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Le ambizioni politiche e la città dimenticata

Napoli

Un «buon risultato», dice Luigi De Magistris, che trae dal voto amministrativo di domenica motivi di soddisfazione per gli esiti di Arzano e Bacoli, dove i candidati appoggiati dal Sindaco di Napoli hanno raggiunto il ballottaggio. Non è andata così nelle altre città dove compariva il simbolo della lista DemA, ma, parola del Sindaco, «era importante cominciare». Certo, in tempi di estrema volatilità del voto, tutto può essere: persino che un giorno l’attuale primo cittadino siederà a Palazzo Chigi, con un consenso capace di andare oltre la cinta daziaria del capoluogo partenopeo, ma intanto che cosa si fa? Di fronte all’esiguità dei numeri raggranellati domenica, è più facile ipotizzare per Dema un destino simile nelle percentuali alla infausta «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia, che non improvvisi sfondamenti elettorali, sul modello di Podemos in Spagna. Il dato medio di Dema si aggira infatti tra il 5% e il 6%: non propriamente un successo. De Magistris pesca inoltre in un’area nella quale sono già presenti numerose formazioni politiche di sinistra-sinistra – da Pisapia a Sinistra Italiana, da Civati a Mdp di Bersani e D’Alema –, senza dire che il voto dato in nome della trasparenza, della giustizia, della partecipazione ha già, a livello nazionale, un forte catalizzatore nel Movimento Cinquestelle.

Ma vada come vada: cosa si fa, intanto? Tutte le sinistre massimaliste hanno avuto, da sempre, il limite di non curarsi troppo dei programmi «minimi», cioè delle cose da fare nel frattempo, prima che scocchi l’ora X della rivoluzione. La differenza è che però De Magistris rimanda tutti a un appuntamento politico fissato a data da destinarsi, o comunque molto lontano nel tempo, mentre si trova a fare personalmente il sindaco, mentre cioè siede a Palazzo san Giacomo e ha doveri amministrativi piuttosto impellenti. La sua Amministrazione ha i cantieri aperti su via Marina o da aprire per la manutenzione di corso Vittorio Emanuele: in quel caso, l’importante non è affatto cominciare, ma finire, possibilmente nel rispetto dei tempi previsti per la realizzazione delle opere, limitando i disagi ai cittadini. Ha difficoltà nel rispettare gli adempimenti contrattuali con la ditta impegnata nella revisione dell’impianto della Funicolare Centrale, col rischio che i lavori non vengano ultimati a causa del ritardo dei pagamenti. Ha da inventarsi una strategia per il sistema dei trasporti pubblici e un’Azienda pubblica sull’orlo del fallimento, costretta a aumentare il costo dei biglietti (scattato ieri) senza poter offrire miglioramenti dal lato dei servizi erogati. Ha da ristrutturare i servizi colabrodo di riscossione delle multe e dei canoni di locazione, ha da realizzare vendite di immobili da anni al palo, ha da costruire un’idea di organizzazione e gestione dei flussi turistici che vada al di là dell’entusiasmo estemporaneo per l’aumento delle presenze. Ha, infine, da impegnarsi su Bagnoli mettendo da parte i calcoli politici: smettendola di cercare soddisfazioni simboliche in nome dell’orgoglio, dell’indipendenza, dell’autonomia e della sovranità della città, per accomodarsi più modestamente a una seria collaborazione istituzionale.

La mistura ideologica del progetto DemA non è, ad oggi, formula che giustifichi le ambizioni politiche del suo inventore, ma quand’anche lo fosse, non dovrebbe funzionare come un’arma di distrazione di massa. Tra l’attuazione della Costituzione e l’attuazione di un programma amministrativo solido e concreto, la preferenza va accordata alla seconda: se non altro perché proprio la Costituzione e la legge gliene assegnano il compito. E poi: va bene fare il bilancio del voto nell’hinterland, o farsi venire la curiosità di registrare quanti voti DemA ha preso a Taranto (poco più dell’1%) o a Carrara (quasi il 2%), ma per i cittadini napoletani i problemi di bilancio del Comune e lo stato di pre-dissesto, tra debiti fuori bilancio e inefficienze ammnistrative, costituiscono una preoccupazione ben più pressante.

