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Pokemon, se la caccia nasce con Platone

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Dov’è la novità? Fra spazi e luoghi c’è sempre stata una bella differenza. Se la teniamo presente, non sarà difficile collocare i Pokemon che furoreggiano nel mondo – da Central Park al giardinetto pubblico sotto casa – non in uno spazio, ma in un luogo. Che poi è daccapo uno spazio fisico, però riempito di significati, percorso e orientato dalle attività senso-motorie che noi compiamo in esso. A questa fittissima rete di movimenti con cui da sempre avviciniamo o allontaniamo le cose del mondo – le persone, i beni, le merci – si aggiungono ora quelli suggeriti da questa gigantesca caccia al mostriciattolo virtuale. Con le guance paffute, gli occhi grandi, le orecchie a punta e un nome stravagante.

Certo, una complicazione è rappresentata dal fatto che i mostri virtuali non si vedono a occhio nudo, ma solo sullo schermo dello smartphone o del tablet. Grazie alla geolocalizzazione, il mondo in cui si muove l’avatar – cioè il personaggio che noi stessi incarniamo nel gioco – non è infatti altro che una riproduzione del mondo reale, l’immagine della realtà che circonda effettivamente il giocatore, ma lo spostamento da un punto all’altro di questa mappa virtuale può essere compiuto solo spostandosi davvero, fisicamente, nel mondo reale.

Ricordate «Ricomincio da tre», la scena in cui Massimo Troisi prova a convincere un vaso a spostarsi (farebbe la sua fortuna)? Il vaso in realtà continua testardamente a non spostarsi, ma grazie a Pokemon Go gli potete lanciare contro una biglia virtuale e catturarlo. Catturare non lui, per la verità, ma magari il Pokemon che si è nascosto dietro, e che una volta catturato finisce nel vostro zainetto immateriale.

La chiamano realtà aumentata, per il fatto che nuovi elementi si aggiungono alla realtà grazie al gioco. Il mondo si popoli di nuovi personaggetti. Ma in verità è da quando l’uomo è uomo che la realtà va aumentando. Non in atomi ma, appunto, in significati. Un filosofo contemporaneo, scomparso di recente, Hans Georg Gadamer, ha sostenuto – prima ancora che inventassero la Rete – che tutta l’arte è un simile aumento di realtà: che l’arancia di un quadro di Cézanne è la stessa arancia che sta appesa all’albero, solo che ha subito un aumento d’essere, ed è ora più vera di quanto non sia l’arancia che spremiamo al mattino. O per meglio dire: chi ha visto le arance di Cèzanne, d’ora innanzi guarderà le arance fisiche a partire dalla loro rappresentazione, e non viceversa. Adeguerà insomma le arance del mondo reale all’arancia del quadro, e un po’ è vero: l’estetizzazione della nostra esperienza, la tirannia quotidiana del gusto non spinge forse a portare in frutteria solo arance, mele, e ciliegie tutte tirate a lucido come se fossero dipinte?

Ma i Pokemon? Di che aumento si tratta? Detto che la realtà si continua da sempre in nuove direzioni di senso, detto che non c’è corpo che non si prolunghi ben oltre il perimetro della sua pelle, questo diabolico gioco, più che aumentare la realtà, in verità la inverte. Perché il giocatore che va a in cerca dei piccoli mostri non si immette più profondamente nella realtà grazie a questa caccia virtuale, ma se mai, proprio grazie alla realtà, chiamata a fare da sfondo alla sua avventura online, entra più profondamente dentro la trappola del gioco. Quello che succede, insomma, succede sullo schermo: quello che aumenta, sono il numero di mostriciattoli catturati, gli oggetti collezionati e il livello di forza raggiunto.

È per questo che al telegiornale ci raccontano che per colpa di questi maledetti Pokemon la gente sbatte la testa contro i pali della luce. Perché ci si muove nel mondo reale, ma con la testa si sta dentro il mondo virtuale.

Ora però, nemmeno questa cosa è nuova del tutto. Posso ben dirlo io, per tutte le volte che ho scansato in extremis un ostacolo, mentre camminavo per strada leggendo il giornale. Ma prima di me e di tutti lo ha ben detto Platone, quando ha invitato gli uomini a intraprendere quella seconda navigazione che porta a cogliere «le cose che sono nei discorsi», non cioè le cose banalmente fisiche ma le idee, i concetti. Non ha cioè inventato lui il più virtuale di tutti i giochi, quello della metafisica occidentale (al cui fuoco, dopo tutto, ci scaldiamo ancora)?

