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Un Paese in cerca d’identità tra voglia d’Europa e populismi

Richter_ Wolken 1970

G. Richter, Nuvole (1970)

I flussi e i luoghi, i fantasmi e le superstizioni, i leader e gli immaginari collettivi. E poi i migranti, l’Europa, Renzi e Berlusconi, Salvini e i Cinquestelle: è difficile tirare una linea diritta tra le parole e i pensieri che si raggomitolano attorno al futuro del nostro Paese. È difficile sbrogliare l’intrico di ipotesi, svolgere le subordinate più o meno probabili, delineare gli scenari più o meno lontani. Bisogna percorrere almeno idealmente la Penisola, per provare a sentire più voci, per seguire più ragionamenti e così provare a tracciare la mappa sulla quale si disegneranno le traiettorie politiche nel breve e nel medio periodo.

E bisogna per forza cominciare dalla Sicilia, perché lì si vota in autunno, e da quel voto può dipendere molto.

«Dipende tutto», mi corregge Pietrangelo Buttafuoco, «tutto dipende dalla Sicilia. Malgrado Renzi abbia detto che il voto non ha una valenza politica nazionale, il voto regionale siciliano costituirà un test per capire molte cose». Buttafuoco conosce bene la Sicilia, la sua terra, e non ha molti dubbi: «in questo momento in Sicilia si vedono solo Musumeci (di Forza Italia) e i Cinque Stelle. C’è da chiedersi allora quale sarà il contraccolpo che subirà il partito democratico da una sconfitta quasi certa. Ma il voto dirà anche se il M5S è in grado di assorbire la fallimentare esperienza di Virginia Raggi a Roma. E dirà soprattutto se il centrodestra saprà ritrovare l’unità. Lì, come direbbe il Poeta, si parrà la nobilitate di Berlusconi». Nei sanguigni ragionamenti di Buttafuoco, tutto dipende dal voto siciliano, ma tutto dipende anche dalle strategie berlusconiane. Se Alfano non sarà con lui, gli alfaniani però già lo sono: se bisognerà mozzare la testa del serpente, la testa del serpente cadrà. E una volta vinta la Sicilia, Berlusconi dovrà trovare un federatore del centrodestra: «O lo prendono dalla politica, penso in quel caso a Luca Zaia; o lo prendono dal parco tecnici, e il Cavaliere ha già cominciato i sondaggi; o infine giocano la carta di casa, Marina Berlusconi, perché io non sono affatto convinto delle smentite che ci sono state in passato». Poi, continua Buttafuoco, per prosciugare i Cinque Stelle il Cavaliere varerà una mriadi di liste di varia umanità: quella degli animalisti, quella degli indignati, quella degli arrabbiati, magari quella del Sud per controbilanciare la Lega». E dall’altra parte, il Pd? «Se in Sicilia perde male, la leadership di Renzi è a rischio. Ma l’unica cosa che possono fare per non perdere è nascondersi dietro qualche paravento, come hanno cercato di fare con il Presidente del Senato Pietro Grasso».  Che però ha detto di no a una sua candidatura. C’è una cosa che tuttavia non mi convince: vada pure male per il Pd, che centrodestra sarà quello che col vento in poppa del voto siciliano si presenterà alle elezioni politiche nazionali? Non ci sono profonde differenze fra Berlusconi e Salvini, fra moderati e populisti, fra sovranisti ed europeisti? Qui però Buttafuoco mi ferma: «Quella dell’europeismo è solo una superstizione, una stupidaggine. La vera partita è sul Mediterraneo, e i governi nazionali ignorano Bruxelles. Chi si impossessa del Mediterraneo decide. Lo ha capito la Francia di Macron, lo ha capito la Russia di Putin che, checché se ne dica, è la grande potenza europea».

Qui sono io a fermarmi. Ho bisogno di capire di più su questa storia dell’Europa: una stupidaggine o una sfida reale, persino decisiva? Risalgo la Penisola. Lascio il mare della Sicilia e vado a trovare Sergio Fabbrini, pesarese, in vacanza sulle Dolomiti: «Il mio argomento – mi dice Fabbrini – è che il sistema dei partiti della Seconda Repubblica, disposto più o meno secondo una logica bipolare destra/sinistra, ancora in continuità con la lunga vicenda postbellica novecentesca, non è più sulla linea decisiva, che è quella che divide i favorevoli e i contrari all’integrazione europea». Fabbrini non è un europeista senza se e senza ma, nel senso che ha più di una critica da muovere ad una vicenda che negli ultimi anni è andata avanti senza un chiaro disegno strategico, e che «ha prodotto più integrazione senza sovranazionalizzazione». Non è una formula difficile da spiegare: con il metodo intergovernativo, sono stati progressivamente svuotati di peso le istituzioni dell’Unione: il Parlamento di Strasburgo, la Commissione, la Corte di giustizia. Le decisioni più importanti vengono prese dal Consiglio europeo, dove siedono i governi nazionali. «E i governi si esprimono non attraverso atti legali, direttive o regolamenti, ma attraverso atti politici, che emarginano le istituzioni comunitarie». Che cosa ne viene all’Italia? Beh, molto poco e molto male: «dal momento che l’Italia non è in grado di esprimere governi coesi e stabili, più pesano i governi nazionali meno pesa l’Italia. L’Italia dovrebbe allora compiere, almeno in teoria, una doppia capriola: darsi anzitutto un governo stabile, e lavorare per superare il metodo intergovernativo, io dico in direzione di un modello originale di unione federale. Questa proposta in Europa spetta a noi, perché nessuno penserebbe che noi la facciamo per ragioni egemoniche. A fianco del primato politico-militare della Francia e del primato economico della Germania dobbiamo costruire un nostro primato culturale, ideale». Con l’attuale sistema dei partiti, con l’attuale legge elettorale? Realisticamente parlando, la legge elettorale non cambierà, Fabbrini ne conviene: né Renzi né Berlusconi hanno interesse ad accettare logiche coalizionali, che darebbero un forte potere di condizionamento alle altre forze di un’eventuale coalizione. Ma con questa legge noi siamo come la Francia del primo turno: solo il secondo turno di ballottaggio ha permesso alla Francia di superare la divisione in quattro poli e di avere Macron. In questa situazione, io penso che le forze europeiste dovrebbero riorganizzarsi intorno a un patto scritto che preveda anzitutto una razionalizzazione delle istituzioni politiche». Si tratta della prima capriola: il governo stabile.: «Sì: bisogna togliere la fiducia al Senato, inserire la sfiducia costruttiva alla Camera, e solo dopo discutere di legge elettorale». Poi la seconda capriola: «La classe politica che si riconosce nei valori europei dovrebbe contribuire a portare in Europa una netta opposizione all’Europa intergovernativa di oggi».