A chiusura del Maggio dei monumenti, De Magistris ha sottolineato il grande successo della manifestazione e ha poi aggiunto: «Ora siamo impegnati anche a rafforzare finanziariamente ed economicamente l’Ente e mettere in campo le azioni per migliorare tutti i servizi». Ecco: se quell’«anche» diventasse nei mesi prossimi un: «innanzitutto e quasi esclusivamente», siamo sicuri che se ne gioverebbe il suo profilo di Sindaco e soprattutto ne guadagnerebbe la città.

(Il Mattino, 13 giugno 2017)

De Magistris e l’autogoverno irresponsabile

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La distanza fra la cifra amministrativa della giunta de Magistris e quella politica si allarga. Il Rendiconto di Bilancio passa, la maggioranza applaude, il sindaco ringrazia l’assessore Salvatore Palma per il suo straordinario lavoro, e poi lo congeda con un ultimo saluto. Licenziato. E per dar conto di una decisione altrimenti incomprensibile si appella al contesto «di una crescita non solo amministrativa ma anche politica». Le due cose in realtà non camminano affatto insieme, perché il sindaco è costretto dai mutati e sempre precari equilibri politici a sacrificare proprio l’uomo che teneva i conti, e li teneva su un crinale sempre molto sottile, col baratro del dissesto finanziario non troppo lontano. Ora c’è da augurarsi che il nuovo arrivato, Enrico Panini, trovi subito il filo della matassa, ma certo non si tratta di una mossa ispirata anzitutto all’efficienza e all’efficacia dell’azione di governo.

Quello che è accaduto in aula, non è in realtà molto diverso dal senso complessivo che questa seconda sindacatura sta sempre più assumendo. La sua formula è quella della proporzione inversa: quanto più impegno politico, tanto meno rendiconto amministrativo. Il terreno sul quale Luigi de Magistris cerca e mantiene il rapporto con la città non è infatti quello del risanamento dei conti pubblici, o dell’innalzamento della qualità dei servizi: non si misura con i minuti di attesa dei bus o con il volume delle dismissioni immobiliari. Il Sindaco confida sul consenso di cui gode ancora un’esperienza dalla forte caratura ideologica, mantenuta in connessione con umori e passioni popolari vivi e vitali, che fanno fronte comune nell’orientarsi di volta in volta contro il governo, i poteri forti, il pensiero unico liberista: comunque ben oltre il quadro di responsabilità amministrative di cui un Sindaco è chiamato a rispondere. Di cosa infatti risponde De Magistris? Di orgoglio partenopeo, che sa muovere e suscitare, di attuazione democratica della costituzione, che non è chiarissimo come possa dipendere dalle delibere di una giunta comunale, di processi di distribuzione del potere al popolo, qualunque cosa ciò significhi, e di una politica dell’onestà e delle mani pulite, che rimane la tonalità comune di tutto il malcontento nei confronti delle classi dirigenti. Salvatore Palma stava un passo dietro la roboante retorica del Sindaco, per controllare che l’azione amministrativa non deragliasse del tutto. Ora, quando il Sindaco si volterà per avere almeno un parere tecnico in più, quel parere non lo avrà più dal suo assessore al bilancio.

Il tema dei rapporti tra tecnica e politica non può – è vero – esaurirsi in una forma di supplenza della prima ai danni della seconda. Non è vero neppure che ai servizi sociali debba esserci per forza un sociologo o che all’assessorato ai giovani debbano essere esclusi gli over 50. Per lo stesso motivo, al bilancio non deve andarci per forza un revisore dei conti. Ma nella decisione assunta ieri si tratta, per un verso, di puntellare una maggioranza con l’ingresso di nuove formazioni, in un gioco ad incastro che la frammentazione della rappresentanza in seno al consiglio comunale rende sempre più difficile; per altro verso, si tratta della via d’uscita più frequentata dal sindaco, quando viene messo dinanzi a problemi politici reali: spostare altrove il fuoco dell’attenzione.

