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L’alleanza al tempo dei partiti deboli

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«Domani si vedrà!», ha detto ieri Felice Casson (Pd) in versione Rossella O’Hara. Ma quel che si è visto finora non offre i migliori presagi: Nitto Palma, che doveva andare alla guida della Commissione Giustizia del Senato, non è passato. Per due volte. E tutto sembra tornare in discussione, perché qualora non passasse nemmeno oggi, alla terza votazione, è chiaro che il Pdl non starebbe a guardare. E le ripercussioni potrebbe lambire anche Palazzo Chigi. Né d’altra parte si può pensare che un partito, impegnato in un governo di larghe intese, che dunque deve necessariamente collaborare per assicurare una tranquilla navigazione parlamentare al governo, stringa accordi formali tramite i suoi capigruppo, lasciando che però i componenti del gruppo li disattendano alla prima occasione. Questo, infatti,  è quel che è accaduto: i capigruppo Pd Zanda e Speranza hanno concluso con i loro omologhi del Pdl un patto, che i senatori del Pd si sono dati subito la pena di non osservare .

Ora, dalle parti del Pd si spiegherà perché il nome di Nitto Palma, già commissario del Pdl in Campania, amico dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino (ora agli arresti) non andasse bene. Ma non è questo il punto. Il punto è se, in generale, dopo che si è fatto un governo, qualcuno non si debba prendere la briga di rifare i partiti, e cioè di dare loro un’ossatura, una spina dorsale, una conduzione sufficientemente univoca. Innanzitutto per il bene del partito medesimo, che non può recitare a soggetto ad ogni votazione; poi per il buon funzionamento delle istituzioni parlamentari, i cui regolamenti poggiano sulle attività di gruppo, prima che sull’interpretazione solista affidata ai singoli parlamentari; infine per il governo medesimo, che deve poter contare su una maggioranza minimamente affidabile.

Allo stato, non sembra che queste condizioni si siano ancora realizzate. Al Pd evidentemente non è bastata l’esperienza fatta con Monti, quando Bersani ripeteva che non era quello il governo che voleva, salvo però appoggiarlo: nelle urne, questa schizofrenia non è stata premiata. Tantomeno lo sarebbe oggi, che a capo del governo c’è Letta, cioè il vicesegretario del Pd.

Ma forse bisognerà attendere l’Assemblea Nazionale di sabato prossimo, quando sarà eletto un nuovo segretario, dopo le dimissioni di Bersani. Già sembra però che si vada verso soluzioni transitorie, provvisorie, che lascerebbero di fatto la deputazione parlamentare libera di regolarsi secondo le circostanze. Il Pd non avrà bisogno di un Grande Timoniere, ma neppure gli può bastare un semplice traghettatore. Accade infatti come nelle squadre di calcio: quando i giocatori sanno che l’allenatore che li guida non è lo stesso che sarà in panchina nel prossimo campionato, finisce che fanno un po’ quello che vogliono. Ora, nel Pd non ci sarà un’aria da rompete le righe, ma non si può dire che, dopo le figuracce sull’elezione del Presidente della Repubblica, le file si siano ricompattate.

Ed è un paradosso. Il partito democratico è l’unica formazione politica che mantiene nelle proprie insegne la parola «partito», così bistrattata al giorno d’oggi. È il partito che più di ogni altra forza politica si attiene al dettato della Costituzione, la quale chiede di adottare metodi democratici al proprio interno. Fa (con esiti alterni) le primarie, le parlamentarie, i congressi. Ma tutto questo produce debolezza piuttosto che forza. Disperde energia politica invece di concentrarla. E le difficoltà e le incertezze che il Pd continua a manifestare finiscono col mettere la sordina anche ai limiti del Pdl. Il «partito di plastica», il «partito-azienda» mostra infatti una compattezza che, di rimbalzo, risalta come la prima delle virtù politiche. Certo, l’identificazione con Berlusconi facilita le cose. Finché dura, però. Anche il Pdl, infatti, si troverà scosso, quando questa simbiosi produrrà più problemi che soluzioni: non è questo che è accaduto, durante la scorsa legislatura? La brillante campagna elettorale e gli attuali sondaggi coprono il tallone d’Achille del Cavaliere, ma è un fatto che nelle prove di governo le sue maggioranze si sono sempre sfaldate, dal ’94 in poi.

