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Se il voto spezza le vecchie identità

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F. Bacon, Three Studies of Lucian Freud (1969)

Vi sono due punti interrogativi dinanzi al sistema politico italiano, che proverà a misurarsi con essi nei prossimi mesi. Il primo riguarda la legge elettorale: quella che ci è stata consegnata dai pronunciamenti della Corte costituzionale e dal risultato del referendum del 4 dicembre non viene giudicata soddisfacente da nessuno degli attori politici in campo. Ma nessuno degli attori politici in campo sembra avere forza sufficiente per cambiare il sistema di voto. Sicché, al di là di piccoli aggiustamenti “tecnici”, è molto probabile che ci terremo un proporzionale con un premio di maggioranza fissato a un’altezza irraggiungibile (40%).

Il secondo interrogativo è rappresentato naturalmente dalle elezioni politiche della prossima primavera. Al confronto si recheranno forze politiche profondamente diverse da quelle che si sono misurate nel 2013. Le due principali forze politiche, di centrodestra e di centrosinistra, intorno alle quali è stato imperniato il confronto politico nel corso di tutta la seconda Repubblica hanno subito scissioni e lacerazioni che ne hanno mutato la fisionomia. L’appello che Berlusconi rivolge oggi ad Angelino Alfano ed a Giorgia Meloni non ha, nelle parole stesse del Cavaliere, il significato di una proposta politica pronta per affrontare il voto nazionale. Eppure Alfano e Meloni, nel 2013, stavano nella stessa coalizione, il Popolo della Libertà (si è persa memoria del nome). E in quella stessa coalizione c’era la Lega (però a guida Maroni, non ancora a guida Salvini), la cui traiettoria ha seguito tutt’altra linea da quella presa nel corso della legislatura dai centristi di governo.

Anche a sinistra le cose sono cambiate. Al tornante dei suoi dieci anni di vita, il Pd vede di nuovo spuntare alla sua sinistra quella molteplicità di formazioni che, nel progetto originario di Veltroni, dovevano essere superate dalla vocazione maggioritaria del nuovo partito. L’impresa non è riuscita. La forza centripeta di Renzi ha innescato spinte centrifughe anche fra i democratici, se persino il candidato premier del 2013, Pierluigi Bersani, milita oggi in un nuovo movimento, che galleggia fra il Pd e le altre piccole forze politiche che del Pd non vogliono più saperne. Grosso modo, si tratta di un’area che nel 2013 si raccoglieva sotto la bandiera della Rivoluzione civile di Antonio Ingroia: anche di questo nome si è persa memoria.

(L’unica cosa che non è cambiata è il Movimento Cinque Stelle. Il che si spiega ovviamente con il giudizio di estraneità, anzi di ripulsa, reso nei confronti degli altri, screditatissimi partiti e finanche della dialettica parlamentare. Ma anche lì qualcosa dovrà prima o poi cambiare, se i grillini vorranno tentare manovre di avvicinamento al governo del Paese).

Il secondo interrogativo è dunque: come è possibile ipotizzare che dopo il voto questo insieme di forze – così avventizio, frutto più della fortuna che di strategie precise – continuerà ad offrire la stessa fotografia che si presenterà agli italiani nella domenica elettorale? Certo, nei prossimi mesi, i tentativi di mettere mano al sistema elettorale – veri o fittizi che siano, soltanto declamati o anche praticati – proseguiranno. Non c’è solo la doverosa preoccupazione del Presidente della Repubblica per la tenuta del futuro Parlamento; c’è un evidente impasse in cui il Paese intero rischia di cacciarsi, per l’impossibilità di offrire una soluzione di governo all’indomani del voto. Ma guardiamo le cose in maniera rovesciata: se i partiti non sono in condizione di cambiare la legge elettorale, e se con questa legge ben difficilmente potranno assicurare stabilità e governabilità, non finirà con l’accadere il contrario, che cioè saranno i partiti a cambiare? Chi scommetterebbe, del resto, sulla resistenza nella lunga durata del quadro politico attuale, prodotto dal fallimento dei percorsi di riforma esperiti in questa legislatura, non certo dai suoi successi?

C’è però una differenza rispetto al passato. Tutte le legislature dell’ultimo quarto di secolo hanno conosciuto una stessa deriva verso la scomposizione di coalizioni faticosamente costruite per affrontare la prova del voto. La politica aveva le sue sistoli e le sue diastole, le fasi di avanzamento in cui l’accento era posto, per necessità elettorale, sull’unità, seguite dalle fasi di rilasciamento, in cui l’accento tornava indietro, verso la divisione. E tutti i capi di governo ne hanno fatto esperienza: Prodi e Berlusconi, ma anche, in tempi a noi più vicini, Letta e Monti. E infine Renzi, che in verità era riuscito a rimandare l’appuntamento con il Big Bang della frantumazione fino al giorno del referendum. Poi, liberi tutti.

