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La strana idea di santificare Pascal. Una violenza contro storia e laicità

bacon

Francis Bacon, Three Studies For A Crucifixion (1962)

Le vie del Signore sono infinite, ma quella che prenderebbe la beatificazione di Blaise Pascal, qualora Papa Francesco desse seguito al proposito manifestato nel colloquio con Eugenio Scalfari, di sicuro non era mai stata percorsa prima. Perché non era mai accaduto prima, credo, che la proposta di portare qualcuno sugli altari nascesse dalla conversazione tra un Pontefice e un non credente: con quest’ultimo, beninteso, nella posizione del postulatore.

In effetti, è una ben strana intervista, quella apparsa qualche settimana fa su “Repubblica”. Più che un’intervista, somiglia a un piacevole e libero divagare. Papa Francesco ha a cuore il tema dei migranti, e le diseguaglianze fra la parte ricca e la parte povera del mondo. Scalfari ha invece ben altri crucci: la revoca della scomunica comminata a Baruch Spinoza, e la beatificazione di Blaise Pascal. Nientemeno. D’improvviso veniamo sospinti indietro, in pieno Seicento, l’ultimo secolo solcato da grandiose dispute teologiche intorno ai temi della grazia e del libero arbitrio. Pascal, a quel tempo, non se la passò benissimo: insieme ai suoi amici giansenisti, interpreti di un cristianesimo austero, poco incline al compromesso morale, ebbe la peggio nello scontro che li opponeva proprio ai gesuiti (dalle cui file viene Francesco), molto più disponibili ad adeguarsi agli usi del mondo. Genio precocissimo, grande scienziato e matematico, brillante prosatore, Pascal è stato però anche uno straordinario testimone della religione cristiana, in grado di rinnovare profondamente gli argomenti tradizionali dell’apologetica tradizionale per «porter à chercher», più che per dimostrare le verità della fede. Di qui la sua profonda modernità, che rende le sue pensées, lette (con qualche anacronismo) in chiave esistenzialistica, molto vicine alla sensibilità contemporanea. Pascal che scommette sull’esistenza di Dio (come un Kierkegaard ante litteram), Pascal che parla al cuore e non solo alla ragione (precorrendo sensibilità romantiche), Pascal che si angoscia dinanzi a un Dio che si nasconde (annunciando prima di Nietzsche l’ospite inquietante dei nostri giorni, il nichilismo).

Ma cosa significherebbe beatificarlo oggi (su proposta di Eugenio Scalfari)? Non è molto più autentica la sua testimonianza, se non guadagna i tratti eroici della santità, che non possedette, e rimane piuttosto nella misura della comune umanità? O c’è forse l’idea di una qualche forma di riconoscimento molto postumo da parte del primo Papa gesuita, verso lo scrittore che nelle «Lettere provinciali» ridicolizzò l’intera Compagnia di Gesù? Ma a che serve questa bizzarra maniera di riscrivere la storia?

È vero che il martirologio cristiano raccoglie le biografie più disparate, e che la storia della Chiesa è piena di testa-coda, di pentimenti, conversioni e palinodie – questo è anzi uno dei tratti più significativi dell’antropologia cristiana – ma, con tutto ciò, lo scomodissimo Pascal che finisce cinto con l’aureola grazie a un chierico della Compagnia, beh: è davvero complicato immaginarselo. Così come trovare un giansenista, così legato al cristianesimo delle origini, tra le schiere rinfoltite e modernizzate dei santi.

Ma, anacronismi a parte, è l’idea stessa che l’apertura della Chiesa ai tempi moderni debba essere mostrata attraverso questi disinvolti mescolamenti del laico e del religioso che probabilmente non giova né a un elemento né all’altro. Così come non ci fa una gran figura, la Chiesa di Francesco, ad avviare i processi di beatificazione davanti a un taccuino, grazie all’imbeccata di un giornalista. È come se il cristianesimo volesse oggi perdere tutte le sue asperità: non solo certi inutili dogmatismi, ma anche la sia pur minima distanza “clericale”. E chi meglio di Blaise Pascal, finito pure nelle scatole dei Baci Perugina? Ma c’è un enorme equivoco. A parte il fatto che, dal punto di vista cattolico, i dogmatismi non sono affatto inutili, sono anzi costitutivi del magistero ecclesiastico, ma come si fa a promuovere un’operazione di questo genere con Pascal, che di facilità, convenienze, accomodamenti morali e dottrinali proprio non ne voleva sapere? Senza dire che sarebbe stato il primo a inorridire nel vedersi messo a fianco dell’ebreo Spinoza.