E invece il sistema politico italiano ha estremo bisogno di corpi intermedi dotati di forza organizzativa e di una fisionomia netta, di stampo europeo. Se dunque vacillano appena si ingrossa l’onda della Rete, oppure arrancano sotto gli attacchi populisti sferrati da Grillo (che di fare un partito non ha bisogno: gli basta un blog e un’associazione fatta insieme col nipote e col fido commercialista) non ce la si può prendere col destino cinico e baro, ma con tutto quello (ed è tanto) che non è stato fatto finora nella costruzione di una solida cultura politica.

E come vanno le cose lo si deve vedere oggi, non domani, perché, per come è messo il Paese, domani è già troppo tardi. 

Il mattino, 8 maggio 2013

Il Conclave e l’Italia sospesa

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Lo spirito soffia dove vuole, ma se volesse pure dare una mano all’Italia, con l’elezione del nuovo Papa, agli italiani, laici o cattolici che siano, forse non dispiacerebbe. D’accordo: la Chiesa cattolica ha una missione universale, non soltanto nazionale, e i suoi fedeli sono sparsi in tutti i continenti, e l’Europa non è più così centrale come un tempo e l’Italia lo è ancora meno. E poi i tempi di un’istituzione bimillenaria non si misurano sul piede della cronaca o dell’attualità. E soprattutto la sua sola e unica domanda – la più angosciosa, la più drammatica – non può che essere la domanda del Vangelo: «quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?». Un Papa lo si fa per quello, perché il Figlio dell’uomo possa trovare ancora servi fedeli al suo ritorno. Sulla terra, non solo in quella piccola, alquanto malandata penisoletta che è l’Italia.

Ma questa volta il Conclave cade anche in un altro contesto: nel bel mezzo di una grave crisi economica e sociale, che dura da anni, a cui si è sommata una ancora più acuta crisi politica da cui non sappiamo se e quando l’Italia saprà uscire. Per questo se un soffio dello Spirito lambisse anche l’altra sponda del Tevere neppure l’ateo più accanito, forse, potrebbe dispiacersene.

Non è facile. Quando Friedrich Nietzsche spiegò cosa mai fosse il nichilismo, l’ospite inquietante che secondo lui ci avrebbe tenuto compagnia per un paio di secoli almeno (Nietzsche scriveva alla fine dell’800, dunque pure col nichilismo siamo ancora a metà del guado), provò a descriverla come quella situazione nella quale «l’uomo rotola via dal centro verso la x». E in effetti, mai come in questi giorni  di questa caduta non si vede il punto di arresto. Mai come in questa fase l’Italia sembra aver perduto stabilità e centralità, tanto rispetto al contesto europeo e internazionale quanto rispetto al suo stesso destino storico, che non sa più decifrare. Mai come in questa congiuntura, mentre un settennato volge al termine, e una nuova legislatura fatica a incominciare, e non c’è nessuno che abbia qualcosa più di un’ipotesi arrischiata sul futuro prossimo venturo, si sente la mancanza di certezze, e forse anche il bisogno di qualche rassicurazione. Così si aspetta la fumata bianca per poter pensare: almeno questa è fatta, qualcosa finalmente comincia ad andare per il verso giusto.

Non si tratta solo di psicologismo spicciolo: c’è effettivamente nel Paese una sorta di sospensione, di finta calma, di surreale immobilità. Persino i mercati finanziari sembrano attendere gli eventi, invece di tentare di determinarli con la solita, frenetica aggressività. Forse al paese è accaduto veramente di ritrovarsi sospeso in quella grande bonaccia delle Antille che raccontò Italo Calvino: senza un alito di vento verso una qualunque direzione, la nave dei corsari che rimane ferma per mesi, a fronteggiare da lungi i galeoni dei Papisti, in un’asfissiante bonaccia. Il fatto è che se domani, se nei prossimi giorni (ma presto, per carità!) dal comignolo di San Pietro venisse fuori un filo di fumo bianco, vorrebbe dire che almeno la barca di San Pietro ha ritrovato il suo capitano ed ha ripreso il mare.

