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Viaggio intorno all’uomo, inseguendo l’etica

Paolozzi

Eduardo Paolozzi, The Philosopher (1957)

«Il tema di questo libro è una pratica di resistenza». Non è vero, dunque, come invece recita il titolo del romanzo di Walter Siti, che resistere non serve a niente. Eugenio Mazzarella, nel suo ultimo saggio su «L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazionne del mondo (Quodlibet, € 20), invita a contrastare, anzitutto con i mezzi intellettuali della riflessione, l’avvento di «un altro uomo; un uomo senza l’uomo che fin qui siamo stati».

Non capita di frequente, soprattutto nel panorama italiano, di imbattersi in un libro che dichiara apertamente di tenere un orientamento «conservatore». C’è una sorta di pudore, o forse di imbarazzo, che circonda questa parola, soprattutto nel campo del pensiero: si incontrano moderati o liberali, ma molto pochi sono quelli che invece si dicono schiettamente conservatori. Qui però non è in gioco una conservazione sul piano della dottrina sociale o politica, ma su un terreno più fondamentale, che è quello che riguarda la stessa specie umana, la sua condizione antropologica che certo non può essere ricondotta a un’immodificabile natura, ma neppure – sostiene Mazzarella – essere travolta dalla totale culturalizzazione – e, ormai, tecnicizzazione e artificializzazione –  del dato naturale. Questo è, appunto, il terreno sul quale Mazzarella prova a offrire argomenti a difesa dell’uomo, dei suoi tradizionali assetti antropologici, del campo dei significati in cui si è finora riconosciuto in quanto uomo.

I fenomeni che vengono presi in considerazione sono molti: riguardano certo la profonda trasformazione degli ordinamenti sociali, sempre più plasmati da una «individualizzazione mercatoria» che non riconosce più alcuna istanza superiore all’individuo e ai suoi desideri, ma chiamano in causa soprattutto la nuova capacità di intervento tecnologico su ciò che una volta era considerato l’invariante biologico della specie homo sapiens sapiens. E coinvolgono, infine, la rivoluzione dei costumi, l’«atomizzazione desiderante» che minaccia di spezzare definitivamente il rapporto fra sessualità e filiazione e di cancellare, insieme al primato dell’unione eterosessuale, la cellula costitutiva della associazione umana, così come l’antropologia culturale (Levi Strauss, in particolare) ha saputo consegnarcela.

Mazzarella chiama dunque «smoralizzazione» del mondo non la crisi dei valori: quel che è minacciato non sono infatti i valori, ma la possibilità stessa che si formi un ethos, un costume collettivo, degli abiti sociali che non possono mai essere il risultato di scelte puramente individuali. Ecco la tesi di fondo del libro, che dall’antropologia di Plessner alla fantascienza di Philip Dick, passando per la grande tradizione del pensiero filosofico (filtrata soprattutto da Kant, Nietzsche e Hiedegger), viene declinata con finezza di analisi e di prospettive: «L’accumunazione sociale non è mai l’ex post, ma l’ex ante dell’agire degli individui».

L’Autore non si nasconde che il terreno sul quale siamo è segnato già da un secolo dalla profezia di Nietzsche sul nichilismo della nostra epoca. E sa che se c’è una cosa alla quale si ribella la volontà di potenza (che del nichilismo costituisce il fondo ontologico) è proprio il peso del passato, l’immutabilità del «così fu»: come potrà allora resistere la posizione, o la presupposizione, di ciò che è «ex ante» (la «previetà comunitaria»), di ciò che viene prima della libertà dell’uomo? Di fronte al rischio di una perdita del mondo e dell’uomo come lo abbiamo conosciuto, Mazzarella non esita a mostrare tutto il suo scetticismo verso le magnifiche sorti e progressive della tecnica e del mercato. E però è pur sempre a una decisione che rimette in ultimo il compito di tenersi stretti a ciò che, come uomini, siamo storicamente divenuti. A una decisione, non a un destino. A una scelta della ragione, certo, ma non ad una qualche necessità, razionale o no che sia. A una forma superiore di conservazione della specie, non però in nome di una sua naturale fissità. È sufficiente? Può bastare? Difficile dirlo. E difficile è anche stabilire se il carattere irreversibile della mutazione che la specie umana starebbe per affrontare sia una minaccia o non anche un’opportunità (o entrambe le cose). Certo è che il libro ha il merito di non rendere banali nessuno degli interrogativi che nel dibattito pubblico affiorano sempre più spesso, in relazioni a questioni dirimenti come le unioni civili o le nuove tecniche di fecondazione artificiale. Questioni che non possono essere affrontate in nome dell’entusiasmo tecnofilico per tutto ciò che è nuovo, e dell’anatema verso tutto ciò che è passato – uomo antiquato compreso –, ma neanche possono essere respinte per la paura tecnofobica verso tutto ciò che comporta cambiamenti, anche radicali. Altrimenti anche i mutamenti indotti dalla Rete, pure quelli capaci di incidere profondamente sulla forma e le condizioni della comunità umana, dovrebbero essere guardati con orrore. Ma che il paesaggio naturale dell’umano stia sempre più finendo sullo sfondo, fin quasi a scomparire, questo è un tema che Mazzarella ha ragione di porre con forza, invitando la politica, non solo la filosofia, a qualche supplemento di riflessione in più.