Qui poi viene il lato francamente molto, ma molto approssimativo della lunga conservazione col Pontefice. Passi che Scalfari immagini, violentando la cronologia, un Pascal lettore di Spinoza. Passi pure che dedichi un capoverso da brivido alla novità del pontificato di Francesco (il Dio unico, questa la «tesi di fondo»: come se il monoteismo fosse una scoperta dell’ultimora) e pure al dogma trinitario (Dio che diventa uomo e che dopo la morte «ridiventa» Dio: secoli di discussione su Gesù vero uomo e vero Dio dissolti così, in un giro di frase, dinanzi al Papa), ma che dire infine della richiesta alla Chiesa cattolica di cancellare la scomunica di Spinoza, quando a scomunicarlo fu la comunità ebraica di Amsterdam?

Quanto infine alla messa all’indice dell’«Ethica»: è difficile trovare nel Seicento (ma anche oggi) un libro più lontano non solo dalla fede ma dalla stessa visione cristiana del mondo: che senso avrebbe, anche in questo caso, mescolare le cose, confondere le acque e fare come se fossero lo stesso il Dio personale dei cristiani e il Dio impersonale di Spinoza, il Dio trascendente e il Dio immanente, il Dio misericordioso e il Dio privo di passioni, il Dio di «stultitia» dei cristiani e il Dio tutto razionale di Spinoza?

Ma se saltano simili differenze, e se a saltarle (a farci almeno un pensierino) è addirittura il Pontefice, non si è affatto più vicini al dialogo e alla reciproca comprensione fra pensiero laico e pensiero religioso: si è invece nel peggiore dei sincretismi possibili, dove tutto equivale a tutto. Che è precisamente la condizione in cui, Pascal può finire sugli altari, Spinoza vedersi revocata una scomunica rifilatagli da altri, e Scalfari spiegare al Papa addirittura la Trinità.

(Il Messaggero, 30 luglio 2017)

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Un richiamo alla realtà e all’Europa egoista

palladino

Accogliere i migranti e i rifugiati, ma distinguere. Non chiudere le frontiere, ma regolare. E integrare, certo, non ghettizzare. E dunque calcolare quanti possono essere integrati. Così ha parlato ieri Papa Francesco, di ritorno da una Svezia meno aperta e generosa che in passato, che però Bergoglio ha tenuto anzitutto a ringraziare per le politiche di accoglienza che anche in passato hanno permesso a molti argentini, a molti sudamericani, in fuga dalle dittature militari, di rifarsi una vita in Europa. In passato: oggi è più difficile, e il Papa lo riconosce. Perché accogliere non vuol dire far entrare chiunque, e fare entrare comunque: vuol dire invece predisporre strutture, servizi, risorse. Vuol dire fare opera di educazione, creare percorsi di cittadinanza, favorire il dialogo e la reciproca comprensione. Tutte cose che richiedono un lavoro paziente, una fitta tessitura di azioni, un serio impegno economico, sociale, culturale; richiedono persino la costruzione di un consenso diffuso, per evitare reazioni di rigetto, paure, risentimenti nella cittadinanza.

Avere presente tutte queste condizioni, e vincolare ad esse la parola del conforto e della solidarietà significa tenere un discorso intensamente politico, con quell’avverbio che il Pontefice scandiva con grande convinzione: «politicamente». Politicamente si paga «una imprudenza nei calcoli, nel ricevere di più di quelli che si possono integrare».

Ma che le politiche sull’immigrazione richiedano l’arte prudente di un calcolo: questo è proprio quello che non ci si aspetta da un Papa spirituale. Il fatto è che però Papa Francesco non è un Papa spirituale, se con ciò si intende un Papa ignaro della struttura del mondo, o della complessità del suo governo. Venuto quasi dalla fine del mondo, vicino ai popoli e ai Paesi meno sviluppati, con poca simpatia verso le grandi accumulazioni di ricchezza e le diseguaglianze generate dall’«imperialismo economico» del mercato, Bergoglio non ci ha messo molto a farsi la fama del Papa di sinistra. Per certi ambienti cattolici, anzi, José Mario Bergoglio è un comunista. Lo scorso anno, durante il volo che lo portava in America precisò perciò di essere certo di non avere detto una sola cosa che non fosse già contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. E aggiunse scherzosamente: «Ho dato l’impressione di essere un pochettino più “sinistrino”, ma sarebbe un errore di spiegazione».

