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La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

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Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)

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Il voto non scaccia le paure globali

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Il succo del commento rilasciato, a proposito del dibattito televisivo fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, dal premio Nobel per l’economia  Joseph Stiglitz su Les Echos, il principale giornale economico-finanziario francese, è il seguente: «L’idea che gli elettori, da soli, si opporranno al protezionismo e al populismo non può essere altro che un pio desiderio cosmopolita». Traduco: la globalizzazione è un processo diseguale, che fa vincitori e vinti. Pensare che i vinti votino per Macron, cioè per il campione della globalizzazione, è un’illusione. La Le Pen si oppone alle politiche neoliberali che hanno accompagnato negli ultimi trent’anni l’espansione dei mercati. Non basta che le ricette che propone siano confuse o sbagliate, o persino disastrose: sono comunque espressione di un risentimento che trova consensi nei ceti medi impoveriti dalla crisi, e che non verrà meno solo perché il lepenismo lo alimenta con tratti xenofobi o accesamente nazionalisti, con la paura dell’immigrato o con il terrore di Frau Merkel. Il protezionismo sarà anche una minaccia per l’economia mondiale, ma se i flussi economico-finanziari tagliano fuori una fetta della società sempre più estesa, non si vede perché questa parte della società non dovrebbe manifestare tutto il suo malcontento e volgersi verso ricette di tipo protezionistico. Non è quello che è successo nel Regno Unito, con la Brexit, o in America, con Trump? Perché mai non potrebbe succedere anche in Francia? Stiglitz non conclude il suo ragionamento con una previsione funesta sul voto francese, ma con un invito ad adottare politiche in grado di assicurare un buon livello di protezione sociale e buoni livelli occupazionali.

Ora, vi sono due cose che rimangono implicite nel ragionamento di Stiglitz e che però conviene esplicitare. La prima: il voto francese conta, eccome se conta. Se la Le Pen dovesse vincere, smentendo tutti i sondaggi, l’Europa e l’Unione, non solo la Francia, non sarebbero più le stesse. Nulla del paesaggio politico che oggi osserviamo rimarrebbe immutato, di là e di qua delle Alpi. Questo non è un argomento sufficiente per votare Macron, come Stiglitz spiega. Anzi: quelli che l’attuale paesaggio lo hanno in odio, possono trovarvi un motivo in più per votare la destra lepenista. Ma è comunque sbagliato ragionare solo sulla base delle percentuali che la Le Pen raccoglierà nelle urne. Quale che sia l’esito del voto, una minaccia latente graverà sul corso della politica europea finché i suoi nodi strutturali non saranno risolti. Tirato il sospiro di sollievo per la vittoria di Macron (posto che davvero andrà così) non verranno meno le ragioni dello spavento. All’indomani del primo turno, lo dichiarava il Presidente Hollande: i sette milioni e mezzo di francesi che hanno votato Le Pen non evaporeranno sol perché Macron ce l’avrà fatta (posto che davvero ce la faccia). Stiglitz auspica per questo una riforma sociale del capitalismo, che considera l’unica risposta seria al pericolo populista. Forse, aggiungo, andrebbe accompagnata da una ripresa robusta del processo politico europeo di integrazione. Anzi: da una sua più coraggiosa reinvenzione.

Il secondo punto è più sottile, ma non meno importante. Poniamo che l’alternativa sia: prendersela con gli altri, piuttosto che con se stessi. Ebbene: non sarebbe una pia illusione pensare che, in una tale ipotesi, gli elettori se la prenderebbero con se stessi? Socrate pensava che è più giusto subire che commettere ingiustizia, ma si può chiedere non a un filosofo ma a ciascuno e a tutti noi di ragionare come Socrate e bere la cicuta? Non si cadrebbe in un vizio di idealismo imperdonabile, nella solita chiacchiera illuministica che ignora la vita reale dei popoli? Se dunque si offre all’opinione pubblica un nemico, il nero l’immigrato il musulmano (e con la Le Pen c’è purtroppo ancora da aggiungere l’ebreo, temo), cosa bisogna pensare, per essere realisti e non farsi illusioni, che accada?