Lo si è visto bene anche nelle ultime battute polemiche che ha riservato al governo. Gli omicidi commessi in città negli ultimi giorni hanno suscitato un nuovo allarme. Qual è stata la risposta del Sindaco? Invocare più forse e più risorse da parte del governo, per assicurare un più efficace controllo del territorio. Ora, è comprensibile e anzi giusto che il primo cittadino si affidi anzitutto all’azione repressiva delle forze dell’ordine (anche se il ministro della Giustizia Orlando ha prontamente replicato che l’attenzione del governo per i problemi dell’area napoletana non è affatto mancata in questi anni), ma che dire delle misure che il decreto Minniti ha introdotto mettendo in capo ai sindaci nuovi strumenti per assicurare l’ordine pubblico e il rispetto della legge nelle aree urbane? Il Sindaco di Napoli le rigetta: non ne vuole sapere, non è lui che vuole fare la guerra ai parcheggiatori abusivi e alle occupazioni illegali. Il che è certo coerente con la sua ideologia comunarda e la sua passione per i centri sociali, ma stride con lo scaricabarile di cui si rende protagonista quando accolla tutti gli oneri del rispetto della legge alle istituzioni dello Stato.

Allora De Magistris la butta in politica. E funziona così: che un conto è il governo, ben altro è l’autogoverno. Il primo è chiamato a rispondere ed è subissato di critiche; il secondo non risponde se non della felicità e dell’amore dei napoletani. Perché allora meravigliarsi se l’insorgenza partenopea può fare a meno di un rigoroso assessore al Bilancio? Non è in fondo durato già troppo?

(Il Mattino, 28 maggio 2017)

Chi comanda in Procura?

napoli

L’incolpazione di Henry John Woodcock per illeciti disciplinari riporta alla ribalta una vicenda che sembrava dovesse spengersi lentamente, come a volte accade alle grandi fiammate che bruciano improvvisamente sui media, per poi scivolare poco a poco e consumarsi lontano dai riflettori.

E invece no: sotto i riflettori ci ritorna perché il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha ravvisato gli estremi per incolpare Woodcock di aver violato sulla vicenda Consip la consegna del «più assoluto riserbo» voluta dal procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, e per avere interferito indebitamente con l’indagine della Procura di Roma.

Cos’era infatti accaduto? Che la Procura di Roma aveva revocato l’indagine tenuta dal Noe di Napoli e dal capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto a seguito della fuga di notizie che aveva accompagnato il passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma. Passa un mese, o giù di lì, e i magistrati romani si accorgono di una manipolazione del contenuto delle intercettazioni, con la quale in bocca all’imprenditore Romeo finisce una frase da lui mai pronunciata, che l’investigatore giudica peraltro di particolare rilievo a sostegno dell’ipotesi di traffico di influenze che si viene formulando a carico del padre di Matteo Renzi, Tiziano. Una falsità, di una gravità inaudita, che però salta fuori solo perché la Procura di Roma spulcia fra le carte dell’inchiesta.

Ora apprendiamo dall’atto del procuratore Ciccolo che, scoppiata la notizia dell’accusa nei confronti di Scafarto, il dottor Fragliasso tiene una riunione con i pm coinvolti, nel corso della quale Woodcok manifesta l’esigenza che l’ufficio confermi piena fiducia al capitano Scafarto e al nucleo investigativo del Noe. Cosa che avviene. Apprendiamo pure che, nel corso della riunione, Fragliasso raccomanda la consegna del silenzio con gli organi di informazione «per non interferire con le indagini». Cosa che invece non avviene: Woodcock parla, le sue parole finiscono sui giornali ed interferiscono pesantemente, perché il magistrato napoletano si perita di spiegare che, a parer suo, solo un pazzo avrebbe potuto deliberatamente compiere un falso negli atti dell’indagine in corso, escludendo dunque che potesse trattarsi di altro che di un errore. In tal modo, scrive Ciccolo nella sua incolpazione, «ha pubblicamente contraddetto e svalutato l’impostazione accusatoria della Procura di Roma, fondata invece sulla ritenuta falsità».