(Il Mattino, 17 luglio 2017)

Papa e Apple, le fedi che parlano ai giovani

Parlando a Firenze, ieri Papa Francesco ha detto: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati agli imperfetti». Parlando ieri a Milano, all’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi, Tim Cook, il numero uno della Apple, ha detto: «Siamo qui per lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato». E l’una e l’altra parola – la parola sull’imperfezione e quella sul perfezionamento – sono risuonate ricche di significato, ed eloquenti, cioè capaci di parlare davvero alla platea che ascoltava. Papa Francesco ha parlato di umiltà, di disinteresse, di beatitudine: i tratti di un messaggio che danno ancora senso, secondo il Pontefice, alla vita cristiana, e che recuperano il loro valore solo se la Chiesa – ha spiegato Francesco – fa opera di pulizia al suo interno. Tim Cook ha toccato le questioni ambientali – il cambiamento climatico, l’uso delle energie rinnovabili –, poi la lotta alle discriminazioni, infine il tema della privacy, cruciale per un’azienda come la Apple, che maneggia una mole impressionante di profili e dati personali. Sono temi che fanno, tutti insieme, il catalogo del nuovo millennio, come si potrebbe dire con qualche enfasi. Senza impegnare invece un millennio intero, sono sicuramente temi che si agitano nell’opinione pubblica, fra le nuove generazioni, in molti mondi in cui non arrivano più, o arrivano stanche e vuote di significato, le parole della politica.

È un fatto: queste parole provengono da fedi che ancora alimentano moltitudini di uomini, la fede religiosa e la fede tecnologica. Non stanno sullo stesso piano, non hanno lo stesso contenuto, ma sono vissute entrambe come fedi, nel senso almeno che riscuotono fiducia, che si mantiene ancora la loro capacità di parlare del futuro dell’umanità. La fede nella politica e nella storia è invece molto più appannata, e anzi indietreggia sempre più. Cosa può cambiare il corso del mondo? Un tempo si sarebbe messo nel novero delle forze che fanno la storia anche la politica. Oggi, invece, pochi sono disposti a scommettere, o a investire sulla forza dei partiti politici e degli Stati nazionali (o delle comunità di Stati). E cosa può cambiare il cuore dell’uomo? Finite o quasi le grandi divise ideologiche, sembra che non rimanga altro che la fede religiosa in un qualche Dio trascendente.

È notevole peraltro che tanto il Papa di Roma quanto il capo dell’azienda di Cupertino mostrino di voler guardare a un «bene più alto» declinando anzitutto i temi della sostenibilità ambientale. Di nuovo: la conversione «verde» degli stili di vita, dei comportamenti individuali e collettivi, è avvertita come più urgente, e dunque come più vicina alle esigenze degli uomini di oggi, rispetto ai discorsi marcati da un forte contenuto sociale e politico. Il Papa ha pubblicato un’enciclica sull’ambiente che certo non trascura di parlare dell’ingiustizia o della povertà, ma che raggiunge con la forza della novità i fedeli quando parla della cura della casa comune, dell’inquinamento o dello spreco delle risorse ambientali. E Tim Cook, dal canto suo, pur realizzando con la sua azienda enormi profitti, riesce credibile ed entusiasma un pubblico giovanile quando si mostra preoccupato del futuro del pianeta. Come se, di nuovo, riserve di futuro fossero depositate solo nel grembo della Terra. E quindi non nelle città, non nei profani palazzi della politica, ma nei vecchi e nuovi templi della religione e della tecnologia.

