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Il filo rosso da Craxi ai 5 stelle

immagine«Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso, e in certi casi, hanno tutto il sapore della menzogna»: 3 luglio 1992, nell’aula del Parlamento Bettino Craxi pronuncia un discorso passato alla storia per la crudezza con la quale il leader socialista affrontava il tema del finanziamento pubblico dei partiti. Tangentopoli è ormai esplosa, e l’intero assetto istituzionale è profondamente scosso non solo dall’inchiesta «Mani pulite», ma anche da fatti gravissimi, come l’attentato in cui ha perso la vita il magistrato Giovanni Falcone (solo due settimane dopo, il 19 luglio, cadrà vittima di un attentato anche Paolo Borsellino). Il discorso di Craxi andrebbe in realtà riletto tutto, perché descrive uno stallo dal quale, a venticinque anni di distanza, non è facile ritenere che il Paese sia uscito. Il vuoto di cui Craxi aveva orrore, e che il governo di Giuliano Amato provava a riempire, è ancora qui, a minacciare l’attuale sistema politico, agito da partiti sempre più fragili, sospeso fra inconcludenza e risentimento, percorso da venate di populismo che minacciano ogni giorno di far saltare il banco. È ancora qui la montagna del debito pubblico, sono ancora qui le esigenze di riforma e di ammodernamento delle istituzioni, è ancora qui l’insistente domanda sul significato dell’adesione al progetto europeo, ed è ancora qui, non superata, l’esigenza di moralizzazione della vita pubblica. Ma Craxi aveva ben chiaro che a questa esigenza bisognava dare una risposta politica, che non screditasse definitivamente «l’impianto e l’architrave della nostra struttura democratica». È andata diversamente. Non solo i partiti sono stati travolti dal discredito, ma si sono poste allora le basi di una campagna di delegittimazione profonda, che li ha lasciati in una perdurante condizione di minorità, e che sopratutto ha impedito che si affrontasse il nodo di fondo, che l’ex Presidente del Consiglio aveva denunciato in quel discorso: il finanziamento pubblico. Da allora ad oggi, si continua a vivere sotto l’illusoria convinzione che la politica non abbia bisogno di danari, e che chiunque li cerchi per finanziare la propria attività politica sia da quei danari corrotto e comprato irrimediabilmente.

Questa convinzione pesa come un macigno sulla politica italiana, fino a costringere l’altrieri Matteo Renzi a motivare la necessità di andare al voto con la storia dei vitalizi, a cui sarebbero ostinatamente attaccati i parlamentari, e ieri Virginia Raggi a cadere dalle nuvole apprendendo che il buon Romeo ha intestato a suo favore un paio di polizze vita a insaputa della sindaca. Ma se tutto accade a insaputa della politica – una volta le case, quest’altra le polizze, la prossima volta chissà, una donazione o una promozione – vuol dire proprio che la «verità delle cose» non può ancora essere detta in pubblico.

Intendiamoci: abbiamo ogni ragione per credere a Virginia Raggi. Se però la versione che lei fornisce appare così poco credibile, irragionevole, persino insensata, è perché nessuno è in grado di vedere la linea che separa le utilità private da quelle pubbliche, il finanziamento dalla corruzione, la liberalità dall’opportunismo. Quella linea nessuno prova a tracciarla. Si aboliscono i vitalizi (anche se la gente non lo sa), si abolisce il finanziamento pubblico, ma non si mette in chiaro attraverso quale sistema la politica debba sostenersi. Non si fa una legge sui partiti politici, e non si mette ordine nei rapporti con i portatori di interesse, e soprattutto si continua ad agitare in pubblico il drappo rosso che scatena il toro del populismo, nell’illusione che l’Italia starebbe molto meglio se la politica non ci fosse proprio. Se i partiti fossero aboliti, il Parlamento sciolto, e deputati e senatori mandati tutti a casa.

