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Se l’archiviazione si trasforma in mezza condanna

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L’avviso di garanzia. Poi il chiasso mediatico, le paginate dei giornali. E le indagini, e i supplementi di indagine, che a volte si chiudono con un rinvio a giudizio, molte altre volte no. Infine le sentenze di condanna, che però sono ancora di meno, e quasi sempre vedono sensibilmente ridimensionate le ipotesi accusatorie iniziali.

Così è andata anche nel caso della direttrice generale del Santobono, Annamaria Minicucci: l’avviso di garanzia le arriva per un presunto suo coinvolgimento in nomine che avrebbero soddisfatto appetiti criminali; il suo nome finisce sui giornali insieme all’ipotesi di legami con la camorra; l’inchiesta si abbatte su manager pubblici della sanità campana, suscitando scalpore, ma anche molti giudizi sommari. Un anno e mezzo dopo lo scenario è radicalmente diverso. Per la Minicucci è disposta l’archiviazione: non c’è nemmeno bisogno del processo. L’inchiesta va avanti per altre posizioni, ma il bersaglio grosso è mancato.

O forse non lo è: perché un’archiviazione che arriva a distanza di un anno e mezzo è comunque una mezza condanna, per l’indagato. Che non vede intaccata solo la sua reputazione, ma anche indebolita la sua stessa azione amministrativa, come ha raccontato la dottoressa Minicucci su questo giornale: come si fa a bandire altre gare, a stringere accordi con i sindacati e a gestire l’intera struttura organizzativa quando grava su di te l’ombra pesante di collusione con la camorra?

Ora, è chiaro che rientra nella fisiologia dell’attività di indagine, così come dell’ordinario svolgimento processuale, che non tutti gli indagati vengano rinviati a giudizio, e che non tutti gli imputati vengano condannati. Ma le dimensioni del fenomeno sembrano suggerire altro. Che vi sia cioè del metodo in questa follia. Perché infatti tenere nel cassetto un avviso di garanzia, quando si può dare maggiore visibilità e clamore all’indagine? Perché non sparare comunque, una salva di avvisi a raffica, tanto qualcosa alla fine rimarrà comunque impigliato nella rete della giustizia? L’avviso, del resto, è a tutela dell’indagato, che deve essere informato dell’attività investigativa che si svolge sul suo conto: è a fin di bene. Poi però accade esattamente il contrario. L’indagato è molto più spesso rovinato che non tutelato dall’avviso di garanzia, e la distanza temporale dalla prima notizia sull’ennesimo caso clamoroso dilata a dismisura il fumus di colpevolezza, che dura giorni e settimane e mesi, mentre l’informazione che molto tempo dopo accompagna l’archiviazione o l’assoluzione regge, se va bene, un solo giorno sui giornali.

Si vogliono con questo fermare le indagini, mettere le briglie ai pubblici ministeri, gridare «tana, liberi tutti»? Vogliamo insomma fare un favore ai ladri, prendendocela con le guardie? No, vogliamo due cose. La prima: che si prendano sul serio i numeri della giustizia, soprattutto quelli che riguardano l’abnormità delle sue fasi preliminari e cautelari, perché non siano più gestiti nei termini odiosi di una pena anticipata. La seconda: che buttar lì un avviso di garanzia, tanto poi si vedrà, non sia la prassi degli uffici giudiziari, in nome di un meccanico ossequio all’«atto dovuto». C’è voluta – due mesi fa – una circolare di Pignatone, il capo della procura di Roma, per richiamare a una maggiore sobrietà nell’uso dello strumento, soprattutto quando esso dispiega i suoi effetti, ben prima di qualunque serio accertamento, sulla vita pubblica. Ma una circolare non fa primavera, e ogni volta pare di stare daccapo.

«Ho sempre continuato a lavorare, anche dopo l’avviso di garanzia», ha dichiarato la dottoressa Minicucci, dando involontariamente alle sue parole il senso di un’impresa quasi eroica, come se restare al proprio posto, dopo l’apertura delle indagini, significasse farlo se non a dispetto dei santi, certo contro i sentimenti di un’opinione pubblica rancorosa, che manderebbe tutti in galera alla prima notifica di una Procura (cosa che purtroppo molto spesso i pm sanno bene, e non fanno nulla per scoraggiare). Ma io mi domando: che Paese è quello in cui diviene eroico quello che dovrebbe essere semplicemente normale?