Ebbene, sarebbe, di nuovo, un errore di spiegazione, se le parole pronunciate ieri venissero giudicate poco coerenti, o troppo prudenti, o francamente deludenti. Il Papa che saluta con un cordiale buongiorno dal balcone di piazza San Pietro; quello che va a scegliersi gli occhiali dall’ottico o gira con la sua borsa nera sotto mano; il Papa che, soprattutto, compie un viaggio di portata storica, a Lampedusa, nel 2013, e lì cita, nel corso dell’omelia, le parole con cui Dio si rivolge a Caino – «dov’è tuo fratello?» – per fare i popoli europei e l’Occidente responsabile delle migliaia di vite sommerse dai flutti del mare, quel Papa è lo stesso che ieri ha mostrato con grande chiarezza e lucidità che il senso di umanità è una cosa, il generico umanitarismo un’altra. Che la politica non può minimamente trascurare le conseguenze delle decisioni che è chiamata a prendere. Che deve avere una sua morale, ma questa morale non è assoluta; deve bensì mediarsi con la realtà. Né alla Chiesa cattolica come istituzione è mai appartenuto l’atteggiamento dei santi, dei mistici o degli anacoreti. E nemmeno quello delle anime belle.

La questione dell’immigrazione è, insomma, una questione enorme. Che non si affronta con astratte affermazioni di principio, e nemmeno soltanto con l’appello ai buoni sentimenti. Che ci vogliono, naturalmente. Ma ci vuole anche il calcolo, dice Papa Francesco. Cioè una saggia commisurazione di mezzi e fini.

È evidente che il Pontefice non intendeva con ciò fare sconti a quei popoli che si sottraggono ai doveri dell’accoglienza. La Svezia non è l’Ungheria, e la prudenza non è sinonimo di miope egoismo o di gretto nazionalismo. Se anzi l’Europa riuscisse ad imporre uno stesso atteggiamento di apertura regolata, se facesse suo il calcolo di Bergoglio, se fosse in grado di gestire in maniera coordinata i flussi, con la collaborazione leale di tutti i membri dell’Unione, potrebbe dare una risposta di gran lunga più efficace di quella che oggi mette sotto tensione Paesi rivieraschi come l’Italia e gonfia e altera la percezione degli eventi prestandogli i contorni del fenomeno incontrollato, e perciò tanto più pericoloso.

Ma per questo ci vuole una buona dose di razionalità politica che, bisogna dirlo, ieri sembrava trovarsi nelle parole del Pontefice della Chiesa cattolica romana, più di quanto non accada nei discorsi di certi leader politici europei.

(Il Mattino, 2 novembre 2016)

I violenti che inquinano le società

2015-11-29_paris_anticop21-b-6092bQuel che ci vuole, per fare una capitale, è anzitutto una certa cura della città da parte del potere politico e religioso. Ci vogliono monumenti, piazze, grandi e diritte vie, opere che per eleganza e decoro diano adeguata rappresentazione alla potenza e al prestigio della casa regnante, o della Chiesa. Insomma: una faticaccia che, di solito, si continua nei secoli. Figuriamoci se si può spostare una capitale da un giorno all’altro. Arrivando nella Repubblica Centrafricana, Papa Francesco ha detto tuttavia: «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo. L’Anno santo della misericordia viene in anticipo a questa terra». Un’espressione potente, che dà anzitutto il senso di una Chiesa in cammino. Non solo il Papa venuto dalla fine del mondo è salito, a Roma, sul soglio di Pietro, ma ora lascia intendere che nella missione della Chiesa Bangui e l’Africa vengono prima di Roma, della latinità, dell’Europa.

Questo movimento non è però affatto estraneo al cattolicesimo romano, alla sua specificità. Lo ha spiegato bene il filosofo francese Remi Brague, sottolineando i tratti distintivi dell’esperienza romana: cosa c’è infatti di più specificamente romano dell’acquedotto e della strada (e, certo, anche del miles romano)? Roma è cioè il luogo in cui si giunge e da cui si parte, ma è spostata rispetto alle sue radici spirituali, filosofiche e religiose, rispetto cioè ad Atene e Gerusalemme. Per questo Roma traduce: traduce più di quanto ogni altra cultura umana abbia tradotto. Che poi significa trasporta e travasa: la Bibbia, oppure Platone ed Aristotele. E per questo, in fondo, Bergoglio può andare in Africa, rinnovando l’opzione preferenziale per i poveri ma senza capovolgere la Chiesa,  o chiudere definitivamente i battenti di San Pietro.