Virginia Raggi non ha alcuna colpa: è quello che personalmente mi auguro. E mi auguro che resti in Campidoglio il più a lungo possibile, così che i cittadini romani abbiano modo di giudicarla per come amministra la città. Ma una cosa non può fare: prendersela con quelli che ora le stanno addosso, che vedono la sua pagliuzza mentre hanno nell’occhio una trave. Perché non è una pagliuzza il programma sopra enunciato: passi per le polizze e chi le intasca, ma quelli che vogliono togliere di mezzo la politica, il parlamento, i partiti e ogni forma di intermediazione politica sono proprio loro, sono i grillini. Sono – se ne rendano conto o no – gli amici fanfaroni ed entusiasti, generosi e inconcludenti dei meetup. È il suo partito che ora cavalca l’onda, quello che si è inventato la retorica dell’uno vale uno, del parlamentare mero portavoce, del mandato imperativo, del Parlamento scatoletta di tonno, dei limiti al numero di mandati, dell’autoriduzione dello stipendio, del non-statuto e dei contratti privati con i quali si risponde non ai cittadini elettori, ma al Capo, a un’azienda privata e al suo Staff. Non sono cose tutte uguali, ma tutte fanno sistema e ostruiscono un discorso di verità sulla politica.

Che non diviene meno vero per il fatto che Craxi fu in seguito travolto dalle vicende giudiziarie.Lo è se mai di più, perché dimostra che quel discorso non riguardava il destino personale di un uomo e non doveva assolvere o giustificare nessuno: riguardava la strada che il Paese doveva imboccare.

Suona assolutorio riproporlo oggi? Può darsi, ma molto dipende dalle orecchie di chi lo ascolta. Se invece servisse non assolvere la Raggi e le sue polizze, ma a spingere qualcuno ad accendere una polizza sulla democrazia, allora tornerebbe davvero utile rileggerlo.

(Il Mattino, 4 febbraio 2017)

Mezzogiorno, la surroga della Chiesa

imagesLa Chiesa si dà convegno per parlare di lavoro, del futuro dei giovani e di Mezzogiorno. Lo fa chiamando a ragionare di problemi sociali, di welfare, di prospettive occupazionali, il Presidente della CEI, il cardinal Bagnasco, e il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca; il Ministro per il Mezzogiorno, De Vincenti, e un economista di chiara fama come il professor Becchetti. E poi i vescovi delle chiese del Sud, riuniti dal Cardinale Sepe, il prossimo nove febbraio, per lanciare un messaggio che ha già, fin nell’annuncio, un fortissimo carattere performativo: segnala cioè, per il solo fatto che viene lanciato, che gli altri corpi intermedi della società hanno perduto questa capacità. La Chiesa parla, mentre gli altri – i partiti, i sindacati – sembrano aver perduto ogni voce.

Merito di Papa Francesco? Sicuramente il clima aperto dal pontificato del gesuita Bergoglio qualcosa c’entra. L’enciclica «Laudatosi’»ne ha in certo modo restituito la fisionomia ideologico-culturale, se è lecito dir così. In quel documento, il Pontefice metteva sotto accusa la finanziarizzazione dell’economia, stigmatizzava le diseguaglianze prodotte da una società retta esclusivamente dalle regole del mercato, invitava gli Stati ad agire, guardava alle sfide del mondo globale – soprattutto sui temi ambientali – dalla parte dei paesi in via di sviluppo. Vi era insomma la promessa di un impegno politico, che l’iniziativa assunta dal Cardinale di Napoli raccoglie ora concretamente. Ed era qualcosa di più dell’opzione preferenziale per i poveri, che appartiene alla dottrina della Chiesa: era – ed è – una maniera di essere presenti nella società, affidata più che a questioni teologiche a temi economico-sociali, che la crisi rende più impellenti.

Ma non sono i cambiamenti nella Chiesa a dare il senso della prossima iniziativa della Curia napoletana. È piuttosto l’atrofizzazione dei partiti, sempre meno in grado di portare al confronto con la società civile scelte e ideali, interessi e valori, programmi e politiche, a procurare risalto al convegno ecclesiastico.

Il fatto è che i partiti subiscono una perdita doppia. Da un lato, c’è una perdita di intelligenza della realtà, una sempre minore capacità di elaborazione, persino un deficit di immaginazione: dall’altro, e più gravemente, c’è una perdita di credibilità che rischia di minare anche i più nobili tentativi di riprendere il filo di una discussione pubblica sui grandi temi della società, del Mezzogiorno, del lavoro.

