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La magistratura malata di correntite

 

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R. Morris, Three Rulers (1963)

La nomina del procuratore della Repubblica di Napoli – una buona notizia, dopo mesi di supplenza – sta suscitando un vespaio di polemiche. Il voto al CSM, che ha scelto a maggioranza Giovanni Melillo – non è piaciuto a “Unità per la Costituzione”, che dopo essersi espressa compattamente, in seno al Consiglio, a favore di Federico Cafiero de Raho, ha diramato un lungo comunicato per esprimere la propria insoddisfazione per la linea adottata dall’organo di autogoverno della magistratura.
Nessuno dei motivi ripresi nel comunicato – due, essenzialmente:  la maggiore anzianità in servizio di Cafiero de Raho, e la vicinanza di Melillo al governo, avendo avuto un legame fiduciario con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, di cui è stato Capo di Gabinetto fino a poco tempo fa – è in realtà rimasto fuori dalle considerazioni svolte nella discussione al CSM. Tuttavia i vertici di “Unità per la Costituzione”, insoddisfatti e per nulla persuasi, hanno voluto ribadirli. E, nel ribadirli, hanno:
ricordato le qualità di Cafiero de Raho che, a loro dire, lo rendevano preferibile per il ruolo di procuratore; mostrato apprezzamento per la “compattezza” dei propri rappresentanti in seno al Consiglio; preso atto della scelta diversa operata non solo dai membri laici del CSM ma anche dai “prorogati componenti di diritto”, che è un modo obliquo e reticente per dire che la nomina di Melillo è stata, per Unicost, voluta dalla politica, e dai magistrati che devono ringraziare la politica per essere ancora in carica; espresso, infine, perplessità, per la scelta di quei membri togati che hanno preferito Melillo a De Raho (nonostante, è il poco gentile sottinteso, la toga che portano).
Il comunicato termina con un augurio di buon lavoro al nuovo procuratore, che dopo tutto quel che si è letto fin lì, suona puramente di circostanza.
Ora, è chiaro che dopo la spaccatura del CSM, Melillo dovrà lavorare per stabilire un clima di collaborazione, di fiducia e di rispetto reciproco, il che è peraltro indispensabile per il buon funzionamento di qualunque struttura complessa. È chiaro pure che le sfide di un territorio come quello napoletano “pervaso da potenti organizzazioni criminali” – come scrive Unicost nell’ultimo rigo del suo comunicato – richiedono anzitutto unità di intenti, e le polemiche non sono certo il miglior viatico per il nuovo Capo della Procura. Ma il commento critico che Unicost non ha saputo evitare di dettare fa soprattutto questo effetto, di ricordare anche al più distratto dei suoi lettori qual è il peso delle correnti in magistratura e quali sono le logiche con cui si muovono.
Gli esponenti di Unicost nel CSM si sono mostrati compatti, e il  Presidente e il Segretario del loro partito esprimono grande apprezzamento, proprio come il capo di una corrente democristiana d’antan poteva congratularsi con i propri esponenti all’indomani di un voto in Parlamento. Tutto il fulcro del ragionamento ruota intorno all’imparzialità che il magistrato deve assicurare: non solo essere, ma anche apparire imparziale. E Melillo, per via dell’incarico a via Arenula, non avrebbe questo fondamentale requisito. La qual cosa, ovviamente, non viene detta così: chiara e tonda; ma lasciata intendere, come nel più tradizionale teatrino delle dichiarazioni che i politici rilasciano a margine di un congresso, o di una riunione di direzione. Dopodiché, però, più della rivendicazione della necessaria distanza dalla politica, quel che si sente distintamente, nelle parole usate dalla corrente, è non una rivendicazione di indipendenza ma una rivendicazione di appartenenza, uno spirito di corpo: i miei e i tuoi, gli amici egli avversari, quelli che stanno con me e quelli che stanno con gli altri, o si fanno comprare dagli altri.
Non è mai troppo tardi per accorgersi della politicizzazione della magistratura e della sua degenerazione correntizia, naturalmente. Ma quando (e se) ce ne si accorge, più che prendersela con il prescelto della corrente avversa, sarebbe bene che si provasse a mettere mano seriamente a una riforma dell’istituzione. E invece l’unica riforma che, in materia di giustizia, non ha fatto nessun passo, né in avanti né indietro, né in bene né in male, è la riforma del CSM. Per forza: il governo ha deciso di aspettare l’autoriforma. Campa cavallo. Così il Consiglio Superiore della Magistratura può limitarsi a emanare serissime e più stringenti circolari, per esempio in materia di incarichi, per poi applicarle, disapplicarle o diversamente applicarle a seconda delle esigenze. E, sempre a seconda delle esigenze, o meglio degli interessi in gioco, troverà quelli che ne lamentano l’applicazione, quelli che ne lamentano la disapplicazione, e quelli che ne lamentano la diversa applicazione. In un festival dell’ipocrisia, per cui stavolta sobbalza Unicost, la prossima volta si inalbera Area, e la volta ancora dopo chissà chi.
Non è, come si vede, questione di come possa lavorare Melillo a Napoli e di quale clima troverà in Procura, ma, purtroppo, di come funziona la giustizia italiana.
(Il Mattino, 1° agosto 2017)

