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Nell'opposizione l'ora del dilemma

"Primum vivere, deinde philosophari", ha detto il ministro Tremonti, nel presentare la manovra finanziaria approvata dal Consiglio dei ministri. Si tratta dunque di sopravvivere, poi di far filosofia. E poiché far filosofia significa discutere, cioè parlamentare, a prenderla alla lettera quella proposizione dice niente di meno che, in una così grave condizione del paese, al Parlamento resta poco o nulla da fare. Non c’è dubbio infatti che, come tutti (o quasi) gli analisti hanno osservato, dai cieli azzurrini e dai miracoli della prima stagione berlusconiana, alle rassicurazioni dispensate a piene mani al principio di questa legislatura, fino alle brute questioni di sopravvivenza sollevate ieri dal ministro dell’Economia, qualcosa è drasticamente cambiato. E non c’è neppure bisogno di aggiungere che ci troviamo dinanzi ad un "tornante storico": numeri e cifre, indici di borsa e quotazioni della moneta, debiti pubblici e tassi di disoccupazione nell’area Euro parlano chiaro.
Resta però il fatto che il Parlamento è il luogo proprio e anzi esclusivo delle assunzioni di responsabilità dinanzi al paese, il che significa che nel caso delle comunità politiche democraticamente organizzate l’adagio citato da Tremonti, propriamente parlando, non vale: in democrazia, discutere, parlamentare, "far filosofia", è puramente e semplicemente vivere.
Orbene, in parlamento siede anche chi non è al governo, e cioè l’opposizione. E’ con l’opposizione, dunque, che si discute. Ma la condizione prima per discutere è per l’appunto quella di offrire al dibattito la possibilità di decidere insieme del "vivere", altrimenti la discussione è, molto banalmente, priva di oggetto. D’altra parte, la condizione che l’opposizione deve soddisfare è dimostrare che non intende discutere tanto per discutere, o peggio ancora rifiutarsi a priori di discutere per apparire più ferma e intransigente nella critica (essendo in realtà timorosa di non saperla a propria volta affrontare): le tocca invece di entrare nel merito, raccogliere la sfida e badare al vantaggio del paese più che a quello proprio.
Dopodiché le strade appaiono politicamente abbastanza ben tracciate. Quanto più si accentua la difficoltà del passaggio, quanto più si sottolinea la necessità che il paese affronti unito il peso dei sacrifici che dovrà compiere (come ha ricordato il Presidente Napolitano), quanto più si invita l’opposizione ad avere un atteggiamento non pregiudizialmente ostile, tanto più bisognerà che prenda corpo la possibilità di uno scenario politico diverso da quello attuale. Allo stesso modo, quanto più l’opposizione dimostrerà di sapersi accollare responsabilità, quanto più accetterà il terreno del confronto, tanto più dovrà segnare nel merito delle misure e delle proposte concrete le proprie ragioni politiche, invece di cercarle in sterili contrapposizioni di principio. Questo non toglie nulla alla distinzione di ruoli di maggioranza ed opposizione. Ma toglie qualcosa alla praticabilità di uno scontro politico condotto solo con le armi della propaganda: a tinte azzurre o a tinte fosche che siano.
Quel che però appare ben tracciato spesso non si rivela altrettanto facilmente praticabile, per colpa di quello che rimane inevitabilmente sotto traccia. La ragione è semplice: la strettoia non è tale solo per il paese nel suo insieme, ma anche per ciascuno degli schieramenti, che forse non può superarla senza mutare almeno un poco la sua fisionomia. Basti vedere quel che accade nella maggioranza, dove non sarà priva di conseguenze l’attenzione che Tremonti, nel disegnare le misure della sua manovra, ha riservato all’alleato leghista, cercando di urtarne il meno possibile la suscettibilità: cioè, poi, l’elettorato. Ma vale anche per l’opposizione: alla quale tocca anzitutto di esigere con ogni energia equità nelle misure da adottare, che allo stato paiono gravare troppo sul lavoro dipendente e sulla parte debole del paese, ma tocca anche guardare alla possibilità di acuire, proprio grazie al confronto di merito, le possibili tensioni all’interno della maggioranza, cosa che un’opposizione dura e pura, "senza se e senza ma", non può certo riuscire a fare. Col che appunto correrà il rischio che da sempre corrono le posizioni più raziocinanti: di apparire viziate da inconcludente tatticismo. Forse è un rischio al quale l’opposizione deve, a questo punto della legislatura, esporsi: qualcuno dirà che in questo modo si sarà messa ancora una volta a far della filosofia, smettendo di esistere come opposizione, mentre in realtà potrà forse ritrovare, proprio per questa via, le ragioni più vere del fare opposizione, e una nuova vita politica.