Ad esempio. Sono attualmente in discussione in Parlamento norme in tema di contrasto alla povertà e di riordino del sistema dei servizi sociali. C’è l’idea, su cui sta lavorando il governo, di introdurre una misura nazionale di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale, con l’obiettivo di garantire su tutto il territorio nazionale gli stessi livelli di assistenza delle prestazioni a contenuto sociale. Quel che non c’è, e che non ci sarebbe anche quando il progetto dovesse andare in porto, è l’investimento politico, culturale, persino simbolico su un tema simile, la capacità di costruire identità, di fare comunità, di creare legami e motivi di condivisione.

Nella società, i partiti non ci sono più. Ci sono nelle istituzioni, forniscono personale agli apparati dello Stato, rimangono con difficoltà drammaticamente crescenti il canale di legittimazione delle istituzioni democratiche, ma nella società non ci sono. C’è il terzo settore, c’è il volontariato, ci sono le parrocchie (un po’ più vuote di prima), resistono altri (pochi) centri di aggregazione. Ma i partiti no. I partiti sono come certe rilevazioni metereologiche di una volta: non pervenute. Manca la stazione emittente. Nessuno lancia segnali, da quelle parti. Cosa manca? È colpa di chi?

Qualche anno fa Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, scriveva che nelle società contemporanee le nuove povertà sono caratterizzate essenzialmente da una situazione di «sottoconsumo». Il centro del discorso di Bauman stava nell’idea che i poveri siano oggi non tanto persone che non producono, ma che non consumano: «una voce passiva del bilancio della società attuale».Bauman riteneva che una società della piena occupazione non sarebbe più tornata. Per la prima volta nella storia, scriveva il sociologo polacco, i poveri sono semplicemente inutili, privi di valore, di troppo. Non servono nemmeno come manodopera di riserva. Non c’è, insomma, nulla di buono che si possa cavare da loro: sono un peso e sono indesiderati. La repentina caduta del consenso intorno ai sistemi di welfare nasce, per Bauman, da questa inedita condizione. Perché però ricordare queste analisi? Con una disoccupazione giovanile al 40%, certe riflessioni rischiano persino di apparire oziose. E invece è il contrario. Perché la figura del povero, o del disoccupato, o dell’emarginato, cambia di significato a seconda di come cambia il clima generale della società.

L’iniziativa della Chiesa partenopea dice proprio questo: che occorre prendere questi temi anche dal lato dei modelli culturali di riferimento, della trama di valori che essi sottendono, del campo di idee in cui chiedono di essere interpretati. I partiti hanno completamente rinunciato a questo profilo: credevano di buttar via la zavorra, hanno perduto in realtà la loro stessa ragion d’essere.

(Il Mattino, 3 febbraio 2017)

Partiti e regole se la riforma resta a metà

298092103-acqua-minerale-frizzante-bicchiere-da-acqua-bottiglia-dell'acqua-anidride-carbonica.jpgLa notizia è: la norma che andava di traverso ai Cinque Stelle non c’è. In Commissione Affari Costituzionali, dove è arrivato il testo predisposto dal relatore, Matteo Richetti, del Pd, non c’è più l’obbligo, per i partiti politici, di dotarsi di uno statuto. Se ne parla da tempo e la materia è nota: si tratta dell’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che chiede ai partiti di concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale, ma lascia fare a ciascun partito come meglio crede, senza imporre controlli o richiedere garanzie.

Ma è dal giorno in cui l’Assemblea Costituente licenziò il testo, che si aspetta la legge sui partiti (si dice). In realtà non è così, perché per molti anni si è ritenuto al contrario che la libertà per i cittadini di associarsi politicamente in un partito dovesse piuttosto essere messa al riparo dalle intrusioni dei poteri pubblici: quindi, meglio non fare leggi. Negli ultimi anni tuttavia, non solo in Italia, lo sfarinamento dei partiti tradizionali e l’emergere di formazioni politiche costituite su linee di faglia inedite (etniche, territoriali o confessionali) ha riproposto il problema, aggravato nel nostro Paese da una profonda perdita di credibilità della politica. Alla legge si cerca dunque di affidare anche il compito di restituire un pezzetto di fiducia, recuperando ai partiti la fisionomia di un canale di partecipazione aperto e trasparente, non già quello – prevalente agli occhi dei cittadini – di uno spazio contrapposto alla società civile, riservato ad addetti ai lavori e cementato da vincoli di casta.