L’autorevolezza e la condivisione da recuperare

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David Hockney, We Two Boys Together Clinging (1961)

La nomina del nuovo Capo della Procura di Napoli, Giovanni Melillo, non è arrivata prima dell’estate, come aveva auspicato il vice-Presidente del CSM, Legnini, ma è infine arrivata, e con un consenso più ampio di quello preventivato alla vigilia. Non c’è stato voto unanime, bensì «voto consapevole», così ha detto Legnini, ed è davvero da augurarsi che sia in tutti la consapevolezza di quanto sia difficile, e complesso, il lavoro che attende il nuovo Procuratore. Non solo per i cronici problemi organizzativi che affliggono la Procura più grande d’Italia, chiamata a fronteggiare estesi fenomeni di criminalità organizzata, di criminalità comune, di criminalità minorile, e insieme emergenze come quella ambientale – lo si è visto in queste settimane – che mettono a dura prova un territorio già segnato da profonde condizioni di degrado, ma anche per le partite, spinosissime, che le inchieste avviate da questa Procura ha aperto.

Prima fra tutte, naturalmente, l’inchiesta su Consip e il cosiddetto sistema Romeo, che ha lambito il Presidente del Consiglio Matteo Renzi prima di finire pressoché sepolta sotto una valanga di dubbi, tra fughe di notizie a ripetizione e incredibili manipolazioni del materiale raccolto tramite le intercettazioni. L’inchiesta continua a tenere banco dopo la recentissima pronuncia della Corte di Cassazione, che intervenendo sulla richiesta di scarcerazione dell’imprenditore napoletano ha fra l’altro detto, a chiare lettere, di non aver trovato tracce del presunto sistema. La sentenza della Corte – ne abbiamo parlato sulle colonne di questo giornale – prova a ristabilire un quadro di principi e di garanzie che troppe volte l’attività inquirente, a caccia del risultato, rischia di travolgere: ricorrendo in maniera disinvolta alla custodia cautelare; avanzando ipotesi accusatorie di comodo, formulate al solo scopo di rendere più ampia e invasiva l’attività inquirente. Se si volesse ulteriore conferma delle responsabilità che gravano, in materia, sul Capo della Procura basterà riflettere sulle parole usate dinanzi al Csm da Nunzio Fragliasso, in questi mesi facente funzioni in attesa della nomina del nuovo Capo. Fragliasso ha spiegato che lui era per iscrivere nel registro degli indagati, per traffico di influenze illecite, insieme all’amico imprenditore Carlo Russo, anche Tiziano Renzi. Cosa che peraltro sarebbe in seguito accaduta per iniziativa della procura di Roma. Di diverso avviso sono stati però i pm titolari dell’inchiesta, nonostante la posizione di Tiziano Renzi fosse del tutto analoga a quella di Russo. Come spiegare questo diverso atteggiamento, se non perché indagare il padre dell’ex Presidente del Consiglio per traffico di influenze non avrebbe consentito, in base alla legge, di tenere sotto controllo il suo cellulare? In una vicenda così delicata, in grado di destabilizzare l’assetto politico e istituzionale del Paese, sono state dunque compiute scelte perlomeno opinabili, a detta degli stessi vertici della Procura napoletana. A cui non spetta naturalmente il compito di ridurre l’autonomia e l’indipendenza dei singoli magistrati, stabilita costituzionalmente: non di questo si tratta, ma sì di restituire autorevolezza di guida e condivisione di indirizzi. Autorevolezza e condivisione che forse non hanno costituito negli ultimi mesi e anni argine sufficientemente alto e robusto per incanalare il lavoro dei pm nel loro alveo naturale.

