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La magistratura malata di correntite

 

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R. Morris, Three Rulers (1963)

La nomina del procuratore della Repubblica di Napoli – una buona notizia, dopo mesi di supplenza – sta suscitando un vespaio di polemiche. Il voto al CSM, che ha scelto a maggioranza Giovanni Melillo – non è piaciuto a “Unità per la Costituzione”, che dopo essersi espressa compattamente, in seno al Consiglio, a favore di Federico Cafiero de Raho, ha diramato un lungo comunicato per esprimere la propria insoddisfazione per la linea adottata dall’organo di autogoverno della magistratura.
Nessuno dei motivi ripresi nel comunicato – due, essenzialmente:  la maggiore anzianità in servizio di Cafiero de Raho, e la vicinanza di Melillo al governo, avendo avuto un legame fiduciario con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, di cui è stato Capo di Gabinetto fino a poco tempo fa – è in realtà rimasto fuori dalle considerazioni svolte nella discussione al CSM. Tuttavia i vertici di “Unità per la Costituzione”, insoddisfatti e per nulla persuasi, hanno voluto ribadirli. E, nel ribadirli, hanno:
ricordato le qualità di Cafiero de Raho che, a loro dire, lo rendevano preferibile per il ruolo di procuratore; mostrato apprezzamento per la “compattezza” dei propri rappresentanti in seno al Consiglio; preso atto della scelta diversa operata non solo dai membri laici del CSM ma anche dai “prorogati componenti di diritto”, che è un modo obliquo e reticente per dire che la nomina di Melillo è stata, per Unicost, voluta dalla politica, e dai magistrati che devono ringraziare la politica per essere ancora in carica; espresso, infine, perplessità, per la scelta di quei membri togati che hanno preferito Melillo a De Raho (nonostante, è il poco gentile sottinteso, la toga che portano).
Il comunicato termina con un augurio di buon lavoro al nuovo procuratore, che dopo tutto quel che si è letto fin lì, suona puramente di circostanza.
Ora, è chiaro che dopo la spaccatura del CSM, Melillo dovrà lavorare per stabilire un clima di collaborazione, di fiducia e di rispetto reciproco, il che è peraltro indispensabile per il buon funzionamento di qualunque struttura complessa. È chiaro pure che le sfide di un territorio come quello napoletano “pervaso da potenti organizzazioni criminali” – come scrive Unicost nell’ultimo rigo del suo comunicato – richiedono anzitutto unità di intenti, e le polemiche non sono certo il miglior viatico per il nuovo Capo della Procura. Ma il commento critico che Unicost non ha saputo evitare di dettare fa soprattutto questo effetto, di ricordare anche al più distratto dei suoi lettori qual è il peso delle correnti in magistratura e quali sono le logiche con cui si muovono.
Gli esponenti di Unicost nel CSM si sono mostrati compatti, e il  Presidente e il Segretario del loro partito esprimono grande apprezzamento, proprio come il capo di una corrente democristiana d’antan poteva congratularsi con i propri esponenti all’indomani di un voto in Parlamento. Tutto il fulcro del ragionamento ruota intorno all’imparzialità che il magistrato deve assicurare: non solo essere, ma anche apparire imparziale. E Melillo, per via dell’incarico a via Arenula, non avrebbe questo fondamentale requisito. La qual cosa, ovviamente, non viene detta così: chiara e tonda; ma lasciata intendere, come nel più tradizionale teatrino delle dichiarazioni che i politici rilasciano a margine di un congresso, o di una riunione di direzione. Dopodiché, però, più della rivendicazione della necessaria distanza dalla politica, quel che si sente distintamente, nelle parole usate dalla corrente, è non una rivendicazione di indipendenza ma una rivendicazione di appartenenza, uno spirito di corpo: i miei e i tuoi, gli amici egli avversari, quelli che stanno con me e quelli che stanno con gli altri, o si fanno comprare dagli altri.
Non è mai troppo tardi per accorgersi della politicizzazione della magistratura e della sua degenerazione correntizia, naturalmente. Ma quando (e se) ce ne si accorge, più che prendersela con il prescelto della corrente avversa, sarebbe bene che si provasse a mettere mano seriamente a una riforma dell’istituzione. E invece l’unica riforma che, in materia di giustizia, non ha fatto nessun passo, né in avanti né indietro, né in bene né in male, è la riforma del CSM. Per forza: il governo ha deciso di aspettare l’autoriforma. Campa cavallo. Così il Consiglio Superiore della Magistratura può limitarsi a emanare serissime e più stringenti circolari, per esempio in materia di incarichi, per poi applicarle, disapplicarle o diversamente applicarle a seconda delle esigenze. E, sempre a seconda delle esigenze, o meglio degli interessi in gioco, troverà quelli che ne lamentano l’applicazione, quelli che ne lamentano la disapplicazione, e quelli che ne lamentano la diversa applicazione. In un festival dell’ipocrisia, per cui stavolta sobbalza Unicost, la prossima volta si inalbera Area, e la volta ancora dopo chissà chi.
Non è, come si vede, questione di come possa lavorare Melillo a Napoli e di quale clima troverà in Procura, ma, purtroppo, di come funziona la giustizia italiana.
(Il Mattino, 1° agosto 2017)