La parabola marinara di Calvino era rivolta anzitutto contro l’immobilismo del PCI di Togliatti (che infatti la prese a male). Questa volta si tratta però, più gravemente, dello stallo dell’intero sistema politico, finito in un pauroso buco di vento.

Intendiamoci: neanche per la Chiesa la navigazione potrà essere tranquilla. Quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne la sua ultima omelia, prima che si chiudessero le porte del Conclave che lo scelse papa, parlò con inusitata determinazione della «sporcizia della Chiesa», da cui bisognava liberarsi. Dopo sono venuti gli scandali, lo Ior, Vatileaks, la pedofilia, il maggiordomo infedele e la riapertura del caso Orlandi, l’acuirsi della crisi delle vocazioni e gli scontri all’interno della Curia: infine, le inaudite dimissioni del Papa. Anche Ratzinger aveva usato una parabola marinara: «spesso, Signore, la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti». Ma Bemedetto XVI ha lasciato, e mettere la barca in condizione di affrontare nuovamente il mare è il compito del futuro Papa: un nuovo Pontefice potrebbe averne la forza, essere il legno al quale i credenti potranno aggrapparsi.

E l’Italia? Quando l’Italia potrà salpare nuovamente, da dove potrà ripartire? Dalla saggezza di Napolitano? Sicuramente, ma ha soltanto un mese di mandato davanti a sé. Dai partiti? Ma sono investiti da un ciclone ancora più impetuoso di quello che li travolse con Tangentopoli. Dal Movimento 5 Stelle? Ma sembra lontanissimo da una qualunque idea di governo, e finanche dalle consuetudini parlamentari. Da un nuovo spirito pubblico, allora?

Ecco: se lo Spirito, che soffia dove vuole, dopo aver lasciato la Cappella Sistina mandasse qualche sbuffo pure dalle nostre parti e facesse circolare un po’ di aria nuova, di idee e di forze nuove, forse anche l’Italia potrebbe riprendere il vento.

Il Messaggero, 12.03.2013

Partiti non più tradizionali

«I principali partiti tradizionali godono di percentuali sempre più irrisorie», ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere, commentando i risultati del voto in Sicilia. Non molto diversamente, Grillo ha ironizzato sui festeggiamenti del partito democratico: forse si attendevano un risultato a una cifra, ha detto. Per dire che c’è poco da festeggiare: continua qui.

Grillo-Di Pietro l’ultima faida dei due tribuni

Sotto la gragnuola di insulti rivolti da Beppe Grillo all’indirizzo del “corteo di salme” che avrebbe celebrato la Resistenza, è  forse il caso di citare a nostra volta: “Cari amici, allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica è stato il più terribile risultato di un’opera di diseducazione ventennale, che è riuscita a inchiodare in molti di noi dei pregiudizi, fondamentale quello della «sporcizia» della politica.”: sono le parole di Giacomo Ulivi, anni 19, fucilato il 10 novembre 1944, ricordate da Giorgio Napolitano in occasione del 25 aprile. Sono parole che lasciano il segno, e che è merito del Presidente della Repubblica avere riproposto in un momento così delicato per il nostro Paese, per la sua classe politica e per i partiti. Sono parole necessarie: non per assolvere i partiti politici dalle loro responsabilità, che ci sono tutte, ma al contrario perché se le assumano nuovamente, così come seppero assumersele in momenti ancora più difficili di quelli che stiamo attraversando. Parole che contengono anche la risposta alla domanda che dalle colonne de Il Fatto ha formulato Antonio Di Pietro. Piccato dal richiamo del Presidente, che invitava a non dare ascolto ai demagoghi di turno, spaventato forse al pensiero che gli stia per toccare in sorte di passare il turno al demagogo più demagogo di lui, ossia a Grillo, il leader dell’Idv si è chiesto se fosse antipolitica il referendum sull’acqua o la proposta di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, cioè le campagne in cui ha voluto impegnare il suo partito. E mentre se lo chiedeva con finta ingenuità, non trovava di meglio che denunciare come supremo pericolo per il paese non la demagogia, il populismo o l’antipolitica, bensì i partiti, i veri “traditori della Resistenza” che andrebbero cacciati “a calci nel sedere”. Vale a dire: metto lì due proposte, ma i voti me li conquisto dando loro il preciso mandato di coltivare il pregiudizio sulla sporcizia della politica.