Questi movimenti erano però gli spasmi di un sistema maggioritario rispetto ai quali i partiti riluttavano, e che quindi accettavano alla vigilia del voto solo per disfarlo il giorno dopo. Ora è il contrario: con una legge proporzionale, il moto avrà segno opposto, l’appuntamento con le urne esalterà le differenze, che il giorno dopo le elezioni bisognerà trovare il modo di superare. Ma per questo diverso andamento del ciclo politico nessuno dei partiti oggi in campo è preparato, e tutti tentano di allontanare da sé l’inconfessabile sospetto di voler “inciuciare” con gli altri (cosa invece richiesta dal sistema proporzionale). Bisognerà dunque farsi una nuova cultura politica, e non sarà semplice. E questo, a pensarci, è un terzo interrogativo, più grande ancora dei primi due: i partiti di centrodestra e di centrosinistra non vedranno ridisegnata in profondità la loro fisionomia, la loro identità e la loro stessa leadership da questa nuova necessità?

(Il Mattino, 13 agosto 2017)

L’identità finisce nelle urne

BRAQUES

Georges Braque, L’oiseau et son nid (1956)

Ora che il premier Gentiloni ha da un lato ribadito l’impegno del governo a completare l’iter della legge sullo ius soli, e però ha, d’altro lato, rinviato all’autunno la sua definitiva approvazione, così da mettere al riparo l’esecutivo dal rischio di sorprese nelle aule parlamentari, ma anche dalla eventualità che una mancata fiducia faccia precipitare il paese verso le elezioni, vorrei provare a offrire un supplemento di riflessione, così come richiesto dal ministro Costa, perplesso – insieme ai settori centristi della maggioranza – sul passo che il governo si appresta a compiere.

Il Ministro dice: questa legge modifica la composizione della comunità nazionale. Modifica cioè il popolo, al quale secondo Costituzione (e nei limiti della Costituzione) appartiene la sovranità. E naturalmente modifica anche, in prospettiva, l’esercizio dei diritti elettorali.

Questo argomento è molto diverso da quello che usano i leghisti per respingere la legge. Che, più o meno, suona invece così: i minori ai quali si vorrebbe concedere la cittadinanza hanno già tutti i diritti che gli si vorrebbe dare con questa legge. Dunque la legge non serve, è solo un vessillo ideologico che il Pd agita per motivi elettoralistici. Messa così, la cittadinanza che si vorrebbe difendere dai nuovi ingressi, non viene innalzata a bene indisponibile per gli stranieri, bensì piuttosto svalutata come un orpello inutile, che nulla aggiunge a ciò che dovrebbe veramente contare per gli aspiranti, nuovi italiani. Si tratta – come si vede – di un argomento che si confuta da solo.

Non funziona neppure l’argomento con il quale si mettono insieme le politiche verso i migranti e lo ius soli. Non è a favore dei migranti, né tantomeno dei clandestini, che la legge prevede di facilitare l’accesso alla nazionalità italiana, ampliando i criteri per ottenerla, ma a quelli che sono già qui, che sono cresciuti qui, che sono qui con i loro genitori in maniera stabile, che qui hanno studiato. Nessuno di coloro che sbarcano in queste ore nei nostri porti si trova in queste condizioni, com’è ovvio. Ma – si dice – approvando la legge l’Italia dà un preciso segnale a coloro che premono dall’altra sponda del Mediterraneo: che se ce la fanno ad arrivare sin qui, poi ce la faranno anche a conseguire la cittadinanza italiana.