A Parigi, invece, hanno manifestato quelli che vogliono capovolgere, non solo spostare, le nostre città. Non solo loro, ovviamente. Ma anarchici, estremisti, movimenti antagonisti e anticapitalistici si son dati appuntamento per l’ennesima volta lì, per scontrarsi con la polizia e sfidare il divieto imposto dalle autorità per motivi di sicurezza. La marcia globale organizzata in occasione del summit parigino ha toccato in realtà centinaia di luoghi della Terra: da Roma a Bogotà, da Kampala a San Paolo passando per Roma e Berlino. L’obiettivo è premere sui governi perché concludano un accordo vero e vincolante per ridurre le emissioni dei gas di scarico. Ed è un’altra cosa. È una cosa che si fa, certo, mobilitando l’opinione pubblica, aderendo a campagne e iniziative, lanciando petizioni e cercando testimonial: sulle strade di Parigi, tra le scarpe lasciate dagli attivisti che hanno rispettato il divieto di manifestare, c’erano anche quelle di Papa Bergoglio. Ma è cosa che si fa pure (anzi: soprattutto) votando alle elezioni, perché non si può fare senza i parlamenti e i governi, senza accordi sovra-nazionali, supervisioni di organismi internazionali, accordi, mediazioni, compromessi.

La logica dei Black Bloc è diversa: è difficile persino attribuirgli una qualunque sensibilità ambientale. L’obiettivo è puramente e semplicemente prendere di mira i simboli del potere, mettere a soqquadro le capitali. Se infatti il sistema capitalistico di produzione inquina come mai è accaduto nella storia, gli anticapitalisti lottano contro l’inquinamento: ma in quanto anticapitalisti, non in quanto ambientalisti. E se d’altra parte il potere onora in questi giorni le vittime del Bataclan, gli anarchici no, perché non hanno motivo alcuno per sentirsi legati dalla stessa religione civile. Per questo, le candele e i fiori deposti in omaggio ai caduti non meritano, per loro, nessun particolare rispetto.

Forse questo colpisce più di ogni altra cosa, quando nella stessa giornata si vedono insieme il Papa a Bangui e i tafferugli nella capitale francese: dove vi sia una qualche volontà di tenere legate le cose, di tenerle unite, e dove invece si vuole spezzare ogni legame, ogni appartenenza. Dove si cercano le parole di una comune umanità, e dove invece le si rifiuta come false e ormai pregiudicate.

Non è detto che la strada scelta da Papa Francesco sia quella giusta: per l’Africa e per la Chiesa di Roma. Se però la scelta di andare a Bangui e di farne per un giorno la capitale appare così forte, è forse anche perché ci sono stati gli attentati di Parigi, perché tutto ci appare più fragile della nostra umana condizione e del nostro mondo, se una bomba può esplodere in un bar o sugli spalti dello stadio. Questa fragilità ci affratella: forse anche ipocritamente, perché molto poco le nostre giornate condividono materialmente con quelle che trascorre un qualunque cittadino della repubblica centrafricana. Però quel poco ci basta per capire il gesto di Francesco, mentre non capiamo, in questa giornata, la violenza per le strade di Parigi. Non la capiscono – è sicuro – neanche tutti gli altri manifestanti che in giro per il mondo hanno fatto sentire civilmente la loro voce ai Grandi della Terra, cercando di suggerire loro che mettere sottosopra no, ma cambiare un poco le capitali, i loro fumi e le loro polveri sottili, si può fare, proprio in nome della comune umanità.

(Il Mattino, 30 novembre 2015)

Papa e Apple, le fedi che parlano ai giovani

Parlando a Firenze, ieri Papa Francesco ha detto: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati agli imperfetti». Parlando ieri a Milano, all’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi, Tim Cook, il numero uno della Apple, ha detto: «Siamo qui per lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato». E l’una e l’altra parola – la parola sull’imperfezione e quella sul perfezionamento – sono risuonate ricche di significato, ed eloquenti, cioè capaci di parlare davvero alla platea che ascoltava. Papa Francesco ha parlato di umiltà, di disinteresse, di beatitudine: i tratti di un messaggio che danno ancora senso, secondo il Pontefice, alla vita cristiana, e che recuperano il loro valore solo se la Chiesa – ha spiegato Francesco – fa opera di pulizia al suo interno. Tim Cook ha toccato le questioni ambientali – il cambiamento climatico, l’uso delle energie rinnovabili –, poi la lotta alle discriminazioni, infine il tema della privacy, cruciale per un’azienda come la Apple, che maneggia una mole impressionante di profili e dati personali. Sono temi che fanno, tutti insieme, il catalogo del nuovo millennio, come si potrebbe dire con qualche enfasi. Senza impegnare invece un millennio intero, sono sicuramente temi che si agitano nell’opinione pubblica, fra le nuove generazioni, in molti mondi in cui non arrivano più, o arrivano stanche e vuote di significato, le parole della politica.

