Archivi tag: migranti

Il diritto di un codice

burri rev

A. Burri, Bianco plastica B5 (1965)

Mettere centomila persone in uno, due stadi di calcio si può fare. Ma se già abbiamo difficoltà ad assicurare la sicurezza di un normale deflusso dagli impianti in occasione di certi eventi sportivi, figuriamoci se quella può mai essere la soluzione per dare accoglienza ai migranti. Mario Calabresi, nel suo editoriale su Repubblica di ieri, voleva dare un’idea delle proporzioni del fenomeno migratorio rispetto alla popolazione italiana complessiva, ma l’immagine che ha scelto non è molto felice. Quella di stipare i migranti in uno stadio sembra anzi un’idea “concentrazionaria” da Paese sudamericano negli anni Settanta, e dimostra che non sempre, quando si parla di accoglienza, si parla davvero e per intero di politiche di accoglienza, di gestione controllata di flussi migratori, di strategie di medio-lungo periodo per fronteggiare un fenomeno che, da qualunque lato lo si guardi, non ha nulla di passeggero. Accoglienza non è salvataggio degli uomini in mare, e nemmeno mero deposito e magazzinaggio di uomini: è tutto quello che viene dopo, e per cui purtroppo il nostro Paese non si è dimostrato, finora, seriamente attrezzato.

Però Calabresi ha ragione su un punto: il problema non sono, non possono essere le Ong. Ragioniamo per ipotesi: se domani mattina dal Mediterraneo scomparissero d’incanto tutte le navi che oggi prestano soccorso in mare, gli arrivi dall’Africa subsahariana, dalle regioni più povere del mondo, dai teatri di guerra africani e del Medio Oriente si arresterebbero? È illusorio crederlo. Piuttosto, la pressione demografica, che si esercita su Paesi gravati spesso da condizioni politiche, economiche e ambientali assai difficili, continuerebbe a spingere uomini, donne e bambini a tentare altre vie e a inventarsi altri mezzi e maniere per lasciare le loro terre in cerca di migliore fortuna. Né si farebbe miglior figura a dire che però, in questo modo, sarebbero risparmiati i porti e le città italiane. Mentre chiediamo all’Europa di impegnarsi in uno sforzo comune e condiviso, e ci rammarichiamo degli egoismi degli altri Paesi (ma – sia detto per inciso – questi altri Paesi non hanno affatto, in generale, una presenza di stranieri inferiore alla nostra, e noi non siamo affatto sotto minaccia di un’invasione), non si può fondare una politica nazionale solo sul modo in cui deviare i flussi verso altre mete, altri porti e altre città. In ogni caso, pure in questa ipotetica disinfestazione del nostro mare, non si riuscirebbe certo ad interrompere, estinguere, troncare la migrazione in corso. Ed è per questa ragione che non si vuol spedire la palla in tribuna quando si chiede invece all’Unione europea di fare fronte comune. Da un lato, l’Europa tutta non sarà più senza stranieri, senza cioè una quota significativa di popolazione extra-europea, il fenomeno è strutturale e la xenofobia non è una soluzione. Dall’altro, l’Europa prima ancora che l’Italia deve anche sapere, e non può fingere di non sapere, che la rotta centrale del Mediterraneo, che porta i migranti in Italia, è anche quella più costosa in termini di vite umane.

Ma una politica nazionale ci vuole. E accogliere tutti non è una politica: questa è una proposizione “grammaticale”, un’istruzione sull’uso della parola “politica”. Che comporta sempre una qualche correlazione fra fini e mezzi, fra possibilità e realtà, fra fatti e parole. E, certo, anche fra quello che siamo e quello che vogliamo essere. Ora, è comprensibile che un’organizzazione non governativa, in ossequio ai propri principi (che trovano fondamento in norme e convenzioni sovranazionali), agisca secondo finalità strettamente umanitariee e provi a salvare il maggior numero di persone. Ma lo è altrettanto che uno Stato, nelle proprie politiche, tenga conto delle conseguenze di quell’agire. Che denunci l’effetto perverso per cui all’aumentare delle possibilità di salvataggio in mare dei migranti aumenta anche il numero di imbarcazioni che gli scafisti mettono in acqua, lucrando sulla disperazione dei migranti e sulla buona fede dei soccorritori. Ma se non si può chiedere alle Ong di spezzare un simile circolo vizioso, non vuol dire che lo Stato italiano non debba cercare di spezzarlo. Il codice Minniti è un tentativo del genere. Si tratta peraltro di un codice di autodisciplina (che quindi viene liberamente sottoscritto), prova a dare regole comuni alle azioni di salvataggio in mare, e prevede, in certi casi, presenza di polizia giudiziaria: non per militarizzare le Ong, ma per la conduzione di attività di indagine sul traffico di esseri umani.

Entro questi limiti, il tentativo ha senso. Non lo ha più, ed anzi prende un senso perfino sinistro, se ad esso si affida una sorta di prova muscolare con cui dimostrare che non vogliamo più stranieri sull’italico suolo. Non sono troppi, gli stranieri, e non sono nemmeno pochi: sono invece fatti entrare nel peggiore dei modi possibili. Per mani clandestine, a rischio della loro stessa vita, in balia di mercanti senza scrupoli. Ammassati nei barconi, ammassati nei centri di accoglienza, ammassati nelle periferie delle nostre città. E chissà: magari in futuro in uno stadio. Masse, insomma: che perciò fanno numero, e fanno paura. Ma se chiudere ogni via è impossibile, oltre che ingiusto, aprirne di regolari, e controllate, è, invece, una strada percorribile. E per farlo bisogna, credo, aprire un poco anche le nostre menti.