Come del resto Grillo, con il quale Di Pietro deve sentirsi in corsa. Anche Grillo ha le sue brave proposte: l’uscita dall’euro, ad esempio. E anche lui le butta lì tra un insulto e l’altro, con l’intenzione precisa di delegittimare la classe politica tutta quanta, indiscriminatamente, immaginando persino, non è chiaro se per ignoranza o per disprezzo, che i partigiani prenderebbero oggi la mitraglia contro il Parlamento eletto, che lui giudica, con fine sapienza giuridica, “peggio di quello fascista”.

Ma cacciamoli pure, i partiti: cosa ci dovremmo mettere al loro posto? “Rifiutarli in quanto tali – si chiede il Presidente – dove mai può portare”? O Di Pietro e Grillo immaginano di governare il paese a colpi di manette, referendum popolari e scomuniche a mezzo blog? Nel discorso di Napolitano, non c’era solo una sottolineatura forte e convinta, a norma di Costituzione, del ruolo decisivo dei partiti, ma anche l’invito pressante a fare le riforme, nella consapevolezza della dimensione europea dei problemi che abbiamo dinanzi. Ma per il comico genovese basta uscire dall’euro, et voilà.

Per il resto, quel che gli interessa è alimentare l’illusione che se potessimo liberarci della classe politica saremmo tutti più ricchi, sani e belli, quando invece non solo non ci ritroveremmo affatto più ricchi, ma di sicuro sarebbe impoverita l’articolazione sociale, politica e istituzionale del Paese, con grave nocumento per la sua tenuta democratica.

Napolitano sta provando da qualche mese a indicare la via, spronando partiti e parti sociali a cercare insieme le soluzioni per riprendere la strada della crescita: non solo economica, si vorrebbe aggiungere, ma anche civile. E mentre prova così a favorire un rinnovato clima di fiducia e di leale collaborazione, Di Pietro e Grillo si danno di gomito e cercano di aizzare sentimenti contrari. Tanto il Presidente invita a abbandonare le campagne contro i partiti in quanto tali, tanto i due grandi moralizzatori le conducono e le cavalcano.

Che allora qualcuno spieghi loro perlomeno questo: che del metodo democratico richiesto dalla Costituzione perché i partiti concorrino a determinare la politica nazionale, nei loro personalissimi movimenti e partiti c’è, chissà perché, poca, pochissima traccia. Di sicuro meno di quanta ce ne sia nei partiti che tanto disprezzano.

Il Mattino, 27 aprile 2012

La Grande Scorciatoia

Quando, nell’agosto del 2005, Mario Monti rilasciò a La Stampa l’intervista alla quale ha voluto riferirsi due giorni fa, concedendone un’altra allo stesso giornale, si sollevò un dibattito ampio e animato intorno all’ipotesi formulata con grande precisione dall’ex commissario europeo: “non  un partito di centro ma un’operazione di centro, nel senso che richiede il convergere di sforzi da destra e da sinistra ed è indispensabile non solo alla sopravvivenza del mercato ma della stessa democrazia”.

Come adesso, così anche allora mancava circa un anno alle elezioni; anche allora, il centrodestra non aveva dato prova di buon governo. Monti però dava un giudizio non lusinghiero non solo sul governo Berlusconi, ma anche sull’opposizione. A suo giudizio, né il centrodestra né il centrosinistra avrebbero potuto realizzare quelle “riforme liberali” di cui il paese aveva impellente bisogno.

Il centrodestra perse le elezioni, il centrosinistra le vinse di un’incollatura e franò poi al governo: le tanto attese riforme non furono fatte, coi risultati che sappiamo (aggravati da un nuovo ciclo berlusconiano, l’ultimo e certo il peggiore). In continuità con il giudizio di allora, il Monti di ora attribuisce dunque all’attuale esperienza di governo il valore di primo passo in direzione dell’“operazione di centro” già prospettata nel 2005.