(Il Mattino, 22 dicembre 2017)

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La sfida: tornare una vera comunità

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A distanza di un mese, la fotografia del partito democratico che è restituita dal voto congressuale è chiara: in città vince Nicola Oddati; in provincia, è invece davanti il neo-segretario Costa. La frattura non potrebbe essere più netta. E non potrebbe rendere più acuto il paradosso di un partito guidato da un segretario in minoranza in tutti i quartieri della città, dal Vomero a Poggioreale. Il suo lavoro comincia subito in salita, dunque – se comincia, perché il contenzioso sull’esito del congresso aperto dinanzi alla magistratura è ancora in piedi.
Le elezioni, d’altra parte, sono alle porte, e non è ben chiaro come il Pd arriverà al cruciale appuntamento. Non è ovviamente in gioco solo la formazione dei gruppi dirigenti, ma anche, anzi soprattutto, la selezione delle candidature. Che non verrà affidata alle primarie, come nel 2013, ma alle decisioni dei vertici, e dunque il tema della loro legittimazione è decisivo. E però può succedere di tutto: che si arrivi al giudizio del Tribunale; che il congresso finisca gambe all’aria; che il risultato ne venga confermato; che con uno scatto di improvvisa ragionevolezza si riesca a trovare un accordo che eviti il provvedimento del giudice.
Ma non c’è solo il Pd. O per meglio dire: la fotografia del voto democrat può essere presa come un’indicazione più generale, che viene confermata a Napoli come altrove: che cioè la città e il suo hinterland viaggiano ormai lungo linee divergenti. Un libro di Pareg Khanna, “Connectography”, ha di recente tracciato la mappa del mondo a partire dalle città: sono le città, infatti, che trainano il mondo,  sono le città i nodi reali dell’economia globale. Le città e non gli Stati, la cui funzione regolatrice ed equilibratrice mostra ormai la corda. Le città però dovrebbe significare: le aree metropolitane e il loro retroterra, sempre più connesse funzionalmente e simbolicamente con i capoluoghi.
Napoli però è molto lontano da questo modello di sviluppo. La separazione fra città e provincia dovrebbe essere ricucita dalle istituzioni dell’area metropolitana, ma le istituzioni dell’area metropolitana non hanno ancora cominciato a funzionare. Napoli e l’area vasta non viaggiano affatto all’unisono, né socialmente né politicamente. E anche nel partito democratico si riproduce la spaccatura, non solo nell’espressione del voto ma anche nelle condotte politiche: in città il Pd tiene un atteggiamento intransigente nei confronti di De Magistris e conduce un’opposizione senza sconti; in provincia, invece, tiene un atteggiamento ufficialmente “responsabile” e non disdegna accomodamenti con il Sindaco.
È difficile capire, in queste condizioni, che Pd sarà: un partito fieramente avversario del mondo arancione, che d’altra parte ha cercato in queste settimane un dialogo ravvicinato con la nuova formazione di sinistra, i Liberi ed Uguali di Pietro Grasso, oppure un partito disponibile al compromesso, in cambio di qualche quota di sottoporre nella gestione dell’ente metropolitano? Un partito in cerca di nuovi collegamenti con la società civile, o un partito dominato ancora dalle scelte dei capibastone? Un partito capace di interpretare le sfide della modernizzazione, delle forze più dinamiche della città, o un partito preoccupato di conservare quote sempre più residuali di consenso? Un partito capace di ritrovare il senso di una comunità politica, o un partito costretto ancora una volta a fare intervenire altre istanze per regolarne la vita interna, che si tratti di un giudice o di un commissario?
Non tutti questi dilemmi corrono ovviamente lungo la linea di separazione fra città e provincia, ma tutti però sono ostacolati, nella loro soluzione, da linee di divisione che si approfondiscono fino all’incomunicabilità, e che rendono difficile assegnare  al partito democratico il titolo di interlocutore affidabile per la costruzione di un progetto politico che coinvolga tutta la cintura partenopea.
Eppure non vi sarebbe altro modo di pensare la città, da parte di una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti, se almeno si vuole che nelle mappe delle nuove connessioni globali compaia, in futuro, anche Napoli.
(Il Mattino, 18 dicembre 2017)