Subito dopo averlo fatto, Platone cominciò a chiedersi – senza mai venire a capo della questione – in qual rapporto stessero tutte quelle idee con la realtà sensibile, e se dovessero servirci per allontanarci da essa o per introdursi in essa veramente (cioè: con mente vera). Per uscire dalla caverna della vita, insomma, o per meglio entrarvi.

Ma questo è il bello del gioco che, come uomini, giochiamo da sempre. Alcuni se ne vanno, altri restano. Alcuni hanno un tesoro di verità nascosto altrove, che qui proprio non può rivelarsi; altri non conoscono verità che non sia destinata infallibilmente a manifestarsi. Altri ancora, da ultimo, vanno a caccia di Pokemon. Ma si divertono: perché no, allora?

(Il Mattino, 21 luglio 2016)

 

 

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Maturità, i bei temi mai studiati in classe

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Anna Trieste: Posto che secondo me l’analisi del testo è la soluzione più facile (non devi scrivere niente, sta già tutto scritto, devi solo analizzarlo e eventualmente fare delle considerazioni) io penso che, esattamente come al mio esame di maturità, anche stavolta avrei scelto questa tipologia. Al di là dell’autore, Umberto Eco, che può piacere o meno ai ragazzi soprattutto per via di questo fatto che disse, non senza reazioni indignate soprattutto da parte dei giovani internauti, che i social networks hanno dato diritto di parola a “legioni di imbecilli”, penso che il brano scelto dal Miur sia proprio bello perché finalmente mette nero su bianco a che serve la letteratura. Certo, per gli studenti della letteratura stessa forse sarebbe stato meglio scoprirlo un poco prima, magari all’inizio del corso di studi e non l’ultimo giorno agli esami, e però, visti i tempi della burocrazia italiana, meglio tardi che mai. Magari adesso i maturandi sapranno che leggere Dante non serve soltanto a prendere voti alti in pagella ma pure a rispondere “Non ragioniam di loro ma guarda e passa” quando qualcuno li apostrofa come imbecilli

M. A.: Facile l’analisi del testo? Non so, a me – tanto per cominciare – avrebbero spaventato tutti quei puntini e quelle parentesi quadre, con cui hanno spezzettato il testo di Eco per proporlo debitamente accorciato agli studenti, o forse per offrire loro qualche spunto in più. Col risultato che gli spunti sono un po’ troppi, almeno per me: lingua, manutenzione della lingua, interpretazione, fedeltà e libertà dell’interpretazione… Ma i buchi! Chissà cosa c’era lì, in quei buchi, che gli studenti non han potuto leggere! Ecco, se tra i maturandi di quest’anno ce ne fosse uno particolarmente brillante, e capace di ironia quanto il buon Umberto Eco, uno che sapesse quali abissi deve superare il ponte di inchiostro nero costruito dalle lettere dell’alfabeto sul mare della pagina bianca, ebbene: questo studente potrebbe dedicarsi all’analisi di tutti quei buchi, delle intenzioni che celano e delle libertà che così si prendono. Invece di commentare il testo, proverebbe a fare lui un esercizio di letteratura degno dei calembour di cui Eco era maestro, dedicandosi ai puntini sospensivi, ai vuoti invece dei pieni. Un romanzo sulla costruzione del testo, tra funzionari che si rubano le parole, e ambigue paranoie ministeriali sulle dimensioni della pagina. Ho il sospetto che però la commissione non avrebbe apprezzato

A. T.: E dipende. Se nella commissione ci stava quello che all’esame mio mi chiese se avevo mai aperto un telecomando per vedere com’era fatto da vicino un campo elettromagnetico, forse sì! Ma ne dubito. Così come dubito che i ragazzi abbiano fatto i salti di gioia a vedere le tracce del cosiddetto saggio breve o articolo di giornale. Il rapporto padre/figlio; l’avventura dell’uomo (della donna in questo caso) nello spazio; il rapporto conflittuale di Bob Kennedy col Pil e quello di Vittorio Sgarbi col paesaggio. Rapporto altrettanto conflittuale, eh, chi se la scorda l’invettiva del critico contro i cancelli fallici che nascondevano ai napoletani la vista delle tuileries! Non so, a leggere le tracce ci mancava solo la fame nel mondo e la tossicodipendenza e poi gli argomenti da intervista a miss Italia erano completi. Ma si possono domandare cose come il valore del Pil a studenti cui la domanda più ardita che viene posta durante un’interrogazione di storia o di italiano è se effettivamente Ranieri con Leopardi ci andava solo a fare le escursioni sul Vesuvio o qualcosa in più?