Ora però, dal testo presentato da Richetti è scomparso uno dei requisiti fondamentali sui quali si fondano le garanzie degli iscritti: la presenza di uno statuto, nel quale sia tracciata con chiarezza la forma democratica di organizzazione del partito. Al suo posto, per quelle forze che proprio non ne vogliono sapere, viene introdotta la più pallida figura della «dichiarazione di trasparenza», in cui devono essere previsti alcuni requisiti minimi: sede legale, legale rappresentante, organigramma, modalità di selezione dei candidati. È chiaro che se gli effetti saranno simili a una registrazione vera e propria, allora stiamo giocando con le parole; viceversa, stiamo giocando con la legge, stiamo cioè rinunciando a darle il carattere che deve avere.

Il fatto è che i Cinquestelle non vogliono lo statuto perché non vogliono dichiarare di essere un partito. Non vogliono cioè dichiarare di essere quello che la Costituzione prevede che siano i soggetti della politica democratico-parlamentare. Cambiando le parole, la contraddizione non la si scioglie: la si aggira.

E, per altro verso, si corre il rischio, per non avere grillini fintamente allarmati dall’autoritarismo della maggioranza, di non fare un deciso passo avanti verso quell’autonomia della politica che prevede la formazione di soggetti forti, autorevoli, fondati su regole chiare e trasparenti. Regole, soprattutto, azionabili dagli iscritti. Poiché toccherebbe a loro fare, o spingere i partiti a fare, quello che altrimenti è la magistratura – o meglio il circuito mediatico-giudiziario – a fare.

Ma parliamoci chiaro: cosa c’è che non va in un vincolo statutario liberamente adottato da un partito? Richiederlo, non significa certo pretendere da ciascun partito lo stesso modello di democraticità interna. E, a rigor di logica, per un soggetto che è titolare per legge di alcune pubbliche funzioni, e che dunque non è equiparabile ad una associazione non riconosciuta – dal momento che la legge riserva ai partiti e non a una qualunque associazione la possibilità di presentare liste e candidature nonché l’accesso alle forme indirette di finanziamento pubblico – a un soggetto così chiedere di darsi uno statuto tutto sembra meno che una richiesta eccessiva. Sembra, anzi, buon senso.

La proposta del relatore introduce però un altro requisito, di non piccola importanza. E cioè il diritto per gli iscritti di consultare l’elenco di tutti gli aderenti.

Conoscere nome e cognome di chi si è fatta la tessera è utile non solo per fraternizzare amichevolmente fra amici e compagni, ma perché rende un po’ più difficile la gestione per pacchetti di voti del parco iscritti, e riduce così la presa dei capi-bastone sulla vita del partito. Diciamo allora: la mancanza di una regolamentazione per legge ha finora consentito ai partiti di gestire in maniera largamente discrezionale tanto il rapporto esterno – con l’amministrazione e i poteri dello Stato – quanto quello interno con gli iscritti. Su questo secondo versante al momento c’è qualcosa in più, sul primo qualcosa in meno di quello che ci poteva essere.

Il bicchiere è mezzo pieno, ma forse lo si può ancora riempire un altro po’.

 

(Il Mattino, 4 maggio 2016)

Partiti non più tradizionali

«I principali partiti tradizionali godono di percentuali sempre più irrisorie», ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere, commentando i risultati del voto in Sicilia. Non molto diversamente, Grillo ha ironizzato sui festeggiamenti del partito democratico: forse si attendevano un risultato a una cifra, ha detto. Per dire che c’è poco da festeggiare: continua qui.

I partiti allo sbaraglio

(si avvertono i gentili lettori che l’inizio dell’articolo non è autobiografico)

La politica italiana sembra essere ormai giunta a un grado di confusione tale, da non aver più nulla da farsi invidiare da quel marito che, dopo l’ennesima reprimenda da parte della consorte, finisce col pensare sconsolato: “Come fai, sbagli”. Se la porti al cinema sbagli, perché non ti rendi conto di quante cose ci sono da fare in casa, con tutto questo disordine e i panni da stirare; ma se non la inviti ad andare a vedere un film sbagli lo stesso, perché gli altri ci vanno e quanto tempo sarà che non usciamo insieme la sera, e lo vedi che mi trascuri, ecc. ecc. Anche la politica italiana si trova in una situazione del genere. Se procedi discrezionalmente a nomine e a candidature sbagli, perché sei partitocratico e orribilmente lottizzatorio, impermeabile alle istanze della società civile; ma se pensi allora che puoi rimettere tutto a consultazioni popolari, primarie e selezione di curriculum sbagli lo stesso, perché vieni meno alla tua funzione ordinatrice, abdichi alle tue responsabilità, rinunci ai compiti politici di indirizzo. Un punto di equilibrio in questa vorticosa giostra fra arroccamento difensivo nelle proprie prerogative e abdicazione al proprio ruolo, evidentemente, ancora non lo si è riusciti a trovare.