Ce n’è abbastanza per notare le seguenti cose. La prima, che ci troviamo di fronte a un magistrato che disattende palesemente il suo dover d’ufficio al riserbo, richiestogli in una circostanza così delicata dal capo della sua Procura, salvo poi sostenere di essere stato tratto in inganno: un’ingenuità che però appare sorprendente in un uomo navigato come Woodcock, peraltro avvezzo ad avere i giornalisti alle calcagna. La seconda, che mentre tutta Italia si chiede come sia possibile che in un’indagine così delicata, che lambisce i più alti vertici istituzionali, le parole agli atti non vengano controllate non una ma cento volte, prima di costruirci su un castello di accuse – mentre tutta Italia si chiede questo, Woodcock rivolge al procuratore Fragliasso la richiesta di mantenere Scafarto al suo posto. Una richiesta talmente imbarazzante, che lo stesso capitano dei carabinieri chiederà, a sua propria tutela, di essere sollevato dal ruolo. Prudenza avrebbe voluto che ci pensassero i magistrati napoletani, invece i magistrati pensano il contrario. Woodcock garantisce per Scafarto, e la Procura lo segue. Questa è la terza cosa che lascia di stucco: può darsi che i rapporti professionali fossero tali da giustificare una simile condiscendenza, sta di fatto che l’impressione che se ne ricava è che da quelle parti sia Woodcock a dettare la linea, persino in una circostanza così complessa.

Quarto: la procura di Napoli aveva assicurato, con tanto di comunicato ufficiale, che non c’era stato alcun attrito con Pignatone e i pm romani. Nessun contrasto, nessuna tensione. Su questa posizione si era attestato anche il Csm. Comprensibilmente, perché non è mai saggio alimentare conflitti istituzionali. Ma ora sappiamo dall’atto di incolpazione del procuratore generale che lo scontro c’è stato eccome, visto che un magistrato napoletano è accusato di avere interferito con le indagini romane, provando a demolire pubblicamente l’accusa formulata a danno di Scafarto. In sostanza, Woodcock ha mandato a dire ai colleghi romani, a mezzo stampa, che Scafarto era un suo uomo e non andava toccato.

L’ultimo punto accompagna questa vicenda fin dall’inizio. A Napoli manca da mesi il capo della Procura. Il Csm non l’ha ancora nominato. Lo segnalammo (incidentalmente, ma non troppo), quando il caso scoppiò. Torniamo a segnalarlo ora, visto che è palese – indipendentemente dalla grande qualità ed esperienza delle persone coinvolte – che non è la stessa cosa essere il procuratore ed essere il facente funzione. Forse ci sbagliamo, ma la condotta di Woodcock, per come viene delineata dal procuratore Ciccolo nella circostanza, inclina a darci ragione.

(Il Mattino, 9 maggio 2017)

 

La voglia di riformismo non è morta

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Anche a Napoli (e anche in Campania) si riparte da Renzi. E la domanda da porre al neo-segretario del Pd è dunque: e adesso? E adesso è la volta che imbraccerà veramente il lanciafiamme? Ed è quello che davvero ci vuole? La metafora che Renzi ha usato in passato esprimeva tutta l’insoddisfazione del segretario nazionale del partito per i risultati del Pd napoletano. Ma oltre l’insoddisfazione Renzi non era andato, in realtà: non erano seguite prese di posizione rispetto ai gruppi dirigenti, non era stata scelta la via drastica del commissariamento, non si era scelto né di tagliare i rami secchi né di coltivare i deboli germogli di rinnovamento comparsi qua e là. Un’opera di rimozione, più che di rottamazione.

La ragione è presto detta: il Renzi rottamatore che nel 2013 prende le redini del partito democratico decide, a Napoli e nel Mezzogiorno, di assecondare le dinamiche locali, piuttosto che di sovvertirle. È una scelta compiuta in stato di necessità (Renzi arriva al governo senza nemmeno passare per il voto popolare), ma anche una scelta dettata da una certa sottovalutazione della funzione del partito nella selezione delle classi dirigenti. Così il Pd renziano si limita da queste parti a sommare quello che c’è, bello o brutto che sia. E quello che c’è ha ovviamente tutto l’interesse a perpetuare lo status quo: non potrebbe essere altrimenti.

