per cambiare le consuetudini dei capi democristiani. Era un altro mondo, naturalmente, ma a parte nostalgie e rimpianti – almeno in parte giustificate dalle prestazioni non eccelse dell’assetto istituzionale della seconda Repubblica – di sicuro c’é, nel Pd, chi si chiede perché dare ancora a Renzi, col Mattarellum, una dote maggioritaria che potrebbe portarlo di nuovo alla guida del governo.

Queste, ammettiamolo, sono solo ipotesi, congetture, ragionamenti astratti. Ma poi c’è il terzo, decisivo indizio: ci sono le parole del Presidente della Repubblica. A sentir le quali, di nuovo: la legge elettorale si allontana. Per Mattarella il sistema va senz’altro  «riallineato rispetto agli orientamenti del corpo elettorale», ma solo nel momento in cui «l’andamento della vita parlamentare ne determinerà le condizioni». Non c’è posizione più corretta dal punto di vista costituzionale, ma è comunque una non piccola sottolineatura. Qualcosa di più di una precisazione in dottrina. Tanto più che il richiamo, detto che non si può andare al voto con due leggi opposte fra Camera e Senato – una «fortemente maggioritaria», l’altra «assolutamente  proporzionale» – è stato accompagnato dall’invito a trovare una soluzione «più ampia della maggioranza di governo».

Di nuovo: è assolutamente corretto ed anzi auspicabile, e però una soluzione del genere da un lato prende tempo, dall’altro è molto difficile che si trovi intorno al Mattarellum, voluto allo stato solo dal partito democratico (renziano) e dalla Lega. Ora si può immaginare che la legge elettorale la facciano il Pd e la Lega? Forse no. E forse, se tre indizi fanno una prova, la battaglia politica che Renzi deve ingaggiare per spuntare una legge che gli restituisca lo scettro della leadership è molto più dura del previsto.

(Il Mattino, 21 dicembre 2016)

Renzi tra autocritica e rilancio

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Un voto quasi unanime dell’Assemblea nazionale segna la ripartenza del partito democratico. La minoranza non partecipa al voto, ma dà il via libera alla proposta di Renzi di ricominciare dal Mattarellum, «l’unica proposta che può essere realizzata in tempi brevi». E che può tastare la voglia di elezione degli altri partiti. Il congresso viene riportato alle scadenze statutarie, quindi dopo le politiche, anche per evitare di farne solo una conta, e nel frattempo si prova a rilanciarne l’azione con una conferenza programmatica e una mobilitazione dei circoli sul territorio. C’è spazio anche per qualche spunto personale e qualche stilettata polemica, per una parola di solidarietà per il sindaco di Milano, Sala, e per un attacco frontale alla Raggi e ai Cinquestelle, ma gran parte del discorso è rivolta a ristabilire un clima di confronto civile all’interno del partito.

L’ex premier fa velocemente il bilancio dei mille giorni passati al governo, rivendica il lavoro compiuto ma non vi si dedica troppo: non è il momento di celebrarsi. L’analisi del voto è severa, senza compiacimenti per quel 41% di sì che non cambia i termini del risultato: per il Pd è stata una sonora sconfitta, soprattutto al Sud e tra i giovani. «Abbiamo straperso», dice Renzi senza giri di parole. Ma è escluso che si torni indietro, e per togliere ogni dubbio mette nella colonna sonora dell’Assemblea l’inno beffardo di Checco Zalone alla prima Repubblica. E però, a fine giornata, le idee forti per ripartire daccapo e rimettersi il partito in asse col Paese latitano un po’.

Le quattro sconfitte.