E difficilmente lo si troverà nei prossimi mesi e settimane, se si farà la gara a riportare all’ovile i voti in libera uscita verso Grillo. Il pendolo pencola infatti là dove indicano i sondaggi. Cosa dicono allora i magici numeri del marketing politico? Che la credibilità dei partiti è ai minimi storici, e che il Movimento Cinque Stelle vede gonfiare i propri consensi in due semplici mosse: da un lato spara a zero contro la casta dei politici, dall’altro promette mirabilie con la partecipazione on line, la democrazia diretta, i meet up e il popolo della Rete. E allora via con le proposte demagogiche: quelli che nominano costretti a giustificarsi anche quando applicano la legge, e quelli che non possono nominare pronti a gridare allo scandalo. In occasione delle nomine dell’Agcom, ad esempio, Italia dei Valori e Sel hanno fatto a gara a scandalizzarsi, quando farebbero molto meglio a dotare anzitutto i loro partiti di quel metodo democratico nella selezione delle classi dirigenti che la Costituzione richiede loro. Però a chi vuoi che importi, visto che hanno il leader? Piuttosto, siccome i partiti hanno abusato con le nomine politiche prive di competenze, oggi sia il turno delle competenze professionali anche per le materie politiche! Poco importa, allora, se il neosindaco di Parma, il grillino Pizzarotti, non ha ancora formato la giunta, forse perché sommerso dai curriculum – o, più probabilmente, perché le decisioni politiche non si prendono così come si valuta il personale di un’azienda – il sindaco di Palermo Orlando, che in fatto di populismo ha pochi rivali, ha pensato bene di sollecitare l’invio di referenze per le candidature a titolo gratuito per enti, aziende comunali, incarichi istituzionali. Prima di lui, d’altra parte, il sindaco di Milano Pisapia ha dichiarato che avrebbe consultato la città – non è ancora chiaro come – per decidere sulla vendita delle quote della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi. Che c’è di male, visto che persino la più burocratica e incomprensibile di tutte le istituzioni democratiche, l’Unione Europea, ha deciso che d’ora in poi qualsiasi cittadino può presentare, su qualunque materia rientri nelle competenze dell’Unione, un’autonoma proposta legislativa (salvo rispettare regole e procedure per le quali occorre non essere affatto un cittadino qualsiasi)?

Todos caballeros, insomma: si chiama open government, ma è la stessa stupidaggine, cioè la stessa idea sbagliata della democrazia. Siccome non si riesce più a far funzionare gli istituti rappresentativi, siccome non si riesce a esercitare l’opera di mediazione e di decisione in cui consiste la politica, siccome si è perduta – forse irrimediabilmente – autorevolezza, allora che si fa? Invece di studiare il modo per restituire credibilità ai partiti politici (e senso delle istituzioni un po’ a tutti), si finge di rilanciare con un di più di democrazia: la democrazia indiretta non funziona più? Vi diamo quella diretta! Salvo accorgersi che quelli che, nell’attuale scenario, la offrono, guidano partiti personali, proprietari, padronali: l’esatto contrario, insomma, del tanto celebrato merito e della contendibilità tramite lotta politica.

Come si dice? La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ma non scherzano nemmeno le false soluzioni.