Monti riprese nuovamente la parola una settimana dopo, sul Corriere, per rispondere alle critiche. Gli fu facile lasciar cadere le obiezioni fondate sulla debolezza delle forze politiche di centro, e più chiara si fece l’idea che l’operazione somigliava piuttosto a una grande coalizione che a un grande centro. Il punto stava per lui nel fatto che, sotto il profilo del governo dell’economia, i due poli erano più vicini fra loro di quanto non lo fossero al loro interno. Quanto ciò fosse vero allora e sia vero oggi è difficile a dirsi. Sensibile poi all’argomento di quanti gli avevano fatto osservare che una grande coalizione avrebbe cancellato “l’unico progresso istituzionale fatto dall’Italia dopo gli scandali degli anni Novanta” (Sergio Romano), cioè l’alternanza fra i due poli, rispose che considerava anche lui il bipolarismo un passo avanti, e tuttavia non poteva non notare che tutti i difensori dell’assetto bipolare riconoscevano la necessità di miglioramenti così sostanziali, che, in assenza, il sistema politico si presentava piuttosto come “una grande frittata che non funziona” (Giovanni Sartori).

E così siamo, io credo, al punto. Non però allo stesso punto di allora. Non solo perché si è realizzata una delle condizioni che agli occhi degli osservatori impediva il realizzarsi dell’operazione, cioè l’uscita di scena di Berlusconi (e da ultimo pure di Bossi), ma perché nelle stesse parole del Monti di allora stava la consapevolezza che la grande coalizione era un’ipotesi subordinata rispetto alla prima urgenza, cioè un sistema politico da riformare. Il che era tanto più vero in quanto, nelle parole di Monti, ad essere minacciata non era solo la sopravvivenza del mercato, ma della stessa democrazia.

Quel che allora accadde, grazie alla sciagurata introduzione del Porcellum, fu in realtà studiato apposta non per riformare il sistema politico, ma per incepparlo ulteriormente – cosa che in effetti non mancò di accadere con la striminzita vittoria dell’Unione. Ex contrario, sappiamo cosa ci occorre innanzitutto oggi: far ripartire la politica. E dunque: il superamento del Porcellum e la riforma istituzionale, meglio ancora se accompagnata dall’attuazione dell’art. 49 della Costituzione (quello che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).

Tanto più che sono ancora le parole di Monti (questa volta dell’ultimo Monti) a richiamare implicitamente la necessità che si delineino chiare visioni politiche alternative, non offuscate da supposte neutralizzazioni tecniche. Monti mantiene infatti la caratterizzazione dell’attuale esperienza di governo come tecnica, distinguendola da una “nuova fase di governi politici”. A questa distinzione si deve certo obiettare che tutti i governi sono politici, nella misura in cui ricevono in Parlamento il sostegno delle forze politiche, ma è evidente che la più forte ragione per mantenerla da parte del Presidente del Consiglio è non la competenza professorale sua e degli altri ministri (in fondo, anche Prodi era un professore universitario, anche se non bocconiano), bensì l’esigenza di mettere il governo al riparo della cattiva fama di cui godono i partiti. Segno che, di nuovo, è da lì che bisogna ripartire, se non si vuole assecondare definitivamente un clima e una piega, che, complici gli ultimi eventi, non promette nulla di buono. Non tanto o non solo per i mercati, che peraltro sono forti abbastanza per far sentire le loro ragioni, quanto per la tenuta della democrazia, le cui ragioni, dopo tutto, tocca ancora ai partiti far valere.

