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La strana idea di santificare Pascal. Una violenza contro storia e laicità

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Francis Bacon, Three Studies For A Crucifixion (1962)

Le vie del Signore sono infinite, ma quella che prenderebbe la beatificazione di Blaise Pascal, qualora Papa Francesco desse seguito al proposito manifestato nel colloquio con Eugenio Scalfari, di sicuro non era mai stata percorsa prima. Perché non era mai accaduto prima, credo, che la proposta di portare qualcuno sugli altari nascesse dalla conversazione tra un Pontefice e un non credente: con quest’ultimo, beninteso, nella posizione del postulatore.

In effetti, è una ben strana intervista, quella apparsa qualche settimana fa su “Repubblica”. Più che un’intervista, somiglia a un piacevole e libero divagare. Papa Francesco ha a cuore il tema dei migranti, e le diseguaglianze fra la parte ricca e la parte povera del mondo. Scalfari ha invece ben altri crucci: la revoca della scomunica comminata a Baruch Spinoza, e la beatificazione di Blaise Pascal. Nientemeno. D’improvviso veniamo sospinti indietro, in pieno Seicento, l’ultimo secolo solcato da grandiose dispute teologiche intorno ai temi della grazia e del libero arbitrio. Pascal, a quel tempo, non se la passò benissimo: insieme ai suoi amici giansenisti, interpreti di un cristianesimo austero, poco incline al compromesso morale, ebbe la peggio nello scontro che li opponeva proprio ai gesuiti (dalle cui file viene Francesco), molto più disponibili ad adeguarsi agli usi del mondo. Genio precocissimo, grande scienziato e matematico, brillante prosatore, Pascal è stato però anche uno straordinario testimone della religione cristiana, in grado di rinnovare profondamente gli argomenti tradizionali dell’apologetica tradizionale per «porter à chercher», più che per dimostrare le verità della fede. Di qui la sua profonda modernità, che rende le sue pensées, lette (con qualche anacronismo) in chiave esistenzialistica, molto vicine alla sensibilità contemporanea. Pascal che scommette sull’esistenza di Dio (come un Kierkegaard ante litteram), Pascal che parla al cuore e non solo alla ragione (precorrendo sensibilità romantiche), Pascal che si angoscia dinanzi a un Dio che si nasconde (annunciando prima di Nietzsche l’ospite inquietante dei nostri giorni, il nichilismo).

Ma cosa significherebbe beatificarlo oggi (su proposta di Eugenio Scalfari)? Non è molto più autentica la sua testimonianza, se non guadagna i tratti eroici della santità, che non possedette, e rimane piuttosto nella misura della comune umanità? O c’è forse l’idea di una qualche forma di riconoscimento molto postumo da parte del primo Papa gesuita, verso lo scrittore che nelle «Lettere provinciali» ridicolizzò l’intera Compagnia di Gesù? Ma a che serve questa bizzarra maniera di riscrivere la storia?

È vero che il martirologio cristiano raccoglie le biografie più disparate, e che la storia della Chiesa è piena di testa-coda, di pentimenti, conversioni e palinodie – questo è anzi uno dei tratti più significativi dell’antropologia cristiana – ma, con tutto ciò, lo scomodissimo Pascal che finisce cinto con l’aureola grazie a un chierico della Compagnia, beh: è davvero complicato immaginarselo. Così come trovare un giansenista, così legato al cristianesimo delle origini, tra le schiere rinfoltite e modernizzate dei santi.

Ma, anacronismi a parte, è l’idea stessa che l’apertura della Chiesa ai tempi moderni debba essere mostrata attraverso questi disinvolti mescolamenti del laico e del religioso che probabilmente non giova né a un elemento né all’altro. Così come non ci fa una gran figura, la Chiesa di Francesco, ad avviare i processi di beatificazione davanti a un taccuino, grazie all’imbeccata di un giornalista. È come se il cristianesimo volesse oggi perdere tutte le sue asperità: non solo certi inutili dogmatismi, ma anche la sia pur minima distanza “clericale”. E chi meglio di Blaise Pascal, finito pure nelle scatole dei Baci Perugina? Ma c’è un enorme equivoco. A parte il fatto che, dal punto di vista cattolico, i dogmatismi non sono affatto inutili, sono anzi costitutivi del magistero ecclesiastico, ma come si fa a promuovere un’operazione di questo genere con Pascal, che di facilità, convenienze, accomodamenti morali e dottrinali proprio non ne voleva sapere? Senza dire che sarebbe stato il primo a inorridire nel vedersi messo a fianco dell’ebreo Spinoza.