Ora però comincia il secondo tempo della partita che Renzi giocò quattro anni fa, e non tutto è rimasto uguale a prima. A tacer d’altro, di mezzo ci sono state le sconfitte alle amministrative di Roma e Torino, che in fondo hanno seguito Napoli nel consegnare il Municipio a una formazione populista. Qui De Magistris scassò tutto già nel 2011, ed entrò a Palazzo San Giacomo; a Roma e Torino è accaduto lo scorso anno, con la Raggi e l’Appendino. E così si è fatta drammaticamente evidente l’usura delle classi dirigenti locali. Scegliere dunque di sostenersi sul notabilato che in periferia racimola voti ma non produce egemonia – come si sarebbe detto una volta – si rivela essere una scorciatoia sempre più stretta e sempre meno praticabile.

Il voto napoletano dimostra tuttavia che anche in questa città resiste un elettorato di sinistra che continua a votare il Pd e a riconoscersi in una proposta politica riformista, di respiro e formato nazionale ed europeo, una prospettiva che difficilmente De Magistris può assicurare. Il punto è come svincolare questo risultato da una geografia di stampo localistico, e congiungerlo al resto del Paese. Se De Magistris è impegnato a costruire un meridionalismo “contro”, questo voto consente a Renzi e al partito democratico di costruire un nuovo meridionalismo “per”?

Ora Renzi può davvero prendere il lanciafiamme? Nella sua versione precedente, quell’arma non ha sparato un colpo, e cambiare tutto per non cambiare nulla è stata la fatale conseguenza di condizionamenti da cui la segreteria Renzi non ha saputo affrancarsi. Il voto di ieri dà al neo-segretario un’indubbia forza: a Napoli e nel Paese. Gli dà anche un obiettivo: impegnare quei voti per tornare a collegare il Sud all’Italia e all’Europa, invece di contrapporlo in una prospettiva ribellistica e rivendicazionista. Cambierà anche il partito, di conseguenza, se non altro perché quel pezzo che pensa che essere di sinistra obblighi a parlare con De Magistris dovrà venire a un chiarimento definitivo.

(Il Mattino, 1° maggio 2017)

Il Pd azzerato alla corte di De Magistris

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Giorni fa, De Magistris l’ha presentata come una scelta di cooperazione istituzionale: le deleghe da assegnare in Città metropolitana prescindono dall’appartenenza politica e vanno dunque a tutti i membri del consiglio. È sempre difficile seguire il sindaco nella lettera delle sue dichiarazioni, ed è quindi poco chiaro cosa significhi che la legge istitutiva dell’Ente «non crea maggioranza e opposizione», dal momento che l’organismo rappresentativo, che ha compiti di amministrazione di un’area vasta, è disegnato perché funzioni sulla base del voto di maggioranza, ed è questo banale meccanismo democratico – e nient’altro – che crea, a Napoli come in tutte le altre città metropolitane, una maggioranza e una minoranza. Quest’ultima, di regola, fa opposizione. Ma il partito democratico napoletano no: si sottrae alla regola. Ricevuto l’invito, lo ha accolto di buon grado e ha prontamente accettato le deleghe. Subito dopo, però, sono cominciati i malumori, i ripensamenti e le pause di riflessione. E il Pd è tornato ad essere quel che l’opinione pubblica è abituato a considerare: un tendone sotto il quale si esibiscono con diversa fortuna gruppi e sottogruppi, senza un filo comune e dunque fatalmente esposto al pastrocchio.

Ci sono stati così gli interventi più decisi dei dirigenti nazionali: lunedì ci ha pensato il presidente del Pd, Matteo Orfini, a giudicare incomprensibile la scelta dei consiglieri democrat; mercoledì è toccato invece al ministro Martina, anche lui in visita a Napoli, ribadire l’ovvio: che cioè assumere una responsabilità nel governo dell’Ente metropolitano non c’entra nulla con la sensibilità istituzionale.

Ciononostante, non è mica detto che i consiglieri del Pd facciano macchina indietro: a Napoli il Pd mette qualche fatica a star dietro alle più semplici ovvietà. Mentre è velocissimo a disfare quel poco che prova a costruire. Due cose aveva fatto finora, dopo aver perso rovinosamente le elezioni: aveva tenuto Valeria Valente in consiglio come capogruppo dei democratici, e scelto una linea di opposizione intransigente. In poco meno di un anno la Valente ha dovuto dimettersi, per via dello scandalo sui candidati a loro insaputa, e la linea di opposizione adottata sin lì, è divenuta un po’ più morbida, e soprattutto passibile delle interpretazioni più creative offerte dai consiglieri metropolitani, dove le deleghe «octroyées», gentilmente concesse da De Magistris, sono state prontamente accettate.

