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Oltre il teorema resta la gogna

A giudicare dalle prime battute, la giustizia non rientra tra i temi del confronto politico-elettorale. I partiti parlano di tasse, di lavoro, di migranti, di vaccini e perfino di razze, ma non di giustizia. Come se i nodi del rapporto fra politica e giustizia fossero stati sciolti, o come se non avessero più alcuna centralità nella vicenda pubblica del Paese. Poi arriva la sentenza del Tribunale di Napoli sul caso Cpl-Concordia e il sindaco dem di Ischia, Giosi Ferrandino, assolto perché il fatto non sussiste, e uno si domanda se davvero si possa continuare così, come se nulla fosse, come se ancora una volta bastasse appellarsi alla normale dialettica processuale, per cui a volte fioccano le condanne, altre volte arrivano le assoluzioni, e insomma il processo c’è apposta per quello, e tante felicitazioni a Ferrandino ma aspettiamo di leggere le motivazioni, e poi è sempre possibile che la Procura ricorra in appello, e dunque non affrettiamoci a dare giudizi all’inchiesta della procura di Napoli coordinata dal pm John Woodcock, al suo ennesimo insuccesso.

Eh no, la storia degli appalti alla Cpl-Concordia, risolta in nulla, ha tenuto banco per settimane e mesi; ha scatenato un putiferio nel mondo politico e sulla stampa; ha alimentato con il gran fiume delle intercettazioni pagine e pagine di giornali, e, certo, non ha giovato alla carriera politica del sindaco d’Ischia, finito in carcere tre anni fa nell’ambito dell’inchiesta per la metanizzazione dell’isola e oggi completamente scagionato.

A non dire del coinvolgimento degli esponenti politici nazionali: Ferrandino che è vicino a Guerini, Ferrandino che parla di Lotti, Renzi che parla con il generale delle fiamme gialle Michele Adinolfi, e pure i vini e i libri di D’Alema che la coop rossa acquista e regala. Ce n’è stato abbastanza per favoleggiare dei soldi di Cpl-Concordia finiti a Renzi e al Pd, per ironizzare sulla rottamazione che si fermava a Ischia, per descrivere un partito scosso dagli scandali e un leader succube dei vecchi apparati. E per utilizzare le telefonate intercettate nell’ambito dell’inchiesta, prive di qualunque rilevanza penale, al fine di ricostruire la storia politica del Paese, naturalmente a disdoro dei suoi protagonisti. Il buco della serratura come lente di ingrandimento della politica, grazie all’occhio (o all’orecchio) dei pm.

A fronte di tutto questo, non è indispensabile riproporre con forza il tema delle profonde distorsioni che certe indagini della magistratura – sempre solo le ipotesi accusatoria, non le (tardive) sentenze – hanno provocato nell’opinione pubblica, contribuendo per anni a costruire quel genere di narrazione giustizialista per cui la notizia dell’assoluzione di Ferrandino viene oggi data da certi quotidiani sotto l’occhiello “Giustizia e impunità”, come se essere assolti volesse dire averla fatta franca, e solo l’essere condannati significasse che giustizia è stata fatta?

Fare macchina indietro non è possibile, ovviamente. Chi finisce sui giornali non si vede certo restituito tutto quello che il furore giustizialista gli toglie prima di qualunque verdetto di tribunale. Proprio per questo, però, non è indispensabile accendere i riflettori sull’uso delle intercettazioni a strascico, su metodi che appaiono orientati molto meno sull’esito processuale, e molto di più sull’eco mediatica che è possibile suscitare? Aggiornando la vecchia frase di Voltaire, si potrebbe dire che queste indagini, che crollano come castelli di carta, sembrano reggersi esclusivamente sul principio: “Intercettate; intercettate: qualcosa resterà”. In realtà, non resta nulla dinanzi al giudice, che manda assolti gli imputati per la totale assenza di riscontri oggettivi. Ma qualcosa resta sulla stampa, che manovra le parole intercettate per costruire il proprio, interessato racconto delle malefatte della politica. Pensate anche solo a cosa ha significato la telefonata Adinolfi-Renzi, che con l’inchiesta non c’entrava nulla, che non c’era motivo di registrare né di divulgare, e che però ha messo a rischio persino la stabilità del governo. Ora che tutto l’impianto della Procura è stato smantellato, dell’indagine di Woodcock non rimane nulla, ma la telefonata resta. Nessun risultato giudiziario, ma un sicuro risultato politico.

Perciò torno all’inizio. Questa campagna elettorale non mette tra le sue priorità la questione del riequilibrio dei poteri fra politica e giustizia, non discute di separazione delle carriere o di obbligatorietà dell’azione penale, non si occupa dei poteri dei pm e delle garanzie dei cittadini, non accenna a riforme nel campo dell’organizzazione giudiziaria (a cominciare dal Csm), e in generale evita di porsi la domanda se il discorso pubblico possa ancora essere condotto sulla falsariga delle ordinanze di custodia cautelare. Non sarà un’altra, la millesima, occasione perduta?