M.A.: Io non ho obiezioni alle tracce “saggistiche” salvo una: le avrei prima sottoposte ai docenti. Cioè dico: le avrei prima fatte svolgere a loro, per vedere come se la cavano, e poi ai ragazzi. Ho l’impressione infatti che siano un po’ lontane dalla concreta attività scolastica. Poi magari mi sbaglio, ma temo che con i programmi svolti durante l’anno c’entrino assai poco. E forse ancora meno col metodo d’insegnamento. Siccome però le tracce mi piacciono, mi paiono tutte suggerire una qualche forma di “uso del mondo”. Concetti per capire il presente. Bella impresa, però allora rivedrei qualcosa dei programmi, e soprattutto dei metodi (non oso dire del corpo docente). Oppure le tracce sono scritte apposta per dire che bisogna cambiare, svecchiare, rottamare? (Lo so, non sono le giornate giuste per queste parole). Poi però confesso di non sapere se davvero a miss Italia chiedono il PIL, o dei viaggi nello spazio. Vorrà dire che quest’anno che viene me la guardo, oppure intervisto Samantha (Cristoforetti, intendo)

A. T.: Vabbe’ ma tu sei un professore, questa è una chiarissima ciceronata pro domo tua! Quanto a miss Italia, uà (forma sincopata di Uh All’anima delle anime del purgatorio)! L’anno scorso è successo quel finimondo per la risposta della miss sulla seconda guerra mondiale… Comunque, a proposito di storia, la traccia sulla prima volta delle donne al voto mi è piaciuta. Insomma, visto il dibattito (dibattito, mo’, ‘e mazzate!) sul referendum di ottobre tutti si aspettavano qualcosa sulla Costituzione e il fatto che il Miur non abbia tradito le attese declinandole però al femminile mi è parsa una buona idea. Se l’avessi scelto, io non avrei mancato pure un riferimento all’astensionismo registratosi alle ultime amministrative. A Napoli, ad esempio, tra i 7 su 10 che non sono andati a votare ci saranno state anche donne. Forse non sanno quanto è costato alle protagoniste della traccia d’esame quel voto che hanno deciso di non usare

M. A.: Se faccio il professore ti chiedo subito: quanti ragazzi sanno però chi sono e cosa hanno scritto Alba De Cespedes e Anna Banti, al cui ricordo è affidato il racconto di quel primo voto? Però hai ragione: bella traccia, e bel timing. A me sarebbe piaciuto anche affiancarvi il nome delle donne che quel due giugno di settanta anni fa sono entrate nell’Assemblea Costituente: ventuno. E poi avrei chiesto di riflettere sui cambiamenti dei costumi, e sulle battaglie in cui le donne sono impegnate oggi. Che non sono più battaglie per vedersi riconosciuti diritti, ma per raggiungere un’effettiva parità nel loro esercizio e nel loro godimento. Colpisce Anna Banti quando dice che solo le donne e gli analfabeti possono capire l’emozione di quella storica giornata. Perché si tratta di un’emozione tutta politica e tutta affermativa, più forte anche dei bisogni sociali o economici. Però ho parlato delle donne italiane. Ma le donne irachene con le dita sporca d’inchiostro, dopo il voto: che fine hanno fatto? E le donne musulmane che in Italia non possono ancora oggi andare in bicicletta, perché è sconveniente?

A. T.: Già. Come forse era troppo “sconveniente”, nella traccia del tema di attualità, parlare apertamente di “immigrazione” e non di “confine”? Non so, è vero che ponendo l’accento sul concetto di “frontiera” si è data ai maturandi l’opportunità di sviluppare il tema sia dal punto di vista dell’economia di mercato sia dal punto di vista dei rapporti tra paesi UE (vedi Brexit) e dell’altrettanto aperto mercato dei rifugiati (perché di mercato si tratta, purtroppo) ma mi sarebbe piaciuto infinitamente di più se il ministero avesse scelto precipuamente l’immigrazione e l’inclusione dei migranti come tema da sottoporre ai ragazzi. Usando una terminologia cara agli economisti, in fin dei conti dipende da loro se nel “medio e lungo periodo” il nostro Paese riuscirà davvero ad essere senza confini: antirazzista e multiculturale