Poco più di cent’anni fa, Friedrich Nietzsche scriveva che la fede nella verità, il fuoco accesso da Platone due millenni e mezzo orsono, si era ormai estinto, e che «l’ospite inquietante» dei secoli avvenire sarebbe stato il nichilismo. Questa diagnosi non è affatto estranea al nostro tempo. Se il filosofo diceva che nichilismo significa che manca la risposta al perché, manca il senso, non vuol dire però che non cresca, proprio su questa mancanza di senso, una impellente necessità di credere. Ad alimentarla non è più il progetto dispiegatosi con la modernità – fatto di diritti, libertà, emancipazione, uguaglianza – ma un altro impasto, legato contemporaneamente alla madre natura e a Dio Padre. Quel che una volta c’era di mezzo – il tempo della storia – prosegue con molto affanno, forse in attesa di rimettersi in moto sotto l’urto di altre potenze che solo ora si affacciano, o forse tornano ad affacciarsi, sulla scena del mondo. Ma prima  che questo accada, leader spirituali rimangono il Pontefice della Chiesa di Roma e il leader del marchio più carismatico in circolazione. Si può dire magari, con qualche cinismo che, lo vogliano o no, uno riempie di spiritualità la realtà del capitalismo, l’altra finisce col nascondere sotto lo spirito, un buon numero di affari. Però funzionano, mentre tutto il resto stenta parecchio a funzionare.

(Il Mattino, 11 novembre 2015)

Nichilisti e vecchi rossetti

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D’accordo, siamo tutte peripatetiche. Solo perché mantengo ancora – incomprensibilmente, a dire il vero – un minimo di creanza, un resto di politicamente corretto, non riesco ad impossessarmi fino in fondo del grido di battaglia di Giuliano Ferrara, e perciò lo declino in modo pudico: siamo tutti impegnati nel mestiere più antico del mondo, siamo tutte meretrici. Ma su tutto il resto sono pronto a partire per la crociata di Ferrara contro l’insopportabile moralismo persecutorio della procura di Milano e, allo scopo, sono pronto a mettere il rossetto anch’io, a citare il Vangelo e a gridare, come ha fatto Ferrara dal palco di piazza Farnese, «chi è senza peccato scagli la prima pietra!». Poi per la verità Gesù disse all’adultera «va, e non peccare mai più»; ma Ferrara si è dimenticato di ricordarlo a Berlusconi, e io mi dimenticherò di ricordarlo a lui.

L’Unità, 30 giugno 2013

Il Conclave e l’Italia sospesa

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Lo spirito soffia dove vuole, ma se volesse pure dare una mano all’Italia, con l’elezione del nuovo Papa, agli italiani, laici o cattolici che siano, forse non dispiacerebbe. D’accordo: la Chiesa cattolica ha una missione universale, non soltanto nazionale, e i suoi fedeli sono sparsi in tutti i continenti, e l’Europa non è più così centrale come un tempo e l’Italia lo è ancora meno. E poi i tempi di un’istituzione bimillenaria non si misurano sul piede della cronaca o dell’attualità. E soprattutto la sua sola e unica domanda – la più angosciosa, la più drammatica – non può che essere la domanda del Vangelo: «quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?». Un Papa lo si fa per quello, perché il Figlio dell’uomo possa trovare ancora servi fedeli al suo ritorno. Sulla terra, non solo in quella piccola, alquanto malandata penisoletta che è l’Italia.

Ma questa volta il Conclave cade anche in un altro contesto: nel bel mezzo di una grave crisi economica e sociale, che dura da anni, a cui si è sommata una ancora più acuta crisi politica da cui non sappiamo se e quando l’Italia saprà uscire. Per questo se un soffio dello Spirito lambisse anche l’altra sponda del Tevere neppure l’ateo più accanito, forse, potrebbe dispiacersene.