(Il Mattino, 9 agosto 2017)

Gli egoismi che disfano l’Europa

agony

La risposta dell’Unione europea non si sa se arriverà; di sicuro però si farà attendere. Conta poco che il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, abbia definito eroici gli sforzi che l’Italia è chiamata a compiere per dare accoglienza ai migranti, in realtà siamo alle solite: non c’è, allo stato, alcuna comune volontà dei Paesi europei di far fronte alla situazione. Così ascoltiamo quello che pensa la Francia, che parla per bocca di Macron e dichiara disponibilità ad accogliere i soli rifugiati, non i «migranti economici». Poi sentiamo la Cancelliera Merkel affermare con maggiore generosità (almeno a parole) che l’Italia e la Grecia non vanno lasciate sole. Registriamo gli apprezzamenti per l’impegno italiano e lamentiamo invece che alcuni paesi europei se ne lavino le mani; ma in questo confuso concerto di voci discordi, regolate esclusivamente dagli interessi nazionali, si disperde il significato stesso dell’unità europea. Non si capisce dove si trovi, chi la rappresenti, in che modo si senta chiamata in causa. In realtà, non c’è, in questo momento, nessun altro tema nell’agenda europea che sia declinato su base nazionale più del tema migrazioni. E d’altra parte non c’è nessun altro tema che, più di questo, possa mai trovare soluzione su un piano meramente nazionale. Perché non è una soluzione la chiusura delle frontiere, così come non lo è l’apertura. Respingere, così come accogliere, sono verbi che richiedono di essere costruiti in una frase: quando, dove, come.

Lo si vede bene dal gesto spazientito che ha spinto il governo italiano a minacciare la chiusura dei porti alle organizzazioni non governative che portano sulle nostre coste, quotidianamente, migliaia di migranti. A parte i complessi problemi legati al diritto internazionale (ma un’emergenza è un’emergenza: e il diritto, soprattutto il diritto internazionale, finisce di solito con l’adeguarsi), è chiaro che per il ministro dell’Interno, Marco Minniti, non si tratta di una soluzione, ma di una misura resa necessaria, oltre che dal numero eccezionale di sbarchi di queste ore, dalla difficoltà a spiegare cosa mai impedisca alle navi di attraccare in altri porti: maltesi, spagnoli o francesi. Minniti ha detto: «sarei orgoglioso se di tutte le navi che operano nel Mediterraneo centrale una sola, una soltanto, anziché arrivare in Italia arrivasse in un altro porto europeo». Doveva solo aggiungere che sarebbe stato orgoglioso di essere europeo, ed è proprio questa l’aggiunta che manca. Una gestione comune del fenomeno, sia in termini di rimpatri che in termini di ricollocamento nei Paesi dell’Unione, non c’è. Il piano Juncker di ripartizione pro quota dei nuovi arrivi (che pure vale solo per i rifugiati, aventi diritto alla protezione internazionale) è un clamoroso fallimento. E soprattutto non c’è una politica estera comune verso i Paesi africani.

È bene essere chiari: le politiche di accoglienza sono politiche umanitarie: benemerite, ma da sole non possono bastare. Diviene anzi sempre più difficile mantenerle, se non sono affiancate da tutto ciò che uno Stato (e una comunità di Stati, se esiste) può fare per regolare i rapporti coi Paesi viciniori. Finché la Libia rimarrà nell’attuale situazione di instabilità, rimarrà anche il corridoio lungo il quale si riverseranno tutti coloro che cercano in Europa migliori condizioni di vita. Possiamo resistere all’idea che i barconi carichi di migranti debbano essere respinti, solo se non ci limitiamo ad attrezzarci per i salvataggi in mare, ma proviamo anche a ridurre a monte i flussi migratori. Diversamente, non ci tireremo via dalla trappola umanitaria che gli egoismi degli altri Stati membri dell’Unione scarica sul nostro Paese. Perché non è per una cieca fatalità che la meta preferita degli scafisti che attraversano il Mediterraneo è l’Italia, e la rotta libica il percorso più affollato. Ciò dipende da un calcolo preciso, da una diversa probabilità di successo, assicurata lungo queste vie, e per esempio dalla forte riduzione dell’agibilità della rotta balcanica. Dunque non si tratta di fenomeni fuori da ogni controllo. È anzi evidente che qualora diminuissero dovessero diminuire le aspettative di un buon esito, diminuirebbero anche gli sbarchi.

Orbene, se non si vuole tradurre questo assioma spietato ma evidente in una politica attiva di respingimenti, bisogna almeno che si rendano disponibili altre leve di azione. Se quelle detenute dall’Unione latitano, e quelle a disposizione del nostro Paese si rivelano insufficienti, allora non ci sarà accoglienza che tenga. E il rischio che cresca il numero di coloro che saranno accolti solo dalle onde del mare aumenterà enormemente, macchiando per sempre l’onore dell’Europa.