M. A.: E qui invece io avrei fatto il contrario (ma mi rendo conto: è questione di gusti): tu Ministero vuoi la butti in politica, coi muri e coi confini, però lo fai con concetti alti, anzi alati. Allora io mi prendo i concetti alati e volo via sulle ali della metafisica (cercando però di non uscire fuori traccia). Torno infatti a una preoccupazione che prima ti manifestavo. Vanno bene le tracce, ma quanto sono aiutati i ragazzi, nello svolgerle, dalle cose che hanno studiato durante l’anno? Temo molto poco. Questa traccia potrebbero svolgerla da attenti scrutatori del presente, ma sarebbero dei veri fenomeni – e io mi auguro che lo siano, o che lo saranno – se riuscissero a legarci Kant e i limiti della ragione, o l’infinito di Leopardi, o il via alle navi di Nietzsche, o il trascendentalismo americano e il mito della frontiera, o persino Auschwitz e se è possibile Dio dopo Auschwitz, o quello che vuoi, ma insomma: pezzi del loro percorso di studio. Se ci riescono, allora sì che meritano il massimo dei voti. Varcano la frontiera dell’esame di Stato, dimostrano che quello che hanno imparato gli può servire anche per capire il mondo.

(Il Mattino, 23 giugno 2016)

Einstein, Socci e la relatività delle teorie

Kand

Funziona così nelle grandi testate, figuriamoci nelle piccole o piccolissime. Che quando c’è la notizia si prova, se ne vale la pena, a commentarla. Ma passa un giorno, ne passano due: addio commento. Vale anche per Left Wing e la rilevazione delle onde gravitazionali: notizia della settimana scorsa, perché tornarci? All’università immagino e mi auguro che se ne parli ancora a lungo, ma sui giornali sono già uscite di scena.

A meno che. A meno che tu non t’imbatta, con un giorno di ritardo, in un’occasione propizia: nel commento di Antonio Socci, su Libero.

(continua su Left Wing)

La proposizione perfetta/11

"Gravi errori di metafisica sono dovuti al fatto di considerare il futuro come qualcosa che diventerà passato"

(Le altre proposizione perfette si possono ritrovare a partire da qui)

Risposte

Provo a rispondere alle domande rivoltemi non più tardi del maggio scorso (sono celere con le risposte, come vedete) in questa ‘lettera aperta’ che seguiva le giornate della Scuola di Camerota, e un breve contributo apparso su 2/2008 di Italianieuropei.
Cerco di farlo il più brevemente possibile (tanto se ne riparlerà).
1. "Non condivido la liquidazione della razionalità liberaldemocratica a metafisica fra le tante". Neanch’io la condivido: e infatti non la sostengo. Dire che ci vuole una bella metafisica alle spalle della razionalità liberaldemocratica perché questa funzioni (una metafisica alla quale han lavorato in tanti, da Descartes in poi), non vuol dire che è una fra le tante possibile, e che tutte per me pari sono.
Ho poi molti dubbi sull’idea che il relativismo falsificazionista (che dopo tutto si riduce esso pure a un insieme di regole) non abbia bisogno per funzionare di qualcosa che non sta dentro quelle regole, e non mi riesce quindi di capire quale autonomia dal campo della metafisica possa vantare. Naturalmente bisogna intendersi sulle parole, per esempio sulla parola metafisica. Se è metafisica solo una roba che fa affermazioni su Dio, allora d’accordo: il falsificazionismo non ce l’ha. Ma se le distinzioni ricordate nella ‘lettera aperta’ (formale/materiale; essere/dover essere, ecc.) sono, come credo, distinzioni metafisiche, distinzioni in cui ne va cioè, come direbbe taluno, del senso d’essere dell’ente, allora non sono affatto d’accordo sull’autonomia di alcunché.
2. Se così stanno le cose, cade anche questa seconda obiezione: che io e Mario e voi tutti siamo infatti d’accordo su cosa sia e su come funzioni la razionalità procedurale rende sicuramente plausibile che sia questa proceduralità la migliore (non direi l’unica)  fonte di legittimazione delle regole. Ma appunto plausibile, in un determinato contesto in cui io e Mario condividiamo un sacco di cose, prima di convenire su ciò che è plausibile e ciò che non lo è. (E la cosa peraltro finirebbe là, e finisce effettivamente molto spesso, se non ci fossero però casi in cui questo convenire non basta più, o si restringe).
3. Qui chiedo: a quale senso di giustizia ti appelli, per porre la domanda che poni? La giustizia di Rawls, peraltro, non mi entusiasma affatto, e visto che scrivo dopo la giornata De Martino, domando banalmente: credi tu che sarebbe bastata ai contadini meridionali che De Martino incontrava "oltre Eboli"?