Può darsi che sia così, che cioè nel clima attuale, con l’emergenza in corso (che però è illusorio considerare un’emergenza, come se la pressione migratoria dovesse arrestarsi a breve), sia inevitabile mettere le cose insieme, almeno presso l’opinione pubblica. A chi così ragiona bisognerebbe chiedere di considerare le seguenti cose: 1.  Che compito di una classe politica è spiegare, distinguere, chiarire, non certo assecondare la confusione delle opinioni e delle emozioni. Non farsi prendere da ricatti emotivi ma neppure da scorciatoie elettoralistiche. Non commuoversi per un facile e irresponsabile umanitarismo, ma nemmeno incarognirsi sobillando gli umori del populismo più rozzo; 2. Che, di nuovo, se il diritto di cittadinanza è un bene prezioso, e se nell’ordinamento giuridico di una nazione prende la forma di un diritto (regolato dalla legge), allora  la forza delle sua rivendicazione deve essere riconosciuta come superiore ad ogni altra forza. Non può essere che a determinare se ampliare o restringere i confini della comunità  nazionale, se ritardare o affrettare la decisione, in un senso o nell’altro, siano coloro che bussano alla sua porta.  Anche in questo caso, insomma, chi dice di voler difendere il valore dell’italianità – in qualunque cosa esso consista – finisce in realtà per deprezzarla, mettendola in balìa degli eventi, invece di riservarsi la decisione in merito; 3. Che, infine, se un segnale bisogna dare, non è sul terreno dei diritti che bisogna darlo, perché i diritti sono una materia delicata, e più di tutti lo è il diritto di cittadinanza, che non può essere piegato alle esigenze segnaletiche della politica. Il terreno per dare segnali, d’altronde, è un altro, ed è quello delle politiche migratorie. Lì non ci vuol molto per dare un segnale: si tratta di dimostrare che il fenomeno è governato e può essere governato. Cioè regolato e controllato. A livello nazionale e a livello europeo. Anche l’opinione pubblica più preoccupata per gli arrivi sulle nostre coste non ha paura, in realtà, di un numero, di una quantità (sono troppi? E quale sarebbero il numero giusto?), ma anzitutto di una modalità: attualmente confusa, disordinata, generosamente volontaristica e però non scelta razionalmente, ma drammaticamente subìta (e quindi purtroppo appannaggio anche di interessi sordidi).

Resta allora solo il primo argomento: la legge modifica la composizione  della Nazione. Ora, se noi pensiamo che ciò rappresenti un rischio e non una opportunità (per giunta in una fase di forte denatalizzazione, per cui pure bisognerebbe far qualcosa), se crediamo che l’Italia non può reggere l’innesto di nuove culture e nuove tradizioni, che l’Italia non è capace di integrare, e di cambiare integrando, ma solo di contaminarsi e così corrompersi, allora abbiamo tutto da temere dallo ius soli. Ma se vogliamo invece che la comunità nazionale accolga  quei minori che con i loro genitori vivono da tempo insieme a noi, studiando la nostra lingua e la nostra cultura, apprendendo le nostre consuetudini civili e sociali, e riconosciamo nella cittadinanza insieme un mezzo e un fine del percorso di integrazione, allora non possiamo avere molti dubbi sul loro diritto ad essere italiani. C’è forse una via migliore per portare l’ Italia e l’essere italiani nel futuro di quella che consiste nel confronto con gli altri? E chiudersi significa preservarsi, o non piuttosto rimpicciolire e morire?

(Il Mattino, 17 luglio 2017)

Renzi-Letta, il vecchio scontro e il centrosinistra del futuro

Riopelle Pavone

Jean Paul Riopelle, Pavone (1954)

Non è dato sapere quanto durerà la bonaccia che tiene al largo la nave del governo Gentiloni, ma prima di arrivare nel porto naturale della fine della legislatura il premier dovrà affrontare più di un’insidia. Nei prossimi giorni, sono a tema il decreto banche, su cui i Cinquestelle stanno facendo ostruzionismo in Parlamento, e lo ius soli temperato che il suo partito, il Pd, vuole approvare in via definitiva, nonostante i malumori dei settori centristi della maggioranza. Per tutta l’estate terranno banco gli sbarchi dei migranti, e infine, dopo l’estate, si aprirà il capitolo della legge di stabilità, e su quella si può star certi che Mdp si smarcherà rumorosamente, lasciando che il governo cerchi i voti che dovessero mancare non a sinistra, ma in altri settori del Parlamento.

Gentiloni non è il mediocre capitano MacWhirr, il protagonista di «Tifone» di Joseph Conrad, «normale, indifferente, impassibile», di poche parole e di ancor meno emozioni, «disdegnato dal destino o dagli oceani», a cui la vita non aveva mai riservato prove estreme prima che si imbattesse nella tempesta perfetta (ma «come sapere di cosa è fatta una tempesta prima che ti cada addosso?»). Però come lui, dopo aver navigato per sette mesi in acque relativamente tranquille, deve affrontare «la forza disgregatrice di un gran vento» che, come diceva Conrad, «isola l’uomo dai propri simili».

Gentiloni e il suo governo non sono isolati: godono anzi dell’appoggio pieno della maggioranza. Ma il vento comincia a soffiare. Lo si è già visto alla direzione di Mdp, dove è parsa nettamente prevalere la volontà di prendere le distanze dal governo, ma ancor più lo si vedrà all’approssimarsi della scadenza elettorale. Per la neonata formazione di D’Alema e Bersani, infatti, c’è un solo modo di prendere voti: pescarli fra tutti coloro che, a sinistra, non vogliono più saperne del Pd di Renzi. In politica tutto è possibile, e dunque: dopo le elezioni si vedrà. Ma prima delle elezioni una posizione del genere è incompatibile con la permanenza al governo: scampate le elezioni anticipate, alle quali Mdp non è pronta, è molto probabile che si consumerà il distacco.