(Il Mattino, 17 gennaio 2018)

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Partiti al voto, ecco i programmi

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(Il 4 marzo si andrà alle urne per il rinnovo del Parlamento. Ma per quale politica voteremo? Il Mattino ha spulciato tra i programmi, ancora in bozze e in via di definizione, dei tre sfidanti diretti: dal lavoro al fisco, dalla giustizia ai migranti ecco le differenze fra M5S, Pd e Centrodestra. Mentre i Cinquestelle sfidano la casta e puntano allo sforamento del deficit, per i dem la campagna elettorale va centrata su occupazione e welfare. Collaudato lo schema di FI e Lega che fanno di fisco, giustizia e migranti i loro cavalli di battaglia. Intanto, si complica la corsa alla presidenza della Regione Lombardia dove Liberi e Uguali dice no al candidato del Pd Gori e acclama Rosati)

I programmi non sono il miglior viatico per le campagne elettorali, e nemmeno il modo migliore per riempire le urne, però qualche indicazione di fondo sull’impianto politico e culturale di una forza o di una coalizione politica possono darla.

Se quegli impianti esistono. Nel caso dell’attuale centrodestra, che pure sembra godere dei favori del pronostico, è piuttosto difficile dire dove abbia la sua impronta fondamentale. Non mancano certo alcune idee portanti, che sembrano tutte provenire dalle precedenti esperienze di governo (salvo essere mancate sul fronte dei risultati effettivi di governo), ma è ben poco chiaro quanto siano condivise dai due partiti principali, Forza Italia e Lega. A sentire Salvini, bisogna togliere di mezzo la legge Fornero. A sentire Berlusconi no. A sentire Salvini, bisogna uscire dall’euro. A sentire Berlusconi no. Più che un vero denominatore comune, il centrodestra sembra cercare la residua area di intersezione fra due insiemi di idee che si sono separati dopo la crisi del 2011 e la fine dell’ultimo governo Berlusconi. La Forza Italia ha una matrice liberale moderata; la Lega di Salvini una caratterizzazione populista e sovranista: mettere insieme questi diversi universi ideologici non è semplice. Al Cavaliere riuscì di farlo nel ’94, quando le distanze fra i partner erano ancora maggiori, in nome di un cambiamento radicale di scena politica e di una profonda rivoluzione fiscale. La prima fiche non può essere puntata un’altra volta, dopo quasi un quarto di secolo; la seconda invece sì, e Berlusconi sta infatti lanciando con forza l’idea, davvero dirompente, di una flat tax (al 15, al 20 o al 23%: ancora non si sa). Che sia una strada veramente praticabile, non una trovata estemporanea ma il perno di una ridefinizione del rapporto fra Stato e cittadini, beh: questa è tutt’altra faccenda.

I Cinque Stelle hanno due direttrici di fondo, lungo le quali viene formandosi la loro identità nero-verde: da un lato, il tema ambientale; dall’altro, la lotta alla speculazione finanziaria. Gli ambiti in cui infatti provano a costruire proposte di intervento incisivi sono questi due: la conversione ecologica dell’economia; la riforma in senso ‘nazionale’ del sistema bancario. Certo, la campagna elettorale Di Maio e i grillini la giocano su altre proposte: il reddito di cittadinanza (che costa un pacco di miliardi), l’abolizione della legge Fornero, la guerra senza quartiere alla casta della politica. Ma se si cerca qualche tratto ideologico più marcato, nei giri di frase dei Cinque Stelle, si trova questo: la finanza è cattiva, l’euro – così com’è – è cattivo, petrolio e carbone sono cattivi. Cattivi sono poi, oltre ai politici, anche i giornalisti (niente più finanziamento pubblico all’editoria), e cattivi infine gli sbarchi illegali di immigrati sulle nostre coste. In una mescolanza con cui si prova a rappresentare i diffusi umori antipolitici ma anche a intercettare quel che c’è di nuovo nel modo di organizzarsi dell’economia e della società (vedi l’attenzione al web, oltre all’ecologismo spinto), il Movimento Cinque Stelle non è più un’incognita completamente indeterminata. Ha anzi una base sociale sempre più riconoscibile nei giovani e nel ceto piccolo e medio, che Luigi Di Maio incarna perfettamente.

Quanto al partito democratico, ha un problema tutto diverso. Perché per un verso si sforza di dimostrare che merita il voto della sinistra – nonostante la spina nel fianco di Liberi e Uguali sia lì all’unico scopo di contestargliene il diritto – per altro verso però non può certo farlo rinnegando il lavoro svolto in questa legislatura. Che indubbiamente ha ricevuto il suo timbro dal governo Renzi. Ora: in nome di cosa Renzi ha governato? Della rottamazione della vecchia politica, delle riforme costituzionali, di una definitiva acquisizione di un solido impianto riformista. Paradossalmente, è però la parte più “politica” di questa eredità che il Pd non è in grado di rivendicare. È il suo significato politico-culturale che sembra essere andato perduto. Perché il Pd ha i suoi punti programmatici da segnare: sul fronte dell’economia, sul versante dei diritti civili. Manca però il collante ideologico. C’è la difesa del jobs act, c’è l’ancoraggio europeo, c’è lo ius soli nel programma: ma non c’è ancora la forza di convincere l’elettorato di centrosinistra che è quella la linea lungo la quale proseguire, se non vuole tornare indietro. E questa, alle soglie di un voto, non è certo la situazione più comoda.