Napoli, la Procura scoperta e i giochini delle correnti

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Dal momento in cui il procuratore Colangelo ha lasciato la Procura di Napoli sono trascorsi 148 giorni, circa cinque mesi. L’ufficio statistico del Csm, che ha analizzato l’attività del Consiglio mettendola a confronto con quella svolta nelle precedenti consiliature, non troverebbe questo numero elevato, tutt’altro. I tempi medi che intercorrono tra l’apertura della pratica e la delibera di conferimento dell’incarico ammontano infatti a 295 giorni. E sono pure in calo, visto che nella consiliatura precedente erano 344: quasi un anno. Il ritardo, dunque, non è affatto anomalo. E però lo stesso Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, mentre faceva presente a questo giornale, lo scorso 29 marzo, che la pratica è spinosa, che il Csm ha da smaltire un numero eccezionale di nomine, e che la sua produttività è stata comunque superiore a quella degli anni passati, formulava comunque l’auspicio che la sede della procura più grande d’Italia potesse avere un procuratore presto, «prima dell’estate».

Ora, se si riferiva all’inizio dell’estate astronomica, l’auspicio non si è realizzato perché l’estate è cominciata puntuale – il 21 giugno, alle 4,24, ora del solstizio – e il procuratore a Napoli non c’è ancora. Se invece intendeva riferirsi alla conclusione della stagione, allora mancano ancora poco meno di tre mesi: ma davvero la Procura di Napoli può attendere altri tre mesi senza la nomina del suo vertice?

A leggere le pagine dei giornali su inchieste scottanti, fughe di notizie clamorose, avvisi di garanzia mai spiccati prima, intercettazioni e manipolazioni, c’è da dubitarne. Naturalmente nessuno mette in discussione la serietà, l’impegno e le capacità del procuratore aggiunto, Nunzio Fragliasso, che sta reggendo la Procura in questi mesi. Ma la complessità di un ufficio gravato da una enorme mole di lavoro, con molte inchieste delicate per le mani, esposto anche a polemiche e sollecitazioni le più diverse, esige che si proceda con la massima sollecitudine. Tanto più che si tratta di indicare una figura istituzionale di assoluto rilievo, a cui spettano non solo grandi responsabilità ma anche una cifra simbolica ragguardevole, soprattutto in una città come Napoli.