Renzi non comincia dall’analisi del voto, ma ci arriva presto. E non fa sconti, non usa giri di parole. Ammette che la via del cambiamento istituzionale come risposta alla crisi generale del Paese è ormai preclusa. La sconfitta è maturata non una ma quattro volte: nel Sud, tra i giovani, nelle periferie, sul web.  Non è poco, perché chiama in causa la natura stessa di un partito di sinistra, che proprio in quelle aree e in quelle fasce sociali dovrebbe invece riscuotere più consenso. Fa male a Renzi soprattutto non aver convinto le nuove generazioni, sia per il segno generazionale che aveva impresso alla sua leadership, sia perché le riforme costituzionali dovevano parlare del futuro della nuova Italia, e dunque convincere anzitutto loro. L’unico lenimento alla sconfitta è la consapevolezza che quelli del No non hanno una proposta politica: « C’era nel fronte del No chi diceva che in 15 giorni avrebbe fatto le sue proposte di riforma. Aspettiamo i prossimi cinque mesi».

Le riforme

Un libro racconterà l’esperienza del governo Renzi. In altri tempi, i mille giorni sarebbero forse stati ripercorsi da Renzi con il passo di una campagna napoleonica: l’ex Presidente del Consiglio deve invece limitarsi al progetto editoriale e a un’orgogliosa rivendicazione del lavoro svolto. Quando però dice che le riforme approvate dal suo governo non puzzano, ma resteranno nella storia del Paese, si sente che lo dice con convinzione. È significativo tuttavia che scelga, per riassumere il senso dell’operato del suo governo, la legge contro il caporalato, la legge sulle unioni civili, la legge sullo spreco alimentare. Il bilancio è cosa del passato, e il mio governo è già passato remoto, dice Renzi, ma intanto sceglie di non citare la buona scuola e il jobs act, e di richiamare le misure condivise da tutto lo schieramento democratico. Lo fa anche perché registra dal voto e dal dibattito interno l’esigenza di spostare più a sinistra il baricentro del partito. (Sull’orizzonte del nuovo governo Gentiloni c’è poco o nulla nel suo discorso, e così anche in quello di tutti gli altri relatori dell’Assemblea: giusto, insomma, lo spazio di una parentesi).

Il tempo dei tour è finito.

Il terreno sul quale più ampia si fa la disponibilità del Segretario è quello del partito e della sua interna organizzazione: Renzi annuncia un imminente incontro con tutti i segretari provinciali e regionali, poi una grande mobilitazione dei circoli e, più in là, una conferenza programmatica. L’accento viene portato sul noi, sul senso di appartenenza, sulla comunità dei democratici (in contrapposizione con l’azienda privata Casaleggio & associati, che procede a colpi di contratti e di penali per gli eletti del Movimento Cinquestelle). Accetta le critiche alla personalizzazione della lotta politica e rinuncia a ripartire in tour, col camper: il partito di Renzi, insomma, non si materializza neppure questa volta. Del resto, l’analisi è persino edulcorata rispetto alla realtà del partito in molte zone del Paese, e Renzi ne è chiaramente consapevole. Lo si capisce per esempio dal passaggio in cui dice che nel Mezzogiorno si è sbagliato a puntare sul notabilato locale, invece che cercare forze nuove e vive nella società. La frittura di pesce di De Luca non è stata ancora digerita.

Niente melina.

La proposta del Mattarellum è quella che ha scatenato il momento più vivace della giornata, con Giachetti che insulta il novello Davide, Speranza, sceso in campo contro Golia-Renzi («hai la faccia come il c.!», gli urla Giachetti, e parte la bagarre). Si capisce perché: era la proposta che il Pd di Bersani, con Speranza capogruppo, aveva lasciato cadere, assecondando la scelta del 2013 di votare col Porcellum. Col Mattarellum la legge elettorale mantiene un impianto maggioritario, grazie ai collegi uninominali, il che consente a Renzi di tendere una mano a Pisapia, il quale ha il non facile mandato di federare lo sparso arcipelago alla sinistra del Pd, e di spegnere o almeno attenuare le pulsioni proporzionaliste che serpeggiano in Parlamento, in quasi tutte le forze politiche: nella minoranza Pd, che la considera come una sconfessione della stagione renziana; in Forza Italia, che non avrebbe più il problema di allearsi con Salvini; nei piccoli partiti, che non avrebbero il problema di confluire nei grandi; fra gli stessi Cinquestelle, che di andare da soli fanno una religione. Ma Renzi sa che i collegi uninominali premiano il partito che ha più nomi e classe dirigente da mettere in campo e, checché se ne pensi, questa forza rimane, a tutt’oggi, il partito democratico. Di qui la proposta, e l’energico invito a non fare melina. Col Mattarellum hanno vinto sia la destra che la sinistra: quindi un accordo lo si può trovare, ha detto Renzi. E forse ci crede davvero.