Omnia munda mundis

"Like people squeezing between others in the subway": dsi cosa sta parlando, l’autore delle parole citate?

a – di aspiranti attrici in attesa per un provino;
b – di cacicchi e altri potentati;
c – delle bottiglie nei quadri di Morandi;
d – di animali visti su Discovery Channel.

(Chi vuole la soluzione legga qui, e inorgoglisca anche un po’).

Assassinio a Port-Royal

“Blaise Pascal?”
“Sì, lui. È stato Carnap”.
“Carnap?”
“Sì, Carnap. Non si conosce il mandante, ma si conosce il movente: prima di sparargli in pieno volto, Carnap gliel’ha sbattuto gelidamente in faccia: «Lei ha chiesto: «Ne sei degno?». E, prima che quello potesse rispondere un sì o un no, ha detto: «Se rispondi di sì, sei presuntuoso, e pertanto indegno. Se rispondi di no, sei indegno ugualmente, e allora Dio perché dovrebbe mostrarsi proprio a te?»”.
“Elegante, non ti pare?”.
“Lo pensava anche Pascal. E Carnap non gli ha fatto dire altro. «Queste sono due valve di pseudo-proposizione che insieme fanno una cozza metafisica!», gli ha rinfacciato, prima di fare fuoco. Pascal non ha fatto in tempo a portare la mano alla tasca (ma possibile che fosse anche lui armato? Roba da non credersi!) che Carnap, velocissimo, gli ha maciullato il suo grosso naso e la sua insopportabile boria”.
“È già successo”.
“A Pascal? Ma come? Chi?".
“Ma no, cosa hai capito? È già successo che facessero fuori uno di noi. Carnap, poi, è un killer spietato e sanguinario: ha un criterio di significanza maledettamente stretto, ed è inevitabile che prima o poi arriverà fin qui. Ma noi non ce ne preoccuperemo”.
“Come dici?”.
“La filosofia è meditatio vitae, mio caro: non star lì a pensarci. Piuttosto, Pascal credeva che si dovesse vivere come se si stesse per morire, e ora qualcuno penserà che se l’è cercata. Scherzi del destino. Però stavolta non aveva tutti i torti.”.
“Come sarebbe non aveva tutti i torti?”.
“Ascolta. Perché Carnap gli ha sparato? Perché quelle di Pascal erano due pseudoproposizioni?
“Per quello”.
“Ma lo erano davvero?”.
“Carnap lo ha creduto”.
“Carnap ha creduto che Pascal dicesse con quelle proposizioni che Dio non si può mostrare in nessun caso, e che quindi fosse inverificabile, e ultimamente insensata, qualunque proposizione che lo concerne”.
“E non è così?”.
“Tu hai letto il memoriale di Pascal?”.
“Ma è morto sul colpo!”.
“Dico quello che ha scritto prima, nella notte del 23 novembre 1654. Dicono che Pascal lo portasse con sé, nel panciotto. Se Carnap non ha frugato nelle sue tasche è ancora lì”.
“Ah! Ecco perché Pascal ha cercato la tasca! Non era per la pistola! E cosa dice, il memoriale?”
“Il memoriale riferisce l’esperienza che Pascal ha avuto di Dio. Due ore a versare lacrime di gioia. Se Carnap l’avesse trovato, forse le cose sarebbero andate diversamente”.
“E come sarebbero andate? Pensi che Carnap lo avrebbe preso sul serio?”.
“Non lo so. Ma Pascal avrebbe cercato di farlo ragionare. Gli avrebbe fatto per esempio osservare che ci sono un mucchio di proposizioni perfettamente sensate che tuttavia non soddisfano il criterio di significanza di Carnap, perché empiricamente inverificabili”.
“Tipo?”.
“Tipo gli enunciati controfattuali come questa proposizione che ho appena pronunciata. O tipo: «Ad Aristotele piacevano le cipolle», che è un bell’esempio di Jerry Fodor. Pensi che Carnap farebbe fuori anche Fodor?”.
“Spero di no! Ma anche quegli enunciati da qualche parte devono pur ancorarsi al mondo. Posso immaginare come sarebbe il mondo se fossero veri (immaginare, e forse persino verificare se Aristotele mangiasse spesso cipolle, ad esempio). Ma il Dio di Pascal? Non chiamerai mica verifica l’esperienza presunta mistica di un uomo dalla salute assai precaria?”.