Qui poi viene il lato francamente molto, ma molto approssimativo della lunga conservazione col Pontefice. Passi che Scalfari immagini, violentando la cronologia, un Pascal lettore di Spinoza. Passi pure che dedichi un capoverso da brivido alla novità del pontificato di Francesco (il Dio unico, questa la «tesi di fondo»: come se il monoteismo fosse una scoperta dell’ultimora) e pure al dogma trinitario (Dio che diventa uomo e che dopo la morte «ridiventa» Dio: secoli di discussione su Gesù vero uomo e vero Dio dissolti così, in un giro di frase, dinanzi al Papa), ma che dire infine della richiesta alla Chiesa cattolica di cancellare la scomunica di Spinoza, quando a scomunicarlo fu la comunità ebraica di Amsterdam?

Quanto infine alla messa all’indice dell’«Ethica»: è difficile trovare nel Seicento (ma anche oggi) un libro più lontano non solo dalla fede ma dalla stessa visione cristiana del mondo: che senso avrebbe, anche in questo caso, mescolare le cose, confondere le acque e fare come se fossero lo stesso il Dio personale dei cristiani e il Dio impersonale di Spinoza, il Dio trascendente e il Dio immanente, il Dio misericordioso e il Dio privo di passioni, il Dio di «stultitia» dei cristiani e il Dio tutto razionale di Spinoza?

Ma se saltano simili differenze, e se a saltarle (a farci almeno un pensierino) è addirittura il Pontefice, non si è affatto più vicini al dialogo e alla reciproca comprensione fra pensiero laico e pensiero religioso: si è invece nel peggiore dei sincretismi possibili, dove tutto equivale a tutto. Che è precisamente la condizione in cui, Pascal può finire sugli altari, Spinoza vedersi revocata una scomunica rifilatagli da altri, e Scalfari spiegare al Papa addirittura la Trinità.

(Il Messaggero, 30 luglio 2017)

Strauss-Kahn in cella, la solitudine di un satiro

«Tutta l’infelicità dell’uomo – diceva quel gran moralista di Blaise Pascal – deriva dalla sua incapacità di starsene da solo in una stanza». Se poi la stanza è una stanza d’albergo, la cosa si fa più difficile. E se quell’uomo è Dominique Strauss Kahn, essa diventa, a quanto pare, impossibile. C’è bisogno di qualche allegra compagnia. Così, dopo la disavventura newyorkese, nella quale l’allora direttore del Fondo Monetario Internazionale fu coinvolto dalle denunce di una cameriera del Sofitel, che lo accusò di averla stuprata, è ora la volta di un’altra stanza e di un altro albergo, il Carlton di Lille, dove pare si organizzassero serate allietate dalla compagnia di prostitute di alto bordo. Come nello scandalo americano, così in questo nuovo episodio in patria il profilo penale della vicenda è tutt’altro che chiaro. Ma colpisce la frequenza con cui quest’uomo di una certa età e di molto potere si trova coinvolto in sordide vicende a sfondo sessuale.

Nel leggere queste cronache e nel domandarsi che cosa possa spingere un uomo così influente a mettersi nelle mani di (e a mettere le mani su) donne a pagamento, rovinando la reputazione e la carriera, all’opinione pubblica francese non può non venire in mente l’opuscolo scritto, negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, dal divin Marchese. Il cui titolo recita: «Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani». Luigi XVI lo avete ghigliottinato, ragionava con cinismo il Marchese de Sade, ma per essere veramente democratici c’è altro da fare. C’è da garantire per legge ad ogni cittadino il diritto di vedere soddisfatte le proprie voglie. Per questo il Marchese apparecchiava un discorso del genere: le autorità provvedano ad intimare alle donne, specie quelle oneste, di prostituirsi e, se occorre, le consegnino agli uomini e le mettano nella loro assoluta disponibilità, in modo che possano soddisfare, con altrettanta umiltà che sottomissione, tutti i capricci che agli uomini piace di togliersi.