Opposizione ondulante

Sotto un titolo gentile, l’articolo di oggi, su Il Mattino:

Venerdì si apre l’Assemblea Costituente del Pd. Se la grammatica ha un senso, “costituente” vuol dire: che si costituisce. Se poi lo ha anche la logica, questo significa che non si è ancora “costituito”. Il problema dell’opposizione è tutto qui. Forse è troppo semplice, addirittura semplicistico, ma è precisamente in questi termini che la vede l’uomo della strada. Più precisamente: l’uomo dell’autobus, che ieri mattina leggeva il giornale sulla linea 10 che lo portava dalla provincia in città. E che chiedeva al signore seduto al suo fianco, non retoricamente ma con sincero smarrimento, se fosse lui a non aver capito: ma il partito democratico c’è o non c’è?
C’è, ma non si vede. C’è, ma agisce nell’ombra, anzi all’ombra del governo. C’è, ed ha persino una vocazione maggioritaria, così maggioritaria da non aver avuto bisogno di stringere intese politiche, programmatiche o elettorali con altri partiti – salvo scoprire, il 14 aprile scorso (e ancora domenica, alle amministrative siciliane) la piccola differenza consonantica che separa la vocazione dalla votazione.
In realtà, il partito democratico un’alleanza l’ha stretta: con l’Italia dei valori. Perché meravigliarsi, dunque, se il segretario del partito costituente e da costituire ha visto strapparsi “la tela del dialogo possibile” proprio sui temi sui quali più nettamente si disegna il profilo del partito che già c’è, quello di Antonio Di Pietro: la giustizia, le intercettazioni, le leggi ad personam, l’antiberlusconismo?
Il fatto è che in realtà non di una tela si trattava, ma di una robusta ragnatela. La quale celava (e cela ancora) il rischio che chiunque non sia al centro a tessere i fili si trovi invischiato nel poco gradevole ruolo di mosca cocchiera – quello appunto che Berlusconi ha finora immaginato di riservare a Veltroni, mostrandosi non a caso preoccupato non tanto per gli effetti nel paese dei suoi ultimi atti di governo, ma per le conseguenze che potrebbero prodursi nel Pd, a danno del periclitante segretario.
Se perciò l’opposizione sembra ora trovarsi tra la Scilla di una subalternità politica nei confronti del centrodestra e la Cariddi di una subalternità girotondina nei confronti di Di Pietro, è perché, preoccupato di quale aggettivo scegliere per connotare il proprio ruolo di opposizione, dura o dialogante, costruttiva o intransigente, il partito democratico si è semplicemente dimenticato di giocarlo, quel ruolo. Che significa: trovare interlocutori politici, collegare forze e interessi sociali ed economici, costruire un’idea di riforma del sistema politico che non sia semplicemente funzionale al Cavaliere, e un’agenda politica che non sia scandita dalle emergenze di volta in volta individuate dal centrodestra.
Sottrarsi a quella scomoda alternativa non è però semplice, perché, a bene vedere, essa è iscritta nella sua più antica fibra. Che fu intrecciata durante il lungo autunno della prima repubblica, quando dall’impotenza politica dell’opposizione nacque l’idea un po’ balzana del partito che non c’è: “un partito con un programma di riforme istituzionali ed economiche, con una moralità nuova, con gente credibile e non compromessa”, scrisse Eugenio Scalfari su Repubblica, nel lontano dicembre 1991, con parole che Veltroni (allora tra i più convinti sostenitori del rassemblement proposto da Scalfari), potrebbe ancora oggi fare proprie. Scalfari mise su il suo pantheon formato da uomini il cui denominatore comune era costituito da “onestà, impegno civile, competenza e decenza nazionale”, delineando così un partito che in effetti non era un partito, dal momento che nessuno dei requisiti indicati allora poteva offrire altro che una bandiera morale. Un partito che non c’era e che, non essendo un partito, continuò pacatamente, serenamente, a non esserci.
Oggi, preoccupati di non riproporre entro il Pd lo schema delle vecchie appartenenze partitiche, i dirigenti del Pd stanno pericolosamente prendendo un’analoga china, giustificando così tutti i dubbi raccolti ieri mattina sull’autolinea numero 10.
E alla vigilia dell’assemblea costituente, timorosi dell’attivismo delle Fondazioni, sembrano voler dimostrare che più ancora che dal formarsi di correnti, sono terrorizzati all’idea di doverlo fare per davvero un partito che, finalmente, ci sia.