Quel che accade, lo si vedrà al secondo turno. Si vedrà se prevarranno i sentimenti di chiusura, lo sciovinismo, la paura dell’altro, il rifiuto della libera circolazione di beni, servizi, persone e idee, su cui si fonda, pur con le sue storture e brutture, il mercato mondiale (e insieme – si badi – il suo grado di civiltà). Stiglitz sostiene che le paure che circolano nella società francese, ed europea, sono fondate, e che non le si può semplicemente ignorare. Ha perfettamente ragione. Se per giunta una buona parte degli elettori della sinistra estrema di Mélenchon non sosterranno Macron, vuol proprio dire che il punto di rottura della società francese è pericolosamente vicino. Ma il sentiero del riformismo che Stiglitz invita a perseguire, prima ancora di essere profondo o radicale, come un New Deal europeo o come un nuovo piano Marshall per le infiacchite economie del continente, bisognerà che sia almeno nutrita di un’ultima, forse residuale illusione: che non sempre e non necessariamente scatta il meccanismo del capro espiatorio. Se invece si concede ai nemici della società aperta che diritti fondamentali e valori illuministici di progresso, razionalità, libertà sono sempre astratti, sempre freddi oppure tecnocratici, buoni solo per le élites e comunque sempre lontani dai veri bisogni (una volta si diceva con una parola soltanto: borghesi), allora si finirà davvero a mal partito. Magari non in un dibattito televisivo o in un confronto politico, ma sicuramente sul piano delle idee e della battaglia culturale. Ben oltre il voto di domenica. È, questa, una concessione che non si deve fare. Una concessione che, più ancora di Macron, è l’Europa che non deve fare, se non vuole rinnegare se stessa.

(Il Mattino, 5 maggio 2017)

La sinistra al tempo di Trump

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«Fare il congresso come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grillismo». Già, ma qual è l’alternativa? Perché le prossimi settimane si consumeranno in una lunga guerra sulle date, le scadenze, il regolamento, il tesseramento, la legge elettorali, il voto, ma poi un’alternativa a quel Cerbero a tre teste che ha preso forma «là fuori», come ha detto Renzi ieri, alla Direzione nazionale, bisognerà pure che il partito democratico la trovi.

Trumpismo vuol dire almeno due cose: nazionalismo economico e fine dell’età dei diritti. Dagli anni Novanta in poi, le sinistre riformiste sono state invece quasi tutte internazionaliste in economia e progressiste in tema di diritti civili. In particolare in Italia questo impasto ha sicuramente aiutato la sinistra, dopo l’89, a venir via dalla tradizione del comunismo nazionale. Così, l’antica contrarietà nei confronti del sistema monetario europeo – che è stato il principale veicolo di integrazione su scala continentale – si è capovolta, negli anni Novanta, nella più ferma determinazione a entrare invece nella moneta unica. E la prudenza con la quale il partito comunista seguiva i radicali nelle battaglie sui temi del divorzio e dell’aborto è invece divenuta, negli anni Novanta, la determinazione a dare al paese una legge sulle unioni civili e il divorzio breve, che sono indubbiamente frutto dell’ultima stagione di governo del Pd.

Un cambio, come si vede, assai netto. Ma ieri il Pd è stato percorso dal dubbio, che di sicuro lo accompagnerà a lungo, che quel cambio non andava nella giusta direzione, ma era parte di un moto alternato il quale, raggiunto il punto massimo di oscillazione della banda, dovrebbe procedere ora nel verso opposto.

Cosa c’è però nel verso opposto? Quale domanda è oggi prevalente: la domanda di nuovi diritti, o la domanda di sicurezza? Il partito democratico dovrebbe scommettere sulla capacità di tenere insieme i due corni del dilemma, ma trumpismo e lepenismo spingono perché si divarichino invece sempre di più. Ancora: apertura o chiusura? Democrazia significa passione per l’apertura, ma, per un contraccolpo che farebbe invidia a Hegel e alla sua logica dialettica, nel momento in cui massima è la possibilità di connessione globale fra uomini, merci, servizi, più forte si avverte il bisogno di richiudersi invece tra i propri simili, nel proprio orizzonte culturale, nazionale, etnico. La sfida ideologica e culturale è di amplissima portata.