È un fatto: queste parole provengono da fedi che ancora alimentano moltitudini di uomini, la fede religiosa e la fede tecnologica. Non stanno sullo stesso piano, non hanno lo stesso contenuto, ma sono vissute entrambe come fedi, nel senso almeno che riscuotono fiducia, che si mantiene ancora la loro capacità di parlare del futuro dell’umanità. La fede nella politica e nella storia è invece molto più appannata, e anzi indietreggia sempre più. Cosa può cambiare il corso del mondo? Un tempo si sarebbe messo nel novero delle forze che fanno la storia anche la politica. Oggi, invece, pochi sono disposti a scommettere, o a investire sulla forza dei partiti politici e degli Stati nazionali (o delle comunità di Stati). E cosa può cambiare il cuore dell’uomo? Finite o quasi le grandi divise ideologiche, sembra che non rimanga altro che la fede religiosa in un qualche Dio trascendente.

È notevole peraltro che tanto il Papa di Roma quanto il capo dell’azienda di Cupertino mostrino di voler guardare a un «bene più alto» declinando anzitutto i temi della sostenibilità ambientale. Di nuovo: la conversione «verde» degli stili di vita, dei comportamenti individuali e collettivi, è avvertita come più urgente, e dunque come più vicina alle esigenze degli uomini di oggi, rispetto ai discorsi marcati da un forte contenuto sociale e politico. Il Papa ha pubblicato un’enciclica sull’ambiente che certo non trascura di parlare dell’ingiustizia o della povertà, ma che raggiunge con la forza della novità i fedeli quando parla della cura della casa comune, dell’inquinamento o dello spreco delle risorse ambientali. E Tim Cook, dal canto suo, pur realizzando con la sua azienda enormi profitti, riesce credibile ed entusiasma un pubblico giovanile quando si mostra preoccupato del futuro del pianeta. Come se, di nuovo, riserve di futuro fossero depositate solo nel grembo della Terra. E quindi non nelle città, non nei profani palazzi della politica, ma nei vecchi e nuovi templi della religione e della tecnologia.

Poco più di cent’anni fa, Friedrich Nietzsche scriveva che la fede nella verità, il fuoco accesso da Platone due millenni e mezzo orsono, si era ormai estinto, e che «l’ospite inquietante» dei secoli avvenire sarebbe stato il nichilismo. Questa diagnosi non è affatto estranea al nostro tempo. Se il filosofo diceva che nichilismo significa che manca la risposta al perché, manca il senso, non vuol dire però che non cresca, proprio su questa mancanza di senso, una impellente necessità di credere. Ad alimentarla non è più il progetto dispiegatosi con la modernità – fatto di diritti, libertà, emancipazione, uguaglianza – ma un altro impasto, legato contemporaneamente alla madre natura e a Dio Padre. Quel che una volta c’era di mezzo – il tempo della storia – prosegue con molto affanno, forse in attesa di rimettersi in moto sotto l’urto di altre potenze che solo ora si affacciano, o forse tornano ad affacciarsi, sulla scena del mondo. Ma prima  che questo accada, leader spirituali rimangono il Pontefice della Chiesa di Roma e il leader del marchio più carismatico in circolazione. Si può dire magari, con qualche cinismo che, lo vogliano o no, uno riempie di spiritualità la realtà del capitalismo, l’altra finisce col nascondere sotto lo spirito, un buon numero di affari. Però funzionano, mentre tutto il resto stenta parecchio a funzionare.

(Il Mattino, 11 novembre 2015)

Se la Chiesa surclassa la democrazia

ImmagineCome da vocabolario: la Chiesa cattolica è la comunità di credenti che riconosce il primato di Pietro. C’è il primato petrino e c’è la comunità, e nella sua lunga storia i termini di questa relazione non hanno pesato sempre allo stesso modo. Però hanno funzionato e funzionano tuttora. La vitalità che la Chiesa di Francesco sta dimostrando è indubbia. E non si tratta del fatto che il Pontefice gode di buona stampa, o che piace al mondo perché non gli va contro, come il suo predecessore Benedetto XVI: tutte queste sono rappresentazioni decisamente approssimative, che colgono movimenti di superficie e non guardano ai mutamenti più profondi che il cattolicesimo viene affrontando. Proprio questo, anzi, colpisce: la capacità di affrontare questi mutamenti impegnando una visione complessiva di sé, del proprio mandato, della propria tradizione morale e religiosa.

Questo era infatti il Sinodo: una riflessione sulla famiglia, istituzione fondamentale per la morale cattolica (e per molte società umane), condotta senza rete, senza preventivi ripari, senza percorsi preconfezionati. Al termine, conta ovviamente se siano state raggiunte posizione sufficientemente progressiste, abbastanza moderate o troppo conservatrici: a proposito della comunione ai divorziati – da valutare con discernimento, caso per caso – o delle unioni omosessuali  – distinte fermissimamente dal matrimonio –. Ma conta anche l’ampiezza del confronto, e diciamo pure: la franchezza dello scontro. E infine pure la capacità di chiudere il Sinodo votando un documento finale i sintesi, capace di misurarsi (e di votare) su tutti i punti controversi.

