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Le due facce di Chomsky

A fine ottobre è stato a Gaza. Per uno nato nel 1928, che l’altroieri ha compiuto  84 anni, i cinque giorni trascorsi nella Striscia non devono essere stati una passeggiata – e d’altra parte a Gaza non si va per passeggiare. Noam Chomsky, forse il più grande linguista del ‘900, è andato laggiù per ben altro: per elevare un durissimo atto d’accusa contro la politica del governo di Israele e denunciare la manipolazione delle informazioni sul conflitto israelo-palestinesi da parte di media compiacenti.

Fa quel che può, Chomsky, senza risparmiarsi mai. Del resto di j’accuse, nel corso della sua vita di attivista radicale, di socialista libertario, il filosofo e linguista americano di origini ebraiche ne ha pronunciati molti. È sempre stato un feroce critico della politica estera «imperialista» degli Stati Uniti, dall’America Latina al Medio Oriente alla lotta al terrorismo, così come dei poteri reali che, nel campo dell’economia come dell’informazione,  impongono di fatto intollerabili restrizioni all’esercizio della democrazia.

pubblicato sull’Unità, 9 dicembre 2012: continua qui

Dimenticato dagli psichiatri, amato dai filosofi

Chi si ricorda di Franco Basaglia? Nel novembre di cinquant’anni fa, l’anno di Asylums di Goffman e della Storia della follia di Foucault, il giovane psichiatra veneziano assumeva la direzione del manicomio di Gorizia. Avviando una rivoluzione: dalla riorganizzazione del personale sanitario all’abolizione delle divise per i degenti, dai permessi di uscita alla eliminazione di ogni mezzo di contenzione,  Basaglia interverrà su tutti gli aspetti della vita dell’ospedale, trasformandola radicalmente. E accompagnerà questa attività con una formidabile azione comunicativa e un impegno politico inesauribile, il cui ultimo frutto sarà la legge 180 sui trattamenti sanitari obbligatori.

Due anni dopo Basaglia muore, e poco alla volta i riflettori accesi da Basaglia sulla follia si spengono. La legge 180 rimane in vigore, ma le domande sollevate da Basaglia si attutiscono e le battaglie da lui condotte si smorzano fin quasi a scomparire. Chi oggi si chiede ancora se la follia sia (soltanto) una malattia mentale? In realtà, la questione arde ancora nel braciere a fuoco lento della filosofia, ma sapere medico e organizzazione sanitaria l’hanno ormai, di fatto, accantonata. E così a ricordarsi di Basaglia finiscono con l’essere quasi soltanto i filosofi o gli psicanalisti (che medici non sono), i quali hanno dedicato un libro, alla sua esperienza: Franco Basaglia. Un laboratorio italiano, a cura di Federico Leoni (Bruno Mondadori, € 11). La psichiatria universitaria, invece, forte di solide certezze farmacologiche e di un altrettanto solido naturalismo, si tiene parecchio alla larga dall’eredità di Basaglia.

Non è però il solo paradosso. Perché se a suo tempo erano le idee di Basaglia e dell’antipsichiatria a mettere a soqquadro il rassicurante fondamento di ogni umanesimo, la possibilità cioè di tracciare senza incertezze il confine fra il sano e il malato, il normale e l’anormale, l’umano e l’inumano, oggi le distinzioni saltano più facilmente per via della convinzione che tutto l’arcano della follia stia dentro i termini medico-biologici del problema. Negare alla parola, alle pratiche sociali o al contesto territoriale qualunque presa sulla realtà della follia significa infatti ridurre drasticamente fino a negarlo del tutto l’ambito in cui l’uomo si esprime e viene compreso come un uomo, e ampliare a dismisura quello in cui viene invece compreso e spiegato a partire da ciò che umano non è (ma è biologico o chimico o neurologico).

C’è quindi un motivo teorico di stringente attualità per ricordare Basaglia, ma c’è anche una ragione pratica e politica: basti pensare all’orrore della morte di Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, costretto per quattro giorni in un letto di contenzione del reparto psichiatrico di Vallo della Lucania e, a seguito di ciò, deceduto. Il processo al personale sanitario e agli infermieri è da poco ripreso, e nell’ultima udienza il direttore sanitario dell’Ospedale di Vallo ha avuto l’ardire di affermare che “la contenzione è un sistema di terapia”. Ora, non è sufficiente per indignarsi, ed entrare nuovamente con i fari accesi da Basaglia negli ospedali?