E ancora: innovazione o protezione? Per vent’anni circa, la sinistra ha sposato la prima, portandosi fuori del recinto storico dei partiti socialisti e socialdemocratici del Novecento. La costellazione formata da Clinton, Blair, Schroeder doveva indicare, nel cielo dei valori della sinistra, il cammino. La Terza Via. E quel cammino era scandito dall’imperativo della modernizzazione, del dimagrimento dei compiti dello Stato, da parole come merito e flessibilità. Ieri queste parole non le ha usate quasi nessuno, e la preoccupazione maggiore è sembrata anzi quella di ricucire il rapporto con i tradizionali mondi di riferimento del centro sinistra: la scuola, la pubblica amministrazione, i sindacati e il mondo del lavoro.

Più Stato nell’economia; spesa sociale fuori dal patto di stabilità; piano per il lavoro straordinario. Certo il cambio di vocabolario, nella discussione interna, ieri si è avvertito. Come però si riempiono queste parole è ancora terreno di ricerca e di confronto: non facile, in mezzo a posizionamenti e tatticismi di varia natura. Al primo posto sembra essere l’esigenza di ridisegnare i contorni di uno Stato assicurativo di tipo nuovo, che si orienti non sui vincitori della globalizzazione ma sui vinti, su quelli che in questi anni sono rimasti indietro.

A loro si sono rivolti i fautori della Brexit, a loro è arrivato forte e chiaro il messaggio di Trump, e a loro rischia di arrivare anche, alle prossime presidenziali francesi, la parola altrettanto vigorosa di Marine Le Pen. Ma se le destre offrono un’interpretazione del bisogno di protezione in chiave nazionalista, di ripiegamento identitario, qual è la chiave che la sinistra è in grado di usare? Quali sono i contenitori collettivi entro cui stringere nuove reti di solidarietà, di cittadinanza, di prossimità? Finora i democratici si sono sentiti cittadini del mondo, o almeno dell’Europa. Sono stati quelli che viaggiavano con il progetto Erasmus, e solidarizzavano con i migranti. Quelli che difendevano lo «ius soli», ma pure la «lex mercatoria» che ha accompagnato l’estendersi globale dell’economia e della finanza. Ma domani?

Renzi si trova veramente su un crinale. Non solo perché, annunciando il congresso, ha chiuso la fase apertasi con la vittoria alle primarie del 2013 e deve ora ricostruire la stessa infrastruttura culturale del partito. Ma perché questo passaggio è iscritto in un mutamento epocale. Da Obama a Trump: è come il mondo è cambiato in poco meno di un decennio. Che corrisponde quasi esattamente all’arco di vita temporale del partito democratico. Il che dà l’idea che, ben oltre le schermaglie della direzione – congresso o non congresso, elezioni o non elezioni – la sfida è davvero di quelle che fan tremar le vene e i polsi.

(Il Mattino, 14 febbraio 2017)

Le ideologie contro il treno del progresso

“I monti supera,/ divora i piani;/ sorvola i baratri;/ poi si nasconde/ per antri incogniti/ per vie profonde”. Se non è la descrizione del corridoio che deve attraversare la Val di Susa, poco ci manca. E forse non scalderà i cuori sapere che la celebrazione del “bello e orribile/mostro che si sferra”, cioè del treno, si deve a Giosuè Carducci: i suoi quinari sdruccioli e piani sono molto lontani dalla nostra sensibilità, e tutto l’armamentario retorico della sua poesia ci riesce fastidioso. E poi nessuno ha voglia di tornare sui banchi di scuola.

Ma se si bada al titolo del componimento le cose cambiano. E fanno riflettere. I versi si trovano infatti nell’Inno a Satana. Carducci ha le idee molto chiare (anche se, per la verità, un poco giacobine). E cioè: gli sbuffi della locomotiva sono il progresso, e l’oscurantismo e la reazione non lo fermeranno.

Mai avrebbe potuto pensare, il furente poeta, che a distanza di un secolo e mezzo qualcuno avrebbe provato ancora a rallentare “Satana il grande”, che passa “di loco in loco/ su l’infrenabile/ carro del foco”. Tantomeno avrebbe potuto immaginare che a farlo sarebbe stato non qualche pontefice reazionario – come quel Gregorio XVI che considerava la ferrovia strumento del demonio – ma, insieme ai valligiani, i seguaci di un crogiuolo di idee arrabbiate, radicali e antagoniste, lui che pensava che quel genere di idee poteva arrivare solo dove sarebbe arrivato un giorno il fischio turbinoso del treno.

