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Tasse, se lo Stato viene meno al suo compito

“Si consideri il caso del pagamento volontario delle tasse sul reddito”: ecco, è proprio quello che nessuno si sognerebbe, di questi tempi, di considerare. A giudicare dai dati diffusi in questi giorni, il problema non è che non si pagano volontariamente le tasse, è che ci sono quelli (e non sono pochi) che le tasse non le pagano affatto. E quelli che le pagano, avvertono tutto il peso di un’ingiustizia evidente, palese, smaccata. Nel mondo alla rovescia in cui ci è dato di vivere, il dipendente paga in media più del datore di lavoro: il che rende incomprensibile perché allora non sia il primo a dare lo stipendio al secondo.

Tuttavia, il filosofo che comincia il suo ragionamento da ipotesi del terzo tipo e casi improbabili come quello suggerito non è poi così bislacco come sembra. Anche perché si tratta di John Rawls, e delle sue lezioni di storia della filosofia politica. Dunque, d’accordo: non paghiamo volentieri le tasse. Ma perché? La risposta di Rawls è (grosso modo): perché non ci va di passare per fessi. Se altri non pagano, non vogliamo pagare neanche noi. Solo se fossimo certi che anche gli altri pagano, allora pagheremmo volentieri (forse). In realtà, bisognerebbe aggiungere anche altre, non trascurabili ipotesi di contorno: nessuno, infatti, sborsa volentieri un euro se vede che chi lo riscuote non fa un uso razionale del gettito raccolto. E nessuno scuce di buon grado anche un solo centesimo, se non è convinto dell’equità dello schema generale delle imposte. Ma, inserite ad hoc queste supposizioni, resta nondimeno necessaria un’autorità statale che – così dice Rawls – “alteri le condizioni di fondo” del pagamento delle tasse, e consenta a me di pensare che non sono l’unico ingenuo a  versare all’erario.

Ora, alterare le condizioni di fondo non è poca cosa, come compito fondamentale dello stato. Non è roba da stato minimo, insomma, anche se si tratta anzitutto di mettere leggi e farle rispettare: solo così si potrà stabilire quel clima di fiducia che rende pagare le tasse meno sgradevole di quanto non lo sia quando la regola è, invece, l’evasione. Siccome, d’altra parte, Rawls sta commentando la nascita dello Stato moderno e la severa dottrina hobbesiana dell’autorità, può ricostruire il profilo di uno Stato esigente, che impiega senza star troppo a discutere tutti gli strumenti coercitivi che ritiene i più opportuni per rendere stabili le entrate dello Stato. Ma il commento di Rawls era comunque (grosso modo): non c’è bisogno di supporre che i cittadini siano disonesti, per giustificare i blitz delle agenzie delle entrate e la caccia ai furbacchioni.

Orbene, questo commento dà da pensare. Perché da noi accade invece che ad ogni voce che si leva per chiedere allo Stato di impegnarsi seriamente nella lotta all’evasione, c’è sempre qualcuno che manda alti lai contro lo Stato occhiuto, lo Stato poliziesco, lo Stato etico, e via sproloquiando. Come se invece di uno stato occhiuto non avessimo noi italiani uno Stato guercio, che sembra avere un occhio solo e guardare da una sola parte: e purtroppo non dalla parte dove sono custoditi i più ingenti patrimoni.

E così, se è forse solo ad uso dei filosofi che possiamo ipotizzare che qualcuno paghi volontariamente le tasse, è ad uso di tutti che dobbiamo ipotizzare che Fiamme gialle, scontrini fiscali, tracciabilità e controlli incrociati ci vogliano eccome. Quanto poi agli argomenti che tirano in ballo il patto sociale implicito nel nostro paese, per spiegare così elevati livelli di evasione, è chiaro che non sono campati in aria. E infatti la lotta all’evasione tocca interessi costituiti e anche abitudini sociali consolidate (oltre che perseguire ladri matricolati). Però c’è anche una cosa come il patto statale, e quello, insegna Hobbes, è più importante e viene prima, molto prima.

Ché se quest’ultimo patto venisse rispettato, siccome non siamo più ad Hobbes e all’«homo homini lupus» ma a Rawls e alla costituzionalizzazione dei beni sociali primari, allora sì che sarebbe diverso. Se infatti nello schema generale delle imposte e nella loro esazione ravvisassimo più equità e giustizia sociale, e una qualche preoccupazione in più per l’uguaglianza, forse troveremmo persino qualche cittadino bislacco, del terzo tipo, disposto a pagare volentieri le tasse. Perché ce ne sono, anche in Italia ce ne sono, solo che vedano intorno a loro meno sproporzione fra i redditi, e un po’ più di rispetto per i sacrifici di chi lavora.

Risposte

Provo a rispondere alle domande rivoltemi non più tardi del maggio scorso (sono celere con le risposte, come vedete) in questa ‘lettera aperta’ che seguiva le giornate della Scuola di Camerota, e un breve contributo apparso su 2/2008 di Italianieuropei.
Cerco di farlo il più brevemente possibile (tanto se ne riparlerà).
1. "Non condivido la liquidazione della razionalità liberaldemocratica a metafisica fra le tante". Neanch’io la condivido: e infatti non la sostengo. Dire che ci vuole una bella metafisica alle spalle della razionalità liberaldemocratica perché questa funzioni (una metafisica alla quale han lavorato in tanti, da Descartes in poi), non vuol dire che è una fra le tante possibile, e che tutte per me pari sono.
Ho poi molti dubbi sull’idea che il relativismo falsificazionista (che dopo tutto si riduce esso pure a un insieme di regole) non abbia bisogno per funzionare di qualcosa che non sta dentro quelle regole, e non mi riesce quindi di capire quale autonomia dal campo della metafisica possa vantare. Naturalmente bisogna intendersi sulle parole, per esempio sulla parola metafisica. Se è metafisica solo una roba che fa affermazioni su Dio, allora d’accordo: il falsificazionismo non ce l’ha. Ma se le distinzioni ricordate nella ‘lettera aperta’ (formale/materiale; essere/dover essere, ecc.) sono, come credo, distinzioni metafisiche, distinzioni in cui ne va cioè, come direbbe taluno, del senso d’essere dell’ente, allora non sono affatto d’accordo sull’autonomia di alcunché.
2. Se così stanno le cose, cade anche questa seconda obiezione: che io e Mario e voi tutti siamo infatti d’accordo su cosa sia e su come funzioni la razionalità procedurale rende sicuramente plausibile che sia questa proceduralità la migliore (non direi l’unica)  fonte di legittimazione delle regole. Ma appunto plausibile, in un determinato contesto in cui io e Mario condividiamo un sacco di cose, prima di convenire su ciò che è plausibile e ciò che non lo è. (E la cosa peraltro finirebbe là, e finisce effettivamente molto spesso, se non ci fossero però casi in cui questo convenire non basta più, o si restringe).
3. Qui chiedo: a quale senso di giustizia ti appelli, per porre la domanda che poni? La giustizia di Rawls, peraltro, non mi entusiasma affatto, e visto che scrivo dopo la giornata De Martino, domando banalmente: credi tu che sarebbe bastata ai contadini meridionali che De Martino incontrava "oltre Eboli"?