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Un richiamo alla realtà e all’Europa egoista

palladino

Accogliere i migranti e i rifugiati, ma distinguere. Non chiudere le frontiere, ma regolare. E integrare, certo, non ghettizzare. E dunque calcolare quanti possono essere integrati. Così ha parlato ieri Papa Francesco, di ritorno da una Svezia meno aperta e generosa che in passato, che però Bergoglio ha tenuto anzitutto a ringraziare per le politiche di accoglienza che anche in passato hanno permesso a molti argentini, a molti sudamericani, in fuga dalle dittature militari, di rifarsi una vita in Europa. In passato: oggi è più difficile, e il Papa lo riconosce. Perché accogliere non vuol dire far entrare chiunque, e fare entrare comunque: vuol dire invece predisporre strutture, servizi, risorse. Vuol dire fare opera di educazione, creare percorsi di cittadinanza, favorire il dialogo e la reciproca comprensione. Tutte cose che richiedono un lavoro paziente, una fitta tessitura di azioni, un serio impegno economico, sociale, culturale; richiedono persino la costruzione di un consenso diffuso, per evitare reazioni di rigetto, paure, risentimenti nella cittadinanza.

Avere presente tutte queste condizioni, e vincolare ad esse la parola del conforto e della solidarietà significa tenere un discorso intensamente politico, con quell’avverbio che il Pontefice scandiva con grande convinzione: «politicamente». Politicamente si paga «una imprudenza nei calcoli, nel ricevere di più di quelli che si possono integrare».

Ma che le politiche sull’immigrazione richiedano l’arte prudente di un calcolo: questo è proprio quello che non ci si aspetta da un Papa spirituale. Il fatto è che però Papa Francesco non è un Papa spirituale, se con ciò si intende un Papa ignaro della struttura del mondo, o della complessità del suo governo. Venuto quasi dalla fine del mondo, vicino ai popoli e ai Paesi meno sviluppati, con poca simpatia verso le grandi accumulazioni di ricchezza e le diseguaglianze generate dall’«imperialismo economico» del mercato, Bergoglio non ci ha messo molto a farsi la fama del Papa di sinistra. Per certi ambienti cattolici, anzi, José Mario Bergoglio è un comunista. Lo scorso anno, durante il volo che lo portava in America precisò perciò di essere certo di non avere detto una sola cosa che non fosse già contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. E aggiunse scherzosamente: «Ho dato l’impressione di essere un pochettino più “sinistrino”, ma sarebbe un errore di spiegazione».

Ebbene, sarebbe, di nuovo, un errore di spiegazione, se le parole pronunciate ieri venissero giudicate poco coerenti, o troppo prudenti, o francamente deludenti. Il Papa che saluta con un cordiale buongiorno dal balcone di piazza San Pietro; quello che va a scegliersi gli occhiali dall’ottico o gira con la sua borsa nera sotto mano; il Papa che, soprattutto, compie un viaggio di portata storica, a Lampedusa, nel 2013, e lì cita, nel corso dell’omelia, le parole con cui Dio si rivolge a Caino – «dov’è tuo fratello?» – per fare i popoli europei e l’Occidente responsabile delle migliaia di vite sommerse dai flutti del mare, quel Papa è lo stesso che ieri ha mostrato con grande chiarezza e lucidità che il senso di umanità è una cosa, il generico umanitarismo un’altra. Che la politica non può minimamente trascurare le conseguenze delle decisioni che è chiamata a prendere. Che deve avere una sua morale, ma questa morale non è assoluta; deve bensì mediarsi con la realtà. Né alla Chiesa cattolica come istituzione è mai appartenuto l’atteggiamento dei santi, dei mistici o degli anacoreti. E nemmeno quello delle anime belle.

La questione dell’immigrazione è, insomma, una questione enorme. Che non si affronta con astratte affermazioni di principio, e nemmeno soltanto con l’appello ai buoni sentimenti. Che ci vogliono, naturalmente. Ma ci vuole anche il calcolo, dice Papa Francesco. Cioè una saggia commisurazione di mezzi e fini.