Quel che né la legge repubblicana né alcun altra legge dopo di allora ha mai imposto, può comunque essere ottenuto. Col denaro. E non sono poche le circostanze in cui gli uomini mostrano di trovare non semplicemente compagnia, ma un piacere tutto particolare nei favori di una prostituta. La spiegazione sta in quell’innegabile fenomeno, che consiste nel cercare il piacere nella sottomissione. È chiaro infatti che col denaro, speso non per corrompere le virtù altrui ma solo per godere dei servigi di una professionista del sesso, l’uomo non desidera la donna per quel che essa è, ma per la forma di dominio che esercita su di lei.

Si dimostra così la stretta parentela fra sesso e potere. E l’imprecisione del detto che «comandare è meglio che fottere», il quale trascura il fatto che fottere può essere e spesso vuole essere una forma di comando, oppure l’esercizio del comando con altri mezzi. Una forma di comando schietta, assoluta, sbrigativa, del tutto priva di senso o di parole.

Proprio quello che in regime democratico né Strauss Kahn né nessun altro può più vantare. Perché in democrazia, dove ai re per diritto divino è stata tagliata la testa, il potere deve essere legittimato tramite il lento esercizio della parola. Non a caso i parlamenti si chiamano così: perché lì i nostri rappresentanti parlamentano, cioè si parlano, e solo dopo possono assumere la decisione ed esercitare il loro potere. La forma pura di potere, il piacere malvagio di disporre assolutamente del corpo altrui, è quindi negata per principio, ed è per questo che l’uomo ha finito col cercarlo in altre forme, in grado di compensare la perdita di un potere secolare, smarritosi nelle faticose lungaggini parlamentari, che stanno alla decisione politica un po’ come i preliminari stanno all’atto sessuale.

Dominique Strauss-Kahn, dunque, non lo sa, ma al di là delle sue inclinazioni personali, delle sue debolezze senili (o di misteriosi complotti a suo danno: non si sa mai), quel che sta vivendo, nella solitudine di un satiro a cui la fortuna presenta il conto, è, in una prospettiva non esistenziale ma storico-politica, lo sforzo secolare della democrazia (evidentemente non ancora compiuto) di mettere uomini e donne gli uni di fronte agli altri in un dialogo tra pari, quello da cui a volte gli uomini rifuggono cercando facili compagnie in una camera d’albergo.

Il Mattino,22 febbraio 2012

Il naufragio della coscienza

Che groviglio di contraddizioni è l’uomo. Quando capita però che le contraddizioni si sciolgano e si ripartiscano con chiarezza, e possiamo vedere tutta la miseria dell’uomo da una parte, e tutta la grandezza da un’altra, allora capiamo. La telefonata che nel cuore della notte si scambiano Schettino e De Falco, il capitano che dopo aver mandato la nave Concordia contro gli scogli ha lasciato il suo posto di comando, e il comandante della Capitaneria che lo incalza durante le operazioni di soccorso, ha il potere di sciogliere per un momento le complicate contraddizioni della natura umana. Per Pascal ci voleva il peccato originale per spiegare come stiano insieme, nell’uomo, grandezza e miseria, e invece bastauna voce incerta e spaventata ad un capo del telefono e un’altra ferma e autorevole all’altro capo, per sciogliere l’enigma e permetterci di giudicare.

Noi sappiamo che quel che ha compiuto il capitano è inescusabile: tanto più restiamo basiti di fronte al suo continuo tergiversare, mentire, accampar scuse. Se Schettino è stato sorvegliato a vista, nelle scorse ore, è perché s’è pensato che il peso della vergogna fosse così schiacciante, che c’era il serio timore potesse compiere atti autolesionistici. D’altro canto, vediamo bene nelle parole di De Falco, di là dai meriti personali e dai doveri d’ufficio, quel che, senza essere eroico, deve valere per tutti: un rigore e un’inflessibilità alla quale in troppe circostanze della vita non siamo più abituati. Dal genitore troppo condiscendente, al professore troppo comprensivo, fino al politico troppo cedevole verso gli umori dell’opinione pubblica, vediamo assai di rado qualcuno che agisca senza esitazioni né incertezze: qualcuno che sappia qual è il suo dovere, sappia che è chiamato a farlo e lo fa, senza tante storie. In realtà, non c’è nulla di straordinario nell’intimare al comandante Schettino di salire a bordo e nell’esercitare il proprio potere con ferma determinazione. È anzi una piccola cosa: che però è tutto. Tutto quel che si deve fare, almeno in quei frangenti. E siamo così poco abituati a parole di comando, che di questo fenomeno così tipicamente umano vediamo troppo spesso solo il lato odioso dell’autoritarismo o del sopruso, non anche quello della guida e dell’autorevolezza.