Se Roma decide per Napoli divisa

Napoli caos

“O si ripristinano le regole, o in qualità di presidente nazionale interesserò io gli organismi di garanzia a tutela del partito nazionale”. Dunque, secondo il Presidente nazionale del partito democratico, Matteo Orfini, nel pd napoletano le regole non ci sono, o non vengono osservate. Se fino a ieri era forse ancora possibile considerare regolare l’andamento a singhiozzo del congresso provinciale – mezzo celebrato mezzo no, una domenica sì e l’altra pure – oggi lo è molto meno, visto che regolare non appare nemmeno al presidente del partito. Purtroppo non è una novità: tra primarie annullate, primarie contestate , ricorsi al tribunale e commissariamenti di federazione, va così, ormai, da un buon numero di anni. Mancava la nascita del gemello diverso, e ora c’è pure quello, con Nicola Oddati che ieri ha tenuto a battesimo “Passione democratica”. Sigla: Pd. Che è come dire che del neo-segretario Costa, uscito vincitore dalla conta dimezzata delle settimane scorse, non c’è da parte di Oddati (e dei Cozzolino, Impegno, Marciano, Buonavitacola che lo hanno sostenuto) alcun riconoscimento. Ci sono invece le carte bollate, cioè la certificazione che il Pd partenopeo, allo stato, può essere definito in molti modi, ma non come una comunità politica. Si vedrà nei prossimi giorni se le parole forti di Orfini approderanno all’unico esito possibile in queste condizioni, cioè all’ennesimo commissariamento (sempre che non arrivi prima un giudice a decidere per tutti), ma una cosa è certa: un partito precipitato all’11% che si divive in due, come una mela, vede le sue chance di ripartire ridotte al lumicino.

Del resto, fare della materia del congresso la sua conformità alle regole è confessare implicitamente che altra materia, allo stato, non v’è.

Eppure ci sarebbe, e come se ci sarebbe. Nel Parlamento, il Pd si è fatto interprete delle richieste formulate dall’Anci di venire incontro ai comuni in predissesto. Tra gli emendamenti presentati a firma democrat ve ne sono alcuni che consentirebbero a De Magistris di tirare il fiato: di avere ulteriore accesso al fondo di rotazione per coprire debiti fuori bilancio, di allungare i termini di rateizzazione dei debiti erariali e previdenziali del Comune e delle sue partecipate, di utilizzare ulteriori anticipazioni di liquidità. Orbene, si può capire lo spirito diciamo pure istituzionale con cui l’Anci si è mossa, al fianco dei comuni sull’orlo del baratro (tra i quali c’è Napoli); un po’ meno si capisce come mai sia il Pd a farsene zelante interprete, spingendosi sino al punto di firmare emendamenti calzati su misura sui conti di Palazzo San Giacomo. Ancor meno si capisce l’annuncio del governo di voler intervenire a favore degli enti locali in predissesto: se questo significherà, per De Magistris, vedersi riconosciuta la possibilità di presentare un piano di equilibrio sostitutivo di quello sonoramente bocciato  non da un ragioniere di passaggio ma dalla Corte dei Conti (e per il sindaco sarebbe la salvezza, almeno sul piano formale), allora l’incomprensibilità sarà totale. Il Pd controlla infatti tutte le caselle: guida l’Anci, guida il governo, ha i suoi parlamentari che presentano gli emendamenti. L’unica casella che non compare in questo surreale gioco di sponda è quella napoletana. In consiglio comunale la occupa Valeria Valente, che però conduce, praticamente in solitaria, la sua battaglia di segno diametralmente opposto sui conti disastrati del Comune, ma la sua voce evidentemente non arriva a Roma. Cioè non arriva la voce del Pd napoletano, che invece di fare su questa roba un congresso, e prendere una chiara posizione politica, si attorciglia su se stesso, si dilania tra correnti, si consuma in diatribe senza fine.

Di cui, diciamo la verità, nulla o quasi arriva all’opinione pubblica. Che certo non vuol sapere come finirà la conta interna e chi deciderà le candidature al Parlamento (la vera posta in gioco nella estenuante lotta di potere in corso), ma qual è il profilo politico del partito democratico a Napoli. E conseguentemente qual è la posizione del Pd su De Magistris, e se e a quali condizioni dargli una mano: per salvare lui o per salvare la città? Per cambiarne gli indirizzi e condizionarne le politiche o per contrattare un po’ di sottogoverno?