(Il Mattino, 13 gennaio 2018)

Se la scuola è allergica alle riforme

Ultimo venne il Consiglio di Stato, a stabilire che il diploma non è titolo sufficiente per accedere alle graduatorie che danno diritto all’immissione in ruolo. Parliamo di circa seimila “vecchi” docenti della scuola primaria e dell’infanzia, che ora temono di non poter più insegnare, dopo anni (o decenni) di precariato. Non ne hanno forse più diritto? Dipende da cosa si intende per diritto. E certo: se qualunque posizione acquisita, per il solo fatto di essere stata acquisita, vale come diritto, allora certamente è così: la giustizia amministrativa sta togliendo incomprensibilmente a questi docenti un loro diritto. Ma, posto pure che così fosse (e così non è), il diritto di questi docenti è l’unico diritto in gioco? Non c’è un diritto dei bambini a ricevere uguale trattamento – e dunque maestri con gli stessi titoli di studio (non diplomati di qua, laureati di là)? E dov’è la giustizia, se alcuni possono accedere al ruolo grazie al diploma, mentre altri, gli ultimi venuti, devono affrontare anche l’università e laurearsi? Ho detto gli ultimi venuti e ho sbagliato: si tratta in realtà degli ultimi, dei penultimi e dei terzultimi, perché la norma che richiede la laurea per l’insegnamento in tutte le scuole di ogni ordine e grado risale a quasi vent’anni fa. Siamo un Paese che dopo la bellezza di vent’anni ancora non riesce a mandare a regime una riforma, e dove dunque anche la più timida prospettiva di cambiamento si porta dietro zavorre storiche.

Tutta la vicenda della scuola è in realtà segnata da un simile andamento: un passo avanti con la riforma, due passi indietro per le resistenze che tutti i soggetti investiti dalle intenzioni riformatrici sono in grado di inscenare. Come Cimabue, che fa una cosa e ne sbaglia due. La “buona scuola” di Renzi non ha fatto eccezione.

Si volevano presidi manager, in grado di gestire con ampi margini di autonomia i rapporti con i docenti? Provate allora ad andare negli istituti, e chiedete quanto ampi siano nei fatti questi margini, e se davvero il dirigente scolastico può modellare il corpo docente secondo le esigenze dell’offerta didattica.

Si voleva azzerare il precariato, far sparire le vecchie graduatorie? Ma andate in giro per gli istituti, soprattutto al nord, e verificate se non vi siano nuovamente le materie scoperte ed i supplenti, se un sacco di docenti, che dovevano essere assunti ma per cui non c’erano le relative ore di insegnamento, non siano finiti nell’organico di potenziamento (spesso un parcheggio), mentre su altre discipline mancano le relative competenze. Ma non poteva andare che così, una volta che la posizione soggettiva del docente, trasformata in diritto, fosse stata messa innanzi all’esigenza dell’istituzione, di cui evidentemente non si riconosce come fondamentale il dovere di erogare un’offerta formativa adeguata. Volevate infine introdurre con i fondi per la premialità un elemento di differenziazione della retribuzione in base al merito? Ma ecco che i sindacati della scuola respingono la logica stessa della premialità e, non contenti, chiedono di utilizzare i fondi disponibili per aumenti a pioggia, fino a preferire 250 euro circa di incremento stipendiale ai 500 euro (leggasi 500, cioè il doppio) della carta docente.

Ora: ciascuno dei punti indicati può essere discusso. E la discussione può essere la più larga e la più approfondita. Si possono indire stati generali, lanciare campagne di ascolto e accompagnare il varo di una riforma con la più estesa delle consultazioni possibili. Non è lì, però, che le cose si inceppano. È, invece, un minuto dopo che la legge compare in gazzetta ufficiale, che subito si organizza la controriforma. Anzi, non c’è nemmeno bisogno che si organizzi: si tratti dei sindacati confederali o dei cobas, degli studenti o della burocrazia del ministero, dei collegi docenti o delle famiglie, state pur certi che il primo principio della dinamica – il più arcigno principio della fisica, quello che riguarda l’inerzia – farà presto valere il suo imperio.

Quando poi si arriva sotto elezioni, le sacche di resistenza aumentano, le necessità elettorali premono, e anche la volontà politica, che al momento del varo della riforma era apparsa titanica, addirittura autoritaria, perfino dittatoriale – tanto siamo disabituati all’idea che una decisione possa essere presa per legge – si infrange inesorabilmente contro le mille resistenze corporative, le pigrizie intellettuali, e, certo, anche le posizioni soggettive: umanamente comprensibilissime, ma spesso anche incomprensibili, sotto il profilo della razionalità giuridica e amministrativa. Con buona pace del Consiglio di Stato.