Ora, non c’è bisogno di chissà quale retroscena per comprendere le ragioni per cui si temono ulteriormente slittamenti, oltre la prossima riunione della Commissione deputata, fissata per il 6 luglio, e, a quel punto, ben oltre il solleone agostano. Quelle ragioni stanno infatti nelle parole molto franche e molto trasparenti usate dallo stesso Legnini, nella citata intervista napoletana: «Tutti sappiamo che la scelta del Capo di un ufficio è il frutto della coniugazione di valutazioni di merito con il voto in Commissione e in Plenum, essendo il Csm un organo elettivo e democratico». Manca la parola “politico”, ma è chiaro che dove c’è democrazia e dove ci sono elezioni c’è, legittimamente, la politica. Con questo Csm, c’è poco da fare: questo è il metodo. Altre volte Legnini ha spiegato, parlando del lavoro del Csm in materia di nomine, che bisogna riconoscere il cambiamento in atto: «è in corso un eccezionale ricambio alla guida degli uffici, che ridisegnerà il volto del sistema giudiziario italiano, con magistrati scelti per incarichi di vertice in base al merito».  Ma per esplorare i meriti dei principali candidati in lizza, non ci vogliono tutti questi mesi. Indipendenza e professionalità non sono in discussione: il punto forte del curriculum di Federico Cafiero de Raho è la sua esperienza investigativa; il punto forte del curriculum di Giovanni Melillo è la competenza in materia di organizzazione degli uffici. Questa essendo la materia della decisione, si tratta appunto di decidere. Se non si vuole dare l’impressione che la «coniugazione di valutazione di merito» passi del tutto in secondo piano rispetto al coniuge con cui la si deve coniugare, cioè alla composizione degli equilibri fra le correnti, bisogna allora estrarre senza indugi dal pacchetto delle nomine la procura di Napoli e procedere, con una piena assunzione di responsabilità da parte del Csm.

Anche perché se non c’è oggi un vuoto di direzione, c’è sicuramente bisogno di un cambiamento di direzione rispetto a situazioni consolidate, a modalità di lavoro e a linee di azione giustificate più dall’abitudine che dai risultati. E più dalla ricaduta nel dibattito pubblico che da quella nelle dinamiche processuali in aula.

Il progetto di innovazione portato avanti nei mesi scorsi dalla procura di Napoli, e i cambiamenti radicali che saranno comportati dalla piena digitalizzazione dei fascicoli penali, impongono un ripensamento degli assetti operativi, organizzativi e tecnologici degli uffici. La lentezza della giustizia non è infatti solo un problema normativo, ma è anche un problema organizzativo: a Napoli, e in tutta Italia. Certo però che se, per far maturare il «frutto della coniugazione» ci vuole così tanto tempo, allora non c’è innovazione né organizzazione che tenga: si rischia di rimane chissà quanto sotto l’albero del Csm col braccio teso, ad aspettare.

(Il Mattino, 29 giugno 2017)

Le ambizioni politiche e la città dimenticata

Napoli

Un «buon risultato», dice Luigi De Magistris, che trae dal voto amministrativo di domenica motivi di soddisfazione per gli esiti di Arzano e Bacoli, dove i candidati appoggiati dal Sindaco di Napoli hanno raggiunto il ballottaggio. Non è andata così nelle altre città dove compariva il simbolo della lista DemA, ma, parola del Sindaco, «era importante cominciare». Certo, in tempi di estrema volatilità del voto, tutto può essere: persino che un giorno l’attuale primo cittadino siederà a Palazzo Chigi, con un consenso capace di andare oltre la cinta daziaria del capoluogo partenopeo, ma intanto che cosa si fa? Di fronte all’esiguità dei numeri raggranellati domenica, è più facile ipotizzare per Dema un destino simile nelle percentuali alla infausta «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia, che non improvvisi sfondamenti elettorali, sul modello di Podemos in Spagna. Il dato medio di Dema si aggira infatti tra il 5% e il 6%: non propriamente un successo. De Magistris pesca inoltre in un’area nella quale sono già presenti numerose formazioni politiche di sinistra-sinistra – da Pisapia a Sinistra Italiana, da Civati a Mdp di Bersani e D’Alema –, senza dire che il voto dato in nome della trasparenza, della giustizia, della partecipazione ha già, a livello nazionale, un forte catalizzatore nel Movimento Cinquestelle.