Lascio le montagne, torno al mare, questa volta al mare di Ostuni, spazzato da un fortissimo maestrale. Lì trovo Biagio De Giovanni, che ha lasciato la sua Napoli in questi caldissimi mesi estivi. L’approccio descrittivo del filosofo è abbastanza diverso da quello prescrittivo dello scienziato della politica, ma la passione europea è comune a entrambi. De Giovanni esprime più volte la preoccupazione che il suo ragionamento suoni troppo scolastico, troppo ordinato, ma il perno è anche per lui la «forma nuova del problema europeo», soprattutto dopo la Brexit, che ha lasciato l’asse franco-tedesco senza il contrappeso d’Oltremanica. Sta dunque all’Italia «implicarsi» in quel sistema, o altrimenti il nostro Paese pagherà un prezzo molto alto. In una parola: l’irrilevanza. Se questa è la questione dirimente, allora è da capire dove si trovano le forze che, in Italia, possono salvare il «principio europeo»? Non certo dalle parti di Salvini o dei Cinque Stelle. «Il rischio è però che queste forze prevalgano. Non so se stabiliranno un’intesa politica esplicita, quel che io vedo è però la loro complementarietà. Qualcuno giunge persino a ipotizzare che Salvini e Meloni alzino i toni ed esasperino i contrasti con il centro moderato per prepararsi poi a dare un appoggio “esterno” e consentire un governo Cinque Stelle». A questo scenario De Giovanni contrappone una coalizione fra forze popolari e forze socialiste, o quel che resta delle rispettive tradizioni, in Italia: «il Pd, i centristi, Forza Italia». Ma soprattutto anche per De Giovanni, come per Fabbrini, il displuvio europeo divide centrodestra e centrosinistra al loro interno: «non c’è vera comunicazione tra Mdp e Pd, a sinistra, come non c’è vera comunicazione fra Lega e Forza Italia, a destra».

Resto in Puglia. In Puglia c’è Marcello Veneziani, intellettuale di destra che mi pare veda le cose in maniera speculare a come le vede De Giovanni. Sull’immediato futuro Veneziani non formula previsioni – «c’è una tale aleatorietà – mi dice – che nemmeno i protagonisti della vita politica saprebbero formularle» – ma quel che gli sembra invece un dato di realtà ormai consolidato è la formazione di un chiaro bipolarismo in termini di culture civili. «Il dramma è che queste culture civili non trovano corrispondenza sul piano politico». Veneziani guarda in particolare al campo politico del centrodestra: «c’è un comune sentire, un’area di opinione su tutta una serie di questioni – dai migranti alla famiglia, dai temi del politicamente corretto alla tortura – che però non trova espressione politica, se non in parte, nel centrodestra, e rimane quasi dispersa allo stato brado». Anche lui fa il confronto con la Francia: non con l’europeismo di Macron, ma con il Front National di Marine Le Pen. Che non è arrivata all’Eliseo, ma «ha determinato un fatto politico reale».

La mia impressione è che tanto il centrodestra quanto il centrosinistra siano in cerca di una nuova definizione, e che le forze politiche che si spartiscono il campo facciano molta difficoltà a dotarsene. Dario Antiseri, romano d’adozione, è meno preoccupato di me delle culture politiche dei partiti italiani. «Scomparso il partito ideologico che aveva la verità su tutto, i partiti devono attrezzarsi per la soluzione dei problemi del Paese: scuola, sanità, Europa». Antiseri accenna a una sorta di medicina liberale per il Paese, in particolare nell’ambito dell’istruzione: «buona scuola e abolizione del valore legale del titolo di studio per mettere in competizione le istituzioni scolastiche e universitarie». Anche la proposta di una legge uninominale a doppio turno è figlia, credo, dell’idea di introdurre meccanismi concorrenziali in politica. Mi colpisce però che questi accenti abbiano il tono spazientito di chi non vuol troppo saperne dell’attuale classe dirigente, di questo «Parlamento ben pagato» che non riesce a fare la legge elettorale, di questi parlamentari che cambiano idea e gruppi «e così la sovranità non appartiene più al popolo». Un po’ troppo sbrigativo, per le mie abitudini intellettuali.