(Il Mattino, 1° luglio 2017 – pubblicato su Il Messaggero col titolo “Paghiamo le furbizie dell’Europa)

Primarie Pd, le idee per scegliere

pd puzzle

Primarie a bassa intensità, noiose, clandestine. Primarie scontate, primarie con rito abbreviato, primarie spopolate: definite in molti modi, rappresentano comunque l’appuntamento più largo e partecipato che in questo modo offre la vita interna dei partiti italiani. E dunque vale la pena darci un’occhiata, provare a orientarsi tra i profili e i programmi dei tre cavalieri – Renzi, Orlando, Emiliano – che in singolar tenzone si contendono la guida del partito (e, a norma di statuto, anche la premiership).

Sinistra

Ci sono quelli che dicono che la distinzione fra destra e sinistra non ha più molto senso. E tuttavia il partito democratico (che con Renzi segretario ha definitivamente aderito al socialismo europeo) continua a definirsi come un partito di sinistra, e tutti e tre i candidati condividono questa collocazione. Cambiano però gli aggettivi qualificativi, che sono necessari per apprezzare le differenze. La sinistra di Orlando somiglia alla tradizione socialdemocratica, e l’insistenza sul tema dell’uguaglianza fa sì che “democratico” sia senz’altro l’aggettivo da scegliere per la sua proposta programmatica. Quella di Renzi è invece una sinistra liberale, con più robusti innesti di liberalismo nelle proposte economiche, nell’idea di modernizzazione, nell’insistenza sul tema dello sviluppo. Emiliano, infine, è l’unico che non disdegnerebbe affatto l’aggettivo populista, che prova a presentarsi come l’uomo che lotta contro l’establishment e i potenti («il Pd dei banchieri e dei petrolieri»).

Populismo

A proposito di populismo, detto che per Emiliano non sembra affatto che sia un vero avversario, e che anzi ci andrebbe volentieri a braccetto, Orlando e Renzi usano entrambi la parola per denunciare un pericolo per le istituzioni democratiche, o perlomeno per le politiche di cui il Paese avrebbe bisogno. Orlando lo considera un «rischio mortale» per il Pd e, pensando a Emiliano ma anche a Renzi, denuncia le dosi di populismo entrate nelle vene del partito (ad esempio sul tema dei costi della politica, che Renzi riprende e che Orlando invece non cavalca mai). Per Renzi, al di là di stile, tono e qualche volta argomenti, la vera risposta al populismo stava però nella riforma costituzionale, cioè nel passaggio ad un sistema politico e istituzionale semplificato e più efficiente.

Legge elettorale e sistema istituzionale

Sul primo punto, in cima all’agenda dei prossimi mesi, siamo al ballon d’essai delle dichiarazioni quotidiane. C’è molto tatticismo, e il sospetto fondato che alla fine non cambieranno le cose. Ci terremo probabilmente la legge uscita dalla sentenza della Corte costituzionale, con piccoli aggiustamenti. Renzi, comunque, punta tuttora a correttivi maggioritari; Emiliano si dichiara per un maggioritario con collegi uninominali, e tutti e due vogliono togliere i capilista bloccati. Orlando proviene da una cultura di tipo proporzionalista, ha sposato nella sua mozione la proposta Cuperlo con il premio di lista ma è disponibile ora al premio di coalizione. La riforma costituzionale, dopo il referendum, è invece divenuta un terreno completamente minato: nessuno ci cammina più su. Nella mozione congressuale di Renzi c’è un cenno alla riforma del titolo V (autonomia regionale), in Orlando nemmeno quello. Ma è giusto ricordare che Renzi e Orlando stavano dalla stessa parte, mentre Emiliano ha osteggiato fragorosamente il programma di riforme del governo, e ha votato no al referendum.

Alleanze

Insieme alla legge elettorale sta il punto politico: le alleanze. Gli ultimi giorni si sono giocati su questo tema: Orlando agita contro Renzi lo spauracchio dell’accordo con Berlusconi. Renzi ribatte che Orlando la coalizione con Berlusconi l’ha già fatta. Ma in realtà il tema non può essere declinato concretamente in assenza di una legge. Se rimane un impianto proporzionale, le alleanze si faranno dopo il voto, non prima: secondo necessità. Non è chiaro infatti come si possa evitare l’accordo con il centrodestra senza un meccanismo maggioritario sul modello del tanto deprecato (e dalla Corte costituzionale bocciato) Italicum. Le discriminanti sembrano in realtà altre. Orlando non ha difficoltà a riprendere il dialogo con i fuoriusciti del Pd, Renzi invece ne fa una questione di coerenza: con Pisapia e il suo campo progressista sì, ma come si fa a stringere un’alleanza con D’Alema e Bersani, che il Pd lo hanno rotto? Che senso ha dividersi il giorno prima e allearsi il giorno dopo? Quanto a Emiliano, guarda con interesse agli elettori grillini, e si capisce che cercherebbe alleanze da quella parte.