Il Mattino, 7 giugno 2012

TRA TECNICI, POPULISTI E NORMALI

I populisti li riconosci subito: sanno tutto dei film comici e delle commedie scollacciate degli anni ’70: ti citano a memoria Bombolo o Alvaro Vitali, Totò o Franchi e Ingrassia. I tecnocrati, loro, sono i nemici giurati della scuola italiana di doppiaggio: i film li vedono solo in lingua originale. I populisti sudano; solo i tecnocrati si deodorano. I populisti dormono della grossa, probabilmente russano; i tecnocrati riposano non più di quattro ore per notte, in uno stato di semivigilanza. I populisti al ristorante sghignazzano ad alta voce; i tecnocrati bisbigliano piano. Quando un populista legge, è solo perché ha preso il quotidiano sportivo in edicola: lui è uno del popolo e ha l’idea che al popolo piacciono solo il calcio, le donne e le battute grevi. Un tecnocrate, invece, legge soprattutto i listini di borsa e del calcio conosce, al più, i bilanci. Il populista è sempre sopra le righe; il tecnocrate mantiene sempre un certo low profile. Quando fai la foto a un populista, lui stringe mani, fa le corna e si mette sempre al centro dell’inquadratura; un tecnocrate non si fa fotografare, sta sempre dietro le quinte e, comunque, se proprio deve, non sorride. Il populista gesticola vistosamente, il tecnocrate compie solo movimenti minimi. Nessuno ha mai visto un tecnocrate assentarsi per soddisfare bisogni primari; il populista, invece, ci fa le battute sopra. Perché è sfacciato, mentre il tecnocrate è represso. Quello tiene sempre in braccia un bambino, in pubblico; questo soffre di anaffettività persino in privato. E quando va dal dottore, è per avere conferma dei suoi timori, mentre il populista non ci crede ancora che bisogna morire («non fiori, ma opere di bene» l’ha inventata un tecnocrate, perché al funerale del populista lacrime e corone di fiori si sprecano).

Insomma, come direbbe il filosofo, il mondo del populista è un altro che quello del tecnocrate. Ma possibile che non ci sia nulla nel mezzo? In realtà qualcosa c’è, ma è chiaro che fino a quando la scena è occupata dalle caricature che in un mondo ci si fa dell’altro mondo, quello che c’è in mezzo non si vede. E così sembra che popolo sia solo quello a cui il populista liscia il pelo, e che capacità e competenza siano necessariamente sinonimo di tecnocrazia e poteri forti. E invece così non è. Ma come si fa a dire come stanno le cose, che cioè in mezzo c’è – o ci dovrebbe essere – la politica, vista la cattiva reputazione di cui gode nel nostro paese? Eppure è la politica che ha il compito di staccare il popolo dalla sua deriva populista, così come è ancora la politica ad attirare la competenza tecnica in una zona che non è più quella di un’anodina neutralità. Non c’è bisogno di compiere studi superiori per sapere che quella del popolo è una (faticosa) costruzione  giuridico-politica; che il popolo non rappresenta affatto un’unità naturale (men che meno un’unità etnica, come sproloquiano i populisti padani), e che dunque richiede un lavoro paziente, un tessuto di parole e di rappresentazioni per nulla immediato o scontato; così come non occorre risalire al mito di Prometeo e al dono della techne all’uomo per capire che non può esistere una pura tecnica politica, che la politica non è mai mera amministrazione dell’esistente, e che per governare ci vogliono decisioni e assunzioni di responsabilità per nulla neutrali.

È bene perciò che prendiamo il governo Monti come una via per uscire anche da una simile impasse. Per avviare un lavoro che negli ultimi anni non è mai stato condotto, a destra come a sinistra, consentendo ai populismi di assorbire tutta l’energia politica disponibile, sia nella versione giustizialista di sinistra che in quella mediatica di destra, e alle competenze tecniche di presentarsi col volto impersonale e irresponsabile della ferrea necessità, Caricatura del sapere questa, caricatura del potere quella.

Se la cosa riesce, magari non tireremo solo l’Italia fuori dai guai, ma vedremo anche qualche tecnocrate in più andare allo stadio ed esultare, e qualche populista in meno sbroccare in tv. Al primo scapperà una risata, il secondo per una volta si morderà la lingua. E forse tutte e due parteciperanno al rito delicato e prezioso della democrazia, senza manifestare insofferenze per le sue lentezze, o fastidio per le sue mediazioni.