Ma niente: l’oggetto del contendere sono le regole, le tessere, le date, le poltrone. E intanto Roma decide su Napoli senza alcuna reale interlocuzione con gli attuali dirigenti del Pd napoletano. Un giudizio più spietato sulla loro rilevanza non si potrebbe dare.

(Il Mattino, 24 novembre 2017)

 

E’ partito l’avviso di sfratto

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Mozione di sfiducia per Luigi De Magistris. Firmata: Roberto Fico, Matteo Brambilla e il Movimento Cinquestelle. Dunque i grillini provano a fare sul serio anche a Napoli. E battono il loro primo colpo, da quando sono presenti in città, nel momento in cui massima è la difficoltà del sindaco di Napoli, e massima è anche l’eco del voto siciliano. Ci sono già state, è vero, le vittorie di Roma e Torino, ma quelle esperienze amministrative non hanno finora dato motivi di lustro particolari. La Raggi, a Roma, si sta rivelando un fallimento, e anche la Appendino, a Torino, dopo i primi mesi di luna di miele, comincia a sentire la fatica dell’amministrazione. Meglio dunque mettersi in scia del successo nell’isola. Anche se infatti è stato il centrodestra a spuntarla, il sentiment – come oggi si dice – è positivo e la sensazione che la ruota giri a favore dei Cinquesteĺle è forte.

Così, dopo anni di appeasement, anni in cui non si capiva se i grillini potevano considerarsi una proiezione nazionale degli umori espressi a Napoli da De Magistris, o viceversa De Magistris un precipitato locale di un fenomeno di rigetto della politica tradizionale già diffuso su scala nazionale, le cose sono infine venute a un chiarimento: Fico vuole candidarsi a sindaco di Napoli, i Cinquestelle non possono più accontentarsi di andare in scia. In realtà non era vera né l’una né l’altra cosa, Dema e Cinquestelle non sono sovrapponibili. Ma è chiaro che – date pure tutte le differenze – non possono esserci a Napoli due movimenti antisistema, due movimenti populisti, due formazioni in lotta contro tutti e tutto.

Il dado, dunque, è tratto. E il salto da Brambilla a Fico, quanto a peso politico, non è piccolo: nel 2016, il Movimento ebbe la bella idea di candidare contro De Magistris un volenteroso attivista, dal cognome inconfondibilmente settentrionale, oltretutto tifoso juventino: non proprio una scelta aggressiva. Così come non è stata finora aggressiva la condotta in consiglio comunale. Ma ora lo scenario è cambiato, il Movimento Cinque Stelle è il primo partito d’Italia, e a Napoli – ha spiegato Fico – «c’è la possibilità che la giunta salti». Bisogna allora farsi trovare pronti. L’annuncio di ieri, con la presentazione di una mozione di sfiducia per le condizioni in cui si trova il bilancio cittadino, e la richiesta di una «operazione trasparenza a salvaguardia del Comune e di tutti i cittadini napoletani» segna l’inizio delle ostilità.

De Magistris ha reagito abbozzando, provando a smorzare il significato dell’iniziativa, giudicando legittimo che una forza politica di opposizione «in un momento difficile per la città, provi a dare una spallata a sindaco». Il fatto è che per la città è un momento difficile, ma pure per il suo sindaco. Che avverte segni di scollamento nella sua maggioranza. Che intanto cerca di costruirsi un futuro politico oltre l’esperienza municipale. E che soprattutto si trova in una difficilissima impasse: ad ogni passo che fa in cerca di una soluzione istituzionale alle difficoltà amministrative e di bilancio in cui versa il Comune di Napoli, più fortemente sente l’insofferenza di un pezzo dei movimenti. E se viceversa continua a giocare alla rivoluzione, reclutando su Facebook «i combattenti nell’esercito popolare di lotta per i beni comuni», sente che gli si fa il vuoto istituzionale intorno. Ma quanto a lungo può funzionare scomodare la Costituzione e le lotte di popolo per l’accordo sul trasporto pubblico? Più alzi i toni, più in realtà misuri lo scollamento dalle fatiche quotidiane della città. Più ci dai dentro con la retorica, più dimostri tutta la stanchezza e l’affanno amministrativo.