Non è facile. Quando Friedrich Nietzsche spiegò cosa mai fosse il nichilismo, l’ospite inquietante che secondo lui ci avrebbe tenuto compagnia per un paio di secoli almeno (Nietzsche scriveva alla fine dell’800, dunque pure col nichilismo siamo ancora a metà del guado), provò a descriverla come quella situazione nella quale «l’uomo rotola via dal centro verso la x». E in effetti, mai come in questi giorni  di questa caduta non si vede il punto di arresto. Mai come in questa fase l’Italia sembra aver perduto stabilità e centralità, tanto rispetto al contesto europeo e internazionale quanto rispetto al suo stesso destino storico, che non sa più decifrare. Mai come in questa congiuntura, mentre un settennato volge al termine, e una nuova legislatura fatica a incominciare, e non c’è nessuno che abbia qualcosa più di un’ipotesi arrischiata sul futuro prossimo venturo, si sente la mancanza di certezze, e forse anche il bisogno di qualche rassicurazione. Così si aspetta la fumata bianca per poter pensare: almeno questa è fatta, qualcosa finalmente comincia ad andare per il verso giusto.

Non si tratta solo di psicologismo spicciolo: c’è effettivamente nel Paese una sorta di sospensione, di finta calma, di surreale immobilità. Persino i mercati finanziari sembrano attendere gli eventi, invece di tentare di determinarli con la solita, frenetica aggressività. Forse al paese è accaduto veramente di ritrovarsi sospeso in quella grande bonaccia delle Antille che raccontò Italo Calvino: senza un alito di vento verso una qualunque direzione, la nave dei corsari che rimane ferma per mesi, a fronteggiare da lungi i galeoni dei Papisti, in un’asfissiante bonaccia. Il fatto è che se domani, se nei prossimi giorni (ma presto, per carità!) dal comignolo di San Pietro venisse fuori un filo di fumo bianco, vorrebbe dire che almeno la barca di San Pietro ha ritrovato il suo capitano ed ha ripreso il mare.

La parabola marinara di Calvino era rivolta anzitutto contro l’immobilismo del PCI di Togliatti (che infatti la prese a male). Questa volta si tratta però, più gravemente, dello stallo dell’intero sistema politico, finito in un pauroso buco di vento.

Intendiamoci: neanche per la Chiesa la navigazione potrà essere tranquilla. Quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne la sua ultima omelia, prima che si chiudessero le porte del Conclave che lo scelse papa, parlò con inusitata determinazione della «sporcizia della Chiesa», da cui bisognava liberarsi. Dopo sono venuti gli scandali, lo Ior, Vatileaks, la pedofilia, il maggiordomo infedele e la riapertura del caso Orlandi, l’acuirsi della crisi delle vocazioni e gli scontri all’interno della Curia: infine, le inaudite dimissioni del Papa. Anche Ratzinger aveva usato una parabola marinara: «spesso, Signore, la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti». Ma Bemedetto XVI ha lasciato, e mettere la barca in condizione di affrontare nuovamente il mare è il compito del futuro Papa: un nuovo Pontefice potrebbe averne la forza, essere il legno al quale i credenti potranno aggrapparsi.

E l’Italia? Quando l’Italia potrà salpare nuovamente, da dove potrà ripartire? Dalla saggezza di Napolitano? Sicuramente, ma ha soltanto un mese di mandato davanti a sé. Dai partiti? Ma sono investiti da un ciclone ancora più impetuoso di quello che li travolse con Tangentopoli. Dal Movimento 5 Stelle? Ma sembra lontanissimo da una qualunque idea di governo, e finanche dalle consuetudini parlamentari. Da un nuovo spirito pubblico, allora?

Ecco: se lo Spirito, che soffia dove vuole, dopo aver lasciato la Cappella Sistina mandasse qualche sbuffo pure dalle nostre parti e facesse circolare un po’ di aria nuova, di idee e di forze nuove, forse anche l’Italia potrebbe riprendere il vento.

Il Messaggero, 12.03.2013

Il forziere dei valori

Devo darvi una notizia buona e una cattiva. La notizia buona è che siete Picasso, Pablo Picasso, e ancor prima dell’età del giudizio siete arrivati in cima alla tradizione accademica: vostro padre vi ha messo matita e pennelli in mano, e voi non avete mai smesso di dipingere. Tutto quello che c’era da sperimentare del passato dell’arte è già stato da voi sperimentato, digerito, infine espulso.