Unione europea

Dici Europa e li trovi tutti d’accordo: sembra quasi una gara a chi si dice il più europeista di tutti (anche se tutti aggiungono subito dopo che così com’è l’Unione non va). Emiliano, i cui toni populisti non sembrerebbero andare a braccetto con il sogno europeista, innalza addirittura il vessillo degli Stati Uniti d’Europa; Orlando ne fa prioritariamente una questione di policies e punta alla costruzione del “pilastro sociale” che mancherebbe all’Unione; Renzi tiene insieme le due cose e soprattutto prova a rilanciare l’iniziativa politica per cambiare l’Europa, proponendo di affidare alle primarie la scelta del candidato alla Presidenza della Commissione. In realtà, con la probabile elezione di Macron (apprezzato da tutti e tre) e un possibile, rinnovato asse franco-tedesco, gli spazi per i giri di valzer si riducono: Renzi batte i pugni a Bruxelles, Emiliano dice che lo fa troppo poco, e Orlando dice che lo fa inutilmente. Questioni di immagine, più che di sostanza.

Mezzogiorno

Il Mezzogiorno c’è nei programmi di tutti e tre. Ma nessuno dei tre candidati lo ha scelto come terreno sul quale marcare una vera differenza rispetto agli altri due. Neppure Emiliano, che pure è governatore di una regione meridionale, la Puglia. Tutti e tre pongono la questione meridionale come una questione nazionale. Tutti e tre sono consapevoli che l’Italia non potrà mai crescere oltre lo zero virgola se a crescere non sarà anzitutto il Sud. Ma nessuno dei tre ha chiesto un solo voto per il Sud, e alla fine il risultato che prenderanno in Campania o in Sicilia, in Puglia o in Calabria dipenderà molto di più da dinamiche di tipo localistico, che dal profilo programmatico che hanno assunto. E al dunque: Renzi voleva portare il lanciafiamme a Napoli, ma poi non lo ha fatto. Orlando invece a Napoli ci ha fatto il commissario, e chiamarsi fuori non può; Emiliano infine s’è preso lo sfizio di strizzare l’occhio a De Magistris appoggiando pochi giorni fa «l’insurrezione pacifica contro Salvini». Tant’è.

Migranti e sicurezza

Tutti e tre i candidati subiscono la pressione dell’opinione pubblica e tendono a declinare i due temi insieme. Tutti e tre si coprono – come si suole dire – su quel fianco sul quale tradizionalmente i partiti di sinistra si mostrano più scoperti. Così Emiliano spende parole sull’accoglienza e sul bisogno di manodopera straniera della sua Puglia (non proprio un argomento di sinistra), ma nel confronto televisivo tiene a ricordare che lui, da magistrato, girava con la pistola nella tasca dei pantaloni. Renzi fa la polemica con l’Unione europea che scarica sul nostro Paese il peso maggiore nell’accoglienza, ma si allinea alle posizioni più dure in tema di legittima difesa (non proprio una posizione di sinistra); Orlando vuole superare il reato di immigrazione clandestina, ma difende la sua legge che accelera l’esame del diritto d’asilo, togliendo il grado di appello (legge assai poco amata a sinistra). In compenso, nessuno di loro indietreggia di fronte al compito di salvare le vite umane in mare e difendere le Ong.

Economia

Per tornare a trovare differenze più accentuate fra i tre candidati, bisogna allora tornare a guardare ai temi dell’economia e della società. La più chiara di tutte: Orlando e Emiliano sono per una patrimoniale, mentre Renzi la esclude. Il programma economico e sociale di Renzi è per il resto tracciato nel solco di quello seguite dal suo governo. E cioè il jobs act, poi gli 80 euro, «cioè la più grande operazione distributiva che sia mai stata fatta», poi la riforma della pubblica amministrazione e quella della scuola. Orlando in realtà faceva parte del governo e Renzi non ha mancato di ricordarglielo, ovviamente. Ciò non toglie che Orlando ha criticato la politica dei bonus, che vanno a tutti, ricchi e poveri indistintamente, e provato a riprendere il tema più classicamente socialdemocratico della redistribuzione dei redditi («sradicare in tre anni la povertà assoluta»). Emiliano ha forse il programma più a sinistra: critica l’abrogazione dell’art. 18, vuole tassare le multinazionali del web, vuole una forma universale di sostegno al reddito. E però vuole pure la riforma dell’IVA, finanziandola con il recupero dell’evasione dell’imposta.

Partito

Come sarà il partito democratico dal 1° maggio? Se vince Renzi, è l’accusa degli altri due, sarà quello che è stato finora: un partito fortemente segnato dalla leadership di Matteo, tinto di prepotenza e poco inclusivo. Emiliano era sul punto di andarsene, poi è rimasto ma continua a dipingere Renzi quasi come un pericolo. Orlando ha finito la campagna elettorale arrivando a dire che o vince Renzi o vince il Pd. In effetti, Renzi è arrivato alla guida del Pd sull’onda della rottamazione, non mancando di aggiungere che preferiva farsi dare dell’arrogante piuttosto che farsi fermare dai veti incrociati dei maggiorenti del partito. Nella sua mozione, però, gli accenti sono mutati: cita Gramsci, propone non un partito pesante ma un partito pensante, ne mantiene il tratto aperto e contendibile, fondato sul modello delle primarie, ed è soprattutto l’unico che prova a tratteggiare un modello nuovo di militanza. Emiliano chiede invece di cambiare lo statuto e l’identificazione fra candidato premier e segretario nazionale, Orlando propone invece le primarie regolate per legge.