E infatti le inchieste sono tracimate un po’ ovunque, coinvolgendo per mille rivoli un’intera classe dirigente. Se oggi la notizia della nomina del nuovo Capo della Procura apre «Il Mattino» è perché queste vicende sono state epicentro di una crisi profonda nei rapporti fra giustizia e politica. E non solo. Dalla Procura napoletana sono stati tirati in ballo tutti o quasi: esponenti politici di spicco, ma anche vertici delle forze dell’ordine, vertici degli ordini professionali, autorità portuali, dirigenti ospedalieri, amministratori locali. Peccato però che di risultanze processuali se ne siano viste davvero pochine, a fronte di una mole amplissima di indagini che non hanno mai smesso di alimentare le cronache giudiziarie, e di formare quindi, e allarmare, la pubblica opinione. Una simile sproporzione contiene una distorsione preoccupante, che altera la fisiologia dei rapporti fra i poteri, e ha per giunta l’effetto non secondario di allontanare energie, intelligenze e professionalità da una sfera pubblica sempre più rappresentata come i bassifondi di una società deliquenziale.

Non è l’unica sproporzione. Lo scorso anno il Csm, in visita nel distretto giudiziario di Napoli, si è soffermato sulle molte criticità ed emergenze degli uffici, e in particolare sul numero abnorme di sentenze passate in giudicato e rimaste ineseguite, con danno per la sicurezza pubblica ma anche per l’economia. In un territorio a così alta densità criminale, un simile schiaffo alla giustizia è intollerabile. Ed è ovvio che non solo i cittadini, ma anche la magistratura inquirente, quanto quella giudicante, ne traggono motivo di sconforto e di desolazione. È importante che anche su questi aspetti, che concernono l’efficienza e l’efficacia della giustizia, si ascoltino le voci dei capi degli uffici. Al nuovo Capo della Procura toccherà dunque anche rimotivare la squadra, gli aggiunti, i coordinatori, i sostituti, fissare gli aspetti organizzativi, concertare i rapporti con gli uffici giudicanti, razionalizzare le risorse, declinare le specializzazioni, individuare le priorità, e in generale assicurare un esercizio corretto e uniforme dell’azione penale.

Un compito enorme, che è bene cominciare subito. Perché chi ben comincia è già a metà dell’opera: il detto è ispirato a un certo ottimismo, ma per una volta vogliamo consentircelo.

(Il Mattino, 28 luglio 2017)

Consip, le fughe di notizie fanno una matrioska

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L’ultima è l’indagine della Procura di Napoli per rivelazione di segreto d’ufficio, in relazione alla pubblicazione del libro di Marco Lillo sul caso Consip, uscito nelle scorse settimane. Comincia ad essere difficile tenere il conto di tutte queste fughe di notizie. Ma è un fatto che i rivoli lungo i quali è continuata a scorrere la materia dell’inchiesta si sono moltiplicati nel tempo, e l’acqua arriva ormai da tutte le parti, e quando stai per dire: ecco, adesso smette, non fai in tempo ad aprire bocca che l’acqua torna con violenza. Non è la malacqua che inonda Napoli nel bellissimo romanzo di Nicola Pugliese, ma è l’acqua che attorno a questo caso non ha mai spesso di venir giù, e che per la prima volta spinge la Procura napoletana a cercare di trovare il rubinetto che perde: è una notizia anche questa. Una prima volta. Che purtroppo fotografa ancora una volta una situazione confusa, complicata, tesa, in cui si trova ormai da mesi il Palazzo di Giustizia partenopeo, secondo alcuni divisa in partiti, con riflessi inevitabili sulla complessiva efficienza ed efficacia della sua azione, secondo altri semplicemente costretta ad un’affannosa rincorsa degli eventi, la cui gravità è, peraltro, difficile sovrastimare. E intanto sono giorni centoquarantanove che si attende un nuovo Capo dell’Ufficio.