Sul significato di questo passaggio c’è però da dire qualcosa di più di quello che le cronache suggeriscono. Contano i posizionamenti suggeriti da una legge elettorale proporzionale, che spinge ad accentuare le differenze in prossimità del voto, e contano pure – è inutile fingere che non sia così – i rancori personali. Ma è sicuramente in gioco anche qualcosa di più. Vorrei dire: una diversa definizione del profilo di una forza di sinistra, che aspira al governo del Paese. Quando il Pd nacque, si sprecarono gli scetticismi sulla fusione a freddo e sul cattivo amalgama. La parte di ragione che vi era, in quegli esercizi di diffidenza, non stava tanto nelle distanze che ancora segnavano i rapporti fra i Ds e la Margherita, sul piano della cultura politica e dei quadri dirigenti, quanto in ciò, che la collocazione di una nuova forza politica discende piuttosto dagli «oggetti» a cui si applica: dai temi o dalle sfide su cui è chiamata a misurarsi. Quegli oggetti furono sottratti al Pd dalla rovinosa sconfitta alle elezioni del 2008. Fu quindi facile dedicarsi piuttosto, dall’opposizione, alla lotta politica interna (che portò in rapida successione da Veltroni a Franceschini, da Bersani a Renzi). Quando arrivò la prima prova di governo, essa fu condotta sotto lo stigma della necessità: con Monti e poi, in buona misura, anche con Letta. Solo con Renzi tutto è cambiato, e il fatto che lo abbia sgradevolmente ricordato al suo predecessore non riguarda solo la scarsa simpatia fra i due. Renzi aveva effettivamente una legittimazione politica molto più ampia di quella di cui godeva Letta. Forte del consenso ottenuto nelle primarie, aveva il compito di raddrizzare la barca, ma anche quello di definire la fisionomia del partito intorno a una vera sfida di governo: dalle riforme istituzionali al jobs act, passando per le altre misure in tema di politiche scolastiche o di politica economica. La rottamazione (giusta o sbagliata che fosse) è stata il mezzo, non il fine.

Lo smacco del 4 dicembre ha rimesso clamorosamente in discussione il percorso fin lì seguito da Renzi, ma proprio per questo egli è obbligato a riprendere la questione di cosa sia il partito democratico a partire, nuovamente, dagli «oggetti» su cui il Pd deve riuscire a dire la sua. E questa volta non si tratta di sceglierli, perché sono già lì, dati dalla linee divisorie che tracciano nell’opinione pubblica e negli schieramenti politici: anzitutto il tema dei migranti, quindi il tema della costruzione di un nuovo europeismo (nell’epoca segnata, con Trump, dal declino della forza ‘ordinatrice’ americana). Non c’è molto altro, nell’agenda dei prossimi mesi. Ma è abbastanza non solo per definire la rotta del partito democratico, ma anche per far sobbalzare la nave del governo.

«Sta arrivando del maltempo», pensò laconicamente MacWhirr all’approssimarsi del tifone. Ma, si abbatta o no sull’esecutivo, la bufera sarà comunque, per il Pd, la prova di cosa significhi essere di sinistra aspirando, insieme, alla guida del Paese. Perché l’altra strada, quella di essere, anzi sentirsi di sinistra al riparo da ogni burrasca, cioè indipendentemente dalle responsabilità di governo, si vede già cosa consente: che a dibattere ciarlieri sul futuro del mondo, della sinistra, del lavoro, si presentino quattro o cinque distinte formazioni, con l’unico collante (se mai verrà usato) dall’antirenzismo.

(Il Mattino, 13 luglio 2017)

Le alleanze e il ritorno dei riti DC

guttuso

Per la gioia e la fortuna dei retroscenisti la direzione del partito democratico questa volta non è andata in diretta streaming. Ma c’è poco da immaginare gustosi retroscena, o da inventarsi virgolettati non confermati e non smentiti, come usa fare: la sostanza dello scontro politico è chiarissima. Ci sono da una parte le voci che chiedono a Renzi di aprire a una coalizione elettorale, perché se va da solo il Pd perde, e dall’altra c’è il Segretario, che respinge la richiesta. Sul primo fronte si è schierato, oltre alla minoranza del ministro Orlando, Dario Franceschini; con Renzi, invece, stanno Matteo Orfini e Maurizio Martina, il presidente e il vicesegretario del partito.

Detta così, sembra che la Direzione di ieri si sia trovata dinanzi a una scelta come quelle che gravavano sui congressi e i consigli nazionali della Democrazia cristiana, in piena prima Repubblica, quando si trattava di varare nuove formule di governo, o di cercare equilibri politici più avanzati. In realtà, c’era ben altra sostanza nella decisione della DC, alla fine degli anni Cinquanta, di aprire alla sinistra socialista di Pietro Nenni, rispetto a quella che sarebbe richiesta al PD per cercare un’intesa elettorale nientedimeno che con… i fuoriusciti dal Pd  (raccolti provvisoriamente sotto le insegne più concilianti di Giuliano Pisapia).