Non bastano perciò le maschere di Alberto Sordi o di Christian De Sica, con addosso i panni di Schettino, a interpretare l’intera vicenda. C’è anche da ricordare la simpatia nutrita per Michel Piccoli, il cardinale che rinuncia al soglio pontificio nell’ultimo film di Moretti, Habemus papam. La fragilità dell’uomo, il suo «non sum dignus» ce lo avvicinava e rendeva umano. Facendoci dimenticare quel che invece la telefonata dell’altra notte ha potuto ricordarci: che l’uomo è chiamato a tenere insieme il sentimento della propria inadeguatezza con lo sforzo di fare sempre del proprio meglio senza sottrarsi alle proprie responsabilità. Non siamo degni perché dobbiamo renderci degni: forse è una contraddizione, ma è anche il posto che non dobbiamo abbandonare.

L’Unità, 18 gennaio 2012

Assassinio a Port-Royal

“Blaise Pascal?”
“Sì, lui. È stato Carnap”.
“Carnap?”
“Sì, Carnap. Non si conosce il mandante, ma si conosce il movente: prima di sparargli in pieno volto, Carnap gliel’ha sbattuto gelidamente in faccia: «Lei ha chiesto: «Ne sei degno?». E, prima che quello potesse rispondere un sì o un no, ha detto: «Se rispondi di sì, sei presuntuoso, e pertanto indegno. Se rispondi di no, sei indegno ugualmente, e allora Dio perché dovrebbe mostrarsi proprio a te?»”.
“Elegante, non ti pare?”.
“Lo pensava anche Pascal. E Carnap non gli ha fatto dire altro. «Queste sono due valve di pseudo-proposizione che insieme fanno una cozza metafisica!», gli ha rinfacciato, prima di fare fuoco. Pascal non ha fatto in tempo a portare la mano alla tasca (ma possibile che fosse anche lui armato? Roba da non credersi!) che Carnap, velocissimo, gli ha maciullato il suo grosso naso e la sua insopportabile boria”.
“È già successo”.
“A Pascal? Ma come? Chi?".
“Ma no, cosa hai capito? È già successo che facessero fuori uno di noi. Carnap, poi, è un killer spietato e sanguinario: ha un criterio di significanza maledettamente stretto, ed è inevitabile che prima o poi arriverà fin qui. Ma noi non ce ne preoccuperemo”.
“Come dici?”.
“La filosofia è meditatio vitae, mio caro: non star lì a pensarci. Piuttosto, Pascal credeva che si dovesse vivere come se si stesse per morire, e ora qualcuno penserà che se l’è cercata. Scherzi del destino. Però stavolta non aveva tutti i torti.”.
“Come sarebbe non aveva tutti i torti?”.
“Ascolta. Perché Carnap gli ha sparato? Perché quelle di Pascal erano due pseudoproposizioni?
“Per quello”.
“Ma lo erano davvero?”.
“Carnap lo ha creduto”.
“Carnap ha creduto che Pascal dicesse con quelle proposizioni che Dio non si può mostrare in nessun caso, e che quindi fosse inverificabile, e ultimamente insensata, qualunque proposizione che lo concerne”.
“E non è così?”.
“Tu hai letto il memoriale di Pascal?”.
“Ma è morto sul colpo!”.
“Dico quello che ha scritto prima, nella notte del 23 novembre 1654. Dicono che Pascal lo portasse con sé, nel panciotto. Se Carnap non ha frugato nelle sue tasche è ancora lì”.
“Ah! Ecco perché Pascal ha cercato la tasca! Non era per la pistola! E cosa dice, il memoriale?”
“Il memoriale riferisce l’esperienza che Pascal ha avuto di Dio. Due ore a versare lacrime di gioia. Se Carnap l’avesse trovato, forse le cose sarebbero andate diversamente”.
“E come sarebbero andate? Pensi che Carnap lo avrebbe preso sul serio?”.
“Non lo so. Ma Pascal avrebbe cercato di farlo ragionare. Gli avrebbe fatto per esempio osservare che ci sono un mucchio di proposizioni perfettamente sensate che tuttavia non soddisfano il criterio di significanza di Carnap, perché empiricamente inverificabili”.
“Tipo?”.
“Tipo gli enunciati controfattuali come questa proposizione che ho appena pronunciata. O tipo: «Ad Aristotele piacevano le cipolle», che è un bell’esempio di Jerry Fodor. Pensi che Carnap farebbe fuori anche Fodor?”.