È evidente che il Pontefice non intendeva con ciò fare sconti a quei popoli che si sottraggono ai doveri dell’accoglienza. La Svezia non è l’Ungheria, e la prudenza non è sinonimo di miope egoismo o di gretto nazionalismo. Se anzi l’Europa riuscisse ad imporre uno stesso atteggiamento di apertura regolata, se facesse suo il calcolo di Bergoglio, se fosse in grado di gestire in maniera coordinata i flussi, con la collaborazione leale di tutti i membri dell’Unione, potrebbe dare una risposta di gran lunga più efficace di quella che oggi mette sotto tensione Paesi rivieraschi come l’Italia e gonfia e altera la percezione degli eventi prestandogli i contorni del fenomeno incontrollato, e perciò tanto più pericoloso.

Ma per questo ci vuole una buona dose di razionalità politica che, bisogna dirlo, ieri sembrava trovarsi nelle parole del Pontefice della Chiesa cattolica romana, più di quanto non accada nei discorsi di certi leader politici europei.

(Il Mattino, 2 novembre 2016)

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Il Conclave e l’Italia sospesa

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Lo spirito soffia dove vuole, ma se volesse pure dare una mano all’Italia, con l’elezione del nuovo Papa, agli italiani, laici o cattolici che siano, forse non dispiacerebbe. D’accordo: la Chiesa cattolica ha una missione universale, non soltanto nazionale, e i suoi fedeli sono sparsi in tutti i continenti, e l’Europa non è più così centrale come un tempo e l’Italia lo è ancora meno. E poi i tempi di un’istituzione bimillenaria non si misurano sul piede della cronaca o dell’attualità. E soprattutto la sua sola e unica domanda – la più angosciosa, la più drammatica – non può che essere la domanda del Vangelo: «quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?». Un Papa lo si fa per quello, perché il Figlio dell’uomo possa trovare ancora servi fedeli al suo ritorno. Sulla terra, non solo in quella piccola, alquanto malandata penisoletta che è l’Italia.

Ma questa volta il Conclave cade anche in un altro contesto: nel bel mezzo di una grave crisi economica e sociale, che dura da anni, a cui si è sommata una ancora più acuta crisi politica da cui non sappiamo se e quando l’Italia saprà uscire. Per questo se un soffio dello Spirito lambisse anche l’altra sponda del Tevere neppure l’ateo più accanito, forse, potrebbe dispiacersene.

Non è facile. Quando Friedrich Nietzsche spiegò cosa mai fosse il nichilismo, l’ospite inquietante che secondo lui ci avrebbe tenuto compagnia per un paio di secoli almeno (Nietzsche scriveva alla fine dell’800, dunque pure col nichilismo siamo ancora a metà del guado), provò a descriverla come quella situazione nella quale «l’uomo rotola via dal centro verso la x». E in effetti, mai come in questi giorni  di questa caduta non si vede il punto di arresto. Mai come in questa fase l’Italia sembra aver perduto stabilità e centralità, tanto rispetto al contesto europeo e internazionale quanto rispetto al suo stesso destino storico, che non sa più decifrare. Mai come in questa congiuntura, mentre un settennato volge al termine, e una nuova legislatura fatica a incominciare, e non c’è nessuno che abbia qualcosa più di un’ipotesi arrischiata sul futuro prossimo venturo, si sente la mancanza di certezze, e forse anche il bisogno di qualche rassicurazione. Così si aspetta la fumata bianca per poter pensare: almeno questa è fatta, qualcosa finalmente comincia ad andare per il verso giusto.