Ma vada come vada: cosa si fa, intanto? Tutte le sinistre massimaliste hanno avuto, da sempre, il limite di non curarsi troppo dei programmi «minimi», cioè delle cose da fare nel frattempo, prima che scocchi l’ora X della rivoluzione. La differenza è che però De Magistris rimanda tutti a un appuntamento politico fissato a data da destinarsi, o comunque molto lontano nel tempo, mentre si trova a fare personalmente il sindaco, mentre cioè siede a Palazzo san Giacomo e ha doveri amministrativi piuttosto impellenti. La sua Amministrazione ha i cantieri aperti su via Marina o da aprire per la manutenzione di corso Vittorio Emanuele: in quel caso, l’importante non è affatto cominciare, ma finire, possibilmente nel rispetto dei tempi previsti per la realizzazione delle opere, limitando i disagi ai cittadini. Ha difficoltà nel rispettare gli adempimenti contrattuali con la ditta impegnata nella revisione dell’impianto della Funicolare Centrale, col rischio che i lavori non vengano ultimati a causa del ritardo dei pagamenti. Ha da inventarsi una strategia per il sistema dei trasporti pubblici e un’Azienda pubblica sull’orlo del fallimento, costretta a aumentare il costo dei biglietti (scattato ieri) senza poter offrire miglioramenti dal lato dei servizi erogati. Ha da ristrutturare i servizi colabrodo di riscossione delle multe e dei canoni di locazione, ha da realizzare vendite di immobili da anni al palo, ha da costruire un’idea di organizzazione e gestione dei flussi turistici che vada al di là dell’entusiasmo estemporaneo per l’aumento delle presenze. Ha, infine, da impegnarsi su Bagnoli mettendo da parte i calcoli politici: smettendola di cercare soddisfazioni simboliche in nome dell’orgoglio, dell’indipendenza, dell’autonomia e della sovranità della città, per accomodarsi più modestamente a una seria collaborazione istituzionale.

La mistura ideologica del progetto DemA non è, ad oggi, formula che giustifichi le ambizioni politiche del suo inventore, ma quand’anche lo fosse, non dovrebbe funzionare come un’arma di distrazione di massa. Tra l’attuazione della Costituzione e l’attuazione di un programma amministrativo solido e concreto, la preferenza va accordata alla seconda: se non altro perché proprio la Costituzione e la legge gliene assegnano il compito. E poi: va bene fare il bilancio del voto nell’hinterland, o farsi venire la curiosità di registrare quanti voti DemA ha preso a Taranto (poco più dell’1%) o a Carrara (quasi il 2%), ma per i cittadini napoletani i problemi di bilancio del Comune e lo stato di pre-dissesto, tra debiti fuori bilancio e inefficienze ammnistrative, costituiscono una preoccupazione ben più pressante.

A chiusura del Maggio dei monumenti, De Magistris ha sottolineato il grande successo della manifestazione e ha poi aggiunto: «Ora siamo impegnati anche a rafforzare finanziariamente ed economicamente l’Ente e mettere in campo le azioni per migliorare tutti i servizi». Ecco: se quell’«anche» diventasse nei mesi prossimi un: «innanzitutto e quasi esclusivamente», siamo sicuri che se ne gioverebbe il suo profilo di Sindaco e soprattutto ne guadagnerebbe la città.

(Il Mattino, 13 giugno 2017)

De Magistris e l’autogoverno irresponsabile

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La distanza fra la cifra amministrativa della giunta de Magistris e quella politica si allarga. Il Rendiconto di Bilancio passa, la maggioranza applaude, il sindaco ringrazia l’assessore Salvatore Palma per il suo straordinario lavoro, e poi lo congeda con un ultimo saluto. Licenziato. E per dar conto di una decisione altrimenti incomprensibile si appella al contesto «di una crescita non solo amministrativa ma anche politica». Le due cose in realtà non camminano affatto insieme, perché il sindaco è costretto dai mutati e sempre precari equilibri politici a sacrificare proprio l’uomo che teneva i conti, e li teneva su un crinale sempre molto sottile, col baratro del dissesto finanziario non troppo lontano. Ora c’è da augurarsi che il nuovo arrivato, Enrico Panini, trovi subito il filo della matassa, ma certo non si tratta di una mossa ispirata anzitutto all’efficienza e all’efficacia dell’azione di governo.