L’Unità, 26 novembre 2011

Naturalismus

F.B. mi ha mandato l’articolo di Armando Massarenti (Com’è naturale la filosofia), apparso sul Sole 24 Ore di domenica scorsa, che riporta i risultati del convegno su "Linguaggio, scienza e storia. La filosofia analitica e le altre tradizioni", e io, che mi riprometto di tornare a scrivere sul blog, dal prossimo anno, comincio da qui.
L’obiettivo del convegno? Dice Massarenti: "portare come tema di discussione generale – per tutti i filosofi, indipendentemente dalle diverse correnti – un approccio finora praticato soprattutto dai filosofi analitici: il naturalismo".
Mi fermo. In quanto appartenente alle altre tradizioni, ho bisogno che il tema che mi viene portato mi venga anche definito. E così sono pronto a complicare, obiettare, eccettuare, cavillare. Ad approfittare della difficoltà di fornire una definizione non meramente stipulativa del tema, per tirare in ballo tutta la tradizione continentale del mondo.
Ma Massarenti non ha difficoltà: "Che cosa si intende per naturalismo filosofico?". A partire da Quine, si intende che tutti i problemi – quindi anche quelli relativa alla conoscenza o alla mente o al significato, vanno studiati "con lo stesso spirito delle scienze naturali".
Ma perché? Perché questo spirito dovrebbe prevalere? E la domanda circa il prevalere di questo spirito può essere anch’essa trattata e dunque avere risposta secondo questo stesso spirito? Non so.
Accantono la questione, che non mi pare di poco conto, e mi chiedo perché si debba chiamare naturalismo un approccio che si caratterizza per essere quello delle scienze naturali. Mi piacerebbe invece che si chiamasse naturalismo un approccio che si caratterizza per il fatto che comincia con una definizione di ente naturale (e forse nemmeno con una definizione), e che sostiene che non vi sono al mondo altro che enti naturali. Sarebbe più corretto, o no? E soprattutto: perché non pensare che una importante distinzione alla quale di sicuro gli analitici fan caso, quella fra ontologia ed epistemologia (fra essere e sapere), è perlomeno oscurata dalla denominazione di naturalismo per una corrente filosofica che non muove dalla natura, ma dalla natura in quanto oggetto di scienza? Cosa ha la natura per vedersi trattata anzitutto così?
Nel seguito dell’articolo qualcosa di queste preoccupazioni affiora ("Che cosa si deve intendere per «natura»? I fenomeni fisici, quelli psicologici e percettologici, o altro ancora? E che cosa si intende per «scienza»?"), ma – se capisco – in relazione al carattere più o meno liberale, cioè più o meno ampio, del naturalismo in questione, avendo cioè messo innanzi e ben stabilito che quelli fisici sono di sicuro i fenomeni naturali, e domandandosi quindi quali altri fenomeni siano ad essi riconducibili.
La qual cosa è indubbiamente sensata, interessante e molto produttiva: di quei fenomeni, infatti, c’è scienza, c’è conoscenza nel senso della scienza moderna, sicché la questione della liberalizzazione del naturalismo viene ad essere nuovamente la questione di «che cosa e quanto» possa essere studiato secondo lo spirito delle scienze naturali, immutato restando lo spirito.
Ma di nuovo: perché quello spirito? Quello spirito mi pare abbia due tratti essenziali: in primo luogo il dominio dei fenomeni, la conoscibilità nel senso della controllabilità e della riproducibilità; e in secondo luogo l’unificazione, perché non si vede per quale ragioni alcuni domini del reale dovrebbero essere eccettuati da un approccio di tipo scientifico.
Di entrambi i tratti io vedo la potenza, ma non riesco a vedere il fondamento. Il fondamento naturalistico, intendo. E soprattutto mi viene abbastanza naturale sospettare che l’obiettivo dell’unificazione ultima non solo non sia alla nostra portata, ma nemmeno possa esserlo, perché l’obiettivo suppone che la natura non sia altro che la somma dei fenomeni naturali (sia dell’ordine della cosa, e non dell’evento, direbbero gli impenitenti continentali), il che non va affatto da sé, e che nel qualificarsi come oggetto scientifico  non le accada proprio nulla.
(Io scrivo: ens qua cogitatum; ora, il cogitare sarà pure scientifico, ma resta che qua introduce un complemento di limitazione. E chissà, magari il naturalismo filosofico è precisamente quello che si occupa del complemento e della limitazione)