Ma soprattutto c’è una differenza di fondo che passa inosservata quando si costruiscono simili narrazioni, fondate su improbabili paragoni storici: non solo Bersani e compagnia non sono minimamente paragonabili al partito socialista, ma anche il Partito Democratico è tutt’altra roba che non la Democrazia Cristiana. E non solo o non tanto perché l’uno sia più a sinistra dell’altra, ma perché sono completamente diversi i contesti politici e istituzionali. La DC apriva alla sua sinistra dentro un sistema bloccato, che non prevedeva formule di governo che non fossero imperniate sulla sua centralità. Non c’erano alternative, insomma. Tutt’altra è la situazione attuale: dalle urne può uscire di tutto, tanto una prevalenza del centrosinistra quanto una prevalenza del centrodestra, tanto il PD primo partito quanto i Cinquestelle primo partito. Può accadere che il blocco populista prevalga, quanto che prevalgano le forze riformiste, e i moderati di centrodestra possono inclinare da una parte o dall’altra.

A uno scenario così incerto, si aggiunge l’indisponibilità di Berlusconi e Grillo a scrivere una legge elettorale che premi le coalizioni: per l’uno non c’è motivo di consegnare a Salvini la leadership politica e ideologica del centrodestra, e per l’altro non c’è facilità di costruire alleanze dopo cinque anni spesi a rivendicare la loro estraneità assoluta da qualunque logica di coalizione. Non si capisce dunque perché Renzi e il Pd dovrebbero invece legarsi le mani, mentre Berlusconi e Grillo tengono libere le loro.

E non si capisce neppure dove si vada a parare con la preoccupazione che Franceschini ha con tanta insistenza manifestato: da soli si perde. Non è che si perde da soli, è che in un sistema proporzionale tutti vanno da soli dinanzi agli elettori, con la propria proposta politica e programmatica. Sarebbe dunque il caso che il Pd si attrezzasse a costruirla, e ieri, in effetti, Renzi ha aperto a una conferenza sul programma, rivendicando anzi di averla proposta ancor prima che Orlando ne facesse il motivo della sua candidatura alla segreteria. Ma anche in questo caso: non si capisce come un partito che ha governato per l’intera legislatura possa mettere da parte i risultati della sua esperienza di governo, e non invece chiedere su di essi il giudizio degli elettori. Così, non si capisce neppure come il Pd possa, inseguendo il mito ulivista della coalizione, sventolare credibilmente il vessillo della «discontinuità radicale» col passato invocata a Santi Apostoli da Pisapia e Bersani. Senza dire che pure questo paragone storico non fa al caso del Pd: se mai c’è stata infatti una coalizione smandruppata, questa è stata l’Unione guidata nel 2006 dal secondo Prodi, con cui si è malinconicamente chiusa, fra non pochi risentimenti e qualche rancore, la stagione dell’Ulivo.

Quindi? Quindi torniamo al confronto in Direzione, e al vero motivo di questo agitarsi intorno alle alleanze. Che è uno solo, ed è tutto strumentale, e poco o nulla a che vedere con la vagheggiata coalizione. La quale coalizione, poi, se anche si facesse, sarebbe, con tutta probabilità, ancora al di sotto del 50,1% necessario a conquistare la maggioranza. E dunque di cosa si tratta, se non di mettere il bastone fra le ruote a Renzi, di logorarne la leadership, di denunciarne l’insufficienza, di farsi anche sparare addosso da quei potenziali alleati di sinistra che un accordo con Renzi non lo troverebbero mai, e così di costruire con un po’ di quel che è dentro e un po’ di quel che è fuori del Pd il dopo-Renzi? Ma è dal 5 dicembre, dal giorno dopo la bocciatura del referendum istituzionale che va avanti questo tentativo: perseguito vuoi uscendo dal partito (Bersani), vuoi sfidando Renzi apertamente al Congresso (Orlando), vuoi infine dopo le amministrative, con i pesanti distinguo di Franceschini.

Che però ieri, dopo aver ribadito le sue critiche, ed essersi attirato una durissima replica da parte di Renzi nelle conclusioni, ha disciplinatamente votato sì alla relazione del Segretario. E questa onesta dissimulazione sì, merita qualche storico paragone con i vecchi consigli nazionali della Democrazia Cristiana.