Non si tratta solo di psicologismo spicciolo: c’è effettivamente nel Paese una sorta di sospensione, di finta calma, di surreale immobilità. Persino i mercati finanziari sembrano attendere gli eventi, invece di tentare di determinarli con la solita, frenetica aggressività. Forse al paese è accaduto veramente di ritrovarsi sospeso in quella grande bonaccia delle Antille che raccontò Italo Calvino: senza un alito di vento verso una qualunque direzione, la nave dei corsari che rimane ferma per mesi, a fronteggiare da lungi i galeoni dei Papisti, in un’asfissiante bonaccia. Il fatto è che se domani, se nei prossimi giorni (ma presto, per carità!) dal comignolo di San Pietro venisse fuori un filo di fumo bianco, vorrebbe dire che almeno la barca di San Pietro ha ritrovato il suo capitano ed ha ripreso il mare.

La parabola marinara di Calvino era rivolta anzitutto contro l’immobilismo del PCI di Togliatti (che infatti la prese a male). Questa volta si tratta però, più gravemente, dello stallo dell’intero sistema politico, finito in un pauroso buco di vento.

Intendiamoci: neanche per la Chiesa la navigazione potrà essere tranquilla. Quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne la sua ultima omelia, prima che si chiudessero le porte del Conclave che lo scelse papa, parlò con inusitata determinazione della «sporcizia della Chiesa», da cui bisognava liberarsi. Dopo sono venuti gli scandali, lo Ior, Vatileaks, la pedofilia, il maggiordomo infedele e la riapertura del caso Orlandi, l’acuirsi della crisi delle vocazioni e gli scontri all’interno della Curia: infine, le inaudite dimissioni del Papa. Anche Ratzinger aveva usato una parabola marinara: «spesso, Signore, la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti». Ma Bemedetto XVI ha lasciato, e mettere la barca in condizione di affrontare nuovamente il mare è il compito del futuro Papa: un nuovo Pontefice potrebbe averne la forza, essere il legno al quale i credenti potranno aggrapparsi.

E l’Italia? Quando l’Italia potrà salpare nuovamente, da dove potrà ripartire? Dalla saggezza di Napolitano? Sicuramente, ma ha soltanto un mese di mandato davanti a sé. Dai partiti? Ma sono investiti da un ciclone ancora più impetuoso di quello che li travolse con Tangentopoli. Dal Movimento 5 Stelle? Ma sembra lontanissimo da una qualunque idea di governo, e finanche dalle consuetudini parlamentari. Da un nuovo spirito pubblico, allora?

Ecco: se lo Spirito, che soffia dove vuole, dopo aver lasciato la Cappella Sistina mandasse qualche sbuffo pure dalle nostre parti e facesse circolare un po’ di aria nuova, di idee e di forze nuove, forse anche l’Italia potrebbe riprendere il vento.

Il Messaggero, 12.03.2013

L’addio che vale una domanda: che cos’è la fede?

Il significato di un gesto non si colloca mai soltanto nel campo delle intenzioni di chi lo compie. Ciò è tanto più vero, quanto più quel gesto è iscritto in una trama ampia di connessioni storiche, simboliche, istituzionali che lo trascendono, che lo sostengono ed a cui si sostiene. Per questo, tutte le analisi delle dimissioni annunciate da Benedetto XVI, le quali si soffermano sulle poche parole pronunciate in latino per congetture sul peso avuto dalle condizioni di salute, oppure sullo stato d’animo del Pontefice, o anche soltanto sulle circostanze più o meno contingenti che possono aver spinto l’uomo a compiere un gesto così clamoroso, possono tutte dare risalto al profilo psicologico oppure a più robuste dinamiche ecclesiali, e possono mantenere anche una doverosa forma di discrezione e rispetto per la figura di Joseph Ratzinger, ma riescono insufficienti, inadeguate per principio.