Ideologia, malgrado tutto

C’è qualcosa che Renzi ha lasciato fuori? Ha fatto il bilancio del governo e l’analisi del voto; ha indicato un nuovo fronte di impegno nel partito e formulato una proposta chiara e forte sulla legge elettorale; ha menato fendenti ai grillini e qualche stilettata a Bersani & Company: che altro? Forse di altro il Pd avrebbe bisogno. Perché molti interventi – da Cuperlo a Orlando, da Martina a Del Rio – hanno ragionato di una crisi della sinistra, in Italia e in Europa, che data da molti anni. Si sono sentiti accenti preoccupati sulle diseguaglianze crescenti, sulle nuove povertà, sui populismi alimentati da paure e insicurezze, sulle nuove esigenze di protezione sociale, sulla necessità di ripensare il ruolo dello Stato, ma la distanza tra il Pd e quest’orizzonte di temi e problemi rimane ampia: sul piano  culturale e ideologico prima ancora che su quello programmatico. A quelli che pensano che le ideologie sono defunte basterebbe sussurrare due o tre nomi: Trump, Le Pen, Brexit; e aggiungere parole come: Islam, emigrazione, banche, euro. A torto o a ragione, su tutte queste parole esiste un compatto fronte di idee in cui pesca la destra europea, e i suoi emuli italiani. E la sinistra? Come legge il Pd la globalizzazione, come legge o corregge la modernizzazione del Paese, come ridefinisce il suo profilo mentre il socialismo europeo continua ad andare a rimorchio delle forze moderate e popolari, dalla Merkel, in Germania, a Fillon, in Francia? Renzi è rimasto sulla superficie, e forse non poteva fare altrimenti, per riprendere in mano il partito e guidarlo nella prossima campagna elettorale. Ma che il Pd abbia bisogno di sterrare le radici della propria storia, per ripiantarle meglio e più in profondità, è pensiero di cui, dopo il 4 dicembre, molti ormai si sono fatti persuasi.

(Il Mattino, 19 dicembre 2016)

Mattarella e la forza della mitezza

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L’arroganza, la protervia, la prepotenza. E poi, al polo opposto, c’è la mitezza. Quando Norberto Bobbio scrisse il suo fortunato elogio della mitezza, aveva in mente una virtù che doveva anzitutto esercitarsi nelle relazioni personali, come disposizione a non sopraffare l’altro, a non esibire la propria forza. Una virtù che si costruisce trattenendosi, ritirandosi dal potere che si potrebbe usare e che si decide invece di non usare. Una virtù che si attaglia benissimo al ruolo che svolge, nell’ordinamento italiano, il presidente della Repubblica.

In realtà, i giuristi hanno ormai adottato l’immagine coniata da Giuliano Amato, di un potere «a fisarmonica», che si espande o contrae a seconda delle condizioni complessive in cui si trova il sistema politico. E certo, maggiore è la fibrillazione in cui il sistema versa, più è richiesto al Presidente di svolgere una funzione di equilibrio e di garanzia.