Le persone

Le differenze, tutto sommato, ci sono. Ma sicuramente si disegnano con più nettezza se si guarda alle rispettive personalità. Orlando è quello più “strutturato”, che prova a incarnare la serietà della politica; Emiliano fa quello fuori dalle righe, che sta tra la gente e fuori dal Palazzo (pur essendoci seduto dentro); Renzi vuole essere ancora l’uomo delle riforme, che ha cominciato e vuole continuare. Uomo della mediazione Orlando, uomo della declamazione Emiliano, uomo della rottamazione Renzi. Correzione di rotta per Orlando, rivoluzione gentile per Emiliano, cambiamento per Renzi, bandiera finita nella polvere dopo il 4 dicembre. Non se ne è parlato molto, ma il senso dato a quel voto è un vero discrimine fra i tre. Un no sacrosanto per Emiliano; una severa lezione, per Orlando; uno stop imprevisto dal quale ripartire per Renzi. Solo il voto di oggi potrà indicare la strada. E questo, dopo tutto, è il bello della democrazia (non quella diretta).

(Il Mattino 30 aprile 2017)

Un richiamo alla realtà e all’Europa egoista

palladino

Accogliere i migranti e i rifugiati, ma distinguere. Non chiudere le frontiere, ma regolare. E integrare, certo, non ghettizzare. E dunque calcolare quanti possono essere integrati. Così ha parlato ieri Papa Francesco, di ritorno da una Svezia meno aperta e generosa che in passato, che però Bergoglio ha tenuto anzitutto a ringraziare per le politiche di accoglienza che anche in passato hanno permesso a molti argentini, a molti sudamericani, in fuga dalle dittature militari, di rifarsi una vita in Europa. In passato: oggi è più difficile, e il Papa lo riconosce. Perché accogliere non vuol dire far entrare chiunque, e fare entrare comunque: vuol dire invece predisporre strutture, servizi, risorse. Vuol dire fare opera di educazione, creare percorsi di cittadinanza, favorire il dialogo e la reciproca comprensione. Tutte cose che richiedono un lavoro paziente, una fitta tessitura di azioni, un serio impegno economico, sociale, culturale; richiedono persino la costruzione di un consenso diffuso, per evitare reazioni di rigetto, paure, risentimenti nella cittadinanza.

Avere presente tutte queste condizioni, e vincolare ad esse la parola del conforto e della solidarietà significa tenere un discorso intensamente politico, con quell’avverbio che il Pontefice scandiva con grande convinzione: «politicamente». Politicamente si paga «una imprudenza nei calcoli, nel ricevere di più di quelli che si possono integrare».

Ma che le politiche sull’immigrazione richiedano l’arte prudente di un calcolo: questo è proprio quello che non ci si aspetta da un Papa spirituale. Il fatto è che però Papa Francesco non è un Papa spirituale, se con ciò si intende un Papa ignaro della struttura del mondo, o della complessità del suo governo. Venuto quasi dalla fine del mondo, vicino ai popoli e ai Paesi meno sviluppati, con poca simpatia verso le grandi accumulazioni di ricchezza e le diseguaglianze generate dall’«imperialismo economico» del mercato, Bergoglio non ci ha messo molto a farsi la fama del Papa di sinistra. Per certi ambienti cattolici, anzi, José Mario Bergoglio è un comunista. Lo scorso anno, durante il volo che lo portava in America precisò perciò di essere certo di non avere detto una sola cosa che non fosse già contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. E aggiunse scherzosamente: «Ho dato l’impressione di essere un pochettino più “sinistrino”, ma sarebbe un errore di spiegazione».

Ebbene, sarebbe, di nuovo, un errore di spiegazione, se le parole pronunciate ieri venissero giudicate poco coerenti, o troppo prudenti, o francamente deludenti. Il Papa che saluta con un cordiale buongiorno dal balcone di piazza San Pietro; quello che va a scegliersi gli occhiali dall’ottico o gira con la sua borsa nera sotto mano; il Papa che, soprattutto, compie un viaggio di portata storica, a Lampedusa, nel 2013, e lì cita, nel corso dell’omelia, le parole con cui Dio si rivolge a Caino – «dov’è tuo fratello?» – per fare i popoli europei e l’Occidente responsabile delle migliaia di vite sommerse dai flutti del mare, quel Papa è lo stesso che ieri ha mostrato con grande chiarezza e lucidità che il senso di umanità è una cosa, il generico umanitarismo un’altra. Che la politica non può minimamente trascurare le conseguenze delle decisioni che è chiamata a prendere. Che deve avere una sua morale, ma questa morale non è assoluta; deve bensì mediarsi con la realtà. Né alla Chiesa cattolica come istituzione è mai appartenuto l’atteggiamento dei santi, dei mistici o degli anacoreti. E nemmeno quello delle anime belle.

La questione dell’immigrazione è, insomma, una questione enorme. Che non si affronta con astratte affermazioni di principio, e nemmeno soltanto con l’appello ai buoni sentimenti. Che ci vogliono, naturalmente. Ma ci vuole anche il calcolo, dice Papa Francesco. Cioè una saggia commisurazione di mezzi e fini.

È evidente che il Pontefice non intendeva con ciò fare sconti a quei popoli che si sottraggono ai doveri dell’accoglienza. La Svezia non è l’Ungheria, e la prudenza non è sinonimo di miope egoismo o di gretto nazionalismo. Se anzi l’Europa riuscisse ad imporre uno stesso atteggiamento di apertura regolata, se facesse suo il calcolo di Bergoglio, se fosse in grado di gestire in maniera coordinata i flussi, con la collaborazione leale di tutti i membri dell’Unione, potrebbe dare una risposta di gran lunga più efficace di quella che oggi mette sotto tensione Paesi rivieraschi come l’Italia e gonfia e altera la percezione degli eventi prestandogli i contorni del fenomeno incontrollato, e perciò tanto più pericoloso.