Di più: l’inadeguatezza è nelle cose stesse, poiché il significato del passo compiuto non sta in nulla di ciò che sia già accaduto, ma dipende in misura decisiva da quel che accadrà o potrà accadere. E non nelle prossime settimane, ma nei prossimi anni, nei decenni futuri. L’interpretazione di ogni gesto, e tanto più di un gesto così rilevante, è rimessa sempre al futuro. Per questo, non sono di particolare aiuto né i (rarissimi) precedenti storici, né i polverosi rimandi al diritto canonico: che la possibilità delle dimissioni sia perfettamente iscritta nella legge della Chiesa, infatti, non spiega nulla. E per la verità non sono sufficienti neppure le spiegazioni che cercano retroscena negli anni del Pontificato, oppure evidenziano difficoltà e resistenze incontrate dentro la Curia romana, o infine enfatizzano gli scandali, la «sporcizia della Chiesa». Non perché questi elementi non possono essere stati tenuti presenti, ma perché l’area di significato al quale appartiene il gesto di Benedetto XVI non è ancora tracciata: solo la storia (per i credenti: la Provvidenza) si preoccuperà di farlo. La storia, infatti, la fanno certamente gli uomini, come diceva Vico, ma con altrettanta certezza non sono semplicemente le loro intenzioni a farla (Vico sapeva anche questo).

Dove dunque guardare? Il gesto di Benedetto XVI, come ogni atto di portata storico-universale, si situa in un tempo del tutto particolare: non appartiene infatti al contesto presente, neppure ora che si sta compiendo sotto i nostri occhi; non è confitto in nessuna vicenda che si sia già consumata e con cui si possano già fare i conti. Appartiene invece a quella dimensione affatto particolare che è il futuro anteriore: è solo quel che «sarà stato», quando sarà riguardato dal futuro al quale appartiene, e in cui getta, con un inaudito carico di inquietudini, la storia stessa della Chiesa di Roma.

Non è, questo, solo un modo per lavarsene le mani, e rimandare al futuro lavoro degli storici la comprensione delle cause (e degli effetti, importanti almeno quanto le cause, e così difficili da determinare ora). Al contrario: è invece il modo per dargli il significato più teso di una domanda, rivolta alla Chiesa dal cuore stesso della Chiesa. Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty diceva che il mondo, il mondo tutto intero e ogni ente nel mondo, esiste allo stato interrogativo. Joseph Ratzinger ha portato lo stato interrogativo nella vita della Chiesa. Che il Papa, che il Vicario di Cristo lasci la sede petrina, non può non significare che va di nuovo domandato, con inaudita radicalità, che cosa significhi essere cristiani oggi. E, domanda non meno conturbante, che cosa significhi esserlo nella Chiesa e per la Chiesa. Se il Papa ha giudicato che le sue forze non fossero più sufficienti a portare il peso del magistero papale, ciò non vuol forse dire che ogni cristiano, e la Chiesa intera, deve nuovamente domandarsi come portare quel peso, che cosa significa la presenza della Chiesa nel mondo, essere pellegrini nella storia, essere non al passo coi tempi ma segno dei tempi?

In una simile domanda c’è tutto il senso insieme teologico ed esistenziale dell’essere cristiani: non c’è dunque nulla di straordinariamente moderno, come provano a dire scioccamente quanti intendono l’istituto delle dimissioni sul piede delle consuetudini giuridiche degli Stati contemporanei. Ma non c’è neppure nulla di tradizionale, se non altro per l’eccezionalità del caso. Il fatto è che tradizione e modernità, continuità e discontinuità sono convocate insieme dal gesto di Papa Benedetto XVI, e rimangono drammaticamente indecise, aperte tuttora alle possibilità della storia e, per i credenti, all’attesa fiduciosa e alla speranza.