La sintesi, per la verità, è affidata a Bergoglio, perché la Chiesa mantiene indeffettibilmente l’autorità pontificia. Il Sinodo si limita, secondo il diritto della Chiesa, a mettere a disposizione del Papa le vedute dei suoi vescovi sui problemi sui quali sono stati convocati per un consulto. Ma di un consulto vero si è trattato, e di una Chiesa percorsa dalla discussione in ogni sua fibra. Forse questa così larga disponibilità a dibattere dipende da tempi problematici per la coscienza religiosa, tempi in cui il senso trascendente della vita è lontano dalle pratiche quotidiane degli uomini, sicché dietro ciascuno dei temi che la Chiesa è chiamata ad istruire si intravede una sorta di smarrimento metafisico: forse è questo, che ha spinto i padri sinodali a non accontentarsi di sterili dispute verbali, portandoli a reclamare in gioco l’umanità stessa dell’uomo. O forse è la formula di governo della Chiesa, che offre comunque un ancoraggio ultimo nelle parole del successore di Pietro, e permette così alle parole penultime di tutti gli altri pastori una libertà di movimento persino maggiore. Forse si tratta dell’una e dell’altra cosa insieme: la profondità metafisica minacciata e l’altezza gerarchica preservata creano un campo di tensione che rende vive e vitali, drammaticamente vitali, le dispute teologiche, pastorali, ecclesiali.

Dall’altra parte ci sono le democrazie occidentali. Non hanno così tanti anni, quanti ne ha la Chiesa di Roma, eppure paiono già stanche, sfiduciate, infiacchite, disilluse, disincantate. Consegnate a pratiche routinarie, svuotate sempre di più dalla partecipazione popolare, incapace di appassionare e percorse perfino dal dubbio di non contare veramente poi molto, e di non decidere gran che. Non è un caso che tanta parte dell’intellettualità europea reagisce in modo fiacco alle difficoltà che l’Unione attraversa: non si tratta forse di un progetto politico di grandissima ambizione? Eppure, nonostante il carattere inedito della costruzione comunitaria, c’è molta poca traccia di questa ambizione nelle prese di posizione pubbliche, nei discorsi istituzionali delle massime cariche politiche o anche solo nella saggistica corrente. E neppure la prospettiva di un naufragio del processo di integrazione (che non è affatto scongiurata solo perché compare qua e là qualche timido segnale di ripresa economica) riesce davvero a mobilitare l’opinione pubblica, ad accendere animi, a suscitare energie. Davvero la misura dell’umano si rimpicciolisce e diviene fin troppo umana, come pensava Friedrich Nietzsche, quando perde una sponda trascendente, o quando smette di combattere contro minacce di negazione radicale, che le democrazie da sole non sono in grado di evocare (benché abbiano saputo combatterle, quando si sono presentate, nel corso del ‘900)?

È lecito coltivare questo dubbio. Se non altro perché così c’è perlomeno una sfida da vincere: scacciare il sospetto che l’uomo, da solo, nella dimensione piatta e orizzontale delle sue banali e ordinarie relazioni sociali, in un contesto piattamente e stancamente democratico – che l’uomo, dicevo, quest’uomo qui non è poi quella gran cosa che credeva scioccamente di essere, finché la democrazia non l’aveva conquistata.  E, forse, questa è una sfida che vale la pena di vivere: da sinceri, anche se un po’ ammaccati, democratici.

(Il Mattino, 26 ottobre 2015)

«Chi sono io per giudicare?»

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«A me questo Papa piace. Mi mette in allarme»: così comincia Giuliano Ferrara, nel suo ultimo libro (con Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro: Questo Papa piace troppo, Piemme, Euro 15,90). E così finisce. Non rinuncia a farsi piacere il Papa, ma nemmeno a restare in allarme. Perché gli piaccia il Papa può sembrare ovvio, dal momento che piace a tutti, e piace sin troppo, ma in realtà le ragioni che Ferrara adduce non sono le stesse per le quali piace a tutti. Proprio quelle, anzi, sono motivo di allarme. Il Papa, dunque, non gli piace perché la sera dell’elezione saluta dal balcone di San Pietro con un timido buonasera, o perché va in giro portandosi appresso la sua vecchia borsa nera, o perché ha ogni tanto il ghiribizzo di telefonare a chicchessia, a Scalfari come al suo calzolaio (suo del Papa, non di Scalfari). Non gli piace per quanta misericordia e tenerezza spande nei suoi discorsi, e nemmeno perché sembra accantonare certe rigidità dottrinali o voler riformare profondamente la curia romana. No, gli piace piuttosto perché con Francesco la Chiesa ha voltato pagina, ed è uscita dalla «storica impasse» in cui si era cacciata. Perché con Francesco la Chiesa cattolica sembra cominciare da un’altra parte e cominciare di nuovo, invece di macerarsi nel dubbio su come proseguire nello spirito del Concilio, oppure farne un altro, o anche fare macchina indietro. Circola invece un’altra aria, una bella ventata di novità: «una rumba sudamericana presa dalla fine del mondo». E questo qualche frutto darà.