Decido allora, restando a Roma, di sentire Giuseppe De Rita. Che ha voglia di parlare e di volare alto. Come Antiseri vuole cercare soluzioni ai problemi a portata di mano, senza appelli alle grandi verità, così De Rita esordisce invece parlando di scopi e di visioni e di immaginario collettivo. Per me, è quasi un toccasana sentir dire che neppure la mitica “ripresa” può essere lo scopo di una politica. È questo mi pare essere l’errore che imputa a Renzi: un deficit di narrazione, si può dir così? In ogni caso De Rita tiene a mettere in chiaro due cose. Che la politica ha bisogno di darsi uno scopo, e che il problema delle coalizioni per governare questo Paese non può essere risolto in termini puramente tattici o politicistici: «Non si può governare senza una logica di scopo. Può trattarsi dell’orizzonte europeo, in una logica merkeliana, o più avventurosamente di una politica mediterranea e verso l’Africa. Oppure può trattarsi di rifare la macchina amministrativa del Paese (come accadde nel secondo dopoguerra). Ma uno scopo, che dia un minimo di carica all’immaginario collettivo del Paese è indispensabile». Non basta: quel che ancora ci vuole è rispondere a due domande radicali, che vedo formulate in tutto il mondo, ma che arrivano anche in Italia: una domanda radicale di sicurezza, e una domanda altrettanto radicale di dare senso all’esperienza umana collettiva». Sembra complicato, ma non lo è: «Minniti e Del Rio». Già, ma mettere d’accordo le due “domande”, non dico i due ministri, non è sempre facile: Gli esempi che De Rita mi sciorina (Putin che usa il polso fermo e però stringe la mano al patriarca ortodosso di Mosca; la Cina che costruisce sicurezza ma promuove anche il confucianesimo come etica collettiva di massa) mi lasciano un dubbio, che le democrazie secolarizzate dell’Occidente abbiano qualche difficoltà sia sul versante della sicurezza che su quello della ricerca di senso, ma De Rita non ha dubbi: «se partiti e coalizioni non si daranno uno scopo, queste domande radicali diverranno i poli che ridisegneranno la cultura politica del Paese».

Con Roma ho finito. Voglio tornare al Nord: devo ancora passare per Bologna, Milano, Torino. A Torino c’è Luca Ricolfi: cosa c’è di meglio di un sociologo empirico, tutto numeri e verifiche fattuali? Ricolfi è di Torino, però in questi giorni sente anche lui bisogno del mare. È a Stromboli, e le domande devo formulargliele via mail. Alle mie preoccupazioni risponde con perfetto stile anglosassone, in modo conciso e diretto: «la legge elettorale cambierà poco, anche se non escluderei un piccolo premio di governabilità al primo partito; il quadro delle forze politiche resterà abbastanza simile a quello attuale, a meno che non compaia un leader nuovo e carismatico; in caso di stallo non escludo la ripetizione del voto, come in Spagna». Tra le voci fin qui sentite, Ricolfi mi pare abbastanza in controtendenza. O forse è lo stile asciutto che mi fa sembrare sottostimato l’effetto che il nuovo ambiente proporzionale potrà avere sul sistema dei partiti: «L’Italia percorrerà la strada del gattopardo, annunciare il cambiamento lasciar marcire i problemi». Anche sulle questioni più scottanti, come quella dei migranti. Ricolfi è tranchant: «si voterà in inverno, con il mare grosso e meno sbarchi, la questione immigrazione sarà meno saliente di oggi».

Sarà. Ma io ho di nuovo bisogno di uno sguardo più ampio, di una visione più larga del futuro. A Milano c’è Aldo Bonomi. Al telefono, tra una sigaretta e l’altra, mi spiega le due cose che più gli premono. La prima: d’accordo, il sistema politico italiano ha conosciuto in questi anni profonde trasformazioni, e le ricomposizioni sono sempre seguite da fasi di scomposizione più o meno pronunciate. Bonomi parla di «metamorfosi» e «diaspora», ma guarda i due fenomeni dal lato della società, degli effetti sulla composizione sociale del Paese. Se centrodestra e centrosinistra non sono più gli stessi è perché è cambiata quella che una volta si diceva la loro base sociale. La seconda cosa che gli preme richiamare è il vero e proprio «salto d’epoca» che stiamo attraversando. Bonomi ne parla anche come di un «salto di paradigma». Se potessi fare un disegno, esporrei meglio il suo ragionamento. «Un tempo, dice, c’era il conflitto capitale/lavoro, con lo Stato in mezzo, con funzioni di mediazione. E per Stato intendo l’insieme delle istituzioni e dei corpi intermedi chiamati a mediare il conflitto. Oggi invece ci sono i flussi – l’economia finanziarizzata, la Rete, l’immigrazione –  che impattano sui luoghi, e il territorio è la dimensione che emerge da questa rapporto». Territorio vuol dire essenzialmente: non più Stato nazionale. Il che però ha delle conseguenze evidenti sulla stessa forma partito: «Il partito è la forma che la politica ha assunto nel ‘900 dentro lo schema capitale/lavoro». Capire i flussi e mettersi in mezzo: questo il compito della politica. E l’impressione di Bonomi è che i partiti siano parecchio in ritardo.