La buona scuola era un’idea di riforma della scuola, che non toccava in profondità punti decisivi come il riordino dei cicli o l’istruzione tecnica, e su altri rimaneva con molto realismo a metà del guado (nuovi concorsi ma dentro tutti i precari; chiamata diretta, ma con forti limitazioni). Introduceva però alcune novità – l’alternanza scuola-lavoro, l’obbligatorietà della formazione in servizio, il fondo per la valorizzazione del merito – e rimetteva perlomeno in moto un sistema scolastico che da anni perdeva risorse e invecchiava. Non basta, non è bastato. Ma più che la parola scuola è evidentemente la parola riforma che il Paese fatica ormai a digerire in molti ambiti della vita pubblica. In cui finisce ogni volta che lo slancio iniziale si ripieghi su se stesso e, infine, si spenga.

(Il Mattino, 7 maggio 2018)

Tutto è bene quel che finisce bene. La pratica «firme per la presentazione delle liste» può essere archiviata grazie all’aiuto dei centristi di Bruno Tabacci, e la strada verso un accordo politico con il partito democratico si presenta adesso in discesa. Che non ci fosse, però, solo un problema tecnico dietro le fibrillazioni degli ultimi giorni è parso palese, quando la Bonino ha tenuto a precisare che in base alla legge vigente la presentazione in coalizione non richiede la condivisione di un programma politico. È così: basta vedere del resto il centrodestra, dove sono addirittura i due principali partiti, Forza Italia e la Lega, a doversi misurare con differenze programmatiche importanti, benché sia ormai data per fatta la coalizione.

Ciò detto, la domanda è tuttavia: che cosa c’è nel programma politico della lista +Europa, che la Bonino guida e anzi impersona, che potrebbe entrare con difficoltà in dialogo con i democratici? Non certo i temi europei. La lista +Europa vuole rappresentare la punta più avanzata dello schieramento europeista, quella che darebbe ogni volta ragione a Bruxelles piuttosto che a Roma. O che perlomeno rifiuta di considerare le istituzioni europee come il capro espiatorio sopra il quale scaricare tutto il peso delle contraddizioni che la politica italiana si porta dietro fin dai tempi di Maastricht: sempre europeisti a parole, spesso inadempienti nei fatti. Ma su queste posizioni c’è in realtà una convergenza di fondo col Pd, che non dubita affatto della necessità di una maggiore integrazione, che non ha alcun dubbio sulla irreversibilità della scelta per la moneta unica, e che dunque può consentirsi più o meno dialettica con la Commissione e i partner europei dentro una cornice che non viene mai messa in discussione: quella dei Trattati, e del modo in cui progredire in vista di un rafforzamento delle politiche comunitarie. Se mai, al centrosinistra manca in questo momento la capacità di trasformare il capitolo Europa nel capitolo decisivo, discriminante fra le forze politiche. L’opinione pubblica appare abbastanza disinteressata, al punto che nel centrodestra possono stare tranquillamente insieme le posizioni pro e contro dei popolari e dei populisti, di Forza Italia e Lega, senza il timore di subire uno scotto in termini elettorali. E gli stessi Cinquestelle, partiti lancia in resta contro l’Euro con la proposta di un referendum, oggi relegano la faccenda a margine rispetto alle battaglie principali che conducono: in nome dell’ambiente, del reddito di cittadinanza, della lotta contro gli sprechi e i privilegi. Chi vota centrosinistra dà sicuramente un voto europeista, e l’alleanza con la Bonino ne dà ulteriormente conferma, ma la capacità di mobilitazione su questi temi non appare, al momento, davvero dirimente.

Che altro, allora? Che cos’altro significa “più Europa”? Due cose, essenzialmente. Una è legata allo storico impegno dei radicali sul tema dei diritti civili, e alla figura stessa di Emma Bonino, che da commissaria europea si è molto impegnata sul fronte dei diritti delle persone migranti. Anche su questi temi c’è una consonanza di fondo coi democratici, sebbene sentir parlare la Bonino non è proprio come sentir parlare il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Ma il Pd è stato, in questa legislatura, il partito del testamento biologico, del divorzio breve, delle unioni civili, e da ultimo anche dello ius soli, sebbene non sia riuscito a far approvare la legge. Un denominatore comune, anche in questo caso, c’è.