Buon ultimi, i Cinquestelle si sono dunque messi a fare opposizione. L’onesto Brambilla rimane lì, a fare la sua figura da comprimario, e intanto scende in campo Roberto Fico (a cui peraltro Di Maio ha sbarrato la strada sul piano nazionale). Se le cose in tutta Italia arridono al movimento, perché Napoli dovrebbe fare eccezione? Finora, il solo motivo era rappresentato proprio dalla bandana di De Magistris. Se il vuoto della politica perdura, dopo l’arancione, non è forse possibile che invece dell’azzurro del centrodestra, o del rosso del centrosinistra, si arrivi al giallo limone dei grillini?

(Il Mattino, 7 novembre 2017)

Uexküll, l’etologo folle e geniale che scelse Napoli e Capri

Escher Still Life with Spherical Mirror 1934

M. C. Escher, Still Life with Spherical Mirror (1934)

«Vitalista tra i vitalisti, feroce idealista, kantiano – in realtà un nemico della scienza naturale. Ma, con quella doppia vita che spesso hanno i naturalisti di impostazione idealista, in fisiologia egli è anche il più preciso sperimentatore che si possa immaginare. Testardo fino a essere leggermente folle, geniale fino alla punta dei capelli», questo era, nel giudizio dell’amico Konrad Lorenz, padre dell’etologia contemporanea, il barone estone Jakob von Uexküll, che a lungo svolse la sua attività scientifica in Germania, ma poi anche nella Stazione Zoologica di Napoli, per spendere infine gli ultimi anni della sua vita a Capri. Il suo capolavoro (Biologia Teoretica, a cura di Luca Guidetti, Quodlibet, € 32, pp. 284) è stato presentato ieri alla Federico II di Napoli, che gli ha dedicato un impegnativo seminario. Al centro del pensiero di Uexküll è l’idea che ogni essere vivente ha il suo specifico ambiente: il mondo della zecca, o del riccio di mare, non è lo stesso di quello del mammifero, o dell’uomo. Ogni specie ha il “suo” spazio e il “suo” tempo. Ne veniva l’idea di una perfetta integrazione fra l’animale e il suo mondo che cozzava con l’evoluzionismo dominante, respingendone in particolare gli aspetti riduzionistici e meccanicistici. Ma ne veniva anche una interpretazione ricchissima della vita animale come fenomeno semiotico, che trova oggi nuovo interesse, soprattutto negli studi di etologia del comportamento animale.

Ma c’è un altro motivo di interesse per i lavori di Uexküll. Nella sua prospettiva, tutti gli esseri viventi sono “soggetti”, ma il loro mondo è un mondo “chiuso”. Se il primo punto ha un significato pluralistico, antispecista, il secondo sottrae a quel pluralismo la possibilità di vivere in un mondo comune. Uexküll, che negli anni Venti aveva scritto una Staatsbiologie dal carattere fortemente conservatore e antidemocratico, dovette comprenderne qualcosa se, dopo una sua prima adesione al nazionalsocialismo, si accorse negli anni successivi del “misero materialismo” delle dottrine naziste sulla razza. Oggi che la biopolitica è tornata al centro del lavoro teorico, è bene allora accedere qualche faro, e ricordarsi che la direzione che queste ricerche possono prendere non è affatto univoca.

(Il Mattino, 22 ottobre 2017)

Come non ripetere gli errori e tornare a parlare alla città

Magritte time Transfixed 1938

R. Magritte, Time transfixed (1938)

Il bello comincia adesso, ora che ci sono i nomi dei candidati alla segreteria provinciale del partito democratico napoletano: Nicola Oddati, Massimo Costa, Tommaso Ederoclite. Il primo è sostenuto dall’area ex Ds, compreso il governatore De Luca; il secondo dall’area ex Margherita; il terzo dal Comitato Trenta, di quelli che hanno provato a non intrupparsi né con gli uni né con gli altri. Sarà congresso vero, con vinti e vincitori: le soluzioni unitarie sono naufragate, le mediazioni saltate, e da ultimo pure i comitati di saggi sono rimasti un pio desiderio. (Ma quando mai un partito è stato messo in mano a un comitato di saggi?).