La brutta notizia è che dinanzi a voi non è rimasta che un’alternativa, l’alternativa dinanzi alla quale ha finito col trovarsi l’arte europea ai nastri di partenza del secolo ventesimo. Anzi proprio nel 1900: quando, in agosto, muore dopo anni di malattia Friedrich Nietzsche, il filosofo del nichilismo («i valori supremi perdono ogni valore. Manca il fine. Manca la risposta alla domanda: perché?»), e in ottobre un baldanzoso giovanotto di Malaga arriva a Parigi: Picasso, per l’appunto.

Qual è l’alternativa? (continua qui)

Le trombe dell'apocalisse e Homer Simpson

(Walter si è quasi convinto a bloggare. Per ora ricevo e volentieri pubblico:)

Si parte dalla differenza fra mondializzazione e globalizzazione: 

1)       Mondializzazione: mundus, khosmos, organizzazione che è insieme ‘pulizia’: rapporti bene ordinati – il sogno della razionalità universale perseguito dal principio rivoluzionario fondantesi sulla autoreferenzialità del nichilismo egologico (soggettività trascendentale kantiano/fichtiana). La sua definizione in formula potrebbe essere: Demo-theo-crazia, ove il concetto di Dio si dissolve ed invera nel mondo ‘macchinale’ della organizzazione del tutto: cibernetica.

2)       Globalizzazione: qui il principio ‘cibernetico’ non funziona più. Globo rinvia piuttosto alle carte di esplorazione, alla loro continua estensione guidata dalla necessità di corroborarsi continuamente attraverso la trasgressione, nutrendosi dei ‘rifiuti’, come in un circolo continuo di autoalimentazione (necessità di produrre ‘dall’interno’ il nemico (il terrorista islamico, ad esempio) come funzionale al perpetuarsi del sistema).
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Il tramonto del sogno della mondializzazione è iniziato con il crollo del muro di Berlino. Il trionfo attuale della globalizzazione si regge sul presupposto della necessità della ‘barbarie’ per consentire il continuo auto-riprodursi del sistema. Sotto questo profilo, gli USA credono ancora (devono crederlo, e ‘fingere’ che le cose stiano così) che ci si trovi al cospetto di una guerra di Stati, mentre i realtà si tratta, piuttosto, di ciò che ‘all’interno’  del tardo-capitalismo ( come un’infezione virale, una malattia deformante, o come la propria stessa immagine deformata, ritornante al modo di uno spettro) si innalza quale negazione di ogni ‘proairesis’, di ogni calcolo oggettivo in vista di uno scopo (perfetta coincidenza del passato ideale nel futuro già realizzato). È la finzione dei ‘Neo-con’: dobbiamo continuare nella finzione della lotta uno stato, mentre in realtà si tratta d’una infezione virale, che percorre dall’interno l’occidente medesimo.

Oggi ci troviamo piuttosto al cospetto di una logica reticolare, ‘vermicolare’, che sfugge ad ogni identificazione univoca, e che è governata dalla necessità della trasgressione per rinforzare se stessa (dalla necessità del terrorismo come auto-legittimazione). Le si contrappone un sistema (erede del nichilismo mitico/mistico del ritorno ad una origine incontaminata) che insegue ‘terroristicamente’ il ritorno all’origine come cancellazione del tempo. All’origine del tutto vi è il concetto di controllo della natura (Bacon, Cartesio) fino alla scomparsa assoluta della sua gravità/gravezza, fino alla scomparse d’ogni residuo ‘sensibile’ corporeo. Fino alla scomparsa del dolore, alla scomparsa della morte (assoluta riproducibilità del tutto: scambio degli organi, inibizione del dolore che significa inibizione della memoria epperò dissoluzione della storia).
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Lo sfondo teorico è qui governatondalla distinzione fra ‘orrore’ e ‘terrore’:

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1) orrore è l’espulsione/negazionendell’altro con l’esasperazione della bellezza attraverso lanbruttezza: brutalità/deformazione e dunque trasposizione della propria malattiannei corpi altrui (il mostro che ci insidia e che dobbiamo combattere). L’orrorenproduce il timore di parlare della propria stessa alterità, della proprianstessa malattia, della propria malattia, per non parlare poi della ‘indecenza’ndella morte. Di qui i capisaldi su cui fa leva il nuovo potere internazionale:nfuori c’è il nemico, non uscite di casa, evitate il contatto con l’altro,nl’unica relazione possibile è quella ‘pulita’ delle relazioninvirtuali, delle reti telematiche.