Quello che è accaduto in aula, non è in realtà molto diverso dal senso complessivo che questa seconda sindacatura sta sempre più assumendo. La sua formula è quella della proporzione inversa: quanto più impegno politico, tanto meno rendiconto amministrativo. Il terreno sul quale Luigi de Magistris cerca e mantiene il rapporto con la città non è infatti quello del risanamento dei conti pubblici, o dell’innalzamento della qualità dei servizi: non si misura con i minuti di attesa dei bus o con il volume delle dismissioni immobiliari. Il Sindaco confida sul consenso di cui gode ancora un’esperienza dalla forte caratura ideologica, mantenuta in connessione con umori e passioni popolari vivi e vitali, che fanno fronte comune nell’orientarsi di volta in volta contro il governo, i poteri forti, il pensiero unico liberista: comunque ben oltre il quadro di responsabilità amministrative di cui un Sindaco è chiamato a rispondere. Di cosa infatti risponde De Magistris? Di orgoglio partenopeo, che sa muovere e suscitare, di attuazione democratica della costituzione, che non è chiarissimo come possa dipendere dalle delibere di una giunta comunale, di processi di distribuzione del potere al popolo, qualunque cosa ciò significhi, e di una politica dell’onestà e delle mani pulite, che rimane la tonalità comune di tutto il malcontento nei confronti delle classi dirigenti. Salvatore Palma stava un passo dietro la roboante retorica del Sindaco, per controllare che l’azione amministrativa non deragliasse del tutto. Ora, quando il Sindaco si volterà per avere almeno un parere tecnico in più, quel parere non lo avrà più dal suo assessore al bilancio.

Il tema dei rapporti tra tecnica e politica non può – è vero – esaurirsi in una forma di supplenza della prima ai danni della seconda. Non è vero neppure che ai servizi sociali debba esserci per forza un sociologo o che all’assessorato ai giovani debbano essere esclusi gli over 50. Per lo stesso motivo, al bilancio non deve andarci per forza un revisore dei conti. Ma nella decisione assunta ieri si tratta, per un verso, di puntellare una maggioranza con l’ingresso di nuove formazioni, in un gioco ad incastro che la frammentazione della rappresentanza in seno al consiglio comunale rende sempre più difficile; per altro verso, si tratta della via d’uscita più frequentata dal sindaco, quando viene messo dinanzi a problemi politici reali: spostare altrove il fuoco dell’attenzione.

Lo si è visto bene anche nelle ultime battute polemiche che ha riservato al governo. Gli omicidi commessi in città negli ultimi giorni hanno suscitato un nuovo allarme. Qual è stata la risposta del Sindaco? Invocare più forse e più risorse da parte del governo, per assicurare un più efficace controllo del territorio. Ora, è comprensibile e anzi giusto che il primo cittadino si affidi anzitutto all’azione repressiva delle forze dell’ordine (anche se il ministro della Giustizia Orlando ha prontamente replicato che l’attenzione del governo per i problemi dell’area napoletana non è affatto mancata in questi anni), ma che dire delle misure che il decreto Minniti ha introdotto mettendo in capo ai sindaci nuovi strumenti per assicurare l’ordine pubblico e il rispetto della legge nelle aree urbane? Il Sindaco di Napoli le rigetta: non ne vuole sapere, non è lui che vuole fare la guerra ai parcheggiatori abusivi e alle occupazioni illegali. Il che è certo coerente con la sua ideologia comunarda e la sua passione per i centri sociali, ma stride con lo scaricabarile di cui si rende protagonista quando accolla tutti gli oneri del rispetto della legge alle istituzioni dello Stato.

Allora De Magistris la butta in politica. E funziona così: che un conto è il governo, ben altro è l’autogoverno. Il primo è chiamato a rispondere ed è subissato di critiche; il secondo non risponde se non della felicità e dell’amore dei napoletani. Perché allora meravigliarsi se l’insorgenza partenopea può fare a meno di un rigoroso assessore al Bilancio? Non è in fondo durato già troppo?

(Il Mattino, 28 maggio 2017)

Chi comanda in Procura?

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L’incolpazione di Henry John Woodcock per illeciti disciplinari riporta alla ribalta una vicenda che sembrava dovesse spengersi lentamente, come a volte accade alle grandi fiammate che bruciano improvvisamente sui media, per poi scivolare poco a poco e consumarsi lontano dai riflettori.

E invece no: sotto i riflettori ci ritorna perché il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha ravvisato gli estremi per incolpare Woodcock di aver violato sulla vicenda Consip la consegna del «più assoluto riserbo» voluta dal procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, e per avere interferito indebitamente con l’indagine della Procura di Roma.