(in versione ridotta, questo articolo è apparso su Il Mattino di oggi)

Circoletti

"Non a caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l’essere e come dal caso sia nata l’intelligenza" (Caritas in veritate, § 74).
Se invece l’intelligenza fosse scaturita dall’Intelligenza, la difficoltà scomparirebbe. E grazie tante.
(Oggi pomeriggio con Giovanni Maddalena, a discutere dell’enciclica papale)

Neanche se dici burzocco

Quando ero piccolo, quella del titolo era forse tra le frasi che sentivo più spesso. Era il no più inamovibile che potesse venire da mio padre. Non che la parola ‘burzocco’ avesse qualche magico significato, ai miei occhi (e alle mie orecchie), ma dava bene l’idea che nessun argomento avrebbe potuto smuovere mio padre: non solo quelli sensati, ma neppure quelli insensati.
Ci si poteva convincere a poco prezzo di un’evidenza, che la vita pubblica conferma a ogni passo: che spesso hanno corso e sono più forti le insensatezze rispetto alle poche cose sensate che uno riesca a dire. (In realtà, poi, dedicandosi allo studio della filosofia, uno poteva anche farsi venire il sospetto che ‘burzocco’ funzionasse un po’ come l’id quo maius cogitar nequit della prova di Anselmo. L’intenzione con la quale si significava l’iperbole di ogni possibile richiesta di senso era più o meno la stessa).

Neanche se dici ‘burzocco’: io sono convinto che Walter Veltroni abbia guidato il partito democratico un po’ così. Tutti vedono il lato del ‘ma anche’, il lato per il quale, incapace di dare una rotta determinata al PD, Veltroni finiva col voler tenere tutto insieme (così ad esempio Stefano Menichini su Europa). Io invece trovo che lo stile della sua risposta fosse un po’ come quello di mio padre, sensate o insensate che fossero le richieste degli elettori, della base, dei dirigenti del partito: il punto vero (e con esso l’identità del PD) si collocava ben al di là del passato brutto e cattivo, oltre le tradizioni di provenienza, oltre gli schemi dei vecchi partiti, oltre le forme tradizionali di organizzazione, oltre lo schema destra/sinistra, oltre l’età anagrafica, oltre la militanza, oltre le appartenenze, persino oltre la possibilità di dire ‘burzocco’. Così oltre che nessuno ha mai saputo dove fosse, e come quindi andasse argomentato.

(A onor del vero, mio padre scherzava. E per lo più usava quelle parole – soprattutto negli ultimi anni – per respingere qualunque richiesta di spostarlo di qualche millimetro quadrato dalla sua sedia, dalla sua calcolatrice, dai suoi fogli. Un’irremovibilità che magari).

M'ingerisco

M’ingerisco solo un momento negli affari della Chiesa, a proposito della revoca della scomunica dei quattro vescovi lefebvriani. Tutti a prendersela col povero Williamson, che in materie che non impegnano la sua autorità di vescovo ha idee storicamente un po’ ardite e alquanto negazioniste, o col Papa, che giustamente non chiede conto di queste arditezze perché non c’entrano nulla con la comunione della Chiesa appena ritrovata.
Io no. Io ho letto la remissione della scomunica: è tutto in ordine. Fellay riconosce il primato di Pietro, e il successore di Pietro revoca conseguentemente la scomunica. Molto bene: è la storia della pecorella smarrita, suppongo.

Ora però mi piacerebbe solo sapere, a margine, che giudizio dia l’attuale Pontefice di uno dei momenti più significativi (più ‘spirituali’) del papato di Wojtyla. Ecco quello che ne pensava (e, forse, ne pensi ancora) mons. Fellay, il capo dei lefebvriani (o, più rispettosamente, il Superiore Generale della Fraternita’ Sacerdotale San Pio X):

"Il Papa Giovanni Paolo II convoca le grandi religioni del mondo, e in particolare i musulmani, ad una grande riunione di preghiera ad Assisi, nello spirito della prima riunione che si tenne nel 1986 per la pace. 
Questo avvenimento provoca la nostra profonda indignazione e la nostra riprovazione.
Perché offende Dio e il suo primo comandamento.
Perché nega l’unicità della Chiesa e della sua missione salvifica.
Perché conduce i fedeli direttamente all’errore dell’indifferentismo.
Perché inganna gli sventurati infedeli e i seguaci delle altre religioni".
 