L’ultima fuga di notizie riguarda l’informativa riservata di mille e passa pagine del 9 gennaio scorso stesa dal Noe (il nucleo dei carabinieri a cui il Pm Woodcock aveva affidato le indagini su Consip), informativa che secondo gli avvocati dell’imprenditore Romeo starebbe al centro della ricostruzione giornalistica offerta da Lillo nel suo recentissimo instant book. Ma prima c’è stata la fuga di notizie che permise a Marco Lillo, nello scorso dicembre, di firmare lo scoop sul caso Consip, dando la notizia di un possibile coinvolgimento del padre di Matteo Renzi, Tiziano, prima ancora che questi venisse raggiunto da un avviso di garanzia. La fuga di notizie di dicembre ne rivelava a sua volta un’altra: quella che aveva permesso all’amministratore delegato di Consip, Marroni, di bonificare il suo ufficio, e per la quale è finito sotto inchiesta, fra gli altri, il ministro Luca Lotti. Ma grazie a un’altra fuga di notizie noi sappiamo che dalle parti di quella stessa Procura che indagava sulla fuga di notizie denunciata da Marco Lillo (sulla base, come s’è detto, di una fuga di notizie che gli permetteva di fare lo scoop, e di portare il caso alla ribalta nazionale), cioè dall’iniziativa del capitano Scafarto di informare i servizi, già nello scorso agosto, potrebbe essere venuto l’innesco della fuga di notizie arrivata fino all’orecchio di Marroni, che ebbe il non trascurabile effetto collaterale di estendere il raggio dell’inchiesta fino ai piani alti della politica nazionale, messi a rumore dalle notizie incontrollate che giungevano da Napoli.

Qui finisce, per ora, la matrioska delle fughe di notizie e comincia invece quella delle imprese del capitano Scafarto (che questa volta non seguiremo nel dettaglio: ne facciamo grazia al lettore), responsabile di gravi manipolazioni nelle carte dell’inchiesta. E comincia pure il capitolo dei contrasti fra la Procura di Napoli e quella di Roma, reso pubblico – ad onta dei comunicati ufficiali – con la revoca delle indagini al Noe, subito dopo il trasferimento di competenze nella Capitale, e culminato pochi giorni fa nell’avviso di garanzia al Pm napoletano Woodcock (per la fuga di notizie di dicembre).

Ottimo e abbondante, diceva del rancio un ruffianissimo Sordi ne «La grande guerra». E invece è uno schifo, rispondeva burbero il generale: niente grassi e poca pasta, una sciacquatura di marmitte. Poi però il generale, lontano dalle truppe, ammetteva che meglio di così quella brodaglia proprio non la si poteva fare, e che aveva inteso dare solo un contentino alle truppe.

Ecco: decida il Csm, che oggi dovrebbe provare a trovare un’intesa sul nome del nuovo capo della Procura, se tutta la malacqua che in questi mesi si è continuata a riversare sui giornali merita di essere considerata ottima e abbondante, o se invece non sia uno schifo. Ma soprattutto decida se davvero non si possa fare nulla, e se lasciare la Procura di Napoli senza una guida per i prossimi mesi sia accettabile, in una situazione del genere. Una situazione che richiederebbe il massimo di tranquillità, di unità, di compattezza, e che invece vede aprirsi continuamente nuove falle. Non mancheranno certamente le voci che daranno all’opinione pubblica piena garanzia che il lavoro procede in maniera serena, ordinata e regolare, e non vogliamo affatto dubitarne. Non possiamo però non augurarci che si vada oltre le assicurazioni di rito, si trovi il modo di superare l’impasse che impedisce al Csm di arrivare a una nomina, e alla Procura più grande d’Italia, ricca di altissime professionalità e di grandi competenze e capacità,  la possibilità di ripartire con il piede giusto.