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Inibizione del crattere ‘grave’ (secondo il suo duplice senso) del corpo, e trionfo piuttosto della sua leggerezza (estetismo diffuso, nichilismo ludico). Lo sfondo teorico è qui governato dalla distinzione fra ‘orrore’ e ‘terrore’:

1) Orrore è l’espulsione/negazione dell’altro con l’esasperazione della bellezza attraverso la bruttezza: brutalità/deformazione e dunque trasposizione della propria malattia nei corpi altrui (il mostro che ci insidia e che dobbiamo combattere). L’orrore produce il timore di parlare della propria stessa alterità, della propria stessa malattia, della propria malattia, per non parlare poi della ‘indecenza’ della morte. Di qui i capisaldi su cui fa leva il nuovo potere internazionale: fuori c’è il nemico, non uscite di casa, evitate il contatto con l’altro, l’unica relazione possibile è quella ‘pulita’ delle relazioni virtuali, delle reti telematiche.

2) Terrore è piuttosto l’esasperazione del sublime fino a che non ritorna come un alcunché di inospitale, un-heimlich, come se si fosse ‘spostati’ in un paese dove più non vale alcun principio di ragione, e ancor di più, dove non vale il PNC. Si è ‘gettati’ al cospetto della alterità assoluta.

Cosa ‘resta’, allora? Non certo la soluzione che addomestica l’altro al modo dell’alter ego, o quella ‘buonista’ che si regge sulla ipotesi ‘rassicurante’ dell’operazione umanitaria, o del principio neo-colonialistico della tolleranza assimilante. Né tantomeno regge l’ipotesi, anch’essa rassicurante, dello scontro di civiltà. Anche all’interno di tali prospettive ci si espone al ritorno dell’altro. Ad un altro che torna, ma sotto le sembianze del fantasma. È anzi questo, oggi, il senso del terrore allo stato puro: il ritorno reale/mortifero dell’altro, ma attraverso la sua simulazione mediatica in immagine. È ancora il gioco della deformazione che qui emerge.

Si tratta d’un circolo vizioso e perverso: oggi Il vero terrorista appare come paradossale incarnazione ‘fantasmatica’ dell’idea di terrorismo prodotta dall’occidente terrorizzato, cui il terrorista stesso a propria volta si ispira per terrorizzare l’occidente con i suoi stessi fantasmi. Sicché l’altro torna, ma non come esso ‘realmente’ crede di essere, ma mediante l’immagine prodotta dalla paura provata nei suoi confronti. Di tale paura verso di esso si alimenta la spirale del terrorismo.

Questo ritorno – per via ‘terroristica’ – dell’altro, appare a ben vedere funzionale alla auto-riproduzione del potere occidentale (nella sua forma tecnicizzata del tardo-capitalismo). Anzi, esso agisce come reagente per rinforzare valori che l’occidente si era già lasciato alle spalle. Duque cita autori come la Fallaci in Italia o Houllebecq in Francia, che dovrebbero coerentemente ‘ringraziare’ il fondamentalismo e il terrorismo, perché adesso, grazie ad esso, appare possibile riscoprire valori che nella disseminata mescolanza del post-moderno, rischiavano di dileguare.

Ma forse le radici del ‘male’ sono dentro di noi, più che di fronte a noi, più che nell’altro da negare.

Cosa ‘resta’, ancora una volta? Forse ‘soltanto un dio ci può salvare’ (Heidegger)? Quale dio può salvarci, oggi, nell’età finzionale dell’immagine, nella corporeità ridotta a design, fra tutti noi che forse non siamo più altro che personaggi da cartoon?

Homer Simpson, distratto, non si rende conto d’aver imboccato la strada sbagliata e che, lungo il molo del porto, sta per precipitare con la sua auto in mare. È allora che per la prima volta si lancia in una disperata invocazione: “Io non ho mai avuto fede, non ho mai creduto in te, nella tua esistenza…ma ora, in questo momento fatale, io mi rivolgo a te, ti prego, se esisti, ora manifesta la tua potenza. Ti prego salvami….

….Superman!!” 

Cosa resta? Forse restano i ‘resti’…

(Avete letto il resoconto della settimana filosofica di Felix Duque a Napoli)