(Il Mattino, 7 luglio 2017)

Antimafia, la maggioranza in ostaggio

Dubuffet -le-voyageur-egare

La maggioranza parlamentare e di governo che voterà oggi le modifiche al codice antimafia si consegna di fatto al populismo penale e giudiziario che, in spregio ai principi liberali del diritto, alle garanzie del processo, alle libertà delle persone, chiede, e a quanto pare ottiene dal Senato della Repubblica italiana, un’estensione spropositata delle misure di prevenzione personale e patrimoniale per gli indiziati di reati di corruzione. Misure che appaiono al Presidente dell’Anac Raffaele Cantone inutile, inopportune e persino controproducenti, e che quindi è difficile giustificare persino in termini di maggiore efficacia nel contrasto al crimine, ma che hanno sicuramente l’effetto di ingigantire enormemente il raggio di attività delle Procure. Ancora una volta la politica si lascia mettere sotto scacco da quegli umori giustizialisti che segnano la vita della Repubblica italiana da un quarto di secolo a questa parte. Ancora una volta si confonde la capacità di perseguire e di accusare con la capacità di fare giustizia. Ancora una volta si consegna nelle mani della magistratura un potere supplementare, ampio e quasi indiscriminato, sotto la spinta di una narrazione che continua a ripetere sempre la stessa frase: i politici rubano. Se dunque muovono obiezioni, se provano ad eccepire, se coltivano dubbi, è perché sono, in buona o cattiva coscienza, complici e conniventi, per spirito di casta o per casacca di partito. Così tutti tacciono, il Presidente del Senato Grasso può respingere in maniera sbrigativa la richiesta di riportare il provvedimento in Commissione, e il partito democratico può mestamente continuare a farsi dettare la linea dai giornali che tengono quotidianamente sotto il mirino la condotta morale degli odiati politici. Il capogruppo Zanda conduce i democratici là «dove si puote ciò che si vuol»e. Cioè dalle parti di «Repubblica» e de «Il Fatto quotidiano», che continuano a detenere la chiave ideologica del nostro presente.

Non era questa la strada che il Pd sembrava avere intrapreso in materia di giustizia, all’inizio di questa legislatura. Non era la tutela giudiziaria su settori sempre più ampi dell’economia del Paese l’obiettivo che Matteo Renzi aveva dichiarato di voler perseguire, nell’enunciare anzi un programma di riforma che doveva sprigionare nuove energie, non seminare nuove paure.

Questa coda di legislatura si sta rivelando così peggiore del previsto. Sta proseguendo oltre le colonne d’Ercole del referendum, con il quale è naufragato il progetto di riforme costituzionali del Paese, privo ormai di un vero respiro politico, che non fosse per gli uni il proposito di durare, e per gli altri (cioè anzitutto per Renzi) il proposito di resistere al logoramento al quale il Pd viene sottoposto. Così però non si resiste, si abdica.

Di questo schema è infatti figlia anche l’impotenza e l’irriflessione con la quale si porta al voto un provvedimento palesemente illiberale, contraddetto dalla migliore scienza giuridica del Paese, a cui non si riesce a dire di no solo per non tirarsi in mezzo a nuovi guai. Il Pd è tenuto sotto schiaffo dai populisti, i riformisti sono tenuti sotto schiaffo dai giustizialisti, la maggioranza è tenuta ancora una volta sotto schiaffo dal partito delle Procure. E più non dimandare.

Ma questo giornale lo ha fatto, sin qui: ha domandato, ha chiesto conto, ha dato voce ai più autorevoli giuristi. Quel che ha fatto, continuerà a farlo, sperando che nei passaggi successivi questo pauroso arretramento del livello di civiltà giuridica del Paese potrà essere fermato.

(Il Mattino, 5 luglio 2017)

Spingendo la notte più in là

Motherwell

Con l’argomento che la corruzione è un male endemico del nostro Paese, come le mafie, il Senato si appresta oggi a votare modifiche al codice antimafia che estendono gli strumenti a disposizione nella lotta contro la criminalità organizzata al contrasto dei reati di corruzione. In particolare, il Senato della Repubblica sta dando il suo voto a un provvedimento che estende agli indiziati di reati contro la pubblica amministrazione misure di prevenzione personali e patrimoniali. Si tratta di misure che di fatto anticipano il giudizio di colpevolezza sulla base di un quadro meramente indiziario: misure palesemente emergenziali, com’è del resto emergenziale tutta la legislazione antimafia e la cultura che l’accompagna, di cui un giorno si vorrebbe vedere il termine ma che in realtà cresce sempre di più, penetrando sempre nuovi ambiti della realtà sociale ed economica del Paese. Una nuvola che s’ingrossa: invece di essere portata via dal vento del cambiamento e delle riforme, si abbassa sempre di più sulla vita civile e pubblica del Paese. Ne chiude l’orizzonte. Ne oscura l’aria. Regole che dovrebbero valere in ambiti ristretti, in circostanze limitate, in casi eccezionali, vengono messe a disposizione della normale attività delle Procure. Regole la cui stessa efficacia è molto dubbia (per Raffaele Cantone si tratta di modifiche «né utili né opportune, che rischiano persino di essere controproducenti»), ma che certamente fanno compiere all’Italia un enorme passo indietro sul piano della civiltà giuridica.