Ma per questo ci vuole una buona dose di razionalità politica che, bisogna dirlo, ieri sembrava trovarsi nelle parole del Pontefice della Chiesa cattolica romana, più di quanto non accada nei discorsi di certi leader politici europei.

(Il Mattino, 2 novembre 2016)

I migranti e l’Europa a due velocità

LQQ44W2E7012-kHmE-UdHu4aaZqzQrwFI-1024x576@LaStampa.itIl fenomeno, senza precedenti, di crescita dei flussi migratori sta mettendo seriamente in pericolo i pilastri fondamentali dell’integrazione europea e della solidarietà fra gli Stati membri: così cominciava il documento con il quale il governo italiano, lo scorso aprile, presentava al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, e al Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, la proposta italiana di un Migration Compact, di un «percorso per migliorare l’efficacia delle politiche migratorie esterne dell’Unione». Siamo quasi alla vigilia del vertice europeo di Bratislava, che si terrà a metà settembre, e l’appuntamento di Ventotene, fra Renzi, Hollande e la Merkel, è servito anche per preparare l’agenda del prossimo incontro su uno dei punti più difficili che i leader europei dovranno affrontare. Uno di quegli argomenti sui quali sta o cade il senso stesso del progetto europeo.

A Ventotene la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha confermato la linea del suo governo, passato dalla contrarietà all’europeizzazione del tema alla richiesta di una maggiore integrazione fra i paesi europei, chiamati a condividere il peso dell’immigrazione. La Merkel ha anche aggiunto che proseguirà la cooperazione con la Turchia, per contenere la pressione migratoria lungo la rotta orientale, alimentata dalla catastrofe umanitaria in Siria. Ma non ha chiarito fino in fondo qual tipo di impegni l’Unione chiederà invece al suo interno, nella revisione del regolamento di Dublino che disciplina le azioni di ricollocazione fra gli Stati europei.

Su questo terreno, la condivisione latita ancora. Prevalgono invece gli egoismi nazionali. La Germania ha assicurato che farà la sua parte, ma altri Paesi fanno orecchie da mercanti. Obblighi giuridici, prima ancora che morali, vengono disattesi, tanto che il sottosegretario Gozi ha dichiarato ieri a questo giornale che sussistono le condizioni per aprire procedure di infrazione (che però prendono parecchio tempo: possono essere uno strumento di pressione, ma non certo una soluzione).

Un sistema sostenibile ed efficace di ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, allo stato, non c’è. Così come non c’è un vero diritto europeo di asilo, nonostante le dichiarazioni, le norme, le procedure, gli uffici. Nonostante, va aggiunto, i numeri dei rifugiati siano ancora contenuti: se rapportati però non alle capacità di assorbimento dei singoli paesi, ma alla complessiva popolazione europea.

C’è invece una contraddizione patente tra due pretese di segno opposto. Da un lato, c’è infatti la nobile ambizione di evocare – ad ogni nuovo vertice, in ogni nuova riunione dei capi di stato e di governo – un sistema europeo comune di asilo; dall’altro, c’è invece la volontà, un po’ meno nobile, di vincolare gli spostamenti tra i migranti dentro lo spazio di sicurezza, libertà e giustizia definito dagli accordi di Schengen, che si vuole mantenere privo di controlli alle frontiere interne. Fino però a quando vi si riuscirà, in queste condizioni? È evidente infatti che le due pretese cozzano l’una con l’altra, e finiscono col produrre soluzioni complicate, burocratiche e squilibrate. Così, ad esempio, la proposta della Commissione europea di revisione del cosiddetto “sistema Dublino” mantiene un punto – che la domanda di asilo venga presentata e gestita dal primo Stato che il migrante richiedente protezione incontra – che lascia inevitabilmente il cerino nelle mani degli Stati più esposti alla pressione migratoria (Italia e Grecia), cercando poi faticosamente di “comprare” un po’ di solidarietà in più dagli altri Stati, anche grazie a un sistema di multe. Ma non sono le multe, o i tempi di gestione della procedura, o i criteri di ripartizione: è l’idea che vi sia un “primo” Stato – quello che, affacciato sul Mediterraneo, assiste sgomento e impotente alle tragedie del mare, inevitabilmente con più oneri rispetto ai paesi dell’entroterra continentale – è questa stessa idea che si sposa molta male, per non dire che contraddice apertamente i pilastri giuridici dell’Unione. Quelli che la lettera del governo italiano ricordava.

Vedremo i risultati di Bratislava, il mese prossimo. Intanto, il governo trova temporanea sistemazione ai rifugiati che raggiungono le nostre coste utilizzando le caserme. È una soluzione obbligata, forse persino inevitabile, presa sull’onda di un’emergenza che non accenna certo a finire, ma che può avere contraddizioni, se protratta nel tempo. Il rischio è quello di creare di fatto spazi di reclusione o di segregazione, anche se diversamente definiti: campi di concentramento, luoghi di internamento in cui la soglia della difesa della dignità umana può essere troppo facilmente violata. Giorgio Agamben ha sostenuto che non la democrazia e i diritti umani, ma il “campo”, in cui scompare la differenza fra la regola e l’eccezione, rappresenta purtroppo la forma politica esemplare del nostro tempo. Anche in condizioni di emergenza, dobbiamo evitare che ciò accada o torni ad accadere. L’Europa, se deve servire a qualcosa, deve servire a questo.