Non era ancora arrivato a tre, il Pd, con le cose da cui ricominciare. Ma prima ancora di arrivarci, ha buttato la prima, e ora vuol buttare via pure la seconda. Il che rischia di tradursi in uno zero, al tirar delle somme.

L’azzeramento delle identità politiche è del resto l’altra faccia della medaglia De Magistris. Lo è dal 2011, da quando De Magistris scassò tutto vincendo a sorpresa le elezioni, nel suicidio della destra e della sinistra napoletana. Sono trascorsi quasi sei anni e misurare i passi avanti è un’impresa assai difficile. Quel che infatti è cresciuto non è certo un nuovo profilo del centrosinistra – o, dall’altra parte, del centrodestra –. L’unica cosa che si distingue con chiarezza – che si vede persino da Bergamo o da Pordenone, e che perciò attira come il miele l’orso leghista Salvini, quando si tratta di far polemiche – è la dolciastra identità partenopea, l’anima napoletana confusa e felice che De Magistris ha deciso di rappresentare. Napoli ha naturalmente anche altri sapori, ma quello che il Sindaco ha scelto funziona come un potente surrogato per una fisionomia politica e culturale che le altre forze presenti in città non riescono in nessun modo ad assumere. Non, almeno, fino ad oggi.

 

Generoso e guascone con le parole, il Sindaco sa poi essere anche furbo con i comportamenti. Seminare zizzania tra i suoi avversari politici, compiere qualche manovra tattica, e offrire un posto in cucina a qualche consigliere: costa poco, vale niente e consente a De Magistris di rimanere saldamente il dominus della situazione. In attesa, beninteso, di altri palcoscenici o della rivoluzione mondiale. Che non si farà in provincia, ma che importa? I democratici non hanno ancora capito che le contraddizioni vengono imputate non a chi vince, ma sempre solo a chi perde. A quanto pare, il Pd sembra insomma deciso ad interpretare al meglio un altro pezzo dell’identità napoletana: quello dal sapore amaro che Francesco Durante ha chiamato una volta «sconfittismo ontologico».

(Il Mattino, 14 aprile 2017)

Quelle ombre che offendono la democrazia

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Una manipolazione deliberata: con questa ipotesi accusatoria i magistrati romani hanno sentito ieri il capitano Gianpaolo Scarfato, del Noe, il nucleo investigativo dei carabinieri che aveva condotto le indagini sul caso Consip, fino alla revoca da parte della Procura di Roma. Se l’accusa dovesse essere confermata, si disegnerebbe uno scenario a dir poco allarmante, in cui un’inchiesta viene orientata da tentativi di depistaggio condotti al fine di colpire Tiziano Renzi, e, indirettamente, il Presidente del Consiglio dell’epoca. Attribuendo falsamente all’imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata in realtà dal suo consulente, l’ex politico Italo Bocchino, si voleva evidentemente costruire un rapporto che giustificasse il sospetto di traffico di influenze, il reato per il quale Tiziano Renzi è stato raggiunto da un avviso di garanzia. E su cui tutta la stampa si è gettata, come una muta di cani all’inseguimento della ambita preda.

Ma più preoccupante ancora – per i poteri pubblici e per l’ordinamento democratico – è che questa storiaccia non sarebbe saltata fuori se il capo della Procura di Roma non avesse preso l’iniziativa di togliere l’indagine al Noe, a seguito di una fuga di notizie che evidentemente a Roma avevano qualche ragione di ritenere ispirata dagli ambienti napoletani. Qualche ragione, e una grandissima lungimiranza.

Quando si diffuse la clamorosa notizia della revoca, scrivemmo già che qualcosa tra Napoli e Roma non doveva essere andata per il verso giusto: ci sono motivi – ci chiedevamo – per cui a Roma non vogliono più saperne del Noe?  C’è da vedere, nei motivi del loro impiego, un particolare affiatamento con i magistrati del pubblico ministero, oppure «siamo dinanzi a uno scenario assai inquietante, in cui ciascuno si fida solo dei suoi, e Roma non si fida più di quelli di Napoli?».