L’Unità, 6 aprile 2012

Maggioritario magico

Nel dibattito sulla riforma della legge elettorale torna a disegnarsi uno spartiacque che aveva preso forma anche all’inizio degli anni 90 tra fautori del proporzionale e fautori del maggioritario. Siccome l’accordo fra i partiti sembra pencolare dalla parte dei primi, sono oggi i fautori del maggioritario a lamentare una riforma che, ai loro occhi, appare più come una controriforma, un ritorno alla bassa cucina della prima Repubblica, ai governi fatti e disfatti in Parlamento (come se, appunto, il Parlamento fosse una bassa cucina), allo scippo del potere che il principio maggioritario assegnerebbe senz’altro ai cittadini di scegliersi il governo il giorno stesso delle elezioni, senza le deprecate trattative tra i partiti (come se in Costituzione non fosse scritto che i governi nascono con la fiducia del Parlamento, e non con il solo suffragio elettorale). A chi obiettasse che nei vent’anni che sono alle nostre spalle il maggioritario non ha dato gran prova di sé, viene risposto che ciò è dipeso da tutto il resto: dalle riserve proporzionali previste dalla legge, dai regolamenti parlamentari che favoriscono il frazionamento dei gruppi politici, dai rimborsi elettorali ai partiti che ne certificano – per dir così – l’esistenza in vita ben oltre il necessario, e così via. Da tutto, insomma meno che dal maggioritario.

Ci può stare. Quel che però non ci può più stare è la semplificazione, usata con grande disinvoltura, per cui maggioritario significherebbe di per sé efficienza e proporzionale significherebbe di per sé inefficienza; il primo sarebbe moderno e il secondo sarebbe logoro e stantìo. Siccome è evidente che si può mettere un sistema proporzionale in condizione di funzionare, così come si può mettere un maggioritario in condizione di non funzionare (ne abbiamo avuto ampiamente prova), deve essere altrettanto evidente a tutti che sistemi elettorali diversi disegnano sistemi politici diversi, i quali però non sono in astratto buoni o cattivi, ma lo sono invece nelle condizioni storiche, culturali, sociali in cui sono chiamati a vivere. Non c’è politologia che tenga, e neppure analisi comparata di sorta: non sarà la dimostrazione che in Germania funziona così, o in Francia colà, a rilasciare il giudizio storico-politico che ci occorre, per una decisione che supera di gran lunga la tecnicalità elettorale e riguarda nientemeno che un’idea di Paese. Lo stesso mantra del bipolarismo andrebbe recitato con maggiore circospezione. La Prima Repubblica (che era proporzionale) è stata bipolare: quella che è mancata è stata l’alternanza. La Seconda Repubblica (che è stata, grosso modo, maggioritaria) ha invece avuto l’alternanza, scandita con la regolarità di un pendolo. Ma a giudicare dai cambi di casacca, e dall’ultimo governo Berlusconi-Scilipoti, è persino opinabile che, con tutto il berlusconismo e l’antiberlusconismo del mondo, sia stata più nettamente bipolare di quanto sia stata la prima.

Il fatto è che se il sistema politico è frammentato non sarà una legge maggioritaria a ricompattarlo, se non forzosamente. Quel che ci occorre è invece un ricompattamento intorno a progetti politici, non  a mere premialità elettorali – che, come s’è visto, serviranno pure il giorno delle elezioni a darci un governo, ma non lo mettono in condizione di governare negli anni successivi.

E dunque? Dirò una cosa lievemente paradossale: non deprecherei i partiti che si facessero la legge elettorale a loro uso e consumo. Mi domando piuttosto: a uso e consumo di chi, in alternativa, dovrebbero farla? A parte demagogia populiste o tecnocratiche, se si crede ancora nella democrazia rappresentativa, e se non ci si compiace dell’aristocrazia democratica che – secondo Ilvo Diamanti su Repubblica di ieri – sarebbe di fatto il principio del montismo, cioè della fase politica attuale – c’è solo da augurarsi che i partiti ci vedano giusto e si facciano davvero una legge a loro uso e consumo. Che li aiuti a rendere compatte anzitutto le loro ragioni, senza frazionarle in mille coriandoli proporzionali ma senza neppure confonderle in inutili cartelloni maggioritari. Perché certo, le leggi si fanno per il Paese e per i cittadini, ma non c’è altro modo di definire quello che serve al Paese o alla generalità dei cittadini che non sia per l’appunto il voto alle formazioni politiche in libere elezioni.