Contro la riforma si è dunque espresso il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Ma contro la riforma si sono pronunciate con fermezza anche le Camere Penali. E contro la riforma hanno parlato i più eminenti giuristi del Paese, da Giovanni Fiandaca a Giuseppe Tesauro, da Sabino Cassese a Giovanni Verde.  E forti preoccupazioni ha espresso anche il presidente nazionale di Confindustria, Vincenzo Boccia, per i riflessi sull’economia di una estensione abnorme dell’ambito di applicazione delle misure cautelari.

E però la maggioranza sembra determinata ad andare avanti. Qual è la forza che la sospinge? Purtroppo, sembra che sia una soltanto: la volontà di dare un segnale, la volontà di dimostrare che il governo intende fare sul serio. La volontà e, forse, la cattiva coscienza. Perché non è in discussione la lotta alla corruzione, ma il modo in cui la si fa. Se con le garanzie dei processi e le pronunce dei tribunali, o anticipando la pena grazie alle misure cautelari e alla grancassa mediatica, disperando di poter mai arrivare a sentenza. Se si prende questa seconda, più comoda strada, è perché la prima è ostruita e non c’è verso di liberarla.

Ma il prezzo che il Paese paga è alto. Non è infatti inasprendo le pene, introducendo nuove fattispecie di reato, allungando in maniera oscena i termini della prescrizione che si ottiene più giustizia. Allungare i termini della prescrizione significa solo consentire al giudice di spostare un po’ più in là la prossima udienza. Introdurre nuove fattispecie di reato significa solo complicare la normativa vigente, che già gronda di norme penali da un numero impressionante di leggi. Inasprire pene e sanzioni, senza aumentare efficienza ed efficacia dell’azione penale, non ha alcun effetto deterrente, ma solo una vuota funzione declamatoria.

Che il Senato se ne avveda: è ancora in tempo. Che abbia un sussulto di consapevolezza. Perché non basta porsi come argine contro i populismi, e poi assecondarne di fatto i temi, l’agenda, le politiche. Tanto più che non saranno mai sufficienti a saziare la sete giustizialista. Domani, dopo il voto, chi ha costruito la propria fortuna politica in nome della lotta contro la corruzione e le ruberie della politica dirà comunque che non si è fatto abbastanza, perché i ladri sono sempre al loro posto.

Certo, le elezioni sono dietro l’angolo: la volontà di «dare segnali» viene da lì, e da quel populismo giudiziario che continua a costringere la politica in posizione di subalternità nei confronti delle richieste che provengono dalla parte della magistratura investita del ruolo di guardiano della pubblica moralità. Ma se la maggioranza, e il partito democratico, intendono andare ancora a rimorchio di questi umori, allora a che titolo potranno dire di aver costruito e fatto avanzare, almeno in materia di giustizia, una proposta riformistica seria? Le modifiche del codice antimafia era finalizzata a rivedere la disciplina dell’amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati, e a riformare drasticamente l’Agenzia nazionale dei beni confiscati. Su entrambi i fronti le opacità erano tali, da rendere necessario l’intervento legislativo.  Ma per prendere queste misure, non c’era bisogno di mettere a repentaglio garanzie e libertà, creare profili di dubbia costituzionalità, allargare enormemente il raggio di intervento delle Procure.

È possibile sperare, allora, che la maggioranza ci pensi ancora, prima di fare un simile voto?

(Il Mattino, 4 luglio 2017)

La sola tattica non porta i voti

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A Piazza Santi Apostoli, alla manifestazione promossa ieri da Campo progressista di Giuliano Pisapia e da Articolo 1 – Mdp di Pierluigi Bersani (e altri), non c’era «né rancore, né nostalgia né antipatia». Però di tattica ce n’era fin troppa. Perché se uno avesse voluto capire quale direzione prenderebbe il centrosinistra come lo immaginano da quelle parti, avrebbe capito una cosa soltanto: non con Matteo Renzi. Lo ha spiegato con molta chiarezza proprio l’ex segretario democratico, Bersani: non si può costruire nessun centrosinistra se si pensa che «il centrosinistra si riassuma nel Pd, e che il Pd si riassuma nel suo capo». Ovvero: togli Renzi, e la linfa riprenderà a circolare salubre e balsamica per tutti i rami del partito democratico e del centrosinistra, che tornerà ad essere «largo e plurale, politico e civico».