L’altro asset che la lista +Europa getta nella battaglia elettorale viene invece dalla sua componente liberale e liberista. E qui le cose filano forse meno lisce. Nelle scorse settimane, Emma Bonino ha formulato la proposta di congelare la spesa pubblica al livello nominale del 2017 per tutta la durata della prossima legislatura, per avviare in questo modo una significativa riduzione del deficit. Dato l’aumento della spesa pensionistica nel prossimo triennio, questo significa prevedere tagli di spesa di 10 miliardi il prossimo anno, 24 il secondo e 33 il terzo. «Doloroso ma sopportabile», a giudizio della leader radicale. Difficile però che il Pd voglia promettere una politica economica all’insegna del dolore sopportabile, mentre gli altri fanno a gara a immaginare tagli alle tasse e nuovi aumenti di spesa – sulle pensioni (Berlusconi), sul reddito di cittadinanza (Di Maio), sugli investimenti pubblici (entrambi) –. E più complicato è anche immaginare che una simile piattaforma culturale e programmatica – sia davvero congeniale al partito democratico. Ma questo è un problema che, passata la sbornia elettorale, qualunque governo sarà chiamato ad affrontare: se per essere europeisti bisogna essere anche rigoristi, per rifarsi una reputazione presso gli altri Paesi europei (ed i mercati), o se invece “più Europa” può significare provare a spostare il fulcro dell’impegno europeo dal rigore finanziario alla correzione delle diseguaglianze economiche e sociali. Pensare di contrastare la ventata nazionalista e populista che scuote il continente solo con una più austera disciplina di finanza pubblica è una mossa molto rischiosa: non è detto che riesca.

(Il Mattino, 5 gennaio 2018)

 

L’arrivederci

Lavagna

(Il Mattino pubblica le “pagelle” dei ministri del governo Gentiloni. A me sono toccati il premier e la ministra Fedeli)

Paolo Gentiloni

Non siamo più il fanalino di coda dell’eurozona, la crescita è stata più sostenuta di quanto si prevedesse, si è accorciata la distanza dalla media dei Paesi Ue: nel tracciare il bilancio di fine anno, Gentiloni ha potuto delineare un quadro sostanzialmente positivo, rivendicando la continuità dell’azione di governo nel corso della legislatura. Solo che i dati economici positivi – dalla crescita industriale al recupero di posti di lavoro – si appiccicano su di lui più di quanto riesca al suo predecessore Renzi di farlo. Perché Renzi ha sul groppone la sconfitta al referendum, Gentiloni no. E ha invece, dalla sua, uno stile più misurato, in grado di rassicurare il Paese. Contrapponendosi ai «dilettanti allo sbaraglio» (leggi: i CInquestelle) ha voluto offrire una chiara alternativa in termini di capacità di governo. Politicamente, il suo peso è di molto cresciuto, ed è oggi uno dei nomi sui quali il Pd può puntare, già in campagna elettorale.

Valeria Fedeli

La ministra Fedeli è stata tra le poche novità del governo Gentiloni. Bersagliata dalle critiche (non ha la laurea, ha abbellito il curriculum, ogni tanto sbaglia i verbi), vanta un non piccolo risultato: in legge di stabilità, ha potuto mettere un po’ di risorse in più. Sull’università: dall’immissione di nuovi ricercatori all’incremento dei fondi per il diritto allo studio, sino al superamento del blocco degli scatti stipendiali. Una significativa inversione di tendenza. Ancora inadeguata, ma percepibile. È presto però per dire se sia anche l’inizio di una diversa strategia. Anche sulla scuola la Fedeli ha ottenuto investimenti aggiuntivi, e insistito in particolare sull’alternanza scuola-lavoro, muovendosi dunque nel quadro della riforma varata dal governo Renzi. Anche qui: buona manutenzione più che cambiamento. Difficile dire se sarà sufficiente a mutare il giudizio dell’opinione pubblica sulla “buona scuola”.

(Il Mattino, 29 dicembre 2017)

Gli ultimi fuochi di una legislatura a luci e ombre

lorenzetti

Non è stata una legislatura buttata via, né forse il Paese se lo sarebbe mai potuto permettere. Ma le condizioni da cui ha preso le mosse non facevano certo sperare per il meglio, visto che dalle urne non era uscita alcuna maggioranza omogenea, e visto che nel Palazzo entravano per la prima volta, prendendo più voti di tutti gli altri partiti, i Cinquestelle, quelli che avrebbero voluto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

Si sono succeduti ben tre governi – Letta Renzi Gentiloni –, tutti a guida Pd, ma si sono dissolte, già nel 2013, le coalizioni che si erano formate prima del voto: subito è andata in fumo quella di centrosinistra, con Sinistra e Libertà che non è entrata nel governo di larghe intese guidato da Enrico Letta; qualche mese dopo è finito invece il Popolo della Libertà, con la decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi, che esce dalla maggioranza, e la decisione di Angelino Alfano di continuare ad appoggiare il governo, dando vita al Nuovo Centrodestra.

L’altra, grande frattura si è prodotta sul finire dello scorso anno, con la sconfitta al referendum della riforma costituzionale fortemente voluta da Matteo Renzi. E avversata in misura abnorme da larghi settori del mondo politico e intellettuale come una involuzione autoritaria del sistema istituzionale. Anche l’Italicum – la legge elettorale presentata in “combinato disposto” con la riforma costituzionale – non è andato in porto, e al suo posto abbiamo oggi una legge, il Rosatellum, che ci restituisce il proporzionale senza però darci la cultura e i partiti politici che l’avevano degnamente interpretato nel corso della prima Repubblica: da questo punto di vista, la XVII legislatura lascia l’Italia in mezzo al guado, in un quadro politicamente pieno di incognite e senza chiare indicazioni sulla strada da intraprendere per dotare il Paese di un set di regole efficace e condiviso.