(Il Mattino, 24 agosto 2016)

Lager italiani

Mi piacciono i titoli delle storie: Questa è la verità, Il rovescio del sangue, Lo strappo del Corano, Deserti, Male Nostrum. Ancor più mi piace che i titoli abbiano i nomi di coloro di cui Marco Rovelli raccoglie la testimonianza: Carlos, Abdelali, Samir, Sajjad, Montassar. Io credo che, in un qualche senso, i nomi abbiano sempre ragione. Nessuno può immaginare che sia fatta giustizia, senza che i giusti siano chiamati per nome, e senza che sia fatta in nome di qualcuno, a cui la giustizia restituisce anzitutto, nel nome, la memoria.
Quel che Lager italiani descrive, può essere riassunto in queste righe:
“Annullati. Fino al riconoscimento stesso del proprio essere. Incarcere, almeno, qualche diritto lo si detiene. Per quanto la pena sia lunga, per quanto il carcere sia un carnaio, non si cessa di essere una persona. Dire che qualcuno è una persona equivale a dire che ha dei diritti. Ma in un CPT [= Centro di Permanenza Temporanea], sebbene si sia detenuti peggio che in carcere, non si ha diritto neppure a dirsi detenuti. Il giudice e la guardia si sentono offesi, se tu dici di essere detenuto. Non sei un detenuto, ti dicono, sei unospite. Tienilo bene a mente, tu sei un ospite. Qui sei trattenuto, non sei ristretto. Non è possibile essere presi, catturati,vinti più di così. Privati perfino del riconoscimento della cattura.”
Cominciando dal nome, Marco comincia col suo libro a restituire qualcosa, a chi viene vinto fin nelle parole. E leggendo queste storie, non si può non dare ragione a Carlos, ad Abdelali, a Samir, a Sajjad, a Montassar, a tutti coloro nel cui nome si raccontano queste storie di immensa infelicità e sventura. Io penso così: non c’è bisogno di prove, non occorre accumulare documentazioni al riguardo, non importa la dimensione del fenomeno, cosa sia oggi l’immigrazione, quali politiche siano in grado di farvi fronte, cosa si debba fare con i Centri, perché accadano queste cose, di chi sia la colpa, quanto ci sia di colpa in queste cose, cosa sia più grave e intollerabile. Questo nugolo di problemi non sfiora nemmeno quei nomi: può darsi che aiutino a capire, a giustificare o ad accusare, ma l’istanza di giustizia che è avanzata nel nome, e proprio nel nome, rimane intatta e intangibile. Carlos ha ragione, Abdelali ha ragione, Samir ha ragione, Sajjad ha ragione, Montassar ha ragione. Marco dona il suo sguardo, le sue letture, la sua solidarietà: a me piace pensare che con più di una di queste persone abbia bevuto una birra, passeggiato a lungo, magari suonato insieme. Che abbia ascoltato molto più che domandato. E che poi abbia scritto lentamente: l’istanza di giustizia che viene avanzata è così immensa, così indiscutibile, che non ha bisogno di fretta né di furia o di grida. E perciò queste storie mi sembrano raccontate piano, e bene. A bassa voce, con frasi brevi e dolenti: non spezzate né interrotte, ma piene di silenzi.
Quel che faccio ora è un piccolo torto al libro. Non alle storie che vi sono raccontate, ma al libro. Il libro si compone di due parti e di un’appendice (e ha una prefazione di Erri De Luca e una postfazione di Moni Ovadia). La prima parte s’intitola All’altezza degli occhi, e sono le storie racconte nelle pause tra due sguardi: Marco e Carlos, Marco e Abdelali, Marco e Samir. La seconda parte si compone di Note deperibili e contengono tutto quel che c’è da sapere sui CPT: come nascono, cosa sono, chi vi è trattenuto, quanti sono, in che condizioni sono. Di questa seconda parte il fulcro è costituito dalla rappresentazione di una realtà giuridica paradossale: la denuncia non riguarda dunque solo le condizioni in cui di fatto sono tenuti i migranti nei diversi CPT presenti nel nostro paese, ma quelle di diritto, che non riescono ad assicurare protezioni legali accettabili a coloro che sono raggiunti punitivamente dalle leggi di contrasto all’immigrazione clandestina. L’appendice s’intitola invece Il campo come forma della modernità: sono poche pagine, ma formulano, con l’aiuto di Hannah Arendt e di soprattutto di Giorgio Agamben, la tesi che il campo, uno strano ibrido in cui il diritto e il fatto si presentano indiscernibilmente sovrapposti, è ormai “il paradigma biopolitico della modernità”. Questa tesi chiude il libro fondamentale di Agamben Homo sacer. Homo Sacer reca, nell’ultima sezione del libro, tre tesi:
  1. La relazione politica originaria è il bando […]
  2. La prestazione fondamentale del potere sovrano è la produzione della nuda vita […]
  3. Il campo e non la città è oggi il paradigma biopolitico dell’occidente