Dopodiché però diciamolo pure: l’allarme prevale. Di gran lunga. La simpatia: d’accordo. La curiosità: va bene. Il relativismo gesuitico (Francesco che ai cronisti dice: «chi sono io per giudicare?» e nessuno che gli risponde: «bene o male sei – o saresti – il Papa!»): magari quella è davvero la strada giusta per chiamare a sé le coscienze. Ma il nocciolo della questione, per come lo vede Ferrara, è: quale posto le idee e la cultura cristiana possono trovare e ancora troveranno nello spazio pubblico. Perché per quel posto gli ultimi due papi si erano in modi diversi fieramente battuti, mentre questo Papa Francesco non si sa quanta voglia ne abbia. E anzi spiace così poco alla communis opinio, al mainstream dominante, agli spiriti laici e illuministi e politicamente corretti, che sembra proprio non volerla contraddire mai, codesta pubblica opinione. Ragion per cui dall’omosessualità alla comunione per i divorziati, passando per la legge 40, il timore (l’allarme) è che Francesco adotti semplicemente un atteggiamento rinunciatario (Gnocchi e Palmaro lo chiamano addirittura «catechismo della desistenza»), compiacente verso il mondo e fin troppo accomodante.

E invece aut Christus fallitur, aut mundus errat: o Cristo si inganna o il mondo è in errore. E siccomesan Bernardo aggiunge subito dopo che è impossibile che la divina sapienza s’inganni, c’è poco da fare: è il mondo che è in errore.

Ora, credo che a Ferrara importi molto meno fare l’elenco degli errori in cui il mondo incorre, che non rivendicare alla Chiesa il diritto di stigmatizzare l’errore, senza farsi intimidire da un’aggressiva coscienza laica, o (cosa più probabile) ammorbidire dalle lusinghe del mondo, dal consenso misurato dal numero di follower che il Papa può vantare su Twitter o dal numero delle telefonate a Scalfari. Basti leggere le pagine forse più vivaci del libro, il provocatorio l’elogio di Pio IX e del suo Sillabo, quello che condannò il liberalismo e la civiltà moderna, per cogliere la vera questione, per Ferrara: riuscirebbe oggi la Chiesa, avrebbe l’energia necessaria per produrre un testo simile al Sillabo di Pio IX?

Domanda legittima. Ma se si dimostrasse che no, la Chiesa non ha più questa energia, perché invece ce l’ha il mondo (e perché poi il mondo non dovrebbe averla?), certo Gnocchi e Palmaro se ne dorrebbero altamente; ma poi? Che cosa nel «depositum fidei» sarebbe compromesso? E perché la differenza fra la Chiesa e il mondo sarebbe in questo caso necessariamente assimilata, tolta, cancellata? Perché la Chiesa dovrebbe perdere con ciò la sua forza profetica, testimoniale, spirituale? Forse, assumerebbe solo una diversa figura, e forse Papa Francesco sta solo provando a incarnarla. Andando a casa del peccatore, e non solo giudicandolo dal colonnato di piazza San Pietro.

(Il Mattino – Cultura, 9 maggio 2014, col titolo Questo papa fa sul serio)

Vangelo, non Marx. La Chiesa di Francesco

ImmagineUn Papa è un Papa: ci mancherebbe pure che fosse un’altra cosa. Magari un comunista! Però a volte capita che nei palazzi vaticani si aggiri un uomo che in simili ambienti sembra starci un po’ a disagio: troppi stucchi, soffitti troppo alti, troppi zelanti servitori. Papa Francesco non fa molto per nascondere un certo imbarazzo non già nell’assumere su di sé il peso del Papato e della Chiesa, ma nel frequentare quelle segrete stanze. Non si spiega altrimenti come poté diffondersi, nei primi giorni del suo pontificato, la voce del tutto destituita di fondamento che il Papa sgattaiolasse in orari improbabili via dal colonnato del Bernini, lontano dalle mura dello Stato pontificio, per incontrare… chi? I comunisti? No: i poveri. Un amico barbone. Un disoccupato. Una ragazza madre.