Perché treno voleva dire progresso, e quelli erano tempi in cui il progresso, il movimento e la ferrovia stavano indubbiamente a sinistra, mentre a destra stavano l’immobilismo, la reazione e le carrozze dei signori.

Certo, all’indomani dell’unità d’Italia (Carducci scrive nel 1863) c’era un paese intero da costruire, un’intera rete ferroviaria da posare, ma anche oggi l’Italia sconta un pesante deficit infrastrutturale, e poi è sempre più chiaro che nelle lotte condotte per difendere la Valle dall’aggressione dei cantieri c’è ormai qualcosa di più di una diversa idea di salvaguardia del territorio. Le motivazioni ambientali, quelle sociali, quelle economiche, non sono secondarie; e può darsi anche che non si sia fatto abbastanza per confutarle. Ma la lotta non sarebbe diventata un catalizzatore dell’antagonismo delle più varie marche, e la stessa espressione No Tav non avrebbe preso il valore di una sigla di opposizione al “sistema” in quanto tale, se non avesse agito in queste rivendicazioni una potente miscela ideologica, in cui si trovano ambientalismi di diversa ispirazione e idee romantiche e terzomondialiste sulla decrescita insieme a furori anticapitalistici e rinnovate analisi di classe (oltre a un pizzico di giustizialismo e di risentimento verso “i politici”: un articolo che tira sempre). Un po’ di verde ma anche molto rosso, insomma, però in una composizione che taglia fuori uno dei vettori principali intorno a cui si è costruita l’identità otto-novecentesca delle forze di sinistra: il progresso, appunto.

Ed è indicativo che la cosa accade proprio mentre, a livello europeo, dovendosi mettere le diverse famiglie dei socialisti insieme con i nostrani democratici, si sia cercato nella parola “progressista” il denominatore comune per costruire una nuova piattaforma di idee. Forse non è un fenomeno del tutto nuovo. Abbastanza inedita, però, e alquanto pericolosa (almeno per le proporzioni che può assumere), è la saldatura fra le battaglie one issue, cioè su un elemento specifico di  protesta, e gli orizzonti generali della lotta antagonista. Coltivarne una per farne esplodere cento, si potrebbe dire parafrasando un po’.

Naturalmente, si potrà sempre sostenere che non è affatto progresso affiancare una linea ferroviaria ad un’altra già esistente, oppure sprecare soldi per opere faraoniche ma inutili. Si potrà sempre considerare scandaloso l’impatto ambientale e eccessivi i rischi per la salute e la qualità della vita. Ma è sempre più evidente che non è in termini di un’analisi costi/benefici che si discute (e risolve) la faccenda, anche perché non si saprebbe proprio dire quali sarebbero i benefici che giustificherebbero l’opera, agli occhi di molti dei contrari irremovibili.

Così si prova a frenare il treno. Satana non sta più sul locomotore ma si è messo di traverso sui binari. Prima era, superbo e orgoglioso, la Ragione; adesso non meno altezzoso, di ragioni non vuole sentirne più.

Il Mattino, 3 marzo 2012

Il vecchio e il nuovo

 

Sul fatto che ci sia bisogno di idee nuove, facce nuove, storie nuove c’è poco da scherzare: chi se la sente di difendere idee, facce e storie vecchie? Per stare dalla parte del nuovo c’è dunque una buona ragione: non si può stare da nessun altra parte. Il ragazzino vuole un gioco nuovo, la sorella un vestito nuovo, e pure i genitori sarebbero contenti se potessero permettersi una nuova automobile. E la vita intera si rinnova: per legge di natura.

Dopodiché però non tutto funziona a questo modo. Nessuno, ad esempio, si augura un commercialista o un chirurgo nuovo di zecca,  se non quando giudica ignoranti quelli in cui si imbatte. Non è allora che sono vecchi, bensì incapaci o incompetenti.  Figuriamoci poi se in questione è quello che Hegel chiamava ‘spirito oggettivo’, lo spirito cioè che si rapprende in storia, istituzioni, abitudini di vita. Il tempo dello spirito, spiegava il filosofo, è diverso da quello naturale: in natura, il nuovo si succede al vecchio, e però la vita si ripete sempre uguale a se stessa; nelle cose dello spirito, invece, il nuovo non si limita a rimpiazzare il vecchio, ma in tanto riesce ad essere veramente nuovo, in quanto consente al vecchio di riconoscersi nel suo superamento.