(Il Mattino, 6 luglio 2017)

Napoli, la Procura scoperta e i giochini delle correnti

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Dal momento in cui il procuratore Colangelo ha lasciato la Procura di Napoli sono trascorsi 148 giorni, circa cinque mesi. L’ufficio statistico del Csm, che ha analizzato l’attività del Consiglio mettendola a confronto con quella svolta nelle precedenti consiliature, non troverebbe questo numero elevato, tutt’altro. I tempi medi che intercorrono tra l’apertura della pratica e la delibera di conferimento dell’incarico ammontano infatti a 295 giorni. E sono pure in calo, visto che nella consiliatura precedente erano 344: quasi un anno. Il ritardo, dunque, non è affatto anomalo. E però lo stesso Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, mentre faceva presente a questo giornale, lo scorso 29 marzo, che la pratica è spinosa, che il Csm ha da smaltire un numero eccezionale di nomine, e che la sua produttività è stata comunque superiore a quella degli anni passati, formulava comunque l’auspicio che la sede della procura più grande d’Italia potesse avere un procuratore presto, «prima dell’estate».

Ora, se si riferiva all’inizio dell’estate astronomica, l’auspicio non si è realizzato perché l’estate è cominciata puntuale – il 21 giugno, alle 4,24, ora del solstizio – e il procuratore a Napoli non c’è ancora. Se invece intendeva riferirsi alla conclusione della stagione, allora mancano ancora poco meno di tre mesi: ma davvero la Procura di Napoli può attendere altri tre mesi senza la nomina del suo vertice?

A leggere le pagine dei giornali su inchieste scottanti, fughe di notizie clamorose, avvisi di garanzia mai spiccati prima, intercettazioni e manipolazioni, c’è da dubitarne. Naturalmente nessuno mette in discussione la serietà, l’impegno e le capacità del procuratore aggiunto, Nunzio Fragliasso, che sta reggendo la Procura in questi mesi. Ma la complessità di un ufficio gravato da una enorme mole di lavoro, con molte inchieste delicate per le mani, esposto anche a polemiche e sollecitazioni le più diverse, esige che si proceda con la massima sollecitudine. Tanto più che si tratta di indicare una figura istituzionale di assoluto rilievo, a cui spettano non solo grandi responsabilità ma anche una cifra simbolica ragguardevole, soprattutto in una città come Napoli.

Ora, non c’è bisogno di chissà quale retroscena per comprendere le ragioni per cui si temono ulteriormente slittamenti, oltre la prossima riunione della Commissione deputata, fissata per il 6 luglio, e, a quel punto, ben oltre il solleone agostano. Quelle ragioni stanno infatti nelle parole molto franche e molto trasparenti usate dallo stesso Legnini, nella citata intervista napoletana: «Tutti sappiamo che la scelta del Capo di un ufficio è il frutto della coniugazione di valutazioni di merito con il voto in Commissione e in Plenum, essendo il Csm un organo elettivo e democratico». Manca la parola “politico”, ma è chiaro che dove c’è democrazia e dove ci sono elezioni c’è, legittimamente, la politica. Con questo Csm, c’è poco da fare: questo è il metodo. Altre volte Legnini ha spiegato, parlando del lavoro del Csm in materia di nomine, che bisogna riconoscere il cambiamento in atto: «è in corso un eccezionale ricambio alla guida degli uffici, che ridisegnerà il volto del sistema giudiziario italiano, con magistrati scelti per incarichi di vertice in base al merito».  Ma per esplorare i meriti dei principali candidati in lizza, non ci vogliono tutti questi mesi. Indipendenza e professionalità non sono in discussione: il punto forte del curriculum di Federico Cafiero de Raho è la sua esperienza investigativa; il punto forte del curriculum di Giovanni Melillo è la competenza in materia di organizzazione degli uffici. Questa essendo la materia della decisione, si tratta appunto di decidere. Se non si vuole dare l’impressione che la «coniugazione di valutazione di merito» passi del tutto in secondo piano rispetto al coniuge con cui la si deve coniugare, cioè alla composizione degli equilibri fra le correnti, bisogna allora estrarre senza indugi dal pacchetto delle nomine la procura di Napoli e procedere, con una piena assunzione di responsabilità da parte del Csm.

Anche perché se non c’è oggi un vuoto di direzione, c’è sicuramente bisogno di un cambiamento di direzione rispetto a situazioni consolidate, a modalità di lavoro e a linee di azione giustificate più dall’abitudine che dai risultati. E più dalla ricaduta nel dibattito pubblico che da quella nelle dinamiche processuali in aula.