Nulla di tutto questo: non perché la dignità papale non lo consente, ma perché proprio non si può. Però ai ragazzi che hanno intervistato Papa Francesco qualche dubbio deve essere venuto, e non solo per la scelta del nome da parte del Pontefice. Ma anche per lo stile. Per il sorriso disarmante. Per le parole. Per i gesti compiuti. Perciò Papa Francesco li ha voluti tranquillizzare: non sono comunista. Essere per i poveri non vuol dire essere comunisti.

Ed effettivamente è così. Casomai, non si capisce più bene che cosa voglia dire essere comunisti. Ma questa è (anche) un’altra storia, che potrebbe essere raccontata così: un conto è essere per i poveri, e magari condividerne le sofferenze morali e materiali, ed esprimere loro solidarietà, fare la carità, costruire per loro un mondo più giusto; un altro è essere per i poveri, e pensare che la loro povertà non sta semplicemente a fianco dell’altrui ricchezza, ma è proprio causata dall’altrui ricchezza. E non perché i ricchi sono cattivi: non occorre. Ma necessariamente, strutturalmente: per com’è fatta la società. Perché cioè la società è fatta male e va cambiata, anzi rivoluzionata. Insomma: per un comunista come non ce ne sono più nemmeno nei discorsi di Berlusconi, un povero è povero non per disgrazia, non per sfortuna, non per pigrizia o per inettitudine, ma perché c’è la ricchezza, perché ci sono i ricchi. Si chiama dialettica e dà luogo alla lotta di classe: poveri contro ricchi, ricchi contro poveri.

Ecco: nell’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri questa lotta non c’è, non importa quanto forte sia l’indignazione per la miseria e la povertà crescente di sempre più ampi strati della popolazione. E questo, naturalmente, vale anche per Papa Bergoglio, quando dice che il cuore del messaggio evangelico è nella scelta per i poveri: come sta scritto, infatti? È più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago che un ricco vada nel Regno dei Cieli. Poi, certo: si dovrà sempre dire che c’è povertà e povertà, c’è povertà materiale e povertà spirituale, ma il Papa venuto dalla fine del mondo, cioè dall’America Latina, cioè dalla patria della teologia della liberazione, cioè da quella dottrina teologica che più di ogni altra ha declinato in termini economici e sociali il tema evangelico della povertà, beccandosi anche l’accusa di marxismo e qualche processo a Roma – un Papa così, che sceglie per giunta di chiamarsi Francesco come il santo poverello di Assisi, dà comunque l’impressione di prendere quelle parole di Gesù in un senso maledettamente materiale, letterale.

E però vale la pena ricordarlo. È vero che sono state proprio le conferenze episcopali latino-americane a coniare l’espressione che la Chiesa di Roma ha poi fatto propria: la Chiesa compie una scelta preferenziale per i poveri, per gli ultimi. Solo che mentre Wojtyla diede mostra di accogliere i fermenti che venivano da quelle Chiese lontane, segnate da un contesto di profonde diseguaglianze e paurose povertà, l’allora prefetto della Congregazione della Fede, poi Papa col nome di Benedetto XVI (poi Papa emerito) diede allora una lettura fortemente critica, sia sul piano dogmatico che sul piano pastorale, di quei fermenti dottrinali, temendo una declinazione della fede in una chiave esclusivamente mondana, temporale.

Ora però il pendolo oscilla nuovamente, e alla guida della Chiesa cattolica è arrivato un Papa argentino, che non solo ha vissuto da vicino la stagione della teologia della liberazione ma non teme neppure che gli si dia del comunista. Parla ai poveri, assume i poveri come chiave di intelligenza delle parole del Vangelo, senza avere la barba di Karl Marx.

Resta, se proprio non gliela si vuol dare vinta, di accusarlo di essere, almeno, pauperista.

Qui è più complicato distinguere e spiegare. Forse ce la si può cavare con un’analogia: pauperista è, nella vita della Chiesa, chi è populista nella vita sociale e pubblica. Chi rinuncia alla complessità del governo delle cose e degli uomini, chi ignora la pazienza della mediazione e la saggezza dell’istituzione, e con troppa precipitazione si getta, anche demagogicamente, dalla parte del popolo. Come secondo taluni farebbe questo Papa.

Che se invece fosse la politica a farlo, senza troppe remore tecnocratiche, su certi temi sociali ed economici, forse tanto male non sarebbe. Temo anzi che se si dice pauperista Papa Francesco è proprio perché, al contrario, la politica non lo vuol fare e non vuole nemmeno sentirselo dire. O vederselo rappresentare con l’esempio. 

 (Il Mattino, 5 aprile 2014)