Fellay non ha dubbi: "le religioni che rifiutano la Sua divinità esplicitamente, come il Giudaismo e l’Islam, sono destinate al fallimento nelle loro preghiere, a causa di un errore cosí fondamentale". Perciò conclude: " Una cosa è certa: non v’è niente di meglio per provocare la collera di Dio".
Non mi è chiaro ora se l’errore fondamentale di Wojtyla non c’è rischio che la Chiesa commetta ancora, con Benedetto XVI, o se invece Fellay non pensi più che di errore fondamentale si trattava. In ogni caso, ritrovata la comunione, Dio non è più in collera con nessuno dei due: né col Papa né con Fellay.
(Oppure lo è: con tutti e due?)

Tranquillità

Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e al Papa quel che è del Papa. Il discorso che il Papa aveva in animo di pronunciare alla Sapienza è un gran bel discorso. Non ho tempo né modo di condurre un’analisi critica approfondita. Mi limito perciò a due notazioni, una particolare e l’altra più generale:

1. Per delineare i contorni generali della riflessione filosofica sopra le condizione della legittimità politica moderna generalmente accettate, il Papa si riferisce essenzialmente a Habermas e Rawls.Io sono stato oggi a un certo incontro per una certa cosa che prima o poi comparirà pure sul blog, e avevo sul quadernetto questa bella considerazione: "A Theory of Justice di John Rawls, apparsa nel 1971, deve essere retrospettivamente giudicata – per usare la nota metafora di un filosofo che Rawls non amava, cioè Hegel – come una sorta di ‘nottola di Minerva che vola sul far del crepuscolo’, cioè come l’idealizzata ricostruzione post factum di un tipo di patto sociale che stava già esaurendo le sue potenzialità di sviluppo". Credo proprio che l’autore non avrebbe soverchie difficoltà a riferire questo giudizio anche alla teoria politica di Habermas. Ed io con lui.

2. Il Papa esprime il modello tomista dei rapporti fra filosofia e teologica con la formula "trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro ‘senza confusione e senza separazione’". Il ‘senza separazione’ significa che "la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica". Il che è vero. Ma ciò non toglie che, in primo luogo, tale dialogo può essere anche critico; in secondo luogo, che la sapienza storica necessaria per non pensare il soggetto pensante come un punto zero non è necessario che sia sapienza teologica; in terzo luogo, che se la sapienza teologica è parte della sapienza storica conta filosoficamente per quanto è appunto una tal parte (e se conta anche per altro, la legittimità di questo altro non discende affatto dal suo essere parte della sapienza storica, sicché questo altro non è legittimato veritativamente dalla considerazione che è parte di una sapienza storica. Pare perciò perlomeno azzardato affermare la verità di quella fede, del suo nucleo essenziale, sulla base della storia dei santi o della storia dell’umanesimo cristiano, come fa il Papa, tanto più che il nucleo essenziale è forse, ma questo è solo un mio sospetto, un po’ meno ragionevole di quel che il Papa dà qui ad intendere); in quarto luogo, che se vi è un rapporto tra filosofia e teologia, è da chiedersi anche se la questione della possibilità o delle condizioni di un simile rapporto sia filosofica o teologica, con tutto quel che ne consegue. E a questo proposito: non c’è alcuna ragione di pensare che se la ragione si chiude al messaggo che le viene dalla fede cristiana, allora è una ragione chiusa nel cerchio delle proprie argomentazioni. Qui c’è un palese non sequitur, e pure qualche problema nello spiegare cosa siano le argomentazioni non proprie della filosofia che, pur rimanendo argomentazioni (il Papa a questo tiene molto), la filosofia dovrebbe apprendere da qualche altra parte

Ciò detto, ripeto che per me è un gran bel discorso. Il Papa è veramente preoccupato che l’uomo moderno possa arrendersi davanti alla questione della verità. Per quel che mi riguarda, io, da buon spinoziano, sento di poterlo tranquillizzare.