Ma chi meglio di Carlo Galli, tra i maggiori studiosi del Novecento europeo, può allora darmi un ultimo ragguaglio sul sistema italiano dei partiti? Galli è in Parlamento, ha lasciato il Pd, nelle cui file è stato eletto, ma non ha dismesso l’abito dell’intellettuale rigoroso. Mi disegna in breve lo scenario politico dinanzi al quale siamo. Una lezione di realismo: «L’unico che ha interesse a costruire una coalizione è Berlusconi. Non è facile perché a destra ci sono due entità, l’una moderata, l’altra riformista. Renzi non vuole coalizioni, perché per lui significherebbe rinunciare a Palazzo Chigi. Naturalmente peserà il risultato siciliano: se andasse male, Renzi sarebbe forse costretto a proporre lo schema Gentiloni, adottato in quest’ultima fase della legislatura, anche per la prossima. In una logica profondamente diversa, però, perché non più legata semplicemente all’emergenza. Anche alla sinistra del Pd ci sono però due diverse formazioni. Una – Sinistra Italiana, Montanari – si riassume nella formula “mai col Pd”; l’altra – Pisapia, Mdp – si riassume invece nella formula “mai con Renzi, sì col Pd derenzizzato”. Se il Pd andasse molto male in Sicilia, potrebbe prevalere uno schema in cui da un lato si troverebbero riuniti i partiti anti-establishment, dall’altro i partiti pro-establishment, in una sorta di arroccamento Renzi-Berlusconi. Centristi che darebbero l’immagine di un sistema assediato. Migliore sarà il risultato in Sicilia, più prevarrà l’idea di andare da soli al voto politico nazionale, cercando magari dopo il voto accordi con gli alleati naturali». Quanto siano però naturali per Pd e Forza Italia gli alleati delle ali estreme non saprei dire.

Ho finito il mio viaggio. Torno a Milano per sentire Massimo Recalcati. Con lui provo a sviluppare un’ultima riflessione sulla grande minaccia del populismo, che in tutti i ragionamenti che ho sentito è quasi sempre rimasto ai margini, come il baratro che rischia di aprirsi dinanzi all’Italia. Recalcati ci riflette da tempo: «viviamo una fase di evaporazione della politica per via da un lato della crisi economica e sociale portata dalla dimensione strutturalmente nichilista del capitalismo finanziario; dall’altro della retorica populista montante. In Italia, questa retorica è espressa da un lato dal populismo etnico di marca leghista, dall’altro dai grillini, che considero la faccia più pericolosa del populismo. Io parlo di un “fantasma incestuoso”, cioè dell’idea che l’unica forma di democrazia degna sia quella diretta. Il rifiuto di ogni mediazione istituzionale e la contrapposizione fra la purezza del popolo e la falsa rappresentanza politica, accompagnata dalla squalifica morale dell’avversario (non semplicemente delle sue tesi) ha generato un clima pesantissimo, tra odio, invidia sociale, giustizialismo». Provo a chiedere come allora uscirne: «Perché la politica ritrovi peso e resistenza è centrale la scommessa europea- Solo nella dimensione europea la politica può riuscire a governare la crisi. Per l’Italia l’Europa è un destino. Certo, vi è il rischio che essa appaia quasi come un corpo morto, che tutte le sue pratiche (l’Europa è essa stessa una pratica, un’esperienza politica) siano vissute come scorporate dagli interessi reali e concreti delle persone. Per questo ho parlato di fantasma incestuoso, perché come il bambino non vede altro che l’abbraccio della madre, così i populisti negano ogni dimensione diversa da quella più immediata e diretta».

Se questo è vero, quanto lontano dovrebbero essere da un viaggio così lungo, così complicato, con voci tanto diverse come quello che ci ha portato fin qui? Un filo di scetticismo mi attraversa: a che servono tutti questi ragionamenti? Chi è in grado di riprenderli e di costruirvi un futuro comune? Ma oltre lo scetticismo c’è per fortuna anche per me, domani, una giornata di mare.

(Il Mattino, 14 agosto 2017)

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L’alleanza al tempo dei partiti deboli

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«Domani si vedrà!», ha detto ieri Felice Casson (Pd) in versione Rossella O’Hara. Ma quel che si è visto finora non offre i migliori presagi: Nitto Palma, che doveva andare alla guida della Commissione Giustizia del Senato, non è passato. Per due volte. E tutto sembra tornare in discussione, perché qualora non passasse nemmeno oggi, alla terza votazione, è chiaro che il Pdl non starebbe a guardare. E le ripercussioni potrebbe lambire anche Palazzo Chigi. Né d’altra parte si può pensare che un partito, impegnato in un governo di larghe intese, che dunque deve necessariamente collaborare per assicurare una tranquilla navigazione parlamentare al governo, stringa accordi formali tramite i suoi capigruppo, lasciando che però i componenti del gruppo li disattendano alla prima occasione. Questo, infatti,  è quel che è accaduto: i capigruppo Pd Zanda e Speranza hanno concluso con i loro omologhi del Pdl un patto, che i senatori del Pd si sono dati subito la pena di non osservare .

Ora, dalle parti del Pd si spiegherà perché il nome di Nitto Palma, già commissario del Pdl in Campania, amico dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino (ora agli arresti) non andasse bene. Ma non è questo il punto. Il punto è se, in generale, dopo che si è fatto un governo, qualcuno non si debba prendere la briga di rifare i partiti, e cioè di dare loro un’ossatura, una spina dorsale, una conduzione sufficientemente univoca. Innanzitutto per il bene del partito medesimo, che non può recitare a soggetto ad ogni votazione; poi per il buon funzionamento delle istituzioni parlamentari, i cui regolamenti poggiano sulle attività di gruppo, prima che sull’interpretazione solista affidata ai singoli parlamentari; infine per il governo medesimo, che deve poter contare su una maggioranza minimamente affidabile.

Allo stato, non sembra che queste condizioni si siano ancora realizzate. Al Pd evidentemente non è bastata l’esperienza fatta con Monti, quando Bersani ripeteva che non era quello il governo che voleva, salvo però appoggiarlo: nelle urne, questa schizofrenia non è stata premiata. Tantomeno lo sarebbe oggi, che a capo del governo c’è Letta, cioè il vicesegretario del Pd.