Parlavamo infine di una girandola di dubbi e di illazioni: ora quella girandola ha ripreso vorticosamente a girare. Ed è difficile sopravvalutare la gravità dello scenario che emerge in queste ore: non per iniziativa di parti politiche interessate, ma per le verifiche condotte dai pm romani.

È inutile dire che ad essere lesa da simili operazioni e a riceverne un danno, qualora dovessero essere confermate, è in primo luogo la magistratura, la sua funzione di autonomia e indipendenza: storicamente pensata come un  argine costituzionale alle prevaricazioni del potere esecutivo, rischia di divenire un riparo all’ombra del quale diverrebbe possibile condurre operazioni più che torbide nei confronti di altri poteri dello Stato.

Non bisogna rendere giudizi affrettati e non bisogna correre subito alle conclusioni, ma è bene tuttavia avere chiara quale partita è in gioco. Colpisce infatti quello che in questi mesi è accaduto, e quello che evidentemente continua ad accadere. Anche perché, lo si ricorderà, questa non è la prima volta che il nome di Matteo Renzi finisce sui giornali per vicende giudiziarie poco chiare, alimentate da intercettazioni che immancabilmente finiscono sui giornali, con i quali si cucinano titoli e si fabbricano opinioni poi difficili da cancellare, e che in seguito si scoprono manifestamente infondate. La prima volta è stata con l’inchiesta Cpl-Concordia, per appalti vinti dalla cooperativa emiliana a Ischia. E anche in quel caso: nastri, intercettazioni, trascrizioni, e un castello di accuse finite in nulla dopo il trasferimento dell’inchiesta per competenze in Emilia.

Ora, a quanto pare, ci risiamo.

Lo abbiamo scritto un mese fa, e lo scriviamo di nuovo adesso: gettiamo acqua sul fuoco, aspettiamo di vederci più chiaro e diamo credito alle iniziative delle Procure. Ma fermiamoci anche a riflettere su quanto pesanti sono queste distorsioni della vita pubblica del Paese, sul modo in cui inquinano – perché di inquinamento si tratta – la normale dialettica politica e la stessa tenuta democratica del Paese. Nessuno parlerà dunque di complotti o di trappole. Se risulterà che la manipolazione c’è effettivamente stata e sarà possibile parlare magari di errore materiale, di svista, persino di dabbenaggine, per carità di Patria: facciamo ogni sforzo per prendere per buona una simile versione e tiriamocene fuori. Però non lasciamo cadere gli interrogativi che questa vicenda pone, e teniamoli presenti, almeno, alla prossima riapertura del circo mediatico-giudiziario. Alla prossima iniziativa di qualche pm in cerca di notorietà, alle prossima pietanze che ci verranno servite sul piatto sempre ricco del giustizialismo nostrano. Facciamolo, perché ne va della libertà e dei diritti di tutti.

(Il Mattino, 11 aprile 2017)

De Luca e la trappola del fuori onda

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Ennesimo fuori onda, ennesime polemiche. Il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, chiede a gran voce al neoquestore di smentire le parole che Vincenzo De Luca ha pronunciato in via confidenziale, riferendo nel corso di un incontro al deputato del Pd, Leonardo Impegno, un giudizio che il neo-questore di Napoli, De Iesu, avrebbe pronunciato in via privata: la città è peggiorata, De Magistris ha governato come un pazzo.

Ora, seguitemi: se Tizio dice che Caio pensa peste e corna di Sempronio, non è che Sempronio sia tenuto a smentire quel che Caio va dicendo in giro. Anche perché la smentita di Sempronio potrebbe suonare non semplicemente come una smentita, ma come un (involontario) apprezzamento. «Io non ho mai detto peste e corna di Sempronio» significa, per chiunque lo ascolti, che di Sempronio penso bene: e perché mai Caio dovrebbe dare a intendere una cosa del genere?