Il partito democratico ha portato, nel corso di questi anni, il peso principale dell’azione di governo. Per quasi tre anni, l’inquilino di Palazzo Chigi, Renzi, è stato anche il segretario del partito: una situazione che a sinistra non si era mai verificata. Di qui gran parte delle tensioni che hanno attraversato il campo del centrosinistra, fino alla scissione promossa da Bersani e D’Alema. Ne viene anche che il giudizio sulla legislatura è prevalentemente un giudizio sull’operato del governo Renzi, anche se il governo Gentiloni, con il calo crescente di popolarità di Renzi, ha guadagnato col passare tempo una sua propria fisionomia.

Con uno stile più morbido e meno battagliero del suo predecessore, Gentiloni ha proseguito in larga parte il lavoro del precedente Ministero – del quale è stato a lungo parte come ministro degli Esteri –, dando forse un segno più marcato soprattutto in fatto di politiche migratorie. Il ministro Minniti è riuscito a limitare il numero degli sbarchi, e a imporre una diversa attenzione al tema da parte dell’Unione Europea. Nell’ultimo scorcio di legislatura il Pd ha provato a far passare anche la legge sullo ius soli, ma non essendovi le condizioni politiche (per l’ostilità di Lega e Cinquestelle in particolare, e le forti perplessità degli alleati centristi) la legge non è passata. Un provvedimento del genere forse non poteva essere infilato nella coda della legislatura: resta però un punto discriminante tra le forze politiche e per il lavoro del prossimo Parlamento.

In tema di diritti, il centrosinistra ha portato a casa alcuni, rilevanti risultati: il biotestamento e la legge sulle unioni civili sono i più significativi, visto che se ne è cominciato a parlare diverse legislature fa. Materie a lungo e a tal punto controverse, che il centrodestra ha prontamente dichiarato di voler fare macchina indietro, qualora tornasse in futuro ad avere la maggioranza. Ma anche la legge sul dopo di noi, quella sul divorzio breve, o quella contro il caporalato meritano di essere ricordate.

Altri capitoli dell’attività di governo attirano un giudizio più contrastato. Due riforme hanno in particolare segnato la legislatura: il jobs act e la buona scuola, spesso finite al centro della discussione sull’operato dell’esecutivo Renzi.

L’intervento sul mercato del lavoro è stato il più incisivo che sulla materia sia stato attuato dai tempi della riforma del 1970. E i numeri sugli occupati danno ragione al governo. La battaglia sul jobs act ha assunto però un significato ideologico – pro o contro l’articolo 18 – a prescindere dall’obsolescenza del sistema delle tutele. La realtà è che difficilmente i futuri governi potranno ritornare allo status quo ante, al di là di dichiarazioni elettorali di facciata. È tuttavia rimasto incompleto il capitolo delle politiche attive sul lavoro, che questa legislatura lascia dunque in eredità alla prossima. In tema di politiche sociali va riconosciuto al governo Gentiloni di avere da ultimo introdotto il reddito di inclusione, destinato a persone in condizioni di povertà: l’italia era rimasto uno degli ultimi Paesi UE a non avere una misura di questo tipo.

Diverso il discorso sulla buona scuola. Sono stati fatti investimenti cospicui, sia in termini di edilizia scolastica che di nuove immissioni in ruolo, dopo anni di inerzia. Ma  l’architettura normativa è risultata fragile, e i punti qualificanti del progetto – dal ruolo dei dirigenti scolastici all’offerta formativa – non hanno dato affatto il segno di un cambiamento effettivo. L’attenzione riservata alla scuola si è così tradotta in un cumulo di polemiche su cose pensate in un modo e realizzate in un altro: vale per i meccanismi assunzionali e vale per l’alternanza scuola lavoro. La stessa cosa è successa nel mondo della ricerca e dell’università: una vera inversione di tendenza si è registrata solo nell’ultima legge di stabilità, che ha finalmente destinato nuovi fondi per il diritto allo studio e per nuovi ricercatori.

Capitolo giustizia. È stato approvato il nuovo codice dei reati ambientali, è stata riscritto il diritto fallimentare, è passata la riforma dell’ordinamento penitenziario. Ma i nodi principali sono ancora tutti lì: il ricorso abnorme alla custodia cautelare (nonostante le nuove disposizioni di legge), la piaga delle intercettazioni a strascico e la loro diffusione indiscriminata, l’allungamento dei tempi della prescrizione. Da ultimo la brutta pagina della riforma del codice antimafia, che contrasta apertamente lo spirito liberale e garantista con il quale il governo Renzi aveva inizialmente annunciato i suoi 12 punti di riforma sulla giustizia. Sul piano ordinamentale, poi, è rimasta al palo la riforma del Csm, e anche la responsabilità civile dei giudici, riformata, sembra lasciare sostanzialmente le cose come prima.