Cos’era infatti accaduto? Che la Procura di Roma aveva revocato l’indagine tenuta dal Noe di Napoli e dal capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto a seguito della fuga di notizie che aveva accompagnato il passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma. Passa un mese, o giù di lì, e i magistrati romani si accorgono di una manipolazione del contenuto delle intercettazioni, con la quale in bocca all’imprenditore Romeo finisce una frase da lui mai pronunciata, che l’investigatore giudica peraltro di particolare rilievo a sostegno dell’ipotesi di traffico di influenze che si viene formulando a carico del padre di Matteo Renzi, Tiziano. Una falsità, di una gravità inaudita, che però salta fuori solo perché la Procura di Roma spulcia fra le carte dell’inchiesta.

Ora apprendiamo dall’atto del procuratore Ciccolo che, scoppiata la notizia dell’accusa nei confronti di Scafarto, il dottor Fragliasso tiene una riunione con i pm coinvolti, nel corso della quale Woodcok manifesta l’esigenza che l’ufficio confermi piena fiducia al capitano Scafarto e al nucleo investigativo del Noe. Cosa che avviene. Apprendiamo pure che, nel corso della riunione, Fragliasso raccomanda la consegna del silenzio con gli organi di informazione «per non interferire con le indagini». Cosa che invece non avviene: Woodcock parla, le sue parole finiscono sui giornali ed interferiscono pesantemente, perché il magistrato napoletano si perita di spiegare che, a parer suo, solo un pazzo avrebbe potuto deliberatamente compiere un falso negli atti dell’indagine in corso, escludendo dunque che potesse trattarsi di altro che di un errore. In tal modo, scrive Ciccolo nella sua incolpazione, «ha pubblicamente contraddetto e svalutato l’impostazione accusatoria della Procura di Roma, fondata invece sulla ritenuta falsità».

Ce n’è abbastanza per notare le seguenti cose. La prima, che ci troviamo di fronte a un magistrato che disattende palesemente il suo dover d’ufficio al riserbo, richiestogli in una circostanza così delicata dal capo della sua Procura, salvo poi sostenere di essere stato tratto in inganno: un’ingenuità che però appare sorprendente in un uomo navigato come Woodcock, peraltro avvezzo ad avere i giornalisti alle calcagna. La seconda, che mentre tutta Italia si chiede come sia possibile che in un’indagine così delicata, che lambisce i più alti vertici istituzionali, le parole agli atti non vengano controllate non una ma cento volte, prima di costruirci su un castello di accuse – mentre tutta Italia si chiede questo, Woodcock rivolge al procuratore Fragliasso la richiesta di mantenere Scafarto al suo posto. Una richiesta talmente imbarazzante, che lo stesso capitano dei carabinieri chiederà, a sua propria tutela, di essere sollevato dal ruolo. Prudenza avrebbe voluto che ci pensassero i magistrati napoletani, invece i magistrati pensano il contrario. Woodcock garantisce per Scafarto, e la Procura lo segue. Questa è la terza cosa che lascia di stucco: può darsi che i rapporti professionali fossero tali da giustificare una simile condiscendenza, sta di fatto che l’impressione che se ne ricava è che da quelle parti sia Woodcock a dettare la linea, persino in una circostanza così complessa.

Quarto: la procura di Napoli aveva assicurato, con tanto di comunicato ufficiale, che non c’era stato alcun attrito con Pignatone e i pm romani. Nessun contrasto, nessuna tensione. Su questa posizione si era attestato anche il Csm. Comprensibilmente, perché non è mai saggio alimentare conflitti istituzionali. Ma ora sappiamo dall’atto di incolpazione del procuratore generale che lo scontro c’è stato eccome, visto che un magistrato napoletano è accusato di avere interferito con le indagini romane, provando a demolire pubblicamente l’accusa formulata a danno di Scafarto. In sostanza, Woodcock ha mandato a dire ai colleghi romani, a mezzo stampa, che Scafarto era un suo uomo e non andava toccato.

L’ultimo punto accompagna questa vicenda fin dall’inizio. A Napoli manca da mesi il capo della Procura. Il Csm non l’ha ancora nominato. Lo segnalammo (incidentalmente, ma non troppo), quando il caso scoppiò. Torniamo a segnalarlo ora, visto che è palese – indipendentemente dalla grande qualità ed esperienza delle persone coinvolte – che non è la stessa cosa essere il procuratore ed essere il facente funzione. Forse ci sbagliamo, ma la condotta di Woodcock, per come viene delineata dal procuratore Ciccolo nella circostanza, inclina a darci ragione.