“Spero di no! Ma anche quegli enunciati da qualche parte devono pur ancorarsi al mondo. Posso immaginare come sarebbe il mondo se fossero veri (immaginare, e forse persino verificare se Aristotele mangiasse spesso cipolle, ad esempio). Ma il Dio di Pascal? Non chiamerai mica verifica l’esperienza presunta mistica di un uomo dalla salute assai precaria?”.
“Certo che no. Però fammi dire due o tre cose”.
“Dì pure”.
“Primo: siamo d’accordo che Carnap col suo criterio ha il grilletto troppo facile? Secondo. Il memoriale non fornisce un metodo di verificazione, ma se uno insistesse che lui ha fatto esperienza eccome di Dio, lo ha proprio sentito, e che ciascuno può sentirlo per sé, in cuor suo, se solo…”.
“Qui ti fermo. Queste sono cazzate. Capisco che ci siano in giro fenomenologi che accreditano questa idea di un accesso personale alla verità delle cose, non riproducibile secondo alcuna metodica obiettiva e tuttavia ben reale, ma prima o poi Carnap farà fuori pure quelli. E giustamente, dal suo punto di vista. In ogni caso, non ha scritto Pascal che, comunque facciamo, siamo indegni della rivelazione? E allora, di che cuore parli? Di che stiamo parlando?”
“Hai ragione. Solo in parte però. Perché io dovevo solo farti presente un’obiezione che forse Pascal non avrebbe avanzato, o forse sì, non lo so, ma che tuttavia può essere elevata. Resta però, hai ragione, quel suo modo di ragionare che ha dato sui nervi a Carnap (e non solo a lui)”.
“Già. È quello che devi provare a difendere, se vuoi dimostrare che Carnap è andato oltre il segno”.
“Beh, vedi. Se Carnap avesse dato a Pascal il tempo di spiegarsi, forse avrebbe sentito Pascal dirgli: «Calma! Io non dico che Dio non si mostra affatto. Avessi detto questo, cosa credi?, sono stato scienziato anch’io: capisco che ci sarebbe da incazzarsi, e pure di brutto. Ma leggiti un po’ i miei pensieri: io dico solo che non si mostra a chi ne è indegno, e pretendere di rendersene degni significa esserne indegni»”.
“E non è la cozza metafisica, questa?”.
“Cioè una coppia di indecenti pseudoproposizioni?”.
“Sì.”.
“A dire il vero, non mi pare. Un conto è infatti pretendere di rendersene degni, un conto è dire che comunque non ne siamo degni e che dunque Dio non si mostra affatto. Poiché Dio può ancora manifestarsi a chi si crede indegno, ma non lo è. E Dio può ancora manifestarsi di sua iniziativa, liberamente. E c’è di più: io ti indico – potrebbe dire ancora Pascal – anche il metodo per umiliarsi dinanzi a Dio così da sperare di esserne un giorno degno: prendere l’acqua benedetta, sentire messa, moderare le passioni…”.
“Ma che razza di metodo è questo? Non è mica un metodo scientifico!”.
“No che non lo è, ma non vedo perché dovrebbe esserlo. Non tornare a mettere le cose in termini così stretti che non c’entrano nemmeno le cipolle di Aristotele. E a proposito: prima ti ho fatto il nome di Fodor, ora aggiungo quello di Wittgenstein, tipo assai strano, forse ancora più strambo di Pascal, e non meno folle, il quale considerava che il significato di una proposizione sta nell’uso. Se allora vi è un modo di usare le proposizioni di Pascal, che rileva per le circostanze della vita, che produce forme distinte e ben riconoscibili di prassi, beh: quelle proposizioni potranno pure essere false, non però insensate. Eh, caro mio, se proprio vogliamo dirla tutta, sarebbe bello considerare la metafisica e la teologia un cumulo di insensatezze: ce ne si libererebbe più facilmente. Il guaio è che sono sensate, e tocca o di dimostrare che sono false, oppure che…ma no, questa cosa non te la dico, sennò la prossima volta… Carnap fa di testa sua, e viene qui a finire il suo sporco lavoro”.
“Chissà. Bisognerebbe sapere chi ce lo manda, ogni volta”.
“Ti confiderò un segreto, amico mio: a mandarlo sono stato io. E ora trovalo, il movente vero!”