Il progetto di innovazione portato avanti nei mesi scorsi dalla procura di Napoli, e i cambiamenti radicali che saranno comportati dalla piena digitalizzazione dei fascicoli penali, impongono un ripensamento degli assetti operativi, organizzativi e tecnologici degli uffici. La lentezza della giustizia non è infatti solo un problema normativo, ma è anche un problema organizzativo: a Napoli, e in tutta Italia. Certo però che se, per far maturare il «frutto della coniugazione» ci vuole così tanto tempo, allora non c’è innovazione né organizzazione che tenga: si rischia di rimane chissà quanto sotto l’albero del Csm col braccio teso, ad aspettare.

(Il Mattino, 29 giugno 2017)

Il caso Consip, la Polizia e i cavalieri senza macchia

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Con il titolo: «Io servo lo Stato, non il governo», «Repubblica» ha pubblicato ieri, nelle pagine interne, un’intervista al Capo della Polizia Franco Gabrielli che avrebbe meritato la prima pagina. Gliela diamo noi oggi. Non potendo citarla per esteso, ci limitiamo a riproporne un brano su cui vale la pena soffermarsi, il seguente: «il livello di disonestà intellettuale utilizzato nella vicenda Consip per sostenere che in questo Paese esistono pochi cavalieri bianchi le cui mani vengono legate da vertici di Polizia corrivi con la Politica e le sue convenienze, servi di un progetto eversivo che avrebbe dovuto cambiare prima la Costituzione e poi mettere in un angolo la magistratura, è pari solo allo sconforto che provo pensando al pregiudizio da cui questa falsità muove».

Si tratta della vicenda Consip. Che però viene collocata dal Capo della Polizia in un contesto molto più grande, in cui si muoverebbe chi trama per fermare un progetto politico che con la connivenza dei vertici di Polizia avrebbe puntato a cambiare in senso eversivo la Costituzione e a colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura (che tuttavia, giova ricordarlo, non era minimamente toccata dalla riforma costituzionale sottoposta a referendum).

Gabrielli non dice se pensa a settori dell’opinione pubblica o a corpi dello Stato. Ma proprio tra le pagine di «Repubblica» (e degli altri quotidiani che ne han riportato la notizia, come «Il Mattino») si trova un brano della possibile risposta. Nuove rivelazioni hanno infatti riguardato ieri la figura del capitano Scafarto, responsabile di manipolazioni nella trascrizione delle intercettazioni che puntavano a inguaiare il padre del Presidente del Consiglio, Tiziano Renzi. Finora stava ancora in piedi, almeno a livello teorico, l’ipotesi che le falsificazioni fossero dovuto a errori materiali, a fretta o a negligenza. Trattandosi di un’indagine che lambiva le massime cariche dello Stato, era già da chiedersi come il Noe, il nucleo investigativo del capitano Scafarto, potesse continuare a godere di così piena fiducia da parte della Procura napoletana e dei pm che conducevano l’inchiesta. Ma ieri si è saputo che la Procura di Roma, che indaga sull’operato del prode capitano, gli ha contestato messaggi da cui trasparirebbe in maniera evidente, per non dire letterale, il carattere intenzionale della manipolazione, orchestrata per mandare in galera Tiziano Renzi. Questo Scafarto chiede infatti ai colleghi di reparto di verificare da chi fosse stata pronunciata la famosa frase sull’incontro con Tiziano. E avuta conferma che a pronunciarla era stato non Romeo, ma Bocchino, Scafarto avrebbe chiesto di poter avere lui stesso le trascrizioni, per poi modificarne il senso in modo da ricondurre la frase all’imprenditore ora in carcere. Se confermato, non vi sarebbe altro modo per descrivere un simile comportamento se non: fabbricare prove false a carico di un familiare del premier, per distruggerne la figura politica. Domanda: è di questa pasta che è fatto il partito dei cavalieri bianchi che combattono a difesa della legalità? Se è così, è in gioco molto di più di una semplice disonestà intellettuale.