(Il Mattino, 22 novembre 2011)

Quando l'intellettuale imbarazza la politica

(il titolo è un po’ forte, diciamo):

Il dibattito sul ruolo dell’intellettuale, che periodicamente si riaffaccia sui giornali, fa spesso insorgere il sospetto che ormai l’unica discussione appassionata alla quale l’intellettuale è titolato a partecipare e che ne giustifica l’esistenza sia quella relativa al suo stesso ruolo. Se poi si aggiunge che ormai degli intellettuali ci si occupa quasi soltanto per fustigarne i vizi, denunciarne le debolezze e infine decretarne l’irrilevanza, quel che appare davvero misterioso è perché, se l’intellettuale è conciato così male e conta così poco, si continui inesorabilmente a dargli addosso. Tanto più che spesso lo si fa per opposti motivi. Lo si accusa, per esempio, di eccessivo conformismo e acquiescenza al potere. Pierluigi Battista ha dedicato al tema un libro, che parla chiaro e forte fin dal titolo: I conformisti, appunto, e pazienza se oggi suona di gran lunga più conformistico parlar male degli intellettuali che non invece esaltarne la figura.
D’altra parte, mentre Battista stigmatizza i cedimenti morali e gli altri obbrobri commessi dalla categoria, Sandro Bondi, riflettendo sullo stato dei rapporti nella maggioranza, muove il rilievo opposto e assolve il politico, cioè Gianfranco Fini, ma non gli intellettuali della Fondazione Farefuturo, che Fini presiede, ai quali imputa di andare ben oltre la volontà del loro Presidente: di prendersi cioè troppe libertà (quelle intellettuali, giustappunto), quando invece bisognerebbe avanzare, secondo lui, a schiere ben serrate.
È chiaro però che né lo sguardo rivolto da Battista ai casi individuali né la preoccupazione di Bondi circa le contingenze politiche del momento sono di aiuto per capire che cosa ci stia a fare l’intellettuale in società, e se abbia ancora qualche significato il fatto che ci stia proprio in quanto intellettuale – e non per eventuali, specifiche competenze in questo o quel settore di attività. Anzi, oramai si stenta del tutto a capire perché, oltre all’esperto di turno e al politico, debba comparire sulla scena pubblica, e per far cosa, il generico profilo dell’intellettuale non legittimato dal voto (come il politico) né dal possesso di un sapere tecnico-scientifico (come l’esperto). Non essendovi altre fonti di pubblica autorevolezza, l’intellettuale finisce così col comparire davanti alle telecamere o su qualche illustre palcoscenico per parlare approssimativamente di tutto, e perciò di nulla: per chiacchierare, insomma, che è precisamente la cosa che si fa quando si parla di tutto e di nulla, del più e del meno.
C’è poco da stare allegri, tuttavia. E non perché il confronto fra il maîre-à-penser di una volta e l’ospite televisivo con titolo accademico di oggi si risolverebbe a tutto vantaggio del primo. Peraltro, quelli che preferiscono la chiacchiera contemporanea al furore ideologico degli anni passati esagerano, ed esagerano proprio perché non fanno altro che conformarsi ai gusti dello spettatore medio (oltre che, si sarebbe detto una volta, alle esigenze del potere, che preferisce di gran lunga la ciarla alla critica). C’è poco da stare allegri perché l’opinione pubblica è tale se e solo se c’è un uso pubblico della ragione, e pubblico vuol dire libero e universale: non sacerdotale o sapienziale – nessuno se lo può più permettere – ma nemmeno meramente strumentale, e legato solo a scopi o interessi particolari, nobili o sordidi che siano. Pubblico è per l’appunto l’uso intellettuale della ragione. E il fatto che il pubblico decada a pubblicità, senza essere un inesorabile legge di struttura è però faccenda di gran lunga più pericolosa per la salute di una democrazia di tutti i pregiudizi pseudo-ideologici denunciati da Battista, come anche dei capricci politologici che innervosiscono Bondi.
Non bisogna però farsi illusioni: una parola che non sia intessuta di potere non c’è. Oppure, se c’è ed è davvero libera dai condizionamenti del mondo è anche, per ciò stesso, fuori dal mondo e quindi del tutto ineffettuale. Ma un’alternativa rimane: fra il dare parole al potere, e farsi suoi corifei, e dare potere alle parole, rafforzando i luoghi e i modi della critica e dell’esercizio intellettuale, non si può che scegliere la seconda strada. Tentare, almeno. E proprio per questo scandalizzarsi meno se l’intellettuale si è schierato e molto più se lo schieramento è rimasto del tutto privo di idee.