(Il Mattino, 9 maggio 2017)

 

La voglia di riformismo non è morta

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Anche a Napoli (e anche in Campania) si riparte da Renzi. E la domanda da porre al neo-segretario del Pd è dunque: e adesso? E adesso è la volta che imbraccerà veramente il lanciafiamme? Ed è quello che davvero ci vuole? La metafora che Renzi ha usato in passato esprimeva tutta l’insoddisfazione del segretario nazionale del partito per i risultati del Pd napoletano. Ma oltre l’insoddisfazione Renzi non era andato, in realtà: non erano seguite prese di posizione rispetto ai gruppi dirigenti, non era stata scelta la via drastica del commissariamento, non si era scelto né di tagliare i rami secchi né di coltivare i deboli germogli di rinnovamento comparsi qua e là. Un’opera di rimozione, più che di rottamazione.

La ragione è presto detta: il Renzi rottamatore che nel 2013 prende le redini del partito democratico decide, a Napoli e nel Mezzogiorno, di assecondare le dinamiche locali, piuttosto che di sovvertirle. È una scelta compiuta in stato di necessità (Renzi arriva al governo senza nemmeno passare per il voto popolare), ma anche una scelta dettata da una certa sottovalutazione della funzione del partito nella selezione delle classi dirigenti. Così il Pd renziano si limita da queste parti a sommare quello che c’è, bello o brutto che sia. E quello che c’è ha ovviamente tutto l’interesse a perpetuare lo status quo: non potrebbe essere altrimenti.

Ora però comincia il secondo tempo della partita che Renzi giocò quattro anni fa, e non tutto è rimasto uguale a prima. A tacer d’altro, di mezzo ci sono state le sconfitte alle amministrative di Roma e Torino, che in fondo hanno seguito Napoli nel consegnare il Municipio a una formazione populista. Qui De Magistris scassò tutto già nel 2011, ed entrò a Palazzo San Giacomo; a Roma e Torino è accaduto lo scorso anno, con la Raggi e l’Appendino. E così si è fatta drammaticamente evidente l’usura delle classi dirigenti locali. Scegliere dunque di sostenersi sul notabilato che in periferia racimola voti ma non produce egemonia – come si sarebbe detto una volta – si rivela essere una scorciatoia sempre più stretta e sempre meno praticabile.

Il voto napoletano dimostra tuttavia che anche in questa città resiste un elettorato di sinistra che continua a votare il Pd e a riconoscersi in una proposta politica riformista, di respiro e formato nazionale ed europeo, una prospettiva che difficilmente De Magistris può assicurare. Il punto è come svincolare questo risultato da una geografia di stampo localistico, e congiungerlo al resto del Paese. Se De Magistris è impegnato a costruire un meridionalismo “contro”, questo voto consente a Renzi e al partito democratico di costruire un nuovo meridionalismo “per”?

Ora Renzi può davvero prendere il lanciafiamme? Nella sua versione precedente, quell’arma non ha sparato un colpo, e cambiare tutto per non cambiare nulla è stata la fatale conseguenza di condizionamenti da cui la segreteria Renzi non ha saputo affrancarsi. Il voto di ieri dà al neo-segretario un’indubbia forza: a Napoli e nel Paese. Gli dà anche un obiettivo: impegnare quei voti per tornare a collegare il Sud all’Italia e all’Europa, invece di contrapporlo in una prospettiva ribellistica e rivendicazionista. Cambierà anche il partito, di conseguenza, se non altro perché quel pezzo che pensa che essere di sinistra obblighi a parlare con De Magistris dovrà venire a un chiarimento definitivo.