Ovunque vadano a parare indagini che sono ancora in corso, siamo di fronte a scenari che definire inquietanti equivale a minimizzare. Difficile trovare episodi di uguale gravità nel passato recente. Il fatto che Gabrielli debba concedere una lunga intervista, nel corso della quale lascia intravedere quali possano essere le motivazioni dei bianchi cavalieri per costruire simili macchinazioni (fermare Renzi, colpire chi vuole mettere la mordacchia alla magistratura), non può non destare il più vivo allarme. Tanto più che Gabrielli è costretto a scendere in campo non certo per difendere il potere politico, ma solo per difendere il suo onore e quello della polizia.

In discussione è infatti la norma, introdotta lo scorso anno, che prevede l’obbligo per la polizia giudiziaria di trasmettere lungo la scala gerarchica le notizie sulle informative di reato. In parole povere, a seguire gli sviluppi delle indagini non è solo la magistratura ma anche la polizia. Questa norma è avversata dal CSM, che la vorrebbe modificare perché vi ravvisa – spiega Gabrielli – «un tentativo fraudolento di sterilizzare l’azione della magistratura. Una grave interferenza nel segreto delle sue indagini. Come se il sottoscritto e i vertici delle forze dell’ordine non avessero giurato fedeltà alla Costituzione, ma alla maggioranza di governo del momento». Di nuovo: sono parole che per la loro gravità meriterebbero la prima pagina. Ma Gabrielli ha ragione da vendere. E non ha solo le ragioni di un servitore dello Stato, la cui lealtà non può essere messa in dubbio, e quelle del buon senso, dal momento che, oltre ad essere offensivo, è pure sciocco credere che il capo della Polizia non abbia comunque, da prefetti e questori, le notizie che gli consentono il pieno esercizio delle sue responsabilità, ma ha anche le ragioni che il caso Consip mette purtroppo sotto i nostri occhi: nuclei investigativi che finiscono alle dirette dipendenze del pm di fiducia, che stringono con lui un rapporto diretto e personale all’ombra del quale possono, a quanto pare, depistare indagini o costruire prove false.

Sia chiaro, il Csm non difende nessuna delle alterazioni compiute nel corso delle indagini napoletane su Tiziano Renzi. Difende però un potere, quello del pubblico ministero, dominus delle indagini preliminari, di disporre direttamente e pienamente della polizia giudiziaria senza interferenze e senza, soprattutto, che intervengano altri profili di responsabilità, in una relazione che vicende come il caso Consip mostrano però quanto intimo, anzi arbitrario e incestuoso, possa diventare quel rapporto, e quanto sostegno possa dare al protagonismo di certa magistratura requirente. Che, in un sistema che non prevede la separazione delle carriere, gode della stessa autonomia di statuto del giudice, ma finisce con l’avere in più, nella fase preliminare in cui incomparabilmente maggiore è la sua libera discrezionalità nel portare avanti le indagini, una guardia scelta di pretoriani nella propria stretta disponibilità.

Così succede che mentre l’attuale ordinamento viene difeso con l’argomento dell’unitarietà della cultura della giurisdizione, che pm e giudici devono condividere (ma a proposito: che fine fa, in questa bella condivisione, l’avvocato? Che parte rimane alla difesa?), nel Paese e presso l’opinione pubblica finisce col prevalere un’unica, monolitica cultura: quella dell’accusa, al punto che perfino Franco Gabrielli, il capo della Polizia, si vede costretto a doversi difendere sdegnato sulle pagine di un giornale.

Chi comanda in Procura?

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L’incolpazione di Henry John Woodcock per illeciti disciplinari riporta alla ribalta una vicenda che sembrava dovesse spengersi lentamente, come a volte accade alle grandi fiammate che bruciano improvvisamente sui media, per poi scivolare poco a poco e consumarsi lontano dai riflettori.

E invece no: sotto i riflettori ci ritorna perché il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha ravvisato gli estremi per incolpare Woodcock di aver violato sulla vicenda Consip la consegna del «più assoluto riserbo» voluta dal procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, e per avere interferito indebitamente con l’indagine della Procura di Roma.

Cos’era infatti accaduto? Che la Procura di Roma aveva revocato l’indagine tenuta dal Noe di Napoli e dal capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto a seguito della fuga di notizie che aveva accompagnato il passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma. Passa un mese, o giù di lì, e i magistrati romani si accorgono di una manipolazione del contenuto delle intercettazioni, con la quale in bocca all’imprenditore Romeo finisce una frase da lui mai pronunciata, che l’investigatore giudica peraltro di particolare rilievo a sostegno dell’ipotesi di traffico di influenze che si viene formulando a carico del padre di Matteo Renzi, Tiziano. Una falsità, di una gravità inaudita, che però salta fuori solo perché la Procura di Roma spulcia fra le carte dell’inchiesta.