Ora: si può realisticamente immaginare che il Pd, cortesemente invitato dalla nuova «soggettività politica» a detronizzare il segretario, accetti la gentile proposta, metta da parte Renzi e consegni le chiavi del centrosinistra a Giuliano Pisapia? No, non si può. E allora come diavolo dovrebbe nascere questo centrosinistra «largo e plurale, politico e civico»? Quello che ieri ha manifestato a Roma era uno strano ircocervo: erano infatti in piazza quelli che vogliono il centrosinistra ma non vogliono Renzi (un’impossibilità), quelli che appoggiano il governo attuale ma respingono la direzione presa dal Pd durante tutta la legislatura, da Renzi a Gentiloni (una contraddizione), quelli che esigono una discontinuità radicale rispetto alle politiche praticate in questi anni (un’incoerenza, perché – tanto per dirne una – Pisapia ha votato sì a quel referendum che per Bersani rispondeva invece a un disegno autoritario: più potere con meno consenso).

Un’impossibilità, una contraddizione, e un’incoerenza. Tutte cose che però si scioglierebbero come neve al sole, se solo Renzi non ci fosse. Ma Renzi c’era, era a Milano alla festa dei circoli Pd, e stava lì a riaffermare la sua leadership sulla base del voto delle primarie che né i «leader senza voti» di fuori, né i capicorrente di dentro possono mettere in discussione.

Nessuna meraviglia, dunque, se nel discorso di Bersani tutte le ironie erano riservate al segretario del Pd: non abbiamo fatto il vaccino obbligatorio contro l’anti-renzismo, non è che tutto il mondo gira intorno alla Leopolda, il comizio di Renzi è acqua sul marmo, e per finire: il cuore del renzismo è «la predicazione del bel tempo».

Ancora più impressionante è il modo in cui Bersani, dovendo reclamare «discontinuità radicale», ma al tempo stesso salvare tutto quello che il centrosinistra ha fatto con i governi Prodi-D’Alema-Amato, negli anni dell’Ulivo, e poi con Monti e Letta, quando ormai c’era già il Pd, s’inventa che le politiche del centrosinistra sono diventate «sbagliate, fuori fase, e distoniche», giusto nel 2014, quando Renzi si prende prima il partito e poi il governo: proprio allora, a quanto pare, la fase storica sarebbe cambiata e Renzi non se ne sarebbe accorto. Inutile dire che Renzi, a Milano, ha rivendicato esattamente tutto quello che a Roma gli veniva contestato: «C’è un sacco di gente che sta riscrivendo il passato – ha detto – noi siamo qui a scrivere il futuro».

Lo spettacolo al quale si assiste è dunque quello di una (aspra) competizione a sinistra. Com’è inevitabile che sia, con un sistema proporzionale che spinge ciascuno – come ha detto senza infingimenti Massimo D’Alema – «a presentarsi con la propria piattaforma», dovendo anzitutto rendersi distinguibili dalle forze più vicine. Perciò è tutta tattica: dire che si vuol fare il centrosinistra largo e plurale per accusare Renzi e il Pd di essere isolato, di aver reciso i rapporti con il mondo della sinistra, e, nel frattempo, marcare le differenze, non certo i motivi di unità. E siccome c’è sempre qualcuno più a sinistra di te che ti rinfaccia di aver tradito gli ideali, stessa sorte è toccata pure alla piazza di Pisapia e Bersani. Perché ieri con loro non c’erano quelli del teatro Brancaccio, Tomaso Montanari e Anna Falcone: non sono stati invitati a parlare, e loro non hanno voluto interpretare «il ruolo del popolo che legittima, con la sua plaudente presenza, la consacrazione di un leader».

Il leader riluttante – così lo ha presentato Lerner alla folla titubante –  di legittimazione ha davvero bisogno. Pisapia ha lanciato l’idea di un progressismo moderno e rivoluzionario, ha parlato di casa comune e di buona politica (cioè di buone idee e buonissime intenzioni), ma diciamo la verità: a giudicare dalla tiepidezza degli applausi, dai suoi toni impacciati e dalla sua stessa pacatezza. è parsa pure quella tattica. Non sua, s’intende, ma dei fuoriusciti del Pd, cioè di Bersani e D’Alema, bisognosi di trovare un front man a cui appendere il nuovo soggetto politico per tutto il tempo della campagna elettorale, e finché Renzi non si sarà tolto dalle scatole.

Ma come? Con una congiura di partito? Con una nuova legge elettorale? Con primarie di coalizione? Tutte ipotesi che non reggono, che alimenteranno forse le polemiche dei prossimi mesi, ma che al centrosinistra difficilmente aggiungeranno un solo voto. Se mai, gliene toglieranno qualcuno.

(Il Mattino, 2 luglio 2017)