In realtà, non occorre scomodare i massimi sistemi per capire la politica italiana. È sufficiente un Presidente del Consiglio palesemente incapace di tirare l’Italia fuori dalla crisi e che però resta lì, a dispetto dell’opinione pubblica, dell’opposizione e probabilmente di buona parte della stessa maggioranza, per far sorgere nel paese un prepotente desiderio di novità. Ma a pensarci: fra le cause della sua inamovibilità, a parte la faccia tosta, non sta forse il fatto che viene da un partito tutto nuovo, che di ‘oggettivo’, nel senso hegeliano del termine, cioè di robusto, autonomo e durevole, non ha proprio nulla, e che quindi è incapace di affrontare in maniera fisiologica il tema del ricambio?

Che dire, invece, del Pd? Per il principale partito di opposizione le cose non dovrebbero andare diversamente? Il Pd è, all’anagrafe, un partito nuovo. Se vuole essere una cosa diversa e di maggior valore, deve allora dimostrare al proprio elettorato non di sapersi rinnovare, ma di saper durare. Gli tocca crescere, non estinguersi. Radicarsi nella società, non lasciarsi travolgere dall’ansia di novità.

Resta vero, ovviamente, che si può giudicare insufficiente una certa proposta politica, e battersi per cambiarla, ma il fatto che si punti a rappresentarla come vecchia e non come inadeguata cosa vuole dire? È forse il segno che il vocabolario della moda, del consumo e dello spettacolo è penetrato profondamente nella sfera della politica, orientando i comportamenti dei suoi protagonisti? Perché è solo lì, è solo dove prevale una logica di tipo pubblicitario che la novità rappresenta un valore in quanto tale.

I linguisti spiegano che le parole che usiamo prendono senso in rapporto a quelle a cui si oppongono e a quelle al posto delle quali stanno. Lasciamoci istruire allora da un dizionario dei sinonimi e contrari. Invece di guardare ai termini a cui “nuovo” si oppone, perché, s’è visto, è troppo facile prendersela con ciò che è sorpassato, arretrato o antiquato, badiamo ai sinonimi. Sono tanti: da moderno a innovativo, da inedito a rivoluzionario, passando per attuale o originale. Nella tradizione politica della sinistra europea c’è però almeno un termine che a lungo ha assunto, ben più di “nuovo”, alcuni di questi significati, ma che, chissà perché, nessuno dei novatores se la sente di impugnare: è il termine “progresso”.

In effetti, è molto più facile promettere il nuovo che promettere di realizzare un progresso rispetto a ciò che ci si limita a sostituire con la novità. Il progresso indica qualcosa in più: un senso di marcia. Ora, non si tratta del fatto che si è appannata la direzione, sono finite le filosofie della storia e il mondo naviga a vista. Daccapo: non è una faccenda di massimi sistemi; il punto è che seguire una direzione richiede un impegno duraturo, che non si esaurisce nel tempo breve e sincopato della novità.

L’Italia repubblicana, la cosa più bella fatta dalle generazioni che ci hanno preceduto, la nuova Italia nata dalla Resistenza, richiese la dedizioni di uomini, organizzazioni, partiti che pur’essi erano nuovi o profondamente rinnovati: nell’Assemblea Costituente entrarono molti giovincelli divenuti solo poi padri della patria. Costoro sapevano però che il fondamento della loro legittimità politica e il significato della rottura col passato non stava nella mera proposta di novità, ma nella capacità di prospettare un futuro lungo, un orizzonte lontano. Qualcosa, insomma, che durasse e imponesse un vincolo tra le generazioni.

Ecco: sarebbe bello prendere esempio da quel consesso di giovanotti e uomini maturi, e puntare non ad accorciare il ciclo di vita dei prodotti politici, partiti o leader, ma a migliorarne la qualità e l’affidabilità. Sarebbe già tanto.

(L’Unità)