Ora apprendiamo dall’atto del procuratore Ciccolo che, scoppiata la notizia dell’accusa nei confronti di Scafarto, il dottor Fragliasso tiene una riunione con i pm coinvolti, nel corso della quale Woodcok manifesta l’esigenza che l’ufficio confermi piena fiducia al capitano Scafarto e al nucleo investigativo del Noe. Cosa che avviene. Apprendiamo pure che, nel corso della riunione, Fragliasso raccomanda la consegna del silenzio con gli organi di informazione «per non interferire con le indagini». Cosa che invece non avviene: Woodcock parla, le sue parole finiscono sui giornali ed interferiscono pesantemente, perché il magistrato napoletano si perita di spiegare che, a parer suo, solo un pazzo avrebbe potuto deliberatamente compiere un falso negli atti dell’indagine in corso, escludendo dunque che potesse trattarsi di altro che di un errore. In tal modo, scrive Ciccolo nella sua incolpazione, «ha pubblicamente contraddetto e svalutato l’impostazione accusatoria della Procura di Roma, fondata invece sulla ritenuta falsità».

Ce n’è abbastanza per notare le seguenti cose. La prima, che ci troviamo di fronte a un magistrato che disattende palesemente il suo dover d’ufficio al riserbo, richiestogli in una circostanza così delicata dal capo della sua Procura, salvo poi sostenere di essere stato tratto in inganno: un’ingenuità che però appare sorprendente in un uomo navigato come Woodcock, peraltro avvezzo ad avere i giornalisti alle calcagna. La seconda, che mentre tutta Italia si chiede come sia possibile che in un’indagine così delicata, che lambisce i più alti vertici istituzionali, le parole agli atti non vengano controllate non una ma cento volte, prima di costruirci su un castello di accuse – mentre tutta Italia si chiede questo, Woodcock rivolge al procuratore Fragliasso la richiesta di mantenere Scafarto al suo posto. Una richiesta talmente imbarazzante, che lo stesso capitano dei carabinieri chiederà, a sua propria tutela, di essere sollevato dal ruolo. Prudenza avrebbe voluto che ci pensassero i magistrati napoletani, invece i magistrati pensano il contrario. Woodcock garantisce per Scafarto, e la Procura lo segue. Questa è la terza cosa che lascia di stucco: può darsi che i rapporti professionali fossero tali da giustificare una simile condiscendenza, sta di fatto che l’impressione che se ne ricava è che da quelle parti sia Woodcock a dettare la linea, persino in una circostanza così complessa.

Quarto: la procura di Napoli aveva assicurato, con tanto di comunicato ufficiale, che non c’era stato alcun attrito con Pignatone e i pm romani. Nessun contrasto, nessuna tensione. Su questa posizione si era attestato anche il Csm. Comprensibilmente, perché non è mai saggio alimentare conflitti istituzionali. Ma ora sappiamo dall’atto di incolpazione del procuratore generale che lo scontro c’è stato eccome, visto che un magistrato napoletano è accusato di avere interferito con le indagini romane, provando a demolire pubblicamente l’accusa formulata a danno di Scafarto. In sostanza, Woodcock ha mandato a dire ai colleghi romani, a mezzo stampa, che Scafarto era un suo uomo e non andava toccato.

L’ultimo punto accompagna questa vicenda fin dall’inizio. A Napoli manca da mesi il capo della Procura. Il Csm non l’ha ancora nominato. Lo segnalammo (incidentalmente, ma non troppo), quando il caso scoppiò. Torniamo a segnalarlo ora, visto che è palese – indipendentemente dalla grande qualità ed esperienza delle persone coinvolte – che non è la stessa cosa essere il procuratore ed essere il facente funzione. Forse ci sbagliamo, ma la condotta di Woodcock, per come viene delineata dal procuratore Ciccolo nella circostanza, inclina a darci ragione.

(Il Mattino, 9 maggio 2017)