Manca ormai meno di una settimana al referendum costituzionale, e forse è il momento giusto per un elogio della mitezza che il presidente Mattarella ha fin qui dimostrato. Non è solo una questione di galateo, o di stile personale ispirato alla sobrietà. Non è nemmeno un nobile esercizio di pazienza o di cristiana rassegnazione. I toni del confronto politico si sono di molto alzati, e non solo perché è aumentato il rumore della propaganda, o perché non sono mancate le grida scomposte e le espressioni ingiuriose, ma perché più volte sono venuti al pettine i nodi politici e istituzionali che, all’indomani del voto, bisognerà che siano sciolti. E il primo a cui tocca disbrigare quei nodi è proprio il presidente della Repubblica.  Ci sarà o no una crisi di governo, nel caso in cui il no dovesse prevalere? E che genere di crisi sarà? Quali saranno i suoi passaggi parlamentari? E quale governo si farà, dopo? Ma anche in caso di vittoria del sì, non è detto affatto che prosegua tranquilla la navigazione di questa legislatura, e le elezioni potrebbero essere già dietro le porte. E il nodo della legge elettorale, sul quale si attende ancora la pronuncia della Corte costituzionale? Il combinato disposto di Italicum e riforma costituzionale è stato presentato da alcuni come un pericolo, che avrebbe dovuto mettere in allarme le supreme magistrature del Paese. Ma anche il combinato disposto di una mancata riforma e di una bocciatura dell’Italicum porta con sé una quantità di dubbi e di incertezze non piccola, e il rischio di un’impasse istituzionale. E gli stessi partiti, che rimangono i primi interpreti della volontà popolare: anche per loro, il 4 dicembre potrà provocare un energico rimescolamento di carte. Non c’è solo il Pd, la maggiore forza politica presente in Parlamento, che andrà a congresso il prossimo anno. Anche il centrodestra non è chiaro quale fisionomia assumerà, e neppure chi lo guiderà (e verso dove). Persino nei Cinquestelle, che appaiono molto più compatti dietro il megafono di Grillo, non è detto affatto che il processo di selezione della leadership non procuri qualche scossone. Deciderà la Rete, dicono con finta ingenuità, come se, siccome decide la Rete, non si trattasse di una vera decisione politica, con tutti i sussulti che ciò comporta.

E quindi: dal prosieguo della legislatura alla tenuta del governo, dalla legge elettorale ai rapporti politici, le incognite non mancano, così come non mancano i punti di applicazione dei poteri del presidente della Repubblica. Ebbene, immaginate che cosa comporterebbe un altro stile presidenziale, fatto di dichiarazioni pubbliche, interviste, magari messaggi alle Camere, e insomma l’esercizio di una moral suasion condotto in pubblico. Immaginate se salissero i giri anche del «motore di riserva» della Repubblica, se la presenza del Presidente fosse avvertita in questi giorni come più marcata, più decisa, più determinata: un putiferio.

Eppure, si potrebbe persino dire che il Presidente ne avrebbe ben donde. Da un alto è indubbio che, da Sandro Pertini in poi, il volume delle esternazioni è progressivamente cresciuto, in corrispondenza con i mutamenti del sistema politico, la diminuita partecipazione, la crisi di credibilità, la frammentazione dei partiti e degli schieramenti, la fine del bipolarismo. In questo confuso scenario, il Quirinale ha assunto negli anni una posizione sempre più centrale, ma anche propulsiva, fin quasi ai limiti dell’iniziativa politica diretta. Dall’altro, il Presidente rimane pur sempre il garante degli equilibri costituzionali, il difensore dei diritti fondamentali e del bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione: una riforma vasta e incisiva fa necessariamente arrivare fin sul più alto Colle della Repubblica le più diverse sollecitazioni.

Dinanzi a tutte queste spinte, attuali o potenziali, reali o virtuali, c’era materia per dare una curvatura per dir così «governante» alla propria funzione, certo con il rischio di incrinare la stabilità del quadro politico e istituzionale. Mattarella si è ben guardato dall’assumere un simile profilo, mettendo a disposizione la propria forza moderatrice, la propria interpretazione mite del ruolo presidenziale. Ha scelto di pesare il meno possibile sul 4 dicembre. Il Paese ne guadagna una certezza: nessuno mette in discussione che siano in buonissime mani le decisioni che dovranno essere prese a partire dal giorno cinque. Bobbio diceva che compagna della mitezza è la semplicità, «il rifuggire intellettualmente dalle astruserie inutili, praticamente dalle posizioni ambigue». Comunque andrà il voto, la mitezza di Mattarella garantisce al Paese che non saranno percorse strade astruse o ambigue, soluzioni improvvisate o dissennate. E scusate se è poco.