Il bello comincia adesso, perché la vita interna del partito democratico napoletano non è stata, negli ultimi anni, un fulgido esempio di fair play politico. Il timore che anche questa volta il meccanismo si inceppi da qualche parte, e il congresso finisca per ricorsi e commissariamenti, è forte. Ma è pur vero che non si esce da uno stato di minorità politica se non per le vie politiche. E il congresso rimane la via maestra. I democratici hanno buon gioco a dire che sono ormai l’unico partito a celebrarli, a queste latitudini: hanno ragione. Resta però che di una celebrazione deve trattarsi, e non di una zuffa condotta senza esclusione di colpi. Altrimenti la scelta congressuale si rivelerà un micidiale boomerang per il partito.

Il bello comincia adesso anche perché è inedito se non il profilo dei fronti che si contrappongono, almeno uno dei protagonisti. Si deve certo cominciare col dire che da una parte stanno i Casillo e i Topo e le Armato, e dall’altra i Cozzolino e i Marciano e le Valente, democristiani gli uni e diessini gli altri, e tutti di lungo corso, ma la partita politica vede in campo un altro attore, non proprio l’ultimo della compagnia: Vincenzo De Luca, che finora non si era mai fatto tanto accosto al partito napoletano. Questa volta è andata diversamente: prima ha suggerito ipotesi unitarie, poi ha provato a favorirle, cercando la convergenza su un nome da lui stesso proposto; infine ha sostenuto la scelta di Oddati, che tra tutti i nomi circolati tra gli ex ds è sicuramente l’uomo a lui più vicino, oltre che quello di maggior peso. Tanto attivismo si spiega solo in un modo: De Luca non vuol subire il condizionamento crescente del partito napoletano, che rischia di mettere un’ipoteca sul futuro del governo regionale, non tanto in questa legislatura quanto nella prossima. Non fare la battaglia significa già perderla, lasciando il Pd in mano ai suoi avversari interni. E De Luca lo sa: per quanto non abbia mai lesinato le critiche al suo partito, ne ha sempre voluto mantenere ferreamente il controllo, nella sua Salerno. Forse non gli è servito molto per vincere le elezioni, ma gli è sicuramente utile per non avere sassi nelle scarpe. E che Napoli possa diventare per lui non un sasso, ma un macigno, se non prova a entrarci dentro, beh: quello è sicuro.

Il bello comincia adesso perché i numeri non sono così netti, da assicurare a tavolino la vittoria all’uno o all’altro. Ancora una volta c’è il rischio che gli organi di garanzia avranno parecchio lavoro da fare. A bocce ferme, gli ex della Margherita sono convinti di avere in mano la maggioranza del partito, ma si tratta di un margine esiguo, ed è possibile che alla fine si riveli essenziale la scelta della minoranza orlandiana. Che al momento sembra stare con Casillo e Topo, ma che ha sicuramente, in diversi suoi esponenti, maggiori affinità culturali, oltre che un retroterra comune di provenienza, con Nicola Oddati. Qualcosa, dunque, potrebbe spostarsi.

Il bello, e il difficile, comincia adesso, va detto infine pure questo, perché se per tre quarti un congresso è già deciso al momento del tesseramento, c’è almeno un ultimo quarto che si gioca fuori, tra i cittadini e con le parti della società a cui si vuol tornare a parlare. Dopo le primarie annullate, i ricorsi e i commissariamenti, i lanciafiamme mai usati, e il minimo storico toccato alle ultime elezioni comunali, o il partito democratico riprende a macinare iniziative, a costruire un progetto politico vero, a attirare nuove energie intellettuali, a recuperare credibilità tra i giovani, oppure non c’è candidato né governatore che tenga. E questo sarebbe un errore imperdonabile, in una fase in cui il clima politico comincia a cambiare, e la stella di De Magistris non manda più una luce pura e senza sbavature sull’orizzonte del lungomare liberato. Né tra i molti che, anzi, si affannano a capire da che parte bisogna voltarsi per rimettere in sesto la città.