Sul versante della politica estera, l’Italia ha mantenuto immutati i suoi tradizionali riferimenti: più facile farlo ieri per la coppia Renzi-Gentiloni, che si confrontava con Obama alla Casa Bianca, che non oggi per Gentiloni-Alfano, che hanno come dirimpettaio Donald Trump. Ma è in Europa che l’Italia deve misurare la sua capacità di influenza. Il ruolo che il Paese può giocare dipende da una credibilità che ha in parte riconquistato, dopo il punto più basso toccato nel 2011, ma che in altra parte deve ancora riguadagnare, riuscendo a incidere su un rinnovato percorso di integrazione europea. La legislatura che verrà sarà decisiva per lo schieramento europeista, che non può contentarsi di sventolare bandiere ideali, ma dovrà offrire riposte effettive su tutti i terreni sui quali costruire una nuova identità europea, dalla difesa comune alle politiche fiscali alla riforma delle istituzioni europee.

La legislatura non è stata buttata via, dicevamo all’inizio. Qualcosa si è mosso, e le condizioni economiche in cui il governo Gentiloni lascia il Paese sono migliori di quelle in cui l’ha trovato il governo Letta, quasi cinque anni fa. La pubblica amministrazione rimane però una palla al piede del Paese, si è preferito sostenere la domanda interna con i bonus anziché elevare gli investimenti pubblici, e la spesa pubblica improduttiva continua a gravare sul Paese, nonostante la promessa spending review che doveva superare la filosofia dei tagli lineari.

Un bilancio sereno dovrebbe farsi su tutti questi terreni, ma è difficile che la campagna elettorale saprà offrircene l’occasione. La legislatura finisce con il tema banche sugli scudi, ma non per la (buona) riforma degli istituti popolari, bensì per le frequentazioni inopportune di Maria Elena Boschi. Se non è populismo questo.

(Il Mattino, 27 dicembre 2017)

 

 

 

 

 

 

Una crisi e cinque strade

cinque strade

Come andrà a finire? Renzi tornerà a Palazzo Chigi? O sarà la volta di Luigi Di Maio, un inedito assoluto per il nostro Paese? E se invece arrivasse prima la coalizione di centrodestra: a chi toccherebbe l’incarico di formare il governo? E se non si formerà alcuna maggioranza? Sarà il Presidente della Repubblica a tenere le redini della politica italiana, sostenendo un governo istituzionale che eviti un rapido ritorno alle urne? La scorsa legislatura viene concludendosi praticamente alla sua scadenza naturale, nonostante dal voto non fosse uscita, nel 2013, alcuna maggioranza omogenea. Succederà la stessa cosa? Oppure stiamo per entrare in un periodo di forte instabilità politica?

A nessuna di queste domande è possibile oggi dare risposta. Quel che si può fare, è indicare i possibili scenari che sono dinanzi al Paese. Quale di essi prenderà forma dipenderà certo dai risultati elettorali, ma non solo. Ci vogliono i numeri, ma anche la politica. Prendiamo il caso della Germania: a tre mesi dal voto, la Merkel non è ancora riuscita a formare il governo. Il suo 30% (più il 7% dei cristiano-sociali bavaresi) non fa maggioranza. L’ipotesi di una coalizione con Verdi e Liberali è fallita, e ora i popolari cercheranno di rifare la grande coalizione con i socialdemocratici di Martin Schulz, ma l’esito delle trattative non è affatto scontato. Nuove elezioni o governi di minoranza dalla corta prospettiva sono dietro l’angolo, mentre cresce in maniera inquietante il consenso all’estrema destra antieuropeista.

Le cose, qui in Italia, non è detto che vadano molto diversamente. Vediamo. Il primo scenario da considerare era considerato, fino a un anno fa, il più probabile: il partito democratico primo partito, Renzi alla guida del governo. Dalla sera del 4 dicembre ad oggi, questa ipotesi non ha fatto che calare in popolarità. Certo, gli italiani decidono in grande maggioranza cosa votare solo nei giorni immediatamente precedenti il voto, e già in passato si sono registrati significative variazioni percentuali significative durante la campagna elettorale. Diciamo allora che una cosa è presso che certa: la possibilità per Matteo Renzi di tornare a Palazzo Chigi è legata a questa unica ipotesi, che il Pd arrivi davanti a tutti. Se questo accadesse, è ragionevole pensare che una maggioranza si formerà, presumibilmente con gli alleati moderati e centristi con i quali il Pd ha governato in questa legislatura. Una eventuale vittoria di Renzi avrebbe un effetto anche sugli altri schieramenti: mentre infatti la Lega non ha alcuna intenzione di governare col Pd, Forza Italia è sicuramente più disponibile. Ma è possibile che voti in soccorso arrivino anche da sinistra, una volta che la vittoria di Renzi avrà sancito il fallimento del progetto di Liberi e Uguali, messo in piedi solo per offrire un’alternativa al Pd agli elettori di sinistra.