(Il Mattino, 28 novembre 2016)

La modernità di Croce nella Napoli fuori tempo

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Se la vera storia è sempre storia contemporanea, come diceva Benedetto Croce , non è Napoli, la sua città, la città di Palazzo Filomarino e dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, la più evidente smentita di quel detto crociano?

Gilles Deleuze diceva che i concetti filosofici hanno una singolare caratteristica: sono firmati. Così ad esempio il cogito è il cogito di Cartesio, l’ignoranza è socratica e l’amore è platonico. Certo vi è, in questa maniera di richiamare momenti della storia del pensiero, una straordinaria semplificazione, persino banalizzazione; ma c’è anche una traccia visibile, non cancellabile, della grandezza di un pensatore, che non scompare mai del tutto nei prodotti del suo pensiero (come accade agli artisti: alle madonne di Raffaello, alle mele di Cézanne…). Così è stato per Croce: i “distinti” – questi precari paletti piantati dal filosofo per evitare che tutto precipitasse e si dissolvesse nella pura circolazione dialettica dello spirito – non sono, per l’appunto, i distinti “crociani”?

Così è anche per quel detto, che dovrebbe riassumere il più alto pensiero di Benedetto Croce sulla storia –  in cui da ultimo doveva risolversi la stessa filosofia – non reca forse il sigillo finale del suo pensiero?

Croce contemporaneo? Il convegno che, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si apre questa mattina nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici per i centocinquant’anni dalla nascita del filosofo di Pescasseroli, vuol dimostrare appunto questo: che se c’è stato un tempo – nel secondo dopoguerra – in cui l’idealismo crociano ha brillato per la sua assenza, quel tempo è ormai alle nostre spalle, e il suo pensiero torna oggi di attualità. Dimostra la sua vitalità nel diffondersi internazionalmente, e nella stessa ripresa di interesse che c’è attorno alla sua opera. D’altra parte, è così grande il lascito crociano, in libri e istituzioni, e la storia politica e culturale del Paese ne è così impregnata, che a meno di non voler rimuovere mezzo secolo di vita italiana non si può non tornare a Croce.

Poi però lo sguardo cade sulla sua città, Napoli – la città in cui Croce è vissuto e ha operato, a cui ha dedicato pagine memorabili, fra letteratura arte e storia, e in cui ha infine lasciato una parte ancora viva della sua eredità – e la domanda su cosa significhi essere contemporaneo, stare nell’attualità del proprio tempo, diviene inevitabile. Quanta parte della città è davvero in linea con il presente, e non è piuttosto rimasta indietro, o ha deviato lunghi percorsi della storia diversi da quelli che ne determinano, appunto la contemporaneità? Quanti tempi sono com-presenti insieme, nei palazzi e nelle strade di Napoli? Si può capire Napoli, i suoi problemi e le sue contraddizioni, le difficoltà e gli sbalzi della sua vita pubblica, disponendoli in ordine, in un unico tempo? È allo stesso titolo contemporanea la vita politica partenopea, quella artistica, quella sportiva o quella industriale?

In un celebre saggio sul malessere della cultura, Freud provò ad immaginare Roma come un «essere psichico, in cui nulla di ciò che una volta è stato può perdersi» e dove dunque sorgono insieme gli antichi monumenti e le più recenti costruzioni. Ebbene, quel che era nello scritto di Freud solo un’immaginazione non è reale e sotto i nostri occhi tutti i giorni, in questa città? Non vi si trovano insieme, nello stesso spazio, persone e cose e pensieri che appartengono a tempi diversi, e che si sovrappongono senza mai districarsi linearmente, resistenti all’idea di disporsi in successione o anche di lasciarsi ricapitolare in un unico presente, e in un unico concetto o idea dello Spirito?