Nel suo libro, e non solo nell’appendice, Marco richiama, con tratti brevi e precisi, le prime due tesi, ma è alla terza che dedica maggiore attenzione. Non è una tesi che si possa prendere alla leggera: e non solo per ciò che sono i campi, ma per ciò che ne è della nostra stessa vita. Scrive Agamben: “Dai campi non c’è ritorno verso la politica classica; in essi, città e casa sono divenuti indiscernibili e la posibilitò di distinguere fra il nostro corpo biologico e il nostro corpo politico […]. E noi non siamo soltanto, nelle parole di Foucault, degli animali nella cui politica è in questione la loro vita di esseri viventi, ma anche, inversamente, dei cittadini nel cui corpo naturale è in questione la loro stessa politica”.
Orbene, vi sono fenomeni assai diversi che si prestano ad essere catturati da queste parole: non solo il trattamento riservato ai migranti nei centri di accoglienza, che è l’oggetto del libro di Marco Rovelli, ma anche, ad esempio, la ridefinizione oggi assai problematica dei confini tra pubblico e privato, o le questioni politico-giuridiche poste dai progressi tecnologici in ambito bioetico. Dico questo per riconoscere alle analisi che vengono proposte la capacità di misurarsi con problemi reali, e non semplicemente con vaghe costruzioni teoriche. Quel che però io ho cercato, nel libro di Marco, e non ho trovato, è una dimostrazione delle parole di Agamben che pure Marco cita. (Ecco il torto che faccio al libro: discutere la tesi che è esposta nell’appendice, come se la trovassi formulata in un saggio, e non appunto in un’appendice alle storie di Carlos, di Abdelali e degli altri. Si può dire che la risposta alla mia questione è Carlos, è Abdelali, è Samir: allora accetterei di avere torto, e abbasserei lo sguardo non potendo sostenere il loro).
Agamben dice: “Lo stato di eccezione ha anzi raggiunto il suo massimo dispiegamento planetario” e intende che lo abbiamo raggiunto oggi, non che lo si sia raggiunto con i lager nazisti. Più precisamente, si è ormai raggiunta, secondo Marco (che segue sul punto Agamben) “una soglia di indeterminazione fra democrazia e assolutismo”. Se il campo è la forma della politica contemporanea, democrazia e assolutismo appaiono come due varianti all’interno di una stessa forma, o di una stessa condizione, quella in cui “l’eccezione è diventata la regola”. Se infatti l’eccezione è diventata la regola con gli stati totalitari, “tale è rimasta dopo la loro scomparsa, e oggi la ritroviamo dispiegata su scala mondiale”.
Ora, di questa tesi io esigo dimostrazione. Non mi basta il mutamento in corso del quadro di diritto internazionale, o di quello interno; non mi basta Guantanamo né “lo stadio di Bari, in cui nel 1991 la polizia italiana ammassò provvisoriamente gli immigrati clandestini albanesi prima di rispedirlinel loro paese” (l’esempio è addotto da Agamben, in Homo sacer). Questi ultimi sono esempi, e per quanto esemplari, anzi proprio perché esemplari, mantengono ancora il carattere di esperienze-limite che non riversano necessariamente i loro inquietanti e preoccupanti connotati sull’intera vita giuridica del nostro paese (o dell’ordine giuridico internazionale).
Non ho tesi da contrapporre, al riguardo – men che meno tesi “senza ritorno”. Ma mi chiedo se, per sostenere che il campo è il paradigma biopolitico della modernità, un paradigma fondamentale, dinanzi al quale perde senso la distinzione tra democrazia e totalitarismo (una distinzione che io invece saprei tracciare sotto molti, per me non rinunciabili aspetti), non occorra qualcosa di più di Guantanamo o di Bari (o di Genova: anche Genova durante il G8 fu trasformata secondo Agamben in un campo). Mi chiedo perché non si debba mantenere l’idea che quella del campo sia solo una possibilità, per quanto da pensare come incombente per principio sui nostri sistemi giuridici, per ragioni costituive dell’intera compagine giuridica occidentale (che qui non discuto ma che andrebbero discusse in relazione alla prima tesi di Agamben riferita sopra) e per ragioni storicamente più ravvicinate, in relazione a fenomeni come i flussi migratori o l’emergenze di istituzioni di diritto sovranazionale che non siamo ancora preparati ad affrontare. Ma appunto una possibilità, un fantasma che può tornare a visitarci, non una realtà che occupi ormai l’intero spazio politico contemporaneo.
E così concludo. Il libro di Marco è un bel libro, un libro che lascia il segno. La mia passione per la filosofia è causa che infine abbia preso il sopravvento la discussione di una tesi che ha forse notevoli potenzialità euristiche, ma che attende di essere formulata e comprovata, per dir così, ‘dati alla mano’. I dati che però accompagnano le storie raccolte da Marco, e queste stesse storie, non consentono dubbi circa il fatto che il modo in cui finora l’Italia si è mossa sul fronte delle politiche dell’immigrazione denota, nel migliore dei casi, larga impreparazione, e nel peggiore…
E nel peggiore il grido di Carlos, il sangue di Abdelali, le pagine strappate del Corano di Samir, il pianto di Sajjad, il pestaggio di Montassar. E la confusa eco di tutti le voci, e delle lingue straniere che si mescolano nel campo senza riuscire quasi mai a intendersi.