Se però il Pd finisce dietro, Renzi rischia di uscire definitivamente di scena, e la responsabilità di formare il governo spetterà ai Cinquestelle, o al centrodestra. Nel primo caso, l’unica cosa certa è che il candidato premier di un futuro governo pentastellato è solo uno: Luigi Di Maio. Non sono previste subordinate. Questo significa che eventuali trattative con altre forze politiche non riguarderebbero in ogni caso Palazzo Chigi. Ma, a parte questa, altre certezze non vi sono. Nessun sondaggio accredita la possibilità di un monocolore grillino: dunque Di Maio dovrà cercarsi i voti in Parlamento. Escluso che il partito democratico o Forza Italia possano dare il via libera a un governo guidato dall’attuale vicepresidente della Camera, rimangono due possibilità: che Di Maio vada al governo con i voti di Liberi e Uguali; che invece vi vada con i voti della Lega. La prima ipotesi è quella che Pierluigi Bersani sta provando a tenere al caldo. Da quelle parti, l’unica pregiudiziale, infatti, è verso Renzi: di tutto il resto si può discutere. La seconda ipotesi è quella che sembra di decifrare dietro cose come la decisione dei Cinquestelle di far mancare il numero legale sull’ultimo provvedimento al Senato: lo ius soli. È successo ieri. Lega (e centristi) hanno gradito, e un possibile terreno di intesa viene di fatto a consolidarsi.

Se sarà invece il centrodestra ad arrivare davanti a tutti, bisognerà anzitutto misurare i rapporti di forza interni alla coalizione. Certo, se i voti di Forza Italia, sommati a        quelli della Lega e di Fratelli d’Italia, fossero sufficienti, o quasi, il governo sarebbe cosa fatta (mentre è ancora tutto da fare il nome dell’eventuale premier). Più probabile è che però non raggiungano la maggioranza, e allora bisognerà trovare nuovi consensi. Se Forza Italia prende più voti della Lega (e più facilmente se lo scarto tra i due partiti è sufficientemente ampio), si può ipotizzare che nasca una grande coalizione anche da noi. Ma non è detto affatto che basterà sommare i voti di Forza Italia e Pd, e quasi sicuramente la Lega non sarebbe della partita. È già successo nel corso di questa legislatura: la Lega non è entrata nel governo Letta, che invece Forza Italia ha sostenuto. Se il pallino sarà nelle mani di Forza Italia, è però possibile che anche Liberi e Uguali sia della partita: dopotutto, è la formazione alla quale hanno aderito le più alte cariche dello Stato (un fatto privo di precedenti: che la Legislatura termini con i presidenti delle due Camere arruolati entrambi in una formazione di sinistra che non fa parte della coalizione di governo), e dunque si può ritenere che il senso di responsabilità istituzionale alla fine prevalga. Soprattutto se questo esito determinerà, com’è probabile, anche un cambio di segreteria nel partito democratico.

Resta ancora un altro scenario, che delineiamo per ultimo ma che non è affatto il meno probabile. Ed è lo scenario che si determinerà qualora nessuna delle ipotesi fin qui descritte prendesse sufficiente consistenza: che si fa se il Pd non sarà il primo partito, oppure se la grande coalizione non ha numeri sufficienti, o ancora se i Cinquestelle da soli non ce la fanno e se non trovano alleati con i quali governare? Che succede se il centrodestra si spacca, se il Pd implode, se la frammentazione non trova un punto di ricomposizione intorno a una formula sufficientemente autorevole, e se, più semplicemente, non ci sono i numeri per nessuna delle soluzioni prospettate? A quel punto, la fisarmonica della Presidenza della Repubblica, che nei periodi di stabilità può chiudersi, dovrà necessariamente riaprirsi, e il ruolo di Mattarella crescerà proporzionalmente al grado di difficoltà in cui si ritroverà il quadro politico. Si può cioè pensare che il Quirinale, prima di rassegnarsi a nuove elezioni, provi a dare l’incarico di formare il governo a qualche figura di particolare prestigio e autorevolezza (il futuro Presidente del Senato? Il governatore della Bce Draghi? Il Presidente della Corte Costituzionale Grossi?), capace di raccogliere in Parlamento un consenso sufficiente a far nascere un nuovo Esecutivo. Nel quale è possibile che non siedano esponenti politici – ed è la soluzione più probabile – o che invece i partiti siano rappresentati al più alto livello, in modo da garantire la tenuta del patto di governo – ma è la soluzione meno probabile. Un governo tecnico-istituzionale, che sarà (non è la prima volta) chiamato a “fare le riforme”. Quali poi siano le riforme in grado di far funzionare il sistema politico istituzionale non è più chiaro a nessuno, essendo naufragati tutti i precedenti tentativi di tirare il Paese fuori da questa infinita transizione.

Così succederà che il discrimine fra le forze politiche, in campagna elettorale, non corrisponderà alle vere linee del confronto politico, in Italia e altrove decise essenzialmente da due grandi questioni: il rapporto con l’Europa, e la questione migranti. Che il giorno dopo il voto si rimescolino le carte, è dunque più che probabile.

(Il Mattino, 24 dicembre 2017)