L’unità che la parola “contemporaneo”assicurava serviva in realtà a Croce per tenere in un solo sguardo la declinante storia d’Europa, sconvolta dalla catastrofe della guerra. Nel «Contributo alla critica di me stesso», Croce raccontò che in età giovanile, la filosofia gli era venuta incontro come «bisogno di rifarmi in forma razionale una fede sulla vita e i suoi fini e doveri, avendo perso la guida della dottrina religiosa e sentendomi nel tempo stesso insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quali non mi facevo illusioni». La filosofia e la storia furono dunque per lui il terreno sul quale provare comunque a ricostruire una trama di senso, essendo perduta ogni fede trascendente e non volendosi rassegnare a prospettive di stampo empiristico o materialistico. La libertà – parola chiave nel lessico crociano, parola anche questa, in certo modo, firmata – era la «forma razionale» in cui riacchiappare i rotti legami dell’esistenza. La drammaticità di questa impresa poté accentuarsi e si accentuò, nel corso degli anni: di fronte alle immani tragedie del secolo, era sempre meno ottimistico il modo in cui Croce rimetteva nelle mani dell’uomo il suo stesso farsi storico. Ma gli rimase sempre la convinzione che la libertà fosse una, che uno fosse l’uomo, uno lo Spirito, uno il senso o la ragione delle cose. Questa unità gli permise di guardare sempre alla storia come al terreno dell’universale, mai ultimo e definitivo, in cui la civiltà può perdersi o salvarsi.

Questa fede “minimale”mai lo abbandonò. E forse non possiamo non nutrirla anche noi, non possiamo non tenerci contemporanei a Croce almeno per quel lato per cui, in mezzo ai tempi diversi del presente, ai suoi anacronismi e alle sue ucronie, cerchiamo comunque di riunirli secondo una comune, anche se fragile, idea di umanità.

(Il Mattino, 22 settembre 2016)

Perché il centrodestra a pezzi non finirà nelle mani della Lega

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Può vincere le elezioni in Italia uno schieramento di centrodestra che dà del venduto al Presidente della Repubblica? Le parole che ieri Matteo Salvini ha rivolto all’indirizzo di Mattarella hanno suscitato un’ondata di polemiche. Parlando ad una manifestazione in cui si trattava del vino nostrano e della capacità delle aziende italiane di imporsi sui mercati mondiali, Mattarella ha detto che il futuro del nostro Paese sta nel superamento delle frontiere e non nel loro ripristino. Salvini vi ha colto un’allusione al fenomeno migratorio, ed è partito lancia in resta. Superare le frontiere significa far entrare tutti, forse il Presidente non ha parlato da sobrio, e se invece era sobrio allora è complice della rovina dell’Italia.

Ma, ci fosse o no nelle intenzioni del Capo dello Stato un velato riferimento ad un tema davvero cruciale per il futuro dell’Unione europea, che la Lega usa però con grande disinvoltura, per alimentare paure e ossessioni, la reazionedecisamente sopra le righe del leader del Carroccio ci porta alla domanda di prima: c’è qualcuno più «unfit», più inadatto di Salvini a guidare il Paese?

Eppure la decomposizione del centrodestra italiano, e l’assenza di una leadership di segno diverso dopo il tramonto ormai irreversibile di Berlusconi, rischia davvero di consegnare a Matteo Salvini la guida dello schieramento. Con probabilità piuttosto basse di farne una maggioranza di governo.