Ma forse bisognerà attendere l’Assemblea Nazionale di sabato prossimo, quando sarà eletto un nuovo segretario, dopo le dimissioni di Bersani. Già sembra però che si vada verso soluzioni transitorie, provvisorie, che lascerebbero di fatto la deputazione parlamentare libera di regolarsi secondo le circostanze. Il Pd non avrà bisogno di un Grande Timoniere, ma neppure gli può bastare un semplice traghettatore. Accade infatti come nelle squadre di calcio: quando i giocatori sanno che l’allenatore che li guida non è lo stesso che sarà in panchina nel prossimo campionato, finisce che fanno un po’ quello che vogliono. Ora, nel Pd non ci sarà un’aria da rompete le righe, ma non si può dire che, dopo le figuracce sull’elezione del Presidente della Repubblica, le file si siano ricompattate.

Ed è un paradosso. Il partito democratico è l’unica formazione politica che mantiene nelle proprie insegne la parola «partito», così bistrattata al giorno d’oggi. È il partito che più di ogni altra forza politica si attiene al dettato della Costituzione, la quale chiede di adottare metodi democratici al proprio interno. Fa (con esiti alterni) le primarie, le parlamentarie, i congressi. Ma tutto questo produce debolezza piuttosto che forza. Disperde energia politica invece di concentrarla. E le difficoltà e le incertezze che il Pd continua a manifestare finiscono col mettere la sordina anche ai limiti del Pdl. Il «partito di plastica», il «partito-azienda» mostra infatti una compattezza che, di rimbalzo, risalta come la prima delle virtù politiche. Certo, l’identificazione con Berlusconi facilita le cose. Finché dura, però. Anche il Pdl, infatti, si troverà scosso, quando questa simbiosi produrrà più problemi che soluzioni: non è questo che è accaduto, durante la scorsa legislatura? La brillante campagna elettorale e gli attuali sondaggi coprono il tallone d’Achille del Cavaliere, ma è un fatto che nelle prove di governo le sue maggioranze si sono sempre sfaldate, dal ’94 in poi.

E invece il sistema politico italiano ha estremo bisogno di corpi intermedi dotati di forza organizzativa e di una fisionomia netta, di stampo europeo. Se dunque vacillano appena si ingrossa l’onda della Rete, oppure arrancano sotto gli attacchi populisti sferrati da Grillo (che di fare un partito non ha bisogno: gli basta un blog e un’associazione fatta insieme col nipote e col fido commercialista) non ce la si può prendere col destino cinico e baro, ma con tutto quello (ed è tanto) che non è stato fatto finora nella costruzione di una solida cultura politica.

E come vanno le cose lo si deve vedere oggi, non domani, perché, per come è messo il Paese, domani è già troppo tardi. 

Il mattino, 8 maggio 2013

Il Conclave e l’Italia sospesa

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Lo spirito soffia dove vuole, ma se volesse pure dare una mano all’Italia, con l’elezione del nuovo Papa, agli italiani, laici o cattolici che siano, forse non dispiacerebbe. D’accordo: la Chiesa cattolica ha una missione universale, non soltanto nazionale, e i suoi fedeli sono sparsi in tutti i continenti, e l’Europa non è più così centrale come un tempo e l’Italia lo è ancora meno. E poi i tempi di un’istituzione bimillenaria non si misurano sul piede della cronaca o dell’attualità. E soprattutto la sua sola e unica domanda – la più angosciosa, la più drammatica – non può che essere la domanda del Vangelo: «quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?». Un Papa lo si fa per quello, perché il Figlio dell’uomo possa trovare ancora servi fedeli al suo ritorno. Sulla terra, non solo in quella piccola, alquanto malandata penisoletta che è l’Italia.

Ma questa volta il Conclave cade anche in un altro contesto: nel bel mezzo di una grave crisi economica e sociale, che dura da anni, a cui si è sommata una ancora più acuta crisi politica da cui non sappiamo se e quando l’Italia saprà uscire. Per questo se un soffio dello Spirito lambisse anche l’altra sponda del Tevere neppure l’ateo più accanito, forse, potrebbe dispiacersene.

Non è facile. Quando Friedrich Nietzsche spiegò cosa mai fosse il nichilismo, l’ospite inquietante che secondo lui ci avrebbe tenuto compagnia per un paio di secoli almeno (Nietzsche scriveva alla fine dell’800, dunque pure col nichilismo siamo ancora a metà del guado), provò a descriverla come quella situazione nella quale «l’uomo rotola via dal centro verso la x». E in effetti, mai come in questi giorni  di questa caduta non si vede il punto di arresto. Mai come in questa fase l’Italia sembra aver perduto stabilità e centralità, tanto rispetto al contesto europeo e internazionale quanto rispetto al suo stesso destino storico, che non sa più decifrare. Mai come in questa congiuntura, mentre un settennato volge al termine, e una nuova legislatura fatica a incominciare, e non c’è nessuno che abbia qualcosa più di un’ipotesi arrischiata sul futuro prossimo venturo, si sente la mancanza di certezze, e forse anche il bisogno di qualche rassicurazione. Così si aspetta la fumata bianca per poter pensare: almeno questa è fatta, qualcosa finalmente comincia ad andare per il verso giusto.

Non si tratta solo di psicologismo spicciolo: c’è effettivamente nel Paese una sorta di sospensione, di finta calma, di surreale immobilità. Persino i mercati finanziari sembrano attendere gli eventi, invece di tentare di determinarli con la solita, frenetica aggressività. Forse al paese è accaduto veramente di ritrovarsi sospeso in quella grande bonaccia delle Antille che raccontò Italo Calvino: senza un alito di vento verso una qualunque direzione, la nave dei corsari che rimane ferma per mesi, a fronteggiare da lungi i galeoni dei Papisti, in un’asfissiante bonaccia. Il fatto è che se domani, se nei prossimi giorni (ma presto, per carità!) dal comignolo di San Pietro venisse fuori un filo di fumo bianco, vorrebbe dire che almeno la barca di San Pietro ha ritrovato il suo capitano ed ha ripreso il mare.

La parabola marinara di Calvino era rivolta anzitutto contro l’immobilismo del PCI di Togliatti (che infatti la prese a male). Questa volta si tratta però, più gravemente, dello stallo dell’intero sistema politico, finito in un pauroso buco di vento.

Intendiamoci: neanche per la Chiesa la navigazione potrà essere tranquilla. Quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne la sua ultima omelia, prima che si chiudessero le porte del Conclave che lo scelse papa, parlò con inusitata determinazione della «sporcizia della Chiesa», da cui bisognava liberarsi. Dopo sono venuti gli scandali, lo Ior, Vatileaks, la pedofilia, il maggiordomo infedele e la riapertura del caso Orlandi, l’acuirsi della crisi delle vocazioni e gli scontri all’interno della Curia: infine, le inaudite dimissioni del Papa. Anche Ratzinger aveva usato una parabola marinara: «spesso, Signore, la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti». Ma Bemedetto XVI ha lasciato, e mettere la barca in condizione di affrontare nuovamente il mare è il compito del futuro Papa: un nuovo Pontefice potrebbe averne la forza, essere il legno al quale i credenti potranno aggrapparsi.

E l’Italia? Quando l’Italia potrà salpare nuovamente, da dove potrà ripartire? Dalla saggezza di Napolitano? Sicuramente, ma ha soltanto un mese di mandato davanti a sé. Dai partiti? Ma sono investiti da un ciclone ancora più impetuoso di quello che li travolse con Tangentopoli. Dal Movimento 5 Stelle? Ma sembra lontanissimo da una qualunque idea di governo, e finanche dalle consuetudini parlamentari. Da un nuovo spirito pubblico, allora?

Ecco: se lo Spirito, che soffia dove vuole, dopo aver lasciato la Cappella Sistina mandasse qualche sbuffo pure dalle nostre parti e facesse circolare un po’ di aria nuova, di idee e di forze nuove, forse anche l’Italia potrebbe riprendere il vento.

Il Messaggero, 12.03.2013

Partiti non più tradizionali

«I principali partiti tradizionali godono di percentuali sempre più irrisorie», ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere, commentando i risultati del voto in Sicilia. Non molto diversamente, Grillo ha ironizzato sui festeggiamenti del partito democratico: forse si attendevano un risultato a una cifra, ha detto. Per dire che c’è poco da festeggiare: continua qui.

Grillo-Di Pietro l’ultima faida dei due tribuni

Sotto la gragnuola di insulti rivolti da Beppe Grillo all’indirizzo del “corteo di salme” che avrebbe celebrato la Resistenza, è  forse il caso di citare a nostra volta: “Cari amici, allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica è stato il più terribile risultato di un’opera di diseducazione ventennale, che è riuscita a inchiodare in molti di noi dei pregiudizi, fondamentale quello della «sporcizia» della politica.”: sono le parole di Giacomo Ulivi, anni 19, fucilato il 10 novembre 1944, ricordate da Giorgio Napolitano in occasione del 25 aprile. Sono parole che lasciano il segno, e che è merito del Presidente della Repubblica avere riproposto in un momento così delicato per il nostro Paese, per la sua classe politica e per i partiti. Sono parole necessarie: non per assolvere i partiti politici dalle loro responsabilità, che ci sono tutte, ma al contrario perché se le assumano nuovamente, così come seppero assumersele in momenti ancora più difficili di quelli che stiamo attraversando. Parole che contengono anche la risposta alla domanda che dalle colonne de Il Fatto ha formulato Antonio Di Pietro. Piccato dal richiamo del Presidente, che invitava a non dare ascolto ai demagoghi di turno, spaventato forse al pensiero che gli stia per toccare in sorte di passare il turno al demagogo più demagogo di lui, ossia a Grillo, il leader dell’Idv si è chiesto se fosse antipolitica il referendum sull’acqua o la proposta di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, cioè le campagne in cui ha voluto impegnare il suo partito. E mentre se lo chiedeva con finta ingenuità, non trovava di meglio che denunciare come supremo pericolo per il paese non la demagogia, il populismo o l’antipolitica, bensì i partiti, i veri “traditori della Resistenza” che andrebbero cacciati “a calci nel sedere”. Vale a dire: metto lì due proposte, ma i voti me li conquisto dando loro il preciso mandato di coltivare il pregiudizio sulla sporcizia della politica.

Come del resto Grillo, con il quale Di Pietro deve sentirsi in corsa. Anche Grillo ha le sue brave proposte: l’uscita dall’euro, ad esempio. E anche lui le butta lì tra un insulto e l’altro, con l’intenzione precisa di delegittimare la classe politica tutta quanta, indiscriminatamente, immaginando persino, non è chiaro se per ignoranza o per disprezzo, che i partigiani prenderebbero oggi la mitraglia contro il Parlamento eletto, che lui giudica, con fine sapienza giuridica, “peggio di quello fascista”.

Ma cacciamoli pure, i partiti: cosa ci dovremmo mettere al loro posto? “Rifiutarli in quanto tali – si chiede il Presidente – dove mai può portare”? O Di Pietro e Grillo immaginano di governare il paese a colpi di manette, referendum popolari e scomuniche a mezzo blog? Nel discorso di Napolitano, non c’era solo una sottolineatura forte e convinta, a norma di Costituzione, del ruolo decisivo dei partiti, ma anche l’invito pressante a fare le riforme, nella consapevolezza della dimensione europea dei problemi che abbiamo dinanzi. Ma per il comico genovese basta uscire dall’euro, et voilà.

Per il resto, quel che gli interessa è alimentare l’illusione che se potessimo liberarci della classe politica saremmo tutti più ricchi, sani e belli, quando invece non solo non ci ritroveremmo affatto più ricchi, ma di sicuro sarebbe impoverita l’articolazione sociale, politica e istituzionale del Paese, con grave nocumento per la sua tenuta democratica.

Napolitano sta provando da qualche mese a indicare la via, spronando partiti e parti sociali a cercare insieme le soluzioni per riprendere la strada della crescita: non solo economica, si vorrebbe aggiungere, ma anche civile. E mentre prova così a favorire un rinnovato clima di fiducia e di leale collaborazione, Di Pietro e Grillo si danno di gomito e cercano di aizzare sentimenti contrari. Tanto il Presidente invita a abbandonare le campagne contro i partiti in quanto tali, tanto i due grandi moralizzatori le conducono e le cavalcano.

Che allora qualcuno spieghi loro perlomeno questo: che del metodo democratico richiesto dalla Costituzione perché i partiti concorrino a determinare la politica nazionale, nei loro personalissimi movimenti e partiti c’è, chissà perché, poca, pochissima traccia. Di sicuro meno di quanta ce ne sia nei partiti che tanto disprezzano.

Il Mattino, 27 aprile 2012

La Grande Scorciatoia

Quando, nell’agosto del 2005, Mario Monti rilasciò a La Stampa l’intervista alla quale ha voluto riferirsi due giorni fa, concedendone un’altra allo stesso giornale, si sollevò un dibattito ampio e animato intorno all’ipotesi formulata con grande precisione dall’ex commissario europeo: “non  un partito di centro ma un’operazione di centro, nel senso che richiede il convergere di sforzi da destra e da sinistra ed è indispensabile non solo alla sopravvivenza del mercato ma della stessa democrazia”.

Come adesso, così anche allora mancava circa un anno alle elezioni; anche allora, il centrodestra non aveva dato prova di buon governo. Monti però dava un giudizio non lusinghiero non solo sul governo Berlusconi, ma anche sull’opposizione. A suo giudizio, né il centrodestra né il centrosinistra avrebbero potuto realizzare quelle “riforme liberali” di cui il paese aveva impellente bisogno.

Il centrodestra perse le elezioni, il centrosinistra le vinse di un’incollatura e franò poi al governo: le tanto attese riforme non furono fatte, coi risultati che sappiamo (aggravati da un nuovo ciclo berlusconiano, l’ultimo e certo il peggiore). In continuità con il giudizio di allora, il Monti di ora attribuisce dunque all’attuale esperienza di governo il valore di primo passo in direzione dell’“operazione di centro” già prospettata nel 2005.

Monti riprese nuovamente la parola una settimana dopo, sul Corriere, per rispondere alle critiche. Gli fu facile lasciar cadere le obiezioni fondate sulla debolezza delle forze politiche di centro, e più chiara si fece l’idea che l’operazione somigliava piuttosto a una grande coalizione che a un grande centro. Il punto stava per lui nel fatto che, sotto il profilo del governo dell’economia, i due poli erano più vicini fra loro di quanto non lo fossero al loro interno. Quanto ciò fosse vero allora e sia vero oggi è difficile a dirsi. Sensibile poi all’argomento di quanti gli avevano fatto osservare che una grande coalizione avrebbe cancellato “l’unico progresso istituzionale fatto dall’Italia dopo gli scandali degli anni Novanta” (Sergio Romano), cioè l’alternanza fra i due poli, rispose che considerava anche lui il bipolarismo un passo avanti, e tuttavia non poteva non notare che tutti i difensori dell’assetto bipolare riconoscevano la necessità di miglioramenti così sostanziali, che, in assenza, il sistema politico si presentava piuttosto come “una grande frittata che non funziona” (Giovanni Sartori).

E così siamo, io credo, al punto. Non però allo stesso punto di allora. Non solo perché si è realizzata una delle condizioni che agli occhi degli osservatori impediva il realizzarsi dell’operazione, cioè l’uscita di scena di Berlusconi (e da ultimo pure di Bossi), ma perché nelle stesse parole del Monti di allora stava la consapevolezza che la grande coalizione era un’ipotesi subordinata rispetto alla prima urgenza, cioè un sistema politico da riformare. Il che era tanto più vero in quanto, nelle parole di Monti, ad essere minacciata non era solo la sopravvivenza del mercato, ma della stessa democrazia.

Quel che allora accadde, grazie alla sciagurata introduzione del Porcellum, fu in realtà studiato apposta non per riformare il sistema politico, ma per incepparlo ulteriormente – cosa che in effetti non mancò di accadere con la striminzita vittoria dell’Unione. Ex contrario, sappiamo cosa ci occorre innanzitutto oggi: far ripartire la politica. E dunque: il superamento del Porcellum e la riforma istituzionale, meglio ancora se accompagnata dall’attuazione dell’art. 49 della Costituzione (quello che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).

Tanto più che sono ancora le parole di Monti (questa volta dell’ultimo Monti) a richiamare implicitamente la necessità che si delineino chiare visioni politiche alternative, non offuscate da supposte neutralizzazioni tecniche. Monti mantiene infatti la caratterizzazione dell’attuale esperienza di governo come tecnica, distinguendola da una “nuova fase di governi politici”. A questa distinzione si deve certo obiettare che tutti i governi sono politici, nella misura in cui ricevono in Parlamento il sostegno delle forze politiche, ma è evidente che la più forte ragione per mantenerla da parte del Presidente del Consiglio è non la competenza professorale sua e degli altri ministri (in fondo, anche Prodi era un professore universitario, anche se non bocconiano), bensì l’esigenza di mettere il governo al riparo della cattiva fama di cui godono i partiti. Segno che, di nuovo, è da lì che bisogna ripartire, se non si vuole assecondare definitivamente un clima e una piega, che, complici gli ultimi eventi, non promette nulla di buono. Non tanto o non solo per i mercati, che peraltro sono forti abbastanza per far sentire le loro ragioni, quanto per la tenuta della democrazia, le cui ragioni, dopo tutto, tocca ancora ai partiti far valere.

L’Unità, 6 aprile 2012

Maggioritario magico

Nel dibattito sulla riforma della legge elettorale torna a disegnarsi uno spartiacque che aveva preso forma anche all’inizio degli anni 90 tra fautori del proporzionale e fautori del maggioritario. Siccome l’accordo fra i partiti sembra pencolare dalla parte dei primi, sono oggi i fautori del maggioritario a lamentare una riforma che, ai loro occhi, appare più come una controriforma, un ritorno alla bassa cucina della prima Repubblica, ai governi fatti e disfatti in Parlamento (come se, appunto, il Parlamento fosse una bassa cucina), allo scippo del potere che il principio maggioritario assegnerebbe senz’altro ai cittadini di scegliersi il governo il giorno stesso delle elezioni, senza le deprecate trattative tra i partiti (come se in Costituzione non fosse scritto che i governi nascono con la fiducia del Parlamento, e non con il solo suffragio elettorale). A chi obiettasse che nei vent’anni che sono alle nostre spalle il maggioritario non ha dato gran prova di sé, viene risposto che ciò è dipeso da tutto il resto: dalle riserve proporzionali previste dalla legge, dai regolamenti parlamentari che favoriscono il frazionamento dei gruppi politici, dai rimborsi elettorali ai partiti che ne certificano – per dir così – l’esistenza in vita ben oltre il necessario, e così via. Da tutto, insomma meno che dal maggioritario.

Ci può stare. Quel che però non ci può più stare è la semplificazione, usata con grande disinvoltura, per cui maggioritario significherebbe di per sé efficienza e proporzionale significherebbe di per sé inefficienza; il primo sarebbe moderno e il secondo sarebbe logoro e stantìo. Siccome è evidente che si può mettere un sistema proporzionale in condizione di funzionare, così come si può mettere un maggioritario in condizione di non funzionare (ne abbiamo avuto ampiamente prova), deve essere altrettanto evidente a tutti che sistemi elettorali diversi disegnano sistemi politici diversi, i quali però non sono in astratto buoni o cattivi, ma lo sono invece nelle condizioni storiche, culturali, sociali in cui sono chiamati a vivere. Non c’è politologia che tenga, e neppure analisi comparata di sorta: non sarà la dimostrazione che in Germania funziona così, o in Francia colà, a rilasciare il giudizio storico-politico che ci occorre, per una decisione che supera di gran lunga la tecnicalità elettorale e riguarda nientemeno che un’idea di Paese. Lo stesso mantra del bipolarismo andrebbe recitato con maggiore circospezione. La Prima Repubblica (che era proporzionale) è stata bipolare: quella che è mancata è stata l’alternanza. La Seconda Repubblica (che è stata, grosso modo, maggioritaria) ha invece avuto l’alternanza, scandita con la regolarità di un pendolo. Ma a giudicare dai cambi di casacca, e dall’ultimo governo Berlusconi-Scilipoti, è persino opinabile che, con tutto il berlusconismo e l’antiberlusconismo del mondo, sia stata più nettamente bipolare di quanto sia stata la prima.

Il fatto è che se il sistema politico è frammentato non sarà una legge maggioritaria a ricompattarlo, se non forzosamente. Quel che ci occorre è invece un ricompattamento intorno a progetti politici, non  a mere premialità elettorali – che, come s’è visto, serviranno pure il giorno delle elezioni a darci un governo, ma non lo mettono in condizione di governare negli anni successivi.

E dunque? Dirò una cosa lievemente paradossale: non deprecherei i partiti che si facessero la legge elettorale a loro uso e consumo. Mi domando piuttosto: a uso e consumo di chi, in alternativa, dovrebbero farla? A parte demagogia populiste o tecnocratiche, se si crede ancora nella democrazia rappresentativa, e se non ci si compiace dell’aristocrazia democratica che – secondo Ilvo Diamanti su Repubblica di ieri – sarebbe di fatto il principio del montismo, cioè della fase politica attuale – c’è solo da augurarsi che i partiti ci vedano giusto e si facciano davvero una legge a loro uso e consumo. Che li aiuti a rendere compatte anzitutto le loro ragioni, senza frazionarle in mille coriandoli proporzionali ma senza neppure confonderle in inutili cartelloni maggioritari. Perché certo, le leggi si fanno per il Paese e per i cittadini, ma non c’è altro modo di definire quello che serve al Paese o alla generalità dei cittadini che non sia per l’appunto il voto alle formazioni politiche in libere elezioni.

L’unità, 3 aprile 2012