Il questore ci ha pensato un po’, poi ha smentito comunque, penso per amor di concordia e senso delle istituzioni: ha detto che nel corso dell’incontro con De Luca non ha «evidenziato considerazioni negative» sulla gestione comunale. Domanda: e se invece avesse detto di non avere evidenziato «considerazioni negative, ma neppure positive»? Sarebbe suonata come una specie di indiretta conferma, al di là della lettera ufficiale?

Forse. E, senza forse, sarebbe molto meglio se De Luca non incorresse in nuove gaffe.

Ma si è trattata veramente di una gaffe, o non piuttosto dovremmo parlare di una sorte di intercettazione non autorizzata? Certo, De Luca dovrebbe avere imparato come funzionano le cose, nella democrazia del fuori onda. Dove può succedere che registrino le tue parole anche dopo che ti hanno assicurato che stai parlando «off record»; o che ti piazzino un microfono nei tuoi paraggi senza che tu te ne accorga; o ancora che ti telefonino sotto falso nome e camuffando la voce ti strappino dichiarazioni con l’inganno. A De Luca è già capitato di incorrere in simili infortuni, e poiché non fa quasi mai uso di lievi ed alate parole le sue frasi fanno ancora più rumore.

Ma resta il fatto che non di annunci fatti alla stampa si è trattato, ma di parole che il governatore stava usando in via del tutto riservata, con un compagno di partito, per chiedere un’opposizione senza sconti all’Amministrazione De Magistris. Certo, il governatore parlava in un luogo pubblico, ma cosa vuol dire? Se ad esempio io tengo un comizio e parlo da un megafono, e ad un certo punto scosto il megafono per rivolgermi a bassa voce a una persona che è sul palco con me – poniamo: per farle un complimento galante – è giusto dire che le ho fatto pubblicamente un complimento? Nessuno lo direbbe. Eppure, se quelle parole fossero carpite da qualche potente microfono piazzato lì sul palco, diverrebbero immediatamente di dominio pubblico, e la loro diffusione sarebbe giustificata proprio dal fatto che sono state rese in un luogo pubblico.

A De Luca si può dunque dire di metterci un di più di attenzione, quando si trova in circostanze come quella di ieri: prima di un incontro pubblico, con telecamere, giornalisti e microfoni in giro. Ma un po’ più di attenzione dovremmo mettercela tutti, perché non è un bel vivere quello in cui saltano le distanze e le separazioni fra la sfera pubblica e la sfera privata, fra pubblicità e riservatezza, fra dichiarazioni e confidenze. Il nostro tempo è segnato da una continua erosione della privacy, da una incessante captazione di dati personali, da una costante pressione a rovesciare in pubblico tutto quello che un tempo si svolgeva in privato: tra mura domestiche, in circoli ristretti, fra pochi amici. Non c’è quasi più nulla che garantisca non dico segretezza, ma almeno discrezione. Gli algoritmi che spazzano la rete sono in grado di tracciare il nostro profilo individuale forse meglio di quanto noi stessi sapremmo fare, sul nostro conto; sui social media finisce tutto, dalla culla alla tomba (ecco che fine ha fatto il welfare State!); «amico> è ormai parola che non indica più nulla di intimo, ma solo il raggio delle possibili condivisioni online. E naturalmente la gogna mediatica funziona a pieno regime. In queste condizioni, provare a tirare una linea fra quello che appartiene al discorso pubblico e quello che invece può, o deve, rimanerne fuori è un’impresa disperata. Ma c’è un’altra conseguenza a cui badare. Perché il crollo delle pareti fra l’ambito pubblico e l’ambito privato comporta anche una distorsione dell’agenda pubblica. Cambia la gerarchia degli argomenti di cui si discute, e si mescolano le notizie che andavano prima su pagine e media ben distinti. De Luca stava dicendo, e avrebbe poi ripetuto a voce alta che la linea del Pd a Napoli non può avere incertezze e condiscendenze verso le uscite alla Masaniello, i neoborbonismi e le pulcinellate. Tutti capiscono cosa pensi e a chi si riferisca: non c’era bisogno di alcun fuori onda per cogliere la sostanza del giudizio politico. Ma l’ennesima indiscrezione involontaria ha messo tutto questo in secondo piano, e sulla ribalta c’è finita, ancora una volta, la coda lunga delle polemiche, delle smentite, delle proteste.

(Il Mattino, 31 marzo 2017)