Se si guarda un po’ in giro – e non c’è bisogno di arrivare fino a Trump, in America – si troverà che in molti paesi del continente avanzano idee xenofobe, cresce il sentimento anti-europeo, e torna con forza la voglia di rinserrarsi dentro gli spazi nazionali. Un po’ ovunque sono in difficoltà le famiglie politiche del socialismo e del popolarismo, cioè letradizioni politiche e ideali responsabili della costruzione comunitaria. Ma leforze moderate non sono affatto scomparse, e la leadership rimane ancora appannaggio di personaggi come Angela Merkel o Cameron (Panama papers permettendo).

La storia italiana ha poi una delle sue chiavi principali nella tenuta offerta per quarant’anni dalla Democrazia Cristiana, che ha avuto ben pochi cedimenti verso la destra estrema, fascista e post-fascista, riuscendo a governare il Paese dal centro, con una classe dirigente saldamente ancorata dentro i valori della Costituzione. Nel ventennio successivo alla fine della prima Repubblica, Berlusconi ha compiuto un’operazione analoga, attraendo la destra di Gianfranco Fini nello spazio di governo, non certo subendone l’attrazione. Alla fine di questo secondo arco della storia nazionale, però, dopo gli ultimi rovesci di Forza Italia e il rompete le righe, il panorama che offre il centrodestra è desolante: non si vede più nessuno che sia capace di fare quello che han fatto la DC prima, il Cavaliere poi. A tenere la scena sono le sparate di Salvini: al momento, non c’è altro.

Lo spettacolo che offre Roma da questo punto di vista è esemplare. La candidatura di Guido Bertolaso, proposta da Berlusconi, è solo una fra le tante che compongono il bouquet del centrodestra. C’è Bertolaso, e poi c’è Giorgia Meloni. C’è Giorgia Meloni, e poi c’è Alfio Marchini. C’è Alfio Marchini, e poi c’è Francesco Storace. Se questi quattro pezzi del centrodestra stessero insieme, sarebbero probabilmente maggioranza. Ma sono profondamente divisi, ed è probabile, allo stato, che nessuno di loro arrivi al ballottaggio.

In altre realtà il quadro non è frammentato allo stesso modo, ma la fisionomia del centrodestra rimane comunque indecisa. E aumenta la voglia di contarsi da parte di liste, partiti e partitini che fluttuano in quello spazio come satelliti usciti fuori da qualunque orbita.

Eppure vi sarebbero due buoni ragioni per provare a rimettere insieme tutti questi cocci. La prima attiene alla debolezza oggettiva dell’infrastruttura culturale della sinistra. Non vi sono molti dubbi sul fatto che a dettare l’agenda europea sono stati in questi anni temi che parlano molto più a una cultura di stampo moderato, che non alla tradizione socialista e socialdemocratica. Dall’austerity all’elogio del merito, dalla flessibilità sul mercato del lavoro alle riforme del welfare, passando per i temi della sicurezza e dell’immigrazione, il  set di idee diffuse e circolanti nell’opinione pubblica si acquartiera molto più facilmente a destra che a sinistra. Ma in Italia non c’è una classe dirigente all’altezza, in grado di chiudere queste idee in una sintesi che non catturi solo l’elettorato più estremista, o forse semplicemente più deluso e frustrato, spaventato dalla globalizzazione, ma che si rivolga alla generalità del Paese.

La seconda ragione, più banale ma non meno incisiva, è la legge elettorale nazionale. Che col premio di lista dovrebbe spingere alla ricomposizione. Era, in realtà, la ragione per cui Forza Italia ha rinunciato al premio di coalizione, finché ha creduto di poter tenere tutti insieme.

Ora le cose non stanno più così, e la tendenza al minoritarismo, che prima abitava stabilmente a sinistra, si è trasferita dall’altra parte del campo.

Così ognuno fa i suoi calcoli. Salvini li fa alla grossa, e insulta il Capo dello Stato. Gliene viene bene forse a lui, che cerca così di togliere qualche voto ai Cinquestelle. Ma che sia questa la strada per diventare maggioranza nel Paese, riducendo al silenzio le forze moderate e di centro, è politicamente e storicamente assai improbabile.

 

(Il Mattino, 11 aprile 2016)