(Il Mattino, 14 ottobre 2017)

La riflessione necessaria per ripartire senza vecchi vizi

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L. Bourgeois, Appointment at 11.00 a. m. (1989)

La decisione di tenere la conferenza nazionale programmatica del partito democratico a Napoli nell’ultimo fine settimana di ottobre rende più che probabile uno slittamento di qualche settimana del congresso provinciale, inizialmente previsto nelle stesse giornate. È una decisione saggia, che introduce un po’ di ponderatezza in un dibattito che rischia altrimenti di dilaniare per l’ennesima volta il Pd. Non c’è nulla di male, ovviamente, nel celebrare un congresso in cui si confrontino più candidati alla guida del partito, ma c’è qualcosa di insano nel farlo, senza che vi sia una ragionevole certezza che almeno questa volta le cose fileranno lisce. Allo stato, questa certezza non c’è, e le esperienze recenti consigliano qualche prudenza in più, visto che il Pd non può certo permettersi di farsi un’altra volta travolgere dalla polemica sul modo in cui si fanno le tessere o si esprimono i voti. Tanto più se questo dovesse succedere a pochi mesi dal voto politico nazionale, e in una città governata dalla più esuberante forma di populismo di sinistra oggi disponibile. Che sembra star lì, a Palazzo San Giacomo, al solo scopo di ricordare in ogni momento l’insufficienza del profilo riformista del Pd.

Il Pd deve o dovrebbe partire proprio da qui: da nuove proposte, da progetti e idee per la città, da una robusta ripresa di contatto con la società civile e, certo, anche da una classe dirigente rinnovata. Nella difficoltà di ricomporre il partito intorno a una scelta unitaria, c’è il rischio che tutto questo passi invece in secondo piano, e prevalgano ancora una volta le macchine notabilari con i pacchetti di tessere a decidere la partita. Il tempo supplementare di cui può godere ora il Pd napoletano, può ancora essere speso per costruire almeno un percorso condiviso nell’avvicinamento al congresso e, magari, anche un segretario individuato con l’accordo delle varie componenti. Non riuscisse il tentativo, ci si può scommettere che il partito democratico si trasformerà per l’ennesima volta nel campo di Agramante, con ricorsi e colpi bassi, contestazioni e richieste di salvifici interventi da Roma. Perché nessuno conosce, al momento, com’è formata la base elettorale di questo congresso, cosa è successo con le iscrizioni online al partito e quali sono i numeri nelle diverse realtà territoriali. Né si vede ancora un partito capace di animare un vero confronto di opinioni, con il coinvolgimento reale di pezzi della società a cui offrire un’alternativa seria e soprattutto credibile alla dilagante retorica arancione.

I limiti del Pd sono, del resto, sotto gli occhi di tutti. Non è un caso che Mdp-Articolo 1 abbia scelto di tenere a Napoli la sua festa: fra le grandi città italiane, è quello che offre sicuramente più spazio alle formazioni della sinistra radicale per cercare un consenso popolare: Roma e Torino sono in mano ai CInquestelle, Milano, Bari, Bologna, Palermo, Firenze hanno amministrazioni a guida democratica con un buon indice di gradimento; resta Napoli, e infatti è qui che cerca di darsi la sua rappresentazione una sinistra più larga e plurale. Di fatto, in questi giorni, mentre i dirigenti locali sono alle prese con il rebus del congresso – quando tenerlo, come tenerlo se non addirittura perché tenerlo – i ministri del governo Gentiloni vengono a Napoli per parlare di politica con i fratelli coltelli di Mdp. Il mitico dibattito lo fanno loro, insomma, con i democratici napoletani assenti (ma presente Antonio Bassolino). I temi sono i diritti, la costituzione e l’antifascismo, il mezzogiorno e il regionalismo, l’ambientalismo e le violenze sulle donne, le mafie e la scuola. Ci sono, insomma, tutte le parole con le quali si è costituita in Italia l’identità storica della sinistra: c’è persino il dibattito sul «nuovo umanesimo», che si trova già declinato nel manifesto dei valori del partito democratico. Quelli di Mdp fanno la loro parte, insomma, e provano a sottrarre terreno al Pd e a dire che la sinistra sono loro. E certo è più facile se il Pd, a Napoli, non comincia a dire nuovamente cos’è.

Il tempo per lavorarci adesso, forse, c’è. O almeno ce n’è un po’ di più: dare nettezza alle linee programmatiche; dare forza all’opposizione alla giunta De Magistris, dare peso alle scelte di politica regionale, persino restituire al partito il senso di una comunità si può. A patto però di non ricadere negli antichi vizi, dominati da una distruttiva coazione a ripetere.

(Il Mattino, 28 settembre 2017)