“Certo che no. Però fammi dire due o tre cose”.
“Dì pure”.
“Primo: siamo d’accordo che Carnap col suo criterio ha il grilletto troppo facile? Secondo. Il memoriale non fornisce un metodo di verificazione, ma se uno insistesse che lui ha fatto esperienza eccome di Dio, lo ha proprio sentito, e che ciascuno può sentirlo per sé, in cuor suo, se solo…”.
“Qui ti fermo. Queste sono cazzate. Capisco che ci siano in giro fenomenologi che accreditano questa idea di un accesso personale alla verità delle cose, non riproducibile secondo alcuna metodica obiettiva e tuttavia ben reale, ma prima o poi Carnap farà fuori pure quelli. E giustamente, dal suo punto di vista. In ogni caso, non ha scritto Pascal che, comunque facciamo, siamo indegni della rivelazione? E allora, di che cuore parli? Di che stiamo parlando?”
“Hai ragione. Solo in parte però. Perché io dovevo solo farti presente un’obiezione che forse Pascal non avrebbe avanzato, o forse sì, non lo so, ma che tuttavia può essere elevata. Resta però, hai ragione, quel suo modo di ragionare che ha dato sui nervi a Carnap (e non solo a lui)”.
“Già. È quello che devi provare a difendere, se vuoi dimostrare che Carnap è andato oltre il segno”.
“Beh, vedi. Se Carnap avesse dato a Pascal il tempo di spiegarsi, forse avrebbe sentito Pascal dirgli: «Calma! Io non dico che Dio non si mostra affatto. Avessi detto questo, cosa credi?, sono stato scienziato anch’io: capisco che ci sarebbe da incazzarsi, e pure di brutto. Ma leggiti un po’ i miei pensieri: io dico solo che non si mostra a chi ne è indegno, e pretendere di rendersene degni significa esserne indegni»”.
“E non è la cozza metafisica, questa?”.
“Cioè una coppia di indecenti pseudoproposizioni?”.
“Sì.”.
“A dire il vero, non mi pare. Un conto è infatti pretendere di rendersene degni, un conto è dire che comunque non ne siamo degni e che dunque Dio non si mostra affatto. Poiché Dio può ancora manifestarsi a chi si crede indegno, ma non lo è. E Dio può ancora manifestarsi di sua iniziativa, liberamente. E c’è di più: io ti indico – potrebbe dire ancora Pascal – anche il metodo per umiliarsi dinanzi a Dio così da sperare di esserne un giorno degno: prendere l’acqua benedetta, sentire messa, moderare le passioni…”.
“Ma che razza di metodo è questo? Non è mica un metodo scientifico!”.
“No che non lo è, ma non vedo perché dovrebbe esserlo. Non tornare a mettere le cose in termini così stretti che non c’entrano nemmeno le cipolle di Aristotele. E a proposito: prima ti ho fatto il nome di Fodor, ora aggiungo quello di Wittgenstein, tipo assai strano, forse ancora più strambo di Pascal, e non meno folle, il quale considerava che il significato di una proposizione sta nell’uso. Se allora vi è un modo di usare le proposizioni di Pascal, che rileva per le circostanze della vita, che produce forme distinte e ben riconoscibili di prassi, beh: quelle proposizioni potranno pure essere false, non però insensate. Eh, caro mio, se proprio vogliamo dirla tutta, sarebbe bello considerare la metafisica e la teologia un cumulo di insensatezze: ce ne si libererebbe più facilmente. Il guaio è che sono sensate, e tocca o di dimostrare che sono false, oppure che…ma no, questa cosa non te la dico, sennò la prossima volta… Carnap fa di testa sua, e viene qui a finire il suo sporco lavoro”.
“Chissà. Bisognerebbe sapere chi ce lo manda, ogni volta”.
“Ti confiderò un segreto, amico mio: a mandarlo sono stato io. E ora trovalo, il movente vero!”