(Il Mattino, 1° maggio 2017)

Il Pd azzerato alla corte di De Magistris

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Giorni fa, De Magistris l’ha presentata come una scelta di cooperazione istituzionale: le deleghe da assegnare in Città metropolitana prescindono dall’appartenenza politica e vanno dunque a tutti i membri del consiglio. È sempre difficile seguire il sindaco nella lettera delle sue dichiarazioni, ed è quindi poco chiaro cosa significhi che la legge istitutiva dell’Ente «non crea maggioranza e opposizione», dal momento che l’organismo rappresentativo, che ha compiti di amministrazione di un’area vasta, è disegnato perché funzioni sulla base del voto di maggioranza, ed è questo banale meccanismo democratico – e nient’altro – che crea, a Napoli come in tutte le altre città metropolitane, una maggioranza e una minoranza. Quest’ultima, di regola, fa opposizione. Ma il partito democratico napoletano no: si sottrae alla regola. Ricevuto l’invito, lo ha accolto di buon grado e ha prontamente accettato le deleghe. Subito dopo, però, sono cominciati i malumori, i ripensamenti e le pause di riflessione. E il Pd è tornato ad essere quel che l’opinione pubblica è abituato a considerare: un tendone sotto il quale si esibiscono con diversa fortuna gruppi e sottogruppi, senza un filo comune e dunque fatalmente esposto al pastrocchio.

Ci sono stati così gli interventi più decisi dei dirigenti nazionali: lunedì ci ha pensato il presidente del Pd, Matteo Orfini, a giudicare incomprensibile la scelta dei consiglieri democrat; mercoledì è toccato invece al ministro Martina, anche lui in visita a Napoli, ribadire l’ovvio: che cioè assumere una responsabilità nel governo dell’Ente metropolitano non c’entra nulla con la sensibilità istituzionale.

Ciononostante, non è mica detto che i consiglieri del Pd facciano macchina indietro: a Napoli il Pd mette qualche fatica a star dietro alle più semplici ovvietà. Mentre è velocissimo a disfare quel poco che prova a costruire. Due cose aveva fatto finora, dopo aver perso rovinosamente le elezioni: aveva tenuto Valeria Valente in consiglio come capogruppo dei democratici, e scelto una linea di opposizione intransigente. In poco meno di un anno la Valente ha dovuto dimettersi, per via dello scandalo sui candidati a loro insaputa, e la linea di opposizione adottata sin lì, è divenuta un po’ più morbida, e soprattutto passibile delle interpretazioni più creative offerte dai consiglieri metropolitani, dove le deleghe «octroyées», gentilmente concesse da De Magistris, sono state prontamente accettate.

Non era ancora arrivato a tre, il Pd, con le cose da cui ricominciare. Ma prima ancora di arrivarci, ha buttato la prima, e ora vuol buttare via pure la seconda. Il che rischia di tradursi in uno zero, al tirar delle somme.

L’azzeramento delle identità politiche è del resto l’altra faccia della medaglia De Magistris. Lo è dal 2011, da quando De Magistris scassò tutto vincendo a sorpresa le elezioni, nel suicidio della destra e della sinistra napoletana. Sono trascorsi quasi sei anni e misurare i passi avanti è un’impresa assai difficile. Quel che infatti è cresciuto non è certo un nuovo profilo del centrosinistra – o, dall’altra parte, del centrodestra –. L’unica cosa che si distingue con chiarezza – che si vede persino da Bergamo o da Pordenone, e che perciò attira come il miele l’orso leghista Salvini, quando si tratta di far polemiche – è la dolciastra identità partenopea, l’anima napoletana confusa e felice che De Magistris ha deciso di rappresentare. Napoli ha naturalmente anche altri sapori, ma quello che il Sindaco ha scelto funziona come un potente surrogato per una fisionomia politica e culturale che le altre forze presenti in città non riescono in nessun modo ad assumere. Non, almeno, fino ad oggi.

 

Generoso e guascone con le parole, il Sindaco sa poi essere anche furbo con i comportamenti. Seminare zizzania tra i suoi avversari politici, compiere qualche manovra tattica, e offrire un posto in cucina a qualche consigliere: costa poco, vale niente e consente a De Magistris di rimanere saldamente il dominus della situazione. In attesa, beninteso, di altri palcoscenici o della rivoluzione mondiale. Che non si farà in provincia, ma che importa? I democratici non hanno ancora capito che le contraddizioni vengono imputate non a chi vince, ma sempre solo a chi perde. A quanto pare, il Pd sembra insomma deciso ad interpretare al meglio un altro pezzo dell’identità napoletana: quello dal sapore amaro che Francesco Durante ha chiamato una volta «sconfittismo ontologico».

(Il Mattino, 14 aprile 2017)