L’unità, 3 aprile 2012

Papi stranieri

La prima volta che accadde i partiti non c’erano ancora. C’erano però, divisi e meno solidi degli omologhi europei, gli stati regionali. I quali, incapaci di trovare un punto di equilibrio, pensarono che la cosa migliore sarebbe stata di affidarsi a un sovrano straniero. Nella persona di Carlo VIII. Che un po’ combattendo, più spesso mercanteggiando, attraversò col suo esercito la penisola, spingendosi fino a Napoli. Non ottenne gran che, anzi batté presto in ritirata, ma la sua impresa aprì un ciclo cinquantennale di guerre, dal quale l’Italia ha impiegato secoli per riprendersi.

Non siamo però così pessimisti e non esageriamo con le metafore. Se oggi si invocano i papi stranieri (con la minuscola: quello con la maiuscola pare abbia concluso le sue gaie scorribande) non è però da temere che ce ne possano venire secoli di sventure e di guerre  orrende, come diceva amaramente quel gran politico di Niccolò Machiavelli. Ma serpeggia, anzi si manifesta apertamente un’analoga sfiducia nelle risorse del sistema politico nazionale. E cioè, in primo luogo, dei partiti. E come allora, così ora, c’è chi pensa di cercare il punto di equilibrio fuori dal sistema dei partiti, magari non spalancando le porte delle città, come allora, ma sbriciolando quel che resta di formazioni politiche le quali, bene o male, sono ancora la via costituzionalmente indicata per la determinazione della politica nazionale. Perché questo è il punto: chi determina la politica nazionale? O c’è qualcuno che pensa per davvero che le soluzioni sono sempre tecniche, mentre a creare problemi sono sempre i politici? Sta volgendo al termine la più sconquassata delle stagioni che l’Italia repubblicana abbia attraversato, che è stata anche quella di maggiore debolezza dei partiti politici. Come non vedere il rapporto diretto che sussiste fra l’uno e l’altro fattore? E come pensare allora di costruire la soluzione per il 2013 sulle macerie dei partiti, per fare largo al papa straniero, o al mite condottiero di turno? Non abbiamo già sperimentato abbondantemente, coi risultati che sappiamo, l’idea che la politica sia il campo in cui qualcuno, venuto da un’altra parte e dunque (solo apparentemente) non compromesso con il teatrino della politica, scenda tra ali di folla per salvare l’Italia dalla crisi, dallo sfascio o dai comunisti? Prima ancora che venisse giù il muro di Berlino e la prima repubblica, l’opinione pubblica aveva già cominciato a baloccarsi con il «partito che non c’è», quello fatto dagli uomini migliori del paese. Quando poi i partiti non ci sono stati per davvero, s’è visto chi c’è stato al posto loro. E non è stato un bel vedere

Certo, una differenza con il Papi con la maiuscola c’è, e non è una differenza di colore. Non si tratta cioè della diversa posizione nella classifica degli uomini più ricchi del paese, e neppure di una differenza di stile, come se Berlusconi avesse perso credibilità in Europa per qualche battuta di troppo sulla Merkel. È che l’uomo di Arcore si è dovuto accontentare di un ingresso laterale, da destra, nella vita politica italiana, mentre  al prossimo papa straniero si vuole offrire la possibilità di entrare dal più largo portone centrale. L’intuizione di Berlusconi – che era tutta nel nome originario del suo partito, Forza Italia – quanto meglio funzionerebbe, qualcuno starà pensando, da questa nuova, più agevole posizione!

Ora, è difficile dire se dal conclave uscirà il nome di Monti, oppure quella di Passera, o ancora quello di Montezemolo (che è un pochino calato nel borsino dei papabili, ma siccome è notoriamente un uomo fortunato non ce la sentiamo di escluderlo del tutto). Quel che purtroppo è facile intravedere è il tentativo à la Carlo VIII: la croce addosso ai partiti, dipinti come gli staterelli di allora, rissosi e inconcludenti. L’impasse, le pressioni degli Stati europei e infine l’uomo che viene da fuori e scompagina i giochi. Che poi qualcuno disponibile a mercanteggiare, in città, purtroppo, lo si trova sempre. Quel che invece bisognerebbe trovare, è il modo di evitare, dopo vent’anni, di replicare ancora lo schema di Papi